In attesa che si esibiscano stasera le salme dei Take That - che, rugosità a parte, provocano comunque nel mio subconscio dei strani rigurgiti di invaghimento adolescenziale (nel gioco dei preferiti, il mio era la dolce femminuccia, Mark) - vi offro questa malvestita numero 240, una vera e propria mosca bianca: e non solo in riferimento al colore dominate, ma anche per gli stivali, miracolosamente ficcati sotto i jeans.
Un po’ di sollievo, ok, ma tanta tanta pena per lei, poverina, così lontana dalle fashion tendenze tuttora in corso. Poverina, e mica è out solo per gli stivali (tra l’altro, pure a punta ce li aveva, argh), guardate che razza di jeans: non sono riuscita a renderlo, nel disegno, ma erano solcati da sfumature grigio-azzurrastro sporco, nel tipico e ormai sorpassatissimo effetto falsa-usura (ormai li vendono solo nel cestone “tutto a 2 euro” dell’oviesse); e che spavento, quelle vistosissime tasche con simil-diamanti incollati sopra, come sui pantaloncini delle bimbette fanatiche, con cuciture multiple e zip laterale argentata (1). Bella anche la cintura (2), con fibbia romboidale e uno strano disegno centrale che sembra il simbolo dello Yen: chissà, forse una variazione orientaleggiante sul tema del tipico dollarozzo hip-hop, mah.
Ma insomma, la parte migliore è senza dubbio più su: la giacca (3) lunga e sottile, di lana color crema chiarissima, decorata da una infinità di tramature puntinate, triangolari, che la fanno somigliare ad un gigantesco filetto di platessa. Le maniche sono oversize, con i risvoltoni di lana astrattamente ornati, e sul collo c’è una nuvolona gonfia di lana pettinata che la circonda come il giogo di Orazio (il marito di Clarabella). Il cappellino a cuffia con pon-pon e lustrini (4), questo sì per qualche motivo che mi è ignoto sembra andare alla grande; mentre la spettacolare borsa (5), il cui tessuto è stato ottenuto scuoiando il giaguaro da camera di Siegfried e Roy, è una roba mai vista, e che spero di non vedere mai più.
La sigaretta (6), che ve lo dico a fare, è quasi d’obbligo su una malva del genere; così come è d’obbligo la posa studiatissima, con gambe incrociate, manina numero uno sul fianco, e manina numero due inclinata così, mollemente (si stava facendo mollicare da un tizio, e l’atteggiamento da gattona, dunque, è incluso nel prezzo).
Non l’ho visto in diretta ma mi sono documentata. Confidavo in Valentino più che negli altri prossimi stilisti sanremesi, e credevo si andasse relativamente sul sicuro. Invece, ovviamente, tocca che ritiro tutto: il primo vestito della Hunziker era sul serio da rimanerci secchi. E dice bene chi, nei commenti, lo ha paragonato ad un Ferrero Rocher (i pois sulla gonna stanno, appunto, per i bollini col marchio Ferrero). L’enorme fioccone ombelicale, utilizzato per infilarci dentro le mani, coi cappi a mo’ di tascone, è una trovata di un tale genio mentecatto che davvero da Valentino uno non se lo aspetta. Anche i capelli raccolti sulla nuca, che da lontano sembrano raccolti in un asciugamano (oddìo, è appena uscita dalla doccia!), sono in realtà sistemati in una crocchiona sferica che ancora una volta ricorda il famoso cioccolatino (ok, andata, è pubblicità subliminale).
A proposito degli - ehm - artisti in gara. Niente male i “quindici minuti di celebrità oggi e poi mai più niente in vita vostra” Pquadro (foto). Uno ci fa lo sting da festa dell’unità (o meglio, da festa dell’unità organizzata da veterani di Amici), mentre l’altro invece, fighissimo, vestito da contadino chic (sapete, la storia del topolino di campagna che va a trovare il cugino di città), con gilet della domenica, cravatta di raso (bleargh), e jeans tenuti su da una bellissima cintura bordata di strass, molto spagay western. Non poteva mancare il cappellino e, come accessori, il medaglione finto-etnico al collo plus orologiazzo quadrato.
