Se c’è una cosa che ci stiamo perdendo e che dovremmo invidiare agli USA, e che io da anni osservo da lontano piena di meraviglia, è tutta questa lunga e divertentissima saga del malvestitismo hip-hop. E’ vero che sì un paio di imitatori scarsini ce li abbiamo pure noi, ma per quanto ce la mettano tutta, poveracci, non c’è proprio storia. Parlo ovviamente di tipi come si dice – mainstream, ecco, in Italia dei veri coattoni malvestiti, hip-hop mainstream, coattoni di quelli che lo scopo della loro vita è mettersi le otturazioni di platino e farsi lo schermo al plasma 400 pollici per vederci su e impararsi a memoria le bullate di Scarface e avere le femmine che escono sculettanti già nude e lubrificate di Cristal premendo un bottone sul bracciolo della limo (non provate nemmeno a considerare gente come i Flaminio Maphia, Sottotono, Gemelli Diversi il fu Piotta e simili: non sono all’altezza), dei veri malvestiti extremi di questo genere qua, da noi, non ci stanno.
Del Bling Bling per esempio, ditemi uno in Italia che può vantarsi di bling blingare: che sarebbe cioè far sfoggio di uno stile di vita sbrilluccicoso e super lussosissimo (del tipo: diamanti purissimi che c’è voluta un’intera generazione di sudafricani per estrarli dal centro della terra, pelliccioni di animali estinti, macchinone lunghe venti metri con la jacuzzi di oro masiccio). Oppure di questa corrente gangsta che tira un sacco, che si scrivono i testi l’uno contro l’altro e poi si accoppano a fucilate fuori dagli studi di registrazione: qui al massimo ci sono Fabri Fibra e quello là, il fratello di J-Ax, che si pigliano per il culo ai concertini di Trl su Mtv. Che delusione. E a proposito di Mtv, pure il programma culto del malvestitismo motoristico, bandiera del coattume hip-hop, pure quello siamo riusciti a ridurre ad una schifezzuola squallida e provincialotta, coi brianzoli ingelatinati che si fanno pimpare il motorino dai Gemelli Diversi in canottiera, fibbie di plastica dorata e quell’uso forzatissimo del gergo – secondo loro – di tendenza che fa un po’ ridere: “dai fra’, stai troppo avanti!”
E’ finita il mese scorso a New York una mostra, Black Style Now, che in buona parte ripercorreva la storia di questi venti e passa anni di hip-hop malvestitismo. E che storia. Dalle adidas senza lacci di Run DMC alle camicie di Tupac ai rastini rinsecchiti di Coolio allo chic pappone di P. Diddy all’eleganza fattona di Snoop Dog ai tatuaggi neri “ahò guarda quante volte m’hanno sparato” di 50 Cents. C’è di che sentirsi annichiliti. Soprattutto davanti a questa incredibile varietà malvestita: mentre qui da noi, invece, per farci gli hip-hop ancora si ricorre ai soliti magliettoni da basket, cappellini al contrario, pantaloni bragoloni e timberland di quelle alte da boscaiolo. Al massimo giusto qualche robina di bigiotteria (che ne so, il classico piercing qua e là, o l’anello col teschio sul pollice – invece no, sbagliato, va sul mignolo!), magari giusto qualche tatuaggino tribale o una croce da qualche parte (che fa molto ghetto latino, “yo ghetto e yo dio”). E poi per fare lo slang, meglio se siete nati in qualche posto con una parlata strettissima, che almeno un po’ fa figo (ovviamente, appunto, mai parlare un italiano corretto, ma invece esser fieri della propria ignoranza linguistica, che fa molto strafottente “yo è la mia terra yo è la mia lingua, yo”). Per quanto riguarda invece quell’aria da maledetti criminali del ghetto, invece, non c’è niente da fare, se uno ci si impegna, qui, forse forse riesce a darsi un’aria da briscola al centro sociale, tutt’al più.
