Se la settimana scorsa abbiamo goduto di una trilogia malvestita tutta incentrata sul coordinato bianco-oro, questa settimana è il turno di una bilogia (si dice così?) di splendide malvestite in bianco e nero.
La prima delle due, quella di oggi, è chiaramente vittima della sindrome da top-model, come da tipica sintomatologia: camminata ancheggiante ai limiti del contorsionismo, con piedi che si incrociano di almeno venti centimetri rischiando il crollo dell’intera struttura; sguardo sexy e deciso appena appena un pochino vacuo e con sprazzi di psicosi omicida; braccia e gambe magrissime, frutto di diete no-carb che si protraggono dalla terza media; abbigliamento super trendy e super chic (almeno nelle intenzioni), rigorosamente di marca (prego ammirate lo sfoggio ballonzolante della busta Coccinelle).
Il vestitino corto elasticizzato (1), con una fantasia escheriana a cubi 3D, è stretto in vita dalla solita zzzz ronf ehm originale e utilissima cintura (2), in pelle nera con fibbione e decorazioni argentate. La giacchetta nera (3) è forse una o due taglie troppo piccola, a giudicare dall’insalcicciamento di ventre e seno (niente, è sta fissa di comprarsi sempre una taglia in meno, della serie “ok, dimezzo la fettina di pollo quotidiana e dovrei farcela” – salvo poi crollare di fronte alla tentazione di un gustosissimo – yum! – merluzzo bollito).
I secchi polpaccetti sono fasciati in un paio di stivali in pelle nera (4), con una bella catenona dal sapore un po’ metal che le passa intorno al tallone. I collant (5), ovviamente, sono neri e molto coprenti (sia mai che, oh, in inverno mica bisogna far palestra, non vale, la palestra è per l’estate). E nerissimi, per completare l’opera, sono anche i capelli, lassù in cima, con quella bella acconciatura gonfia sulla nuca e la frangiona seghettata (6) in tre parti a mezza fronte. Gli unici barlumi di colore sono dorati: gli orecchini (7) a tendina e le splendide unghie lunghissime, superbamente decorate, in una sessione di tre o quattro ore di manicuraio, di una finissima french d’oro glitterato (8).
Le calze fantasiose sono uno dei must di stagione, e ancora più must è il combinarne diversi tipi in modo folle (abbiamo visto collant, autoreggenti e calzerotti messi insieme in tutti i modi possibili). La malva di oggi ha voluto provarci anche lei: collant a stampa mimetica sui toni del rosa (1), con sopra parigine color carne ricamate a microbuchetti (2) tipo fasciatura contenitiva per distorsioni, e sopra ancora un paio di scaldamuscoli candidi (3), che si posano sulle decoltèe (4), candide anch’esse, con tacco a spillo e accenno di plateau. Notate come gli scaldamuscoli sono parte integrante del sistema-scarpa (quasi fanno le veci di uno stivaletto), e apprezzate l’abbinamento con la scarpa elegante, che rende il tutto così anni ottanta.
La giacca scamosciata (5) è così gonfia per via di una calda imbottitura di moquette, che fa bella mostra di sé lungo il bavero, mentre polsini e colletto sono di pelle lucida quasi nera. Sul davanti spunta una maglietta marroncina con scollo a V e, sotto, un dolcevita bianco con strane macchie lilla-grigiastre che richiamano le decorazioni delle calze (6). Il tutto abbellito (si fa per dire) da una lunga collana di plastica (7 – nella mente della malva: perle), anch’essa un altro insostituibile must di stagione.
Una vera regina del pendant, comunque: ammirate come ha distribuito intelligentemente i colori della mise. Abbiamo i toni del marrone nella parte centrale, con giacca, borsa e maglietta; l’oro ai tre punti cardine del corpo: in testa (il biondo paglierino del capelli), sul ventre (il catenone che usa come cintura – 8), e anche sui piedi, volendo: le scarpe hanno tacco e plateau color miele; per finire, il bianco è anch’esso tripartito come l’oro: sulla parte bassa della gamba (scarpe + scaldamuscoli), sulla parte alta del corpo (dolcevita), e in centro, con la sexy minigonna di stoffa elasticizzata (9).
