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Paris Hilton da Letterman, spettacoloso
Oh ecco, passiamo ad un argomento un pochino più elevato che a chiacchierare di Giovanni Allevi m’ha scritto un mucchio di gente rimproverandomi che sto svalutando il blog, troppo terra-terra.
Andiamo allora di filato in quel di Nuova York, i mitici studi del Late Night Show (è la puntata di ieri): beccatevi questo fantastico spietato David Letterman, che se la ride e fa ridere di Paris Hilton, proprio lei - povera cara piccola tossica analfabeta! - che assiste monosillabica e infuriata, le mani in mano e la gambina che fa su e giù, con le nuvolette di fumo che le escono dalle orecchie (acc, le sarà andato in corto il vecchino con la barba).
di Betty Moore Collezione: allucinazioni, very important malvestite 64 Commenti
Malvageddon #20 - Giovanni Allevi
Vedi anche Essere Giovanni Allevi, il manuale (Mozart meets Ecce Bombo).
Esistono degli individui che sono malvestiti totali, tristi e mediocri individui che ci provano in tutti modi a farsi vedere in un certo modo, individui che si studiano e ci si impegnano con tutte le loro energie, che vogliono essere interessanti, originali, persino brillanti, che si guardano e si parlano e si ascoltano addosso continuamente, e però gli vien fuori sempre loffa, poveretti, è un tentativo che non gli riesce proprio, e finiscono soltanto per apparirti più tristi, e più mediocri. Uno di questi individui, ad esempio, è Giovanni Allevi.
Giovanni Allevi è come quei personaggi di Verdone che si esibiscono in racconti enfaticissimi sulle loro avventure coi serpenti mortali, o che fumano davanti allo specchio provando il discorso del cargo liberiano. Giovanni Allevi è, prima di tutto, un instancabile apologeta di Giovanni Allevi. E’ un esibizionista sfrenato che non aspetta altro che mostrarsi e far sfoggio di se stesso, lustrando per benino la figura di questo Signor Geniale Compositore che c’è solo nella sua testa, il protagonista delle ridicole storielle che spara via una dietro l’altra, sicuro ed allenato, preparatissimo, senza alcun imbarazzo (pur mantenendo i segnali esteriori della Timidezza, che è forma inevitabile del Geniale Compositore). Giovanni Allevi, se fosse il personaggio di una fiction sulla vita di un musicista, guardereste cinque minuti e poi, sopraffatti dalla suprema melensità di un tale pendulo accrocco di luoghi comuni, girereste su Ballando con le stelle.
Le storielle e gli aneddoti di Giovanni Allevi sono i mattoncini che servono a tirar su questo simulacro d’eroe mitologico, gran sacerdote e tramite tra l’Iperuranio della Musica e il Pianeta Terra, genio sì ma un po’ folle e pazzerello, come del resto sono folli e pazzerelli tutti i grandi artisti; felice e gioioso perché possiede e gode della vera fede (nella Dea Musica) e che però allo stesso tempo, nonostante questi doni di immensa grandezza, e anzi proprio a causa della sua grandezza, è anche modestissimo, un po’ schivo, scanzonato e timiduccio.
L’infantile procedimento di auto-mitizzazione di Giovanni Allevi annovera soddisfatti complimenti a se stesso di stampo spiritual-esegetico (”la mia musica va a toccare le corde profonde dell’emotività collettiva” - non c’è niente da fare, si adora) e aneddoti da primo della classe sborone che vogliono far risaltare le sue evidenti capacità di genio musicale (la storia del commissario che, di fronte alla prova di ammissione per il primo anno di composizione al conservatorio, esclama “o ha copiato la fuga, oppure è Brahms redivivo”; ma questo a Giovanni Allevi non basta - non sia mai che a qualcuno la cosa non dica nulla - lui gongolante chiosa: “eh, sì, ho portato una fuga, che è la composizione più difficile di tutte, si studia appena al settimo anno!”).
Le storielle di Giovanni Allevi hanno un’impostazione banalmente fiabesca, che può essere sovrapposta ad alcuni schemi della teoria Proppiana. Prendete la storia che racconta sempre, quella di lui a cinque anni che vuole giocare col pianoforte che i genitori cattivi tengono lucchettato [1]; un bel giorno Giovannino trova la chiave, lo apre, preme un tasto e - tadàn - rivelazione! Un faro gli si accende addosso (ipse dixit - nel video con Fazio, arrivate fino in fondo) e capisce cosa vuole fare nella vita: suonare. Ma il piccolo Giovannino è avversato dalla crudele matrign… ehm, volevo dire, dai genitori che non sentono ragioni e gli proibiscono di stare al piano. Lui se ne frega e lo suona di nascosto, finché a dieci anni durante una recita scolastica, guarda caso, trova un piano sul palchetto. Giovannino non può frenarsi, la musica lo chiama e lui le cede, siede al piano e suona [2] destando la meraviglia degli astanti. Perfetto dunque: c’è un eroe (lui) avversato da un antagonista (i genitori), c’è la situazione di divieto (il piano lucchettato), ci sono l’infrazione e la reazione (lui che apre il piano, e poi lo suona), c’è il trionfo finale dell’eroe (lui che si incammina sulla strada della mediocrità).