Per non parlare di un accessorio fondamentale del hippopparo di prima classe: la femmina. Con la scusa di piccole particine vocali per lo più insignificanti (che spesso si limitano all’espressione virtuosa di un “uuuh” o di un “oooh”, molto soul), il vero hippopparo si circonda nei video (e nella vita) di femmine giocattolo con culone possibilmente sodo, quarta di reggiseno e pelle untissima, e soprattutto disponibili ad un malvestitismo fatto di robine minuscole da cui fuoriesca per benino tutta la mercanzia (da ostentare, appunto, come il diamante sudafricano): femmine che passino il tempo facendosi sculacciare e dimenandosi – con il bonus, ogni tanto, di “uuuh” e “oooh”, molto soul (ma può succedere che dette femmine si montino la testa e decidano di lanciarsi in carriere soliste, riuscendoci pure, qualche volta: vedi alla voce Lil’ Kim). E con tutto sto popò di ben di dio oltreoceano, noi, qui, siamo costretti a sopportare impotenti femmine hip-hop quale è stata La Pina, accidenti, che dopo il duplice flop come cantante e presentatrice TV (ve lo ricordate quella specie di reality nella baita di montagna, Mi piaci tu, si chiamava, con la sua voce fuori campo che commentava dei fintissimi incontri al buio), s’è finalmente spiaggiata sulle onde di radio DJ. Che impietoso paragone.
E poi mica scemi, ci fanno pure i gran soldoni negli USA, brandizzando il malvestitismo hip-hop. Maschi e femmine è uguale. Fanno una manciata di album, sburinandosela qua e là, fondano una griffe e via, milioni di giovani aspiranti hippoppetti che corrono a comprarsi le bandane targate Rocawear (di Jay-Z, da poco venduta per duecento milioni di dollari), le felpone Shady Ltd (di Eminem), o le gonnelline inguinali trasparenti al gusto fragola della House of dereon (di Beyoncé). Business Instead of Game, uh? Be’ qui da noi, forse, si potrebbe metter su una bancarella, in tangenziale (sulla corsia d’emergenza, che fa molto “yo, illegale”), per vendere le calze della nonna che si mette in testa Mondo Marcio. Uhm. Be’, non male.
La settimana scorsa, incurante delle terribili voci che ancora circolano a proposito del libro shock della sua ex governante (Live To Tell: My Life as Madonna’s Nanny – che forse si pubblica, forse no), un cosino di ben ottanta pagine in cui son rivelati certi agghiaccianti, inaspettati e orrorifici segreti sulla sua vita intima (cose di questo calibro qua, tipo, che se mentre lei dorme qualcuno fa casino, persino se qualcuno si azzarda ad aprire un rubinetto, lei va fuori di testa – cabala e sacrifici umani dunque), insomma, lei beata come se niente fosse, la settimana scorsa, ha partecipato al party di lancio di M by Madonna, una linea disegnata proprio da lei in persona, così dicono, per la catena low cost H&M. Di cui la pubblicità qui sotto (e a quale famoso duo italiano si saranno ispirati, per gli stilisti schiavetti felici, eh, boh, mah, chissà).
Pare che la stilista di H&M, tale Margareta van den Bosch (che, no, non è la direttrice di Velvet, vi confondete), entusiasta, abbia passato ore ed ore a frugare negli armadi senza fondo di Madonna, cercando qualcosa che si potesse utilizzare per “ispirazione”. E così ne è uscita una collezione di trenta pezzi che, a detta della van den Bosch, riflette perfettamente lo stile “timeless” e “glamorous” di Madonna.
Per esempio, vediamo, ci sta il kimono (ah sì, questa la so: riciclato dal video di Nothing really matters), il trench da ispettore Gadget (che fa molto Londra grigia e brumosa), una cosa che io non lo sapevo ma si chiama catsuit (un impareggiabile citazione di Occhi di gatto), e poi tanti altri abitini in stile maestrina di collegio (di un fumetto erotico firmato Leone Frollo) che ultimamente a Madonna le piace tanto. In due parole, ecco, una linea di abbigliamento cosplay per giocare a fare le Madonne. E ci sono anche dei veri colpi da maestro, come lo strano abito che c’è qui in foto, con lo strappo sulla coscia fatto apposta per resistere alla tipica posizione yoga del piede di sbieco sul tavolo. Poi va be’ ci sono i vari accessori, borse e occhiali da sole, pochette e cinture, il tutto però all’insegna della noia. Piuttosto mi incuriosisce un sacco il pezzo più economico, il “turbante” (13 dollari), che io non ho capito bene che cosa significa e come è fatto, foto non ne ho trovate, ma se ne avete voi una e me la mandate, mi fate un regalone (update: roseau l’ha trovato, eccolo).
Ah, e ammirate in questa galleria la coraggiosa Madonna, presentatasi al party con un abitino candido senza maniche, con braccini di fuori e le manine, soprattutto, in bella mostra sulla borsetta. Fregandosene allegramente di tutte quelle prese in giro degli ultimi mesi, a proposito appunto delle sue braccia aliene, e delle sue mani millenarie alla boris karloff.