E come non farle i complimenti per la borsetta (10), un modello davvero innovativo, lunghissimo e stretto, che si ispira alle custodie per il clarinetto (o forse a quegli astucci che usano gli operai francesi per portarsi sul lavoro la baguette farcita). Il contenuto, qualunque esso sia, è assicurato dai furti grazie ad un pesante lucchetto e resistenti cinghie in cuoio.
E’ il turno di una duplice segnalazione di Delilah, che ci racconta di una malvestita da supermercato, molto simpatica, e di un borsello rosa di cui, no, non voglio anticiparvi nulla. Fate click sulle immagini per vederle ingrandite, buona lettura!
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La simpatica artista (solo cosi si può definire indipendentemente dalla sua professione, perché in quanto a lei al massimo avrà potuto aspirare all’aiuto “sciampista” dell’ultima parrucchiera di Tor Bellamonaca – sebbene l’avvistamento sia avvenuto a bologna, ma io sono di roma e le metafore sono conseguenti) vagava svampita e come dispersa nel bel mezzo del reparto ortofrutticolo dell’ipercoop di bologna, meta di ritrovo del malvestitismo romagnolo. Tra una busta ed una cassetta di frutta, cercava disperatamente con lo sguardo una via di uscita che la facesse passare piu’ osservata possibile tra la folla intenta a far spese.
Partendo dal capello, uno zerbino piastrato probabilmente col ferro da stiro, color marrone pantegana del biondo tevere, era infiltrato da sterpaglie color rosso Ariel la sirenetta, conferendole un look Giòvane nonostante abbia fatto di tutto per vestirsi da ultracinquantenne (almeno per il pelame e l’animalame).
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Esaminiamo oggi un caso mai affrontato prima, quello della trasmissione genetica del malvestitismo. Alla quale difficilmente si può sfuggire. La madre infatti, sprezzante del ridicolo (avete mai visto quelle disgraziate che sembrano donnine in miniatura? sì che l’avete viste), impegnerà tutte le proprie risorse, fin dai primi anni di vita, nel trasformare la figlioletta in una copia malvestita di se stessa. E che ci frega, a noi, che a scuola la sfottono che va in giro che sembra uscita da un’ostrica? Sei bella così, cara: anzi, tiè, qui manca un fiocchetto. E nel caso la piccola opponga una qualche debole forma resistenza, ovviamente, nessuna paura: basta riempirle gli armadi con ogni sorta di micro-malvestitismo, e niente altro. Così, nella stragrande maggioranza dei casi, va che ci sono due possibilità: o la figlia finisce per incarnare un modello malvestito diametralmente opposto a quello della madre (che ne so, fricchettona, io sono originale, darkettona, emo, indie, punkabbestia, quello che vi pare), oppure finisce che comincia ad imitarla, ricalcandone le orme, passo dopo passo – verso il baratro.
La figlia è quella di sinistra, sui trenta. La madre a destra, età indefinibile tra i cinquanta e i cento. Entrambe con queste gonfie pelliccione, orrende, sinteticissime, una scura con i risvolti lucidi (1 – questa, almeno, di un colore plausibile), l’altra col pelo più lunghetto e un colore che, sul serio, non ha eguali quantomeno nella nostra galassia (2). Ce la vedo io, la figlioletta, già da piccina costretta a sfilare per casa con il tappeto di orso polare sulle spalle, perché si abitui all’idea. Poveretta, e adesso va in giro come una donna cieca in menopausa. Accidenti. E’ vero che la sua, di pelliccia, aveva degli inutili laccetti con fibbie dorate, ma insomma, se c’era una minuscola possibilità di attenuare l’effetto vecchiume, e che cavolo, è annichilita da quel vestitino lungo con fantasia giraffata (3), che le arriva fin sulle cosce, e che in alcun caso è ammissibile sotto i cinquanta (dopo, lo diventa in virtù di quella strana malattia che – non ancora identificata – rende le femmine, in una percentuale largamente maggioritaria, sfegatate ammiratrici del maculato).