Tra le femminucce, mi sembrano degne di nota sia la gggiovane Mariangela (foto - che, diciamoci la verità, ci si può scegliere come nome d’arte una roba così fantozziana, eh? ma no), che indossa una tunichetta luccicosa da angiolone in versione Mariah Carey (dodicenne alla recita di natale), e la solita folle Antonella Ruggiero (foto), dallo stile come sempre un po’ darkettone un po’ raccolta differenziata, con guantoni neri da sicaria, giacchetta con collo ortopedico, e una strana parure collana più anello formata da novellini galbusera abbrustoliti e legati insieme l’uno con l’altro.
Poi, vediamo, ci sono (come volevasi dimostrare) i Korakanè (niente foto purtroppo). Il violinista - sì, perché siamo di fronte al solito gruppo violino, fisarmonica, ritmi balcanici, mutande sporche, quanto è bravo Capossela, spelacchiati baffetti e basettoni (no, non il commissario) - si è messo un bavaglino al posto della cravatta, c’ha i capelli legati sporchi e ben spiaccicati con la riga in mezzo da vero zingaro, e per l’appunto baffetti e basettoni spelacchiati. Poi poi, ah sì, Leda Battisti (niente foto neanche lei), che si è messa la maglietta comprata al Valtur di Sharm el Sheik.
Un cordiale buonasera al gruppo carampano di ascolto de… ops, pardon, mi son confusa. Volevo dire: Sanremo, ok, il festival. L’anno scorso, io, non so voi, l’ho snobbato alla grandissima. Adesso vediamo se è il caso di recuperare, se c’è qualche malvestita/o che vale la pena.
A parte la Hunziker, che come da tradizione cambierà abiti a ripetizione (un disgraziato stilista a serata - stasera è il turno di Valentino, che di solito, però, difficilmente toppa), il parterre di cantanti e ospiti stranieri sembra offrire una vasta gamma di possibilità malvestite. Dai coattissimi Scissor Sisters alla ridicolaggine di Dj Francesco, passando per la follia di Antonella Ruggiero, il “sono originale” di Simone Cristicchi, fino a giovani i cui nomi d’arte sono già di per sé una promessa (v. Korakhanè, Jasmine - ah, Korakhanè è un gruppo dite? Accidenti che spreco, sarebbe stato tanto bene ad una di queste cantantucole arenbì con influenze afro, va be’).
Io comunque sto fuori fino alle nove e mezza dieci: così, se nel frattempo c’è qualcosa di succosamente malvico da segnalare, oh, conto su di voi. Mi raccomando. Poi dopo quando torno, se ce la faccio, ovviamente: malvacronaca.
di Betty Moore, 27 febbraio 2007
Categoria: chiacchiericci vari, very important malvestite
Delusa dalla mancata vittoria di Meryl Streep, è con una punta di amarezza (ma no, non è vero, sono molto felice per The departed) che mi impegno ad una veloce rassegna del red carpet di questi oscar 2007.
Ecco, per l’appunto. Cominciamo proprio dalla Streep (foto), che quasi a volersi dissociare dal severissimo “sense of fashion” di Miranda, si è presentata in vestaglia da camera, con nastrino da pacchi verde legato in vita, collanazza della nonna a doppio giro di pallettoni di corallo e un mega cammeo (che sembra uno stemma nobiliare da portone) come pendaglio; un bizzarro miscuglio al quale fanno da ciliegina delle improponibili scarpacce da lap-dancer (il tutto firmato Prada, pensate un po’).