Come le fiabe della tradizione orale, anche le storielle di Giovanni Allevi su se stesso cambiano nel tempo, modificandosi, arricchendosi di particolari. La storiella qui sopra, le prime volte che veniva raccontata, era una roba molto semplice del tipo “c’era il piano chiuso a chiave e io desideravo suonarlo, si desidera sempre ciò che non si può avere, bla bla, punto”. In un secondo momento si sono aggiunti i cinque anni di suonate clandestine (un vero gesto di eroica sfida contro il bieco oscurantismo parentale); poi si è aggiunto il fenomeno ultraterreno della rivelazione, lui che tocca il tasto quella prima volta e viene investito dal “fascio di luce” (il che gli conferisce una misticissima aura da investitura divina); poi, negli ultimi tempi, pare che l’età del piccolo Giovannino stia abbassandosi dai cinque ai quattro anni - ma va be’, siamo ancora in una fase di trepida mutevolezza (credo sia anche già uscito il trailer che annuncia l’imminente Come sconfissi il drago che custodiva la chiave).
Il destino avverso è in agguato, ma Giovanni Allevi non molla e gli riesce sempre di sconfiggerlo, guidato com’è (implicito) dalla saggia mano della Dea Musica, che ha in serbo per lui un futuro di meraviglie musicali da raggiungere a tutti i costi. Eh, che lotta durissima e senza quartiere. Ma lui è fortunosamente creativo anche in questo, nell’aggirar la sfiga. Pensate a quando un giorno - lui, squattrinato compositore di belle speranza - s’è messo a suonare (sul solito palchetto con piano incustodito - è una mania) e una signora che per caso passava di là, rimasta annichilita dalla bravura di quel giovine talento, gli propone di far arrivare una demo a Riccardo Muti; la signora guarda tu la coincidenza è quella che organizza la cena d’inaugurazione alla scala, e stabilisce così un piano astutissimo perché lui, intrufolatosi alla cena come cameriere, possa dare sto cd al sommo maestro (leggete come la racconta Giovanni Allevi [3], è un incrocio tra ratatouille e james bond - anche se dimentica sempre di raccontare il finale, che Muti cioè a fine serata ha miseramente abbandonato il cd sulla sedia vuota). Oppure pensate a quando, stroncato da un attacco di panico (qui), sull’ambulanza che lo portava in ospedale, in una situazione dunque di così grande pericolosa avversità e disagio, ha trovato motivo d’ispirazione ed ha potuto gettare le basi per il suo ultimo capolavoro, Joy.
Folle e pazzerello, dicevo. Giovanni Allevi la follia se la immagina così, del genere più vistoso e facilmente riconoscibile, la follia cinematografica di un tizio un po’ autistico alla Rainman [4]. Giovanni Allevi, per aderire al personaggio, oscilla tatticamente avanti indietro quando sta in piedi, racconta di essere affetto da disturbi ossessivo compulsivi (va a nuotare in piscina e si ripassa mentalmente tutte le note mentre sta ammollo - non può suonare se prima d’ogni concerto non gli danno una torta al cioccolato - per un anno di fila s’è nutrito di sola pasta al tonno), cerca penosamente di stupire gli intervistatori con sciocche rivelazione matematiche (del tipo: “ho calcolato che in un ora di concerto le mie dita compiono all’incirca 36.000 movimenti” oppure “il pianoforte ha 88 tasti, li ho contati” - brrravooo, clap clap, e quante corde? a-ha! non le hai contate quelle, eh? gne gne), pubblicizza bizzarre trovate domestiche (il gatto che aveva da piccolo, che si chiamava Bemolle - il suo attuale animale domestico, un gamberetto che, per amplificare l’effetto paradossale, ha ribattezzato Maciste: io me lo immagino Giovanni Allevi oscillante al negozio di esche, mentre paga il gamberetto, che già pensava come e quando avrebbe raccontato del gamberetto la prima volta, suscitando ilarità ed ammirazione), è sempre istericamente entusiasta di qualsiasi cosa e oscenamente fiero del suo minuscolo intellettualismo da dizionario d’aforismi (”come dice Platone - frase fatta”, “come dice Heidegger - frase fatta”), è sempre lì lì ad un passo dal ruolo dell’eroe romantico in preda a gravi tormenti (soffre di insonnia perché ogni notte è assalito da tumultuosi pensieri musicali che subito trascrive su un foglietto pentagrammato provvidenzialmente tenuto accanto al letto), ed esibisce quello scontato repertorio di atteggiamenti timidoni - occhi bassi, postura gobbetta, movimenti goffi, gestualità nevrotica, i sorrisetti schivi - che si vede nei telefilm per teenager del diseny channel la domenica mattina. Il tutto, come detto, per creare questo effettaccio Genio Fuori Dal Mondo, un po’ folle ma simpatico e alla mano, confortante e familiare, con una testa piena piena di cose buffe e interessanti.