Per iniziare, citerei un pensierino di Silvia “The Brain“ Toffanin, che su Grazia (qui l’articolo) riesce a compendiare in poche righe una lunga serie di acutissime riflessioni a proposito del suo sogno più grande, il caffettone Starbucks. Per esempio, dice che lei ha giornalmente bisogno di una “maxidose di caffeina” (mica la chiamano “The Brain” così, per niente), che si è addirittura portata la macchinetta “in ufficio” (capite, in ufficio, non dalla manicure, in ufficio, come i grandi che lavorano, l’ufficio!), ma che l’espresso dura troppo poco e che lei vuole un caffé da bere dalla mattina alla sera (eh, capirai, sto dalla manic… voglio dire, in ufficio, fino a tardi), da sorseggiare magari mentre legge il giornale (oddio, non è commovente, non solo è capace di portartelo dalla veranda insieme alle ciabatte, al risveglio, ma lo legge persino!), e quindi insomma, perché non c’hanno ancora pensato, uffa, ad aprirlo anche qui da noi?
Come biasimarla alla Toffanin, poveretta, si capisce che le riesca tanto difficile resistere al richiamo di Starbucks, che abbia improvvisamente tutta questa voglia di caffé lunghissimo, eh sì, perché come nota lei stessa, il bicchierone starbucks è ormai un accessorio a tutti gli effetti: griffato e completamente inutile come solo i migliori accessori malvestiti sanno essere, o meglio, utile soltanto da un punto di vista decorativo. Avrete certamente già visto la foto di una qualche divetta a passeggio col bicchierone, tenuto in scarso equilibrio tra borse, bustoni, guinzagli e telefoni cellulari: a vederle così, tutte impicciate, danno l’idea di essere così tremendamente piene d’impegni, talmente indaffarate (non importa se in realtà stanno semplicemente facendo avanti-indietro a tempo perso tra il monomarca Gucci e uno dei loro tanti appartamentini nel Village), neanche un secondo libero c’hanno per prendersi un caffé in santa pace! E di questo, scusate, ma non è giusto che la Toffanin debba farne a meno.
E’ comprensibile che il megadirettore si sia fatto degli scrupoli, a portare i suoi beveroni iperglicemici nella patria dell’espresso, dove gran parte dei consumatori inorridisce al solo udire le parole “caffé americano”. Ma tra poco, dicono, ce lo becchiamo pure qui. E andrà alla grande, ci scommetto, e non tanto per la irripetibile prelibatezza del frappuccino alla banana con panna montata e scagliette di noci, che uno volendo può anche impazzire a farselo da solo a casa con una bustona di caffé solubile e aromi vari, no (che il caffé da Starbucks non è manco sto granché), andrà alla grande perché starbucks non vende caffé, vende puro distillato di malvestitismo.
Starbucks può farvi sentire fascinosi e pieni di stile, ad un prezzo tutto sommato modicissimo, e vi ci prendete pure il caffé coi biscottini. Non è fantastico? Lo sapete già, immagino, che tutti i locali starbucks sono organizzati come tanti simpatici salottini, colori caldi e rilassanti, con divanetti e poltroncine, pulitissimi e antisettici, finti come set da soap opera (o il reparto salotti ikea), musica jazz da ascensore in filodiffusione, tavolini dove poggiare il macbook nuovo fiammante (che uuuh ci sta la connessione wi-fi), punti vendita di libri e cd, lo store dove comprare le tazze brandizzate eccetera eccetera. E non ci credete alle paracule che dicono boh non è vero niente, mica ci si va a prendere il caffettone perché cool, mica è cool: io già me le vedo, questi target viventi di D di Repubblica, queste malvestite con gonnellina jeans, leggings e ballerine, che non vedono l’ora di averci il posticino dove fermarsi a far quattro chiacchiere (così, tra il frivolo e be’ anche sì l’impegnato) con le amichette e i fidanzati (capelli lunghetti spettinati, barbetta spelacchiata, occhialinii rettangolari con montatura nera spessa e spillette sulla giacca di velluto), amanti della musica ma di quella bona (oh, non scherziamo!) e che davvero, davvero, non posso più farne a meno del mio frappuccino quotidiano, sono addicted. E poi via in ufficio col bicchierone pieno (sennò che soddisfazione è, se nessuno sa che sei il tipo di persona che frequenta Starbucks, che sei addicted di Starbucks), o meglio ancora sarebbe il thermos ufficiale, ché quello ancora non lo porta in giro nessuno, fa paura, è un po’ troppo simile ad un suppostone d’acciaio, però oh, non si sa mai, magari passa un anno e diventa un must – e tu sei stata la prima, ‘cipicchia, brava!