A parte alcune significative eccezioni, i colori dominanti del malvacarpet quest’anno sono tenui, un tantino smorti. Si va dal bianco totale di Cameron Diaz (foto - che, poverina!, è stata ingoiata da un calamaro gigante), alla stranamente sobria canottierona XXXL di Victoria Beckham (foto - addirittura si è messa il reggipetto: non le si vede manco l’ombra di un capezzolo - urrà), al candido pizzo del copriletto nuziale indossato da Anne Hathaway (foto - magistralmente bardato a lutto), alla tovaglia grigio cumulonembo con gonnazza macchiata di tè di Helen Mirren (foto - pure il parkinson della regina, lei sì, proprio immedesimatasi nel ruolo), al violetto morbidissimo e quasi bianco di una Jennifer Lopez (foto) che a parte la capigliatura di plastica (e il marito, che sembra il cugino scemo di Dracula), davvero sta tentando di tutto (così anche ai golden globes) per farsi credere la reincarnazione di una matrona dell’antica Roma.
Beyonce (foto) è smorta pure lei, nel suo costumone da sposa con strascico, e col caratteristico spacco (ma nessuno glielo dice, che ha la gamba grossa e gonfia, con quel ginocchio a radice, che sembra la gamba di un uomo?): unico tratto interessante, la spallina, che deve essere stata lasciata per l’occasione ad invecchiare e accumulare residui calcarei in una caverna (ad occhio e croce, direi un paio di secoli). Uno spruzzo floreale invece sulla spallina di Dita Von Teese (foto), il cui vestito di carta velina, abbinato ai soliti glamourosi cliché, bene rappresenta la cosmica vacuità del personaggio. E a proposito di carta velina, come non dispiacersi per la tenera Kirsten Dunst (foto), che ibridando quel colletto azzurro da camicetta per bimbe con il maglioncino per la nonna, un pezzo di tela dell’uomo ragno e lo strofinaccio per la polvere, ci è andata davvero molto ma molto lontano, dall’azzeccare abito.
Vere fuoriclasse: sono la Cate Blanchett (foto), ingolfatissima in un abito medievale di maglia d’acciaio, e non per altro immobile nella stessa statuaria posizione lungo tutto il malvacarpet (la spostavano con un carrellino); Nicole Kidman (foto), sulla quale il rosso shocking unitamente al giallo artificiale dei capelli, alla pallidezza cadaverica e alle superfici così perfettamente lisce e splendenti, dà un pauroso aspetto da museo delle cere; c’è anche Jennifer Hudson (foto), che è riuscita a rivalutare un vestito altrimenti banale con una giacchetta minuscola che sembra uscita da un film di fantascienza di cinquanta anni fa; Jessica Biel (foto), che ha deciso di indossare quanto di più vistoso avesse in armadio, per distogliere l’attenzione dai suoi capelli, reduci da una gara di sputacchi di gomme da masticare; e Faye Dunaway (foto), sigh, che non riesco nemmeno a commentare (ma spero che almeno sia inciampata).
La gonna di Penelope Cruz (foto), no, non è un mistero. E anzi è facilissima da fare in casa: il coso là è stato chiaramente preparato cucendo assieme pezzo per pezzo una quintalata di trippa di maiale (in sconto fino a marzo alla Ipersidis), o forse facendolo rotolare (dopo averlo adeguatamente cosparso di pece) in un allevamento di galline (basta chiedere il permesso al fattore). E Sarah Michelle Gellar (foto), anche lei, facilissimo: basta strappare la tendina della doccia, e dargli una rammendata qua e là. A proposito invece di infanzia perduta: quest’anno è il turno di Abigail Breslin (foto), che è riuscita ad infilarsi dentro una torta a strati (con tanto di decorazioni alla panna - e, ops, dev’esserle caduta la candelina dalla testa). Il vestito sa un tantino troppo di barbie-figlia (e anche il tessuto sembra lo stesso delle bambole, no?), ma la perdoniamo. Meglio così, barbie-figlia, che gemella Olsen.