Per essere accettato, il genio musicale Giovanni Allevi deve darsi l’aria di prendersi alla leggera, per niente sul serio, deve essere semplice e scanzonato, alla portata di tutti (il che, a ben pensarci, è davvero difficile da realizzare, per uno che si crede depositario di un soffio artistico d’emanazione divina, “Non sono io che compongo ma è la musica che fa tutto da sola e utilizza il mio corpo e il mio essere per fluire fuori, sul mio pianoforte”): ciò lo si realizza attraverso un abbigliamento da allegro giovanotto qualunque, indossando abiti casual nella direzione che genericamente prende la moda giovane del momento: felpone belle grosse, jeans belli larghi, camicia di fuori, converse all star, occhialoni nerdy. L’interpretazione è improntata ad una impersonale e anonima figuretta da manichino Oviesse del reparto under quattordici. Immagino che l’intento sia anche blandamente provocatorio, a presentarsi così ridotto ad un concerto, in teatro. Accidenti. E’ chiarissimo purtroppo che sono cose di cui non sa niente, di cui non capisce niente (la felpa è troppo corta, gli tira sulla pancia, le maniche gli salgono, i jeans pure, troppo stretti, un po’ informi), messe insieme a casaccio al solo scopo di completare il quadretto, poveraccio [5], questo suo naufragato tentativo di giovanil-io-sono-originalesimo risulta niente altro che una spaventosa e ridicolissima frittata di cattivo gusto.
Ah, la musica, pffft. E certo, mi dimenticavo la musica. La solita robetta giocata sulla riuscita di suggestioni melodiche, facilona e abborracciata - basso e voci mediane praticamente inesistenti, ideucce piccine picciò in gran parte scopiazzate, un po’ al tardo-romanticismo, un po’ a quell’usuratissimo e ormai infinito bacino di minimalismo annacquato stile Nyman - banali melodie non sempre riuscite e, anzi, spesso insulse e pure lagnosette (Panic ad esempio, la canzone cardine del suo ultimo album, è la sigla di Mio Mini Pony, non si discute [6]); quando cerca di cimentarsi su strutture un minimo più complesse, ahilui, la butta tragicamente in caciara. Sono pezzi che sembrano improvvisati al momento: non c’è ricerca, l’elaborazione tematica è ridotta al minimo, non c’è un cavolo di studio, una serie di (vanamente accattivanti) luoghi comuni impilati uno sull’altro. Giovanni Allevi stesso, del resto, conferma queste impressioni uscendosene con stupidaggini altisonanti come “Suonare è non pensare” - nell’elogio all’abbandono che compare sul sito, nella sua fissazione per l’acqua, l’acqua come metafora di vita, di musica e bla bla, il che è davvero emblematico, perché rende alla perfezione l’idea di Giovanni Allevi e della sua musica: un flusso appariscente e senza controllo di inutili conati.