Questo fine settimana, indossati completo cachi e cappellino da dottor livingstone, e con la fedele immancabile gippippa, mi sono addentrata nelle pericolose giungle malvestite per il mio consueto malvasafari. E stavolta più che mai, chissà perché, sono rimasta affascinata dalla perfezione sovrumana di tanti e tanti esemplari malvestiti, sconosciuti gli uni agli altri ma interconnessi e cooperativi come formiche, così straordinariamente capaci di agghindarsi tutti uguali, precisi, che sembravano un esercito di cloni.
Tornata all’accampamento, in tenda, fu per me una nottata travagliata: sognai di una polis gremita di malvestite, con ciclopici templi eretti alle divinità malvestite, con statue malvestite, fregi malvestiti, persino cariatidi in leggings e discoboli con occhiali da sole al carbonio. Santo cielo! Niente, non ci sta niente da fare, mi son detta al risveglio, è vero: viviamo una stagione di pieno fulgore e maturità malvestite, una stagione di malvaclassicismo. Di quella che finisce, autunno-inverno 2007, il malvestitismo ha ormai raggiunto una sua forma compiuta, imperante e irrevocabile. E si vede, è ovunque.
Pensate ai capelli, lunghetti sulle spalle, con frangia dritta da yorkshire (senza fiocchetto purtroppo) oppure scalata su un lato. Orecchini se possibile, meglio se voluminosi (cerchi da domatore, chandelier, catenelle). Il giubbotto corto in vita e gonfio, il collo preferibilmente cappucciato con pelliccia voluminosa, maniche e vita strette da fasce elastiche (così che si accentua l’effetto complessivo a palloncino); sotto, quello che vi pare, basta che abbia un collo dolcevita: e intorno al collo dolcevita, per piacere, una qualche collanazza, perfette quelle di perle che fanno due o più giri. Sulla spalla il borsone, di quelli pieni di borchie borchiette fibbie e fibbiette (rigorosamente di marca – e non sgarrate sulla borsa, che è forse il pezzo più importante); oppure in alternativa, come per la cariatide qui a lato, borsetta lilliput con tracolle corte da far ballonzolare passeggiando, in mano, gioia di ogni buon scippatore (ma anche le grandi, è fashionissimo farle ballonzolare portandole a mano; per le lilliput, più sgargianti, sono indicati colori tipo oro e argento, magari paillettes, intarsi diamantati e cose così).
Gonnellina o maglietta lunga che spunta dal giubbotto, è uguale, l’importante è che arrivi a mezza coscia (forse giusto un po’ più su), con la fondamentale cintura forgiata d’inutilità poggiata sui fianchi nel loro punto di massima larghezza (ottenendo dunque il duplice effetto di rendere ancor più evidente la mastodontica circonferenza popò, e insieme di contribuire al graduale abbassamento del popò stesso). Più sotto non c’è storia. La battaglia è persa, i leggings hanno stravinto. Alla faccia di gambe tozze, ginocchia a radice, crateri cellulitici visibili anche sotto tute ignifughe, culi bassi piatti e budinosi. E se non sono leggings, allora tocca a jeans o pantaloncini di qualche altro tipo, ma comunque strettissimi e a zompafosso (che finiscano cioè a metà polpaccio). E anche riguardo alle ballerine, non c’è stato niente da fare, ci hanno sopraffatto. Mi sento sopraffatta, ma insieme affascinata: è il mistero sfuggente del malvaclassicismo.