Capitolo plagi (vale a dire: “cretina, l’ho messo prima io!”). Guardate cosa si sono messe Kate Winslet (foto) e Tara Reid (foto), il verdino smorto è lo stesso, il taglio così così, le variazioni sulle tette si somigliano moltissimo (certo, lo spacco della Reid, come anche la sua totale e assoluta mancanza di stile, sono inarrivabili). E comunque, insomma, abbastanza perché si siano guardate con odio, desiderando l’una la morte dell’altra, lungo tutta la serata. Io, ovviamente, parteggio per la Winslet.
Chiudiamo con l’adorabile Patricia Field (foto), che ha voluto offrire al mondo un suo personale omaggio a Sally Spectra. Grazie, Patricia.
di Betty Moore, 26 febbraio 2007
Categoria: alta moda, malvacarpet, very important malvestite
Alla James Stewart, ieri, mi sono messa alla finestra e ho preso a binocolarmela qua e là per il mondo esterno. Solo che anziché compositori e ballerine, il mio cortile brulica orrendamente di malvestite: il sabato sera soprattutto. Ed eccone una, che aspettava sul marciapiede - proprio sotto la mia finestra - d’esser caricata e quindi scarrozzata per locali su di una lussuosa smart cabrio.
E insomma, di fronte ad una minigonna (1) del genere, chi non penserebbe immediatamente (con malinconica nostalgia) ai tempi d’oro delle prime spice girls, alle memorabili performance di Geri Halliwell in microvestitino british e zatteroni rossi (altro che i falsi snobbismi odierni di Victoria Cavalluccio Marino Beckham).
Bandiere nazionali usate come abito, capelli rossi coi ciuffi ossigenati, zeppe alte venti centimetri (per un breve periodo, all’epoca, spopolarono sul serio magliette, jeans, felpe ecc. con sopra l’Union Jack): quelli sì erano malvestitismi d’una certa levatura. E chissà che questa gonnellina di oggi non sia un vero e proprio pezzo d’antiquariato (bellissimo nella sua composizione in due diversi tipi di denim, uno più scuro e uno più chiaro) .
La nostalgia di quei bei tempi marcia a tutta birra anche grazie alle cuciture a vista della giacca in scamosciato (2), dalle quali cuciture fuoriesce un morbido strato di lanetta (che alla giacca fa da fodera) formando interessanti caratteri runici su schiena e maniche. Dalla giacca, in zona popò, spunta un maglione (3) dal colore non molto azzeccato: verde spinacio.
Possiamo già concludere dunque che si tratta di una malva un po’ demodè - e ciò viene confermato dalle ormai passatissime ma per sempre ipermalvestite scarpe a punta aguzza (4) con tacco a spillo (che si fanno comunque notare per le abbondanti decorazioni di strass sui laccetti frontali, che richiamano nei loro incroci quelli della bandiera britannica). Persino i capelli (7), ossigenati di un biondo chiarissimo, piastrati a dovere e con una immensa bombatura frangiata, rivelano il suo recente risveglio in quest’epoca dopo un qualche anno di criogenesi.
Alcuni piccoli particolari (probabilmente suggeriti da un’amica coeva) in linea con le attuali (o quasi) tendenze, sono: la borsa di pelle nera (5) con manico, fondo ed esagerato disegno frontale tutti e tre dorati (e il disegno, composto da una stratificazione di oro giallo su lamina di oro bianco, aveva una scritta che non sono riuscita ad identificare - sono indecisa fra: “Guess”, “Gay” e “Gasp”: e quest’ultimo sottintende ovviamente “quant’è brutta ’sta borsetta”); e l’anellazzo con pietra quadrata gigante (6), sulla fantasia del quale non ho idea (era troppo piccolo e troppo lontano), ma potrei suggerire quella a scacchi, così che ci si può giocare sopra.