[1] perché mai i genitori, entrambi musicisti, impediscono al pargolo di suonare il piano? si tratta forse della solita lacrimosa trama degli artisti falliti che soffrono per i propri fallimenti e non vogliono dare al figlio le stesse sofferenze? (Allevi: consideralo un suggerimento)
[2] il preludio in La maggiore di Chopin, dice lui - e uno (il patito di Giovanni Allevi, che ovviamente non sa niente di musica) pensa mamma mia, il preludio in la maggiore, chissà che cosa difficilissima, e si immagina una cosa così, mentre invece è questa puzzetta qua (nulla di cui bullarsi, neppure a dieci anni)
[3] nella pagina degli “scritti”, clic su “la cena di muti” - anche questa storia qui la raccontava diversa, all’inizio: non c’era la signora che lo ascolta per caso rimanendo annichilita e non c’era la missione segreta all’inaugurazione della Scala; c’era soltanto lui che un giorno facendo il cameriere ha servito Muti al ristorante, punto
[4] oh, si potrebbe fare uno studio comparativo tra la sua, e l’idiota rappresentazione del picchiatello promossa da quell’altro simpatico originalone di Simone Cristicchi - a volersi far del male, dico
[5] ah certo, i capelloni sbarazzini, un tasto per capello (eh eh): consiglio, tra un paio d’anni, di rinnovarsi - maturizzandosi - con un paio di baffoni alla Frank Zappa
[6] ovviamente non c’è storia: Mio Mini Pony batte Giovanni Allevi un milione a zero
di Betty Moore Collezione: io sono originale, malvageddon, maschioni, very important malvestite 461 Commenti
Il padre nostro: Liz Taylor
Pensando al pantheon malvestito, era da parecchio che mi chiedevo a chi assegnare il posto della divinità barbuta e decrepita che allunga il braccetto rugoso verso il proprio ganzissimo alterego terrestre (ruolo già assegnato): un vuoto lassù nel puzzle gerarchico della fede malvestita che non mi dava pace. Poi stamattina ho visto la foto qui a sinistra e sono rimasta talmente abbagliata dalla forza e dalla perseveranza e dalla totale immedesimazione malvestita che dimostra questa gran donna, per l’ennesima volta, lei che se la scoattava già ai tempi dei Cesari e non rinuncerebbe mai e poi mai al suo megacollier di brillanti, né al cotonaggio seppia né alla generosa scollatura da esame autoptico né a quell’adorabile belletto da morte a venezia, né figurarsi al simbolo universale della chicchitudine da salotto only for pattine, il barboncino bianco frisettato: che dire, ho immediatamente avvertito la sua evidente qualità sovrannaturale, olimpica, e non ho potuto far altro che innalzarla alla gloria celeste. Il pantheon va completandosi, alleluja.
Lo sapevo io che oggi era una ottima giornata - la mia è iniziata con queste divertentissime foto (preparatevi: se davvero credete che Ron Hubbard avesse raggiunto la più alta vetta del ridicolo connubio tra un essere umano e un cappello da marinaio, be’, mi sa che dovrete ricredervi).
di Betty Moore Collezione: allucinazioni, liturgia malvestita, very important malvestite 69 Commenti
Coppia malvestita #19
Se uno la sa lunga - come me - il malvestitismo, nei suoi più minuti particolari, lo si può leggere e interpretare in modo da tirarne fuori qualche profondissima verità pseudo-psicologica, un po’ come fanno gli astrologi con le stelle, o la grafologa del tg4 con le firme di Anna Falchi e Valeria Marini.
Prendiamo la coppia malvestita di oggi. In formazione binaria da struscio, chiacchieravano cordialmente di non importa cosa, scambiandosi sorrisoni a piena dentiera e consigliandosi a vicenda (”ma sì, per te sarebbe peeeerfetto!”) questo o quel negozio. Ebbene, se per chiunque che non sia avvezzo alla lettura dei segni malvologici queste due potrebbero davvero passare per amichette del cuore - tanto più che condividono una ingannevole generica impostazione chiccosetta d’alto bordo - io, che della malvologia ho fatto pratica d’accademia, posso dirvi che no, per niente, macchè amiche e amiche: si odiano e anzi, una delle due, quella a destra, ha sognato ieri notte di strangolare l’altra.
Trascurate la patina superficiale di amabile carineria e affabilità reciproche. Concentratevi piuttosto sui particolari malvestiti: guardate ad esempio cosa indossano al piano di sotto. Stivaloni da cavallerizza (1) su gambe nude e inspiegabile gonnellina bianca (2) per l’una, infradito (3) sotto leggings neri (4) per l’altra: una dunque, quella di destra, che cavalca l’onda del momento, il tipico abbinamento boho-chic (fuseaux più scarpette basse) - l’altra poverina che non ha capito da che parte va il malvestismo, ed è rimasta incriccata nella cowgirl-mania di un paio d’anni fa. E anche solo questo basterebbe, agli occhi della malvologa, per escludere la possibilità di un sincero rapporto tvb. Ma andiamo avanti.
Davvero c’è qualcuno - pur tra voi altri senza pubblicazioni scientifiche - che pensa siano compatibili la semplice canottiera (5) banalmente pendantizzata in marroncino cogli stivali e l’abitino moscetto giallo (purè irrancidito) a righette nere (6), trendissimo, che perfettamente si sposa col resto dell’ambaradan boho-chic? Per favore. E quella coda lunga a treccia di bufala (7)? Accidenti se all’altra, ogni tanto, non le scappa di chiamarla Sissi (deve mordersi la lingua).