E’ dal post dedicato alle tette rifatte che mi stuzzica l’idea di scriverne uno sul malvestitismo da restauro. E un po’ di tempo fa, sfogliando le foto del 79esimo raduno internazionale pro-chirurgia plastica (aka la serata di premiazione degli oscar), l’idea prendeva forma, man mano che ammiravo facce e corpi delle sostenitrici (ma non solo femminucce, no) di questa che è, a tutti gli effetti, una forma d’arte (oh, se lo sono il cubismo, o il ready-made): corpi più o meno stravolti, crateri bozzi e strani segni che sono eredità di liposuzioni, nasetti ritoccatti tante volte da sembrare pezzettini amorfi di pongo, occhietti da vulcaniano. E se posso citare un caso in particolare, a me carissimo, un caso di restauro che davvero m’ha scioccato, be’, eccolo:

Quando l’ho vista in questo stato, con gli occhietti – appunto – che sembrano strizzati e inclinati tramite photoshop, non volevo crederci. Nello stesso momento, scrivere questo post, per me, è diventato un vero e proprio imperativo morale. Per rivendicare la sacralità del sogno erotico di milioni di adolescenti, che va in fumo così, puf, con un colpo (da ubriaco) di bisturi. E pensare che fino a un paio d’anni fa (ma anche solo l’anno scorso) Jenna Jameson era bella e splendente come in foto, quella a sinistra; oggi invece si presenta al mondo come se qualcuno le avesse smontato e rimontato la faccia, come fosse un puzzle (lampadato) – foto a destra. Simili casi di awful plastic surgery, non pochi, sono l’esempio estremo di ciò a cui può portare una delle più gravi degenerazioni malvestite: il desiderio di trasformarsi improvvisamente, da piacente e magari – toh, giusto un po’ rugosette – donne di 33 anni (trentatré, oh voglio dire, Cristo era in formissima a trentatré anni!) in mostri plastificati senza età.
Parlo da profana, ok, ma la cosa che più mi impressiona, della chirurgia plastica facciale, è che non si può tornare indietro. Con quel sacchettino di silicone che ti ficcano sotto le tette, santo cielo, è tutto più semplice. Lo sa bene Pamela Anderson, che se ti stufi di usarle per tenerci ferme le bottiglie (intanto che le stappi) puoi anche decidere di fartele togliere, e poi se ti torna voglia te le fai rimettere, e poi te le ritogli, te le rimetti, e se son venute male qualcuno te le aggiusta. In fondo può anche essere interessante a modo suo, eh, cambiare misura di tette a seconda del momento. Non saranno mai più come ce le avevi natural, magari, e dopo una decina d’anni sembreranno una massa informe di pongo pure quelle, ma insomma, ci puoi sempre metter sopra una magliettina. Ma cosa c’è, invece, che può darti la speranza di tornare indietro, o di sistemare la situazione, una volta che decidi di tranciare il muscoletto dello zigomo, di piallare la fronte, di stirare occhi e bocca (nella foto, il recente ritocchino di Kylie Minogue, chirurgo: il dottor Spock). Finisce che prendi ad accumulare errori su orrori.
E va be’ che ormai la faccia è il meno. E che superfici di ceralacca iper-botulinizzate alla Nicole Kidman hanno fatto il loro tempo, e viene quasi da sbadigliare al solo sentirne parlare (yawn, ok). L’ultima frontiera, adesso, è ben più in là: sono le ginocchia di Demi Moore, per esempio, che alla veneranda età di quaranta e passa anni (e sempre più simile, tra l’altro, alla nostra sensualissima Vladimir Luxuria – vedere per credere) deve aver pensato che non è giusto, no no e poi no, che le ginocchia come ce le ha sempre avute, quelle con cui è nata, siano l’unica parte del suo corpo a rimanere così, come mamma l’ha fatte, e no, “è pur sempre una forma d’arte”, deve averle detto il chirurgo (a cui ha regalato negli anni oltre un milione di dollari). E se può permetterselo, se è felice di trasformarsi nella donna bionica, ok, buon per lei. Ma io mi aspetto di vederla, prima o poi, come Billy Ray all’inizio di Una poltrona per due.
E di fronte a certi scempi, che puoi fare, ti viene voglia di prendertela con gli smanettoni ricciolini in camicia hawaiana che ne sono i responsabili materiali, ma è inutile. Sono un muro di gomma quelli. E anzi a sentirne un paio ti viene la nausea e non ce la fai più, tutti a ripetere sempre le stesse cose, a farci i santarellini che loro sanno che c’è un limite, che si deve parlare con il paziente per risolvere i problemi psicologici, che bisogna dire di no, e che loro di no lo hanno detto mille volte. E così tu, invece di fare una denuncia alla LAV quando sembra ormai evidente che stanno usando le mogli come cavie, al contrario ti senti rassicurato e immagini tutto un sottobosco di chirurghi brutti sporchi e cattivi, che operano in appartamenti sfitti di periferie malfamate, a prezzi modicissimi e con mannaia e scalpello. Tutta colpa loro.
P.S. Scusate se questi giorni ho lasciato il blog da solo, con la malva 244 ad ammuffire, che neppure è piaciuta, mannaggia – prometto che mi rifarò presto: è che ho dei noiosi problemi di server