D’altronde, il livello di devastazione genetica della sensibilità vestiaria della figlia è dimostrato da numerosi elementi: primo, dall’alto, il giallo paglierino con ricrescita scura (4) sui toni del verde ruggine che le divide in due la testa lungo la riga (nella madre, il verde ricrescita è più sul verde pisello – 5 – mescolandosi il giallo con un grigietto chiaro); due, in basso, i jeans a zompafosso (6) aka “mi si è allagata casa”, scampanati, con simpatici laccetti penzoloni e zip, evidentemente fondi di magazzino del reparto “fuori moda” di qualche oviesse di una qualche galassia vicina alla nostra; tre, gli stivali (7) in pelle nera moscia col risvolto in alto asimmetrico, un po’ alla D’Artagnan (appunto, D’Artagnan, dico, D’Artagnan, milleseicento) – la mamma invece gli stivali ce li ha di quelli tipici (8 – ecco, in questo lei sì, un tantinello più alla moda), quelle oscenità con la bandina sopra marrone e il resto nero (se li è infilati sui pantaloni, la vecchia illusa, perché vede tutte le giovinette coi pantaloni negli stivali, e pensa che si possa fare con qualsiasi pantalone, pure queste ciofeche eleganti in acrilico – 9 – ah!, vecchia pazza).
Per quanto riguarda le borse, sono andate sul sicuro. Una Gucci terrificante per la figlia (10), taroccata che si vedeva ad un miglio di distanza (ma per piacere, sembrava una eastpack passata sotto un camion), e una Prada (Cervo Antic? – 11) da gran signora per la madre. Gli occhiali da sole (12 e 13) erano i medesimi (che bello, sembravano i gemelli Schwarzenegger e DeVito), della Vogue: usati come cerchietto con la frangia a ciuffo che vien fuori sotto per la figlia, e invece sempre addosso sul faccione della mamma, in attesa dell’operazione per toglier di mezzo quelle insopportabili occhiaie. Di gioellume non c’era granché: un paio di orecchini grossetti, a cerchio, per entrambe, e un girocollo per la madre (14), di pietruzze azzurre che sembrano sassetti di quelli che si trovano sulla spiaggia. Non voglio parlare, e quasi non volevo disegnarlo, l’ombretto verde passato con pennello cinghiale sulle palpebre della figlia (15), a tergicristallo. Urgh!
Le ultime malve erano pacchiane forte, accipicchia, con i loro accessori dorati, borchiati, cinghiati, con appendici in pelo e ardite combinazioni. Ce ne voleva una più semplice ed essenziale – non per questo meno malva.
Eccola qua.
Dà un po’ meno nell’occhio, no? I leggings – eoni fa noti come fuseaux (1) – sono talmente popolari, ad oggi, così universalmente sdoganati, che davvero nessuno se ne stupisce più (a parte me, ovvio, che gli ho dichiarato guerra). In una giornata di sole, sono sicura, la nostra malva ci avrebbe messo sotto un paio di ballerine: ma ieri che che pioveva, invece, ha optato per dei rainboots (7) di plastica, come quelli che mettono le bambine per andare a scuola (e saltare come indemoniate nelle pozzanghere – quello sì, un nobile scopo). Neanche troppo originali, e anzi pure questi ormai abbastanza comuni, ma implacabili nell’effetto ipnotico di tutte quelle palline verdognole. Misteriosi i due laccetti annodati, che non si capisce da dove spuntano, e cosa c’entrino e a cosa servano, ma stanno lì: bisogna prenderne atto.
La maglietta verde lunga e slabbrata che le fa da abitino (2 – sulla quale fa bella mostra un cinturone da pistolero un tantinello borchiato – 3 – inclinato all’indietro e poggiato al sederetto: con l’effetto dunque di accelerarne il processo di abbassamento e cellutizzazione), così come anche il lunghissimo golf color purea di banane (4- corto sul davanti e cascante sulla schiena: guardate con che fierezza l’indossa, manco fosse l’ultimo capo prêt-a-porter di Valentino), sono state entrambe recuperate dal cassetto delle cose smesse dal papà ciccione (il golf è quello che usava per guardare la televisione sul divano, chiaramente).
I due elementi che però rivelano la più sincera anima della malva (non “boho-chic”, ma “semo bburini”), sono la borsa di pelle (5) da bancarella etnica finto-indiana (sapete, quella dove vendono le magliette col Buddha, e gli incensi che se passi troppo lenta ti prende un enfisema), con decorazione di monetine tintinnanti rosse e argentate, e il berretto, della Hollywood Milano (6), ennesima marca amica di Maria de Filippi, il cui testimonial di punta è Costantino. Be’, però.