Ok: è vero che hanno tutte e due la cintura decorativa senza scopo a mo’ di corsetto, ben stretta, alta in vita. Ma che vuol dire, la malvestita di destra (8 - elasticizzata con strano fibbione romboidale e fantasiose decorazioni di ostriche scintillanti - incrostazioni calcareo madreperlacee) è fermamente convita che non ci siano paragoni in fatto d’originalità e depreca la scelta barbosa dell’altra; quella di sinistra invece (9 - candida pelle con doppia chiusura ornata di perle e borchione argentato, clip sul davanti e passante circolare sul didietro) è fermamente convinta d’essere impareggiabile quanto ad eleganza e stilosità, e ci sputa sopra alla molesta pacchianeria dell’altra; insomma, ci si impiccherebbero a vicenda, se solo potessero (son troppo corte le cinture).
Per cui, com’è chiaro: studiate il malvestitismo, capite le persone.
di Betty Moore Collezione: boho chic, regine del pendant 52 Commenti
Malvestite in stop-motion
Ah, volevo dirvi che mi sto tutta attorcigliando nel fil di ferro - e c’ho la plastilina appiccicata dappertutto nei capelli - perché alcune malvestite, quelle diciamo così “storiche” (cioè a dire: quelle che mi piacciono di più), prendano vita in tre dimensioni, animate con la tecnica cosiddetta della stop-motion. Ho pensato sarebbe divertente vederle muoversi, interagire e chiacchierare (ovviamente, certo, le doppio io), magari vederle così, mentre passeggiano tranquille e all’improvviso un pianoforte che precipita Zooom! (Bam! Crash!) e le schiaccia come frittelle: liberatorio, eh?
Non vi aspettate la prima animazione per domani, che c’ho ancora un bel po’ da fare. Intanto però volevo chiedere, a chi di voi viene in mente qualcosa, qualche comicissimo sketch malvestito, be’, mi piacerebbe leggerlo e magari animarlo, che ne dite? (non è il sogno di tutti, quello di sceneggiare trenta secondi di malva-animazione? ma sì che lo è!)
di Betty Moore Collezione: allucinazioni, chiacchiericci vari 57 Commenti
Patrizia Mirigliani, per una biografia non autorizzata
La cosa che davvero mi fa cascare le braccia di Miss Italia è che bisogna cuccarsi tre ore di noia assoluta, condite della vuota routine a manovella del solito sempre gobbo e svampito Mike Bongiorno - più l’ostentato insopportabile ilare entusiasmo a tutti i costi di “sfido l’abolizione della pena di morte rifacendo ancora una volta sbirulino e cantando New York New York” Loretta Goggi - tre ore di tortura da santa inquisizione per godersi quelli che in tutto saranno due o tre minuti di puro divertimento: i faccioni orrendi di quelle miss befanone non-si-sa-bene-cosa che uno si diverte a pensare le peggio cose sui familiari trafficoni che le hanno raccomandate spietatamente (ma è solo un gioco, cosa pensate mai, il concorso è onesto e pulitissimo - che sciocchine maliziose!), e poi soprattutto la cosa più bella di tutte, le sostenutissime pose di quel paffuto gargoyle medievale che risponde al nome di Patrizia Mirigliani.
Chi è Patrizia Mirigliani? Non lo so - a guglare non si trova niente. Va be’, figlia di Enzo. E? Cos’è Miss Italia, una monarchia ereditaria? Boh, chi è, non si sa. Però, a giudicare da quel poco che si vede, posso provare a immaginarmelo. Proviamo.
Patrizia Mirigliani è una di quelle persone che nascono da un genitore già anziano e tutti quando son piccole a guardarle pensano commossi “eh poveretta, quando avrà dieci anni suo padre sarà così vecchio, forse non ci sarà più”, e invece poi la bambina arriva lei stessa a superare i cinquanta e il genitore già anziano all’epoca, non si sa grazie a quale straordinaria tecnologia extraterrestre, sembra ancora vivo e tutti inorriditi pensano “gesù cristo, è come in quel film dell’orrore, come si chiama, Psycho, solo che questo qua un po’ cammina”.
Il genitore già anziano non si sa bene come e perché (provatevici a guglare Enzo: niente) capeggia un concorso nazionale di bellezza, super famoso, pieno di corteggiatissime femmine poppute e coscelunghe. La piccola Patrizia incarna purtroppo lo stereotipo opposto, quello della gnappa meridionale larga e bassa, tutta scura, col musetto rotondo pongoso e ingrufolato di un personaggio alla Uderzo (uhm, Beniamina direi - ma anche Automatix, il fabbro, a cui l’accomunano peluria e baffoni a manubrio). Hai voglia a convincere il papino anziano che alla svolta del millennio (il primo, dico) gli standard di bellezza son lì lì per cambiare, e che sia meglio precludere l’accesso a quelle più alte di un metro e quaranta: il vecchiardo cocciuto non c’è mai cascato.
A sto punto, se non è possibile cambiare il sistema subito, dall’esterno, la giovane Patrizia decide di impegnarcisi da dentro, pian pianino, facendo non si sa bene cosa nella gestione del concorso: riserva un odio mortale per le concorrenti che non si accorgono di lei e ci inciampano sopra dietro le quinte, si esprime acida e tenta di boicottare tutte quelle che non rappresentano l’ideale di bellezza italica che sente più vicino (il più italico di tutti! assolutamente!), quello da mondina etichettata sulla pastasciutta; fa il suo esordio in televisione come porta-padella della cariatide e, intanto, impara anche lei ad utilizzare la tecnologia aliena per sistemarsi quel suo aspetto da parrucchiera di provincia, così che dopo lunghissimi sforzi (non so - spero per lei che quel naso là a chicane non sia il frutto di un’operazione di chirurgia estetica), finalmente, può farsi passare per una parrucchiera di città.
Passano gli anni ma il vecchio non molla, è più tosto di una ciabatta cotta alla griglia. Ma non importa, perché la fase della successione s’avvia ugualmente: in fondo, il vecchio è ormai ridotto ad un involucro senza vita, un golem arteriosclerotico al servizio della figlia, che se lo trascina dietro al guinzaglio e ogni tanto lo porta ai giardinetti. E’ pure utile farselo sedere accanto in platea: guardarlo in faccia è come guardar dritto negli occhi il tristo mietitore; così che a distogliere lo sguardo e a posarlo più in là, toh, quella simpatica cicciottella che s’atteggia tiratissima a gran dama di gran classe, ma dai, è quasi piacevole darle un’occhiatina. L’unica scocciatura è che il vecchio, disperatamente sordo, ogni volta che s’accorge che qualcuno sul palcoscenico parla di lui, si volta sconcertato verso Patrizia e le mormora “cazzo ha detto quella? e chi cazzo è? cazzo vuole? chi cazzo sono io? e tu? cazzo se sei grassa”.
Patrizia ci s’è abituata, col tempo, a tenersi appresso il fastidioso ronzio del vecchio. E oggi eccotela, soddisfatta e giuliva: il concorso rimane la minestra muffita di noiose banalità che è sempre stato, Patrizia ha abbandonato l’ambizione rivoluzionaria di veder incoronare una vedova calabrese, s’accontenta di mettersi in prima fila, truccatissima e firmatissima, muta come un pesce (ah no, ogni tanto dice delle robe, molto buffe), sorridente sempre, aspettando col batticuore quell’unica occasione l’anno che ha di sentirsi più bella delle belle, più importante delle Miss: il momento dell’ospite internazionale, la superstar dei filmi, l’attorone hollywoodiano a cui è dedicata la seggiolina accanto alla sua, propria la sua, di Patrizia. E non è una emozione grande grande, vederla alzarsi ingioiellata come in uno spot pubblicitario per sbaciucchiare amichevolmente Bruce Willis o Sylvester Stallone, e poi sedircisi accanto tutta dritta come un fuso, lei, finalmente padrona di casa, questo donnino qualsiasi tutto pieno di regal contegno, che emozione.
Non vedo l’ora sia domani: chissà qual è il super ospite straniero che hanno invitato quest’anno per non cagarsela di striscio.
di Betty Moore Collezione: allucinazioni, chiacchiericci vari, very important malvestite 88 Commenti
Roberto Cavalli per H&M
Nella foto qui accanto Roberto Cavalli e il suo braccio destro Cubo Leopardato esaminano un modello per l’imminente nuova linea H&M firmata Cavalli. Notate come, se Cubo Leopardato mantiene una sua composta quasi altera dignità, al contrario Roberto Cavalli impersona il tradizionale ruolo (mutuato dalla tragedia greca) dello stilista rifattissimo di quattrocento anni che vive rinchiuso in una bara di formaldeide ma quando raggiunge (sotto forma di pipistrello) i servizi fotografici si concia come fosse un bulletto di quattordici anni con i jeans attillati le scarpette da ginnastica e la camicia di raso oscenamente aperta sul petto in decomposizione.
Ci sarebbe da chiedersi, boh, perché rivolgersi a Cavalli e non per dire a mia zia, che ha capacità creative e una fantasia in fatto di moda che nulla hanno da invidiare a Roberto Cavalli (ho fatto la prova un paio d’ore fa: le telefono e le chiedo “zia, se ti chiedono di disegnare un abito, dimmi la prima parola che ti viene in mente” e mia zia subito, neanche m’ha fatto finire di parlare, “maculato”) - che gusto c’è così, guardate qua l’espressione sconsolata (sta pensando: “ma daaai!”) che ha sta ragazza a sinistra mentre Cavalli in piena trance artistica (con un enorme biscotto per cani in bocca) le sistema la palandrana, immancabilmente animalier.
Aspetto con ansia la campagna pubblicitaria (la linea dovrebbe essere in vendita da novembre). Quello che se ne legge in anteprima promette grandiosità malvestite mai viste prima: il tutto si svolge nella Xanadu toscana del nostro, tra stuoli di modelle in (sì! sì!) leopardato, lussuosi arredamenti da giardino e gabbione liberty con uccelli tropicali annessi (ce n’è una nella foto) e Roberto Cavalli in persona che scende le monumentali scale di casa, suscitando nella folla di modelle (sì! sì!) leopardate urla di giubilo, e quando una gli chiede “Mr. Cavalli! Mr. Cavalli! Si è perso il party!” lui messianico che risponde: “E come potrei perdermi un party? Io sono il party.”
di Betty Moore Collezione: alta moda, chiacchiericci vari, very important malvestite 151 Commenti
Malvestita #290 - Malvestita Feltrinelli
Alla Feltrinelli è possibile sperimentare un incontro del terzo tipo con una specie di malvestita (esotica variante friccheton-chic) dalle caratteristiche del tutto particolari, riscontrabili solo qui, alla Feltrinelli: essa si aggira abilissima tra piloni e scaffali, spesso accompagnata da uno o più amici sfiniti, chaperonando disinvolta e ispirata sulle alte virtù di questo o quel libro, che lei ovviamente ha letto e vi consiglia, tu lo hai letto?, a lei le ha cambiato la vita.
La malvestita Feltrinelli, che alla Feltrinelli ci passerebbe tutti i pomeriggi e non salta una presentazione anche se non sa chi è che presenta cosa, ha ovviamente un blog e da poco un anobii (ultimo ritrovato di esibizionist-logorrea libraria), racconta compiaciuta d’aver letto la prima volta che alla mamma ancora non le s’erano rotte le acque (sbirciava dall’ombelico) e d’aver lasciato un primo appunto scritto sul cordone ombelicale - c’è qualcosa però nella sua vita che le manca, non sa bene identificarlo ma è come sentirsi un buco qui, all’altezza dello stomaco, un vuoto: è il suo desiderio più grande e inconfessabile, non lo dice a nessuno ma ogni volta che è alla Feltrinelli, AH!, i sospironi… comparire un giorno anche lei su una di quelle venerabili gigantografie sui muri della Feltrinelli, che sogno sarebbe, tra Bukowski ciucco con la mignotta ed Eminem che fa il dito medio, magari con sotto una citazione in courier new tipo “quel libro lì sulla destra, lo vedi? mi ha cambiato la vita”.
(Nel caso specifico della nostra #290, neppure è uscita dalle porte scorrevoli che le è stato impossibile resistere, ha subito tirato fuori dalla busta uno dei suoi acquisti - questo libro qua - e si è messa a raccontare saputella all’amico rintronato come è possibile che lui non sapesse già che l’undici settembre era un autoattentato, che al pentagono era un missile che le torri sono state demolite e un sacco di altre prelibatezze complottiste, il che titillava evidentemente il suo gusto anti-imperialista e la sua eroica lotta intellettuale contro i poteri occulti del mondo - alla quale partecipa se non bastasse pure col caffé e le spugnette per i piatti, orgogliosamente equi e solidali)
di Betty Moore Collezione: arte povera, io sono originale 89 Commenti
Simona Ventura da D&G a Valentino
Simona Ventura abbandona il duo regnante di Coattolandia Gianni & Dinotto e approda alla più quotata elegante semplicità di Valentino; si è stufata di giocare la parte della tredicenne bburinazza e ha pensato che Valentino sì, sarebbe stato forse il modo migliore per ritoccarsi l’immagine nel verso giusto, una roba più seria, adulta, stilosa ma con sobrietà.
C’è da capirla, poveretta, con le terribili fregature che c’ha preso negli ultimi mesi: sta fama di scalmanata volgarona urlatrice dev’esserle pesata non poco. Addirittura farsi dileggiare dalla figlia di Im-ho-tep, ehm, volevo dire, Mirigliani. Urgeva dare una sterzata. E così, dice:
“Questo e’ il momento giusto per Valentino”
E certo, perché come ogni vera malvestita sa benissimo, è sufficiente cambiarsi d’abito e acconciarsi diversamente i capelli, cambiare trucco e nascondere i tatuaggi, via i braccialetti tintinnanti da dieci chili, le unghie un pochino più corte - se poi opportunamente indossi qualcosa dello stilista degli stilisti: è fatta. Siamo cresciute ora, siamo adulte, mature finalmente, semplici, in pace con noi stesse; chi era quella pazzerella sguaiata e aggressiva agghindata assurdamente, colle palle di cannone nel reggiseno, vistosa ed eccessiva, chi era? come? quando? ah, il mese scorso dici? Ma dai, impossibile!
E nonostante tutto, provate un minuto a mettervi nei suoi panni (”ehi! ho il tanga col godzilla lustrinato!”), immaginatevi un po’ il sacrificio. Neanche fosse stato un lento processo di maturazione malvestita, per una come lei che fino a ieri aveva fatto del maculato una ragione di vita, lei che avrebbe voluto prima o poi tatuarcisi tutta e sconfiggere al guinness l’uomo lucertola (ma che idea sciocca, tatuarsi come uno stivale! come una borsetta, quello sì, aaah); fortuna che deve soffrirne esclusivamente in prima serata, dato che a Quelli che il Calcio compassionevoli le hanno permesso le bburinissime oscenità dei gemellini Dsquared, che non raggiungeranno le vette D&G ma stiamo lì, più o meno.
di Betty Moore Collezione: chiacchiericci vari, very important malvestite 66 Commenti
Malvestito #19 - Wannabe un Vì Giéi
Eccezionale! Incredibile! Mai visto prima! E’ un aereo! No, è un uccello! No, sono due maschioni uno dietro l’altro!
E non potevo trattenermi, perché questi due esemplari qui, il 19 e il 18, sono davvero dei purosangue rarissimi, straordinari nella loro tipicità malvestita. Oggi - guarda tu là che perfezione - è la volta di un omino il cui malvestitismo, calcolato al millimetro, al micrometro, al nanometro, esprime un sublime distillato di idiozia wannabe: quanto mi piacerebbe d’essere un vj fighetto di Mtv, non uno qualsiasi però, no, uno di quelli alternativi ganzi, che ci stanno dentro, cioè quelli che li vedi e pensi, oh, che vita interessante devono fare quelli, originale, cioè strana, tra gli artisti, cioè artistica, cioè, you know, uomo.
Ricalcando lo stereotipo corrente del fighetto Mtv, il nostro malvo mescola sapientemente alcune fondamentali tendenze: quella Hip Hop, a cui rimandano le scarpozze canotto (1), le stringone rosa fluorescente slacciate, i pantaloni due taglie più grandi - doppia catenozza incorporata - tenuti su a mezza chiappa (2 - avete notato quale simpatica postura si deve assumere per tener dei pantaloni così, si finisce per sembrare degli spazzacamini che ci fanno i simpatici - e se gli chiedi “oh ma perché, sei scemo?” mentono spudorati “perché ci sto comodo”); il cappellaccio colto/Jazz (3) dalla classica funzione Cappello Ergo Sum, che gli dona immediatamente quell’aura Io-Sono-Originale da abbinamento ossimorico elegante su macchia di sugo; una spolveratina underground, tatuaggione astratto con stellona magenta (4), camicia larga e stropicciata (7) sbadatamente aperta qui e là, orecchino oblò e stellina fai da te sul dorso della mano; infine, un inevitabile elemento di fantasiosa originalità bburina, la cintura zebrata (5), che dovrebbe funzionare da interruttore schizofrenico-creativo, da leggere in chiave ironica (ah, che ironia!).
Ahimè la sua precedente identità malvestita, il rozzo coattone da struscio, ancora fa capolino, inquinandone la perfezione (ma in fondo, ehi, è pur sempre un wannabe). Le mutande di fuori, ad esempio, andrebbero pure bene, e però lo slogan “I cuore D&G” (un pochino di bburinità sì, ok, ma che non sia eccessivamente mainstream) basta da sola a squalificare tutto il castello di alternativ-fighettitudine. Anche l’orologione multicronometro da gioielleria non va, troppo figlio di papà, e anche la borsa Vespa pseudo-vintage (6) in pelle, ma ti prego, così infantile, così grande magazzino, niente da fare, sarebbe appropriatissima sull’ umile spettatore adolescente, ma no, non sul fighissimo Vì Giéi, non scherziamo.
di Betty Moore Collezione: io sono originale, maschioni, semo bburini 60 Commenti
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