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Malvestita #296

malvestita jlo pigiamataEcco qua una malva creata in laboratorio appositamente per accoppiarsi con un DFS, perché i geni defilippizzati vengano trasmessi intatti alle generazioni successive e, col trascorrere del tempo, i discendenti di sangue puro assumano una posizione evolutivamente dominante, via via fino alla conquista del mondo.

E’ stata progettata sul modello JLo, che ai DFS si sa, li fa impazzire di lussuria: una nana corta e cicciottella con la pancia e il culottentotto che si intrufola presuntuosa dentro abitini stretti stretti per farci vedere bene com’è che è fatta, uno spettacolo di irresistibile fertilità malvestita (c’ha un meraviglioso completino total grey di lanetta, pigiama - 1 - e calze - 2 - coordinate, che richiama alla memoria le prodezze stilistiche del Gran Mogol - certo il baschetto sbarazzino, seppur ottimamente pendantizzato - 3 - non può competere in audacia e chiccosità con la bandana chemioterapica, ma va be’, mica uno diventa Gran Mogol per niente); e non chiedetevi com’è che fa a uscire da questo coso, sto tubo elastico con appendice moscetta intorno al collo, dev’essere una scena abbastanza raccapricciante, tipo quella dei serpenti che perdono la pelle (raccapricciante sì, ma d’alto valore etologico).

Gli occhialoni marroni da gran diva con lenti sfumate (4) sono molto appropriati, e anche i capelli sono perfetti, crespi informi strastirati con la piastra (notate il gonfiume da ovatta sintetica, tipico delle piastrature effettuate nei giorni di umidità), il trucco pesante pure è quello che ci vuole, e abbiamo infine il giusto contributo di accessori sbrilluccicosi finto-preziosi, orologio-padella (5) e orecchini giganti (si sa, il malvo DFS è come i selvaggi nativi americani, lo si seduce coi vetrini colorati); ci s’è molto impegnata ma forse poteva dare qualcosina in più, ché gli stivaloni bburini di pelle (6) sono un po’ sorpassati, ci vuole un richiamino d’aggiornamento.


Festival der Cinema de Roma 2007 - il malvacarpet

monica bellucci festival del cinema inespressivo di romaE va be’ che ci volete fare, i film così così (a parte questo qua) e un sacco di gente minuscola che se la malvacarpettizza manco fossero gli oscar, gente che piuttosto si meriterebbe appena appena la sagra della polpetta, forse (che ne so, nel caso mengacci dia forfait). Tipo per esempio la Monica Bellucci - direi che è d’obbligo cominciare da lei - niente di eccezionale il vestitone nero con lampadario da collo, ok, ma la Bellucci rappresenta un malvestitismo d’altro genere, ben più profondo e scandaloso, direi di natura quasi biologica, che ha a che fare con questa sua insopportabile ambiguità: da una parte ciò che lei è, lampante, una attricetta bburina di infimo livello e una inespressività lichenica che appena proferisce verbo non ce la fai, chiudi gli occhi e pensi “energia, signor Spock!”, e da una parte invece la squallida legnosa messinscena dell’attrice impegnata e intelligente con gli occhialoni scuri e l’accento un po’ rrrotondo alla francese, schiva enigmatica ma suadente, quello cioè che Monica vorrebbe essere, poverina, mentre sotto sotto - neanche tanto, ché si vede benissimo - il cervellino avicolo sta sempre lì a gridarle “ahò so’ qua, guardateme ahò, ahò, guardateme come sto a inclina’ er collo e sto a fa’ i sorrisetti appena accennati da monnalisa, scicche no?, e così poi non me se vedono le rughe ahò, ieri m’hanno pure imparato una parola nuova, fondamentalmente, che dicheno nelle interviste fa un sacco scicche, amazza ahò, porco due”.

diavolita e il suo solito costume rosso rosanna cancellieri regina del pendont camilla morais sacco della spazzatura yvonne sciò in bianco

E poi tutta una marea infinita di vipparole scarse che non si sa bene perché e percome, una gran malinconia. Dalle tettone di Melita Toniolo, col suo tradizionale vestitino rosso scollacciato che altrimenti già è difficile riconoscerla (per fortuna ha avuto il buongusto di non mettersi quello sponsor-trasferellato Puerco Espin); al tragico mascherone di Rosanna Cancellieri, che si esibisce in una orrenda pendontizzazione da guinness malvestito (gonna viola lucida, giacca pelosa blu scuro e boa pelliccioso di cartone animato); alla valletta in raso nero fustone della spazzatura (notate infatti che si sta auto-buttando qualcosa in bocca) Camilla Morais, con la giacchina corta fatta tutta a ciuffetti di pelo che è una citazione èdile dei tetti d’ardesia; alla prezzemolina Yvonne Sciò, davvero molto convita nel ruolo della diva tiratissima, e non so bene io com’è che abbia impiegato il suo tempo negli ultimi dieci quindici anni, a parte voglio dire farsi menare da Naomi Campbell (ah, certo, nel sito dice che ha studiato i metodi Shasberg, Brook e Meisner - nella wiki, che secondo me s’è scritta da sola, alla fine dice, stupendo: “La Campbell ha dichiarato di essere arrabbiata con la Sciò poiché indossavano un vestito molto simile. La giustizia, tempo dopo, ha dato ragione a Yvonne Sciò”).

valeria marini festival del cinema salcicciaro di romaA Valeria Marini come sempre un paragrafetto tutto per lei, che se lo merita. Non so io chi è il responsabile delle cose che indossa la Marini, ma qualcuno deve pur fermarlo; bisogna andar là dalla Marini e dirle una volta per tutte, ehi, Marini, guarda che la super donnona dalle forme procaci burrose morbide e sensuali che credi di essere, be’, esiste solo nella tua delirante immaginazione - quello che vediamo noi altri è questo, il tronco mozzo appassito e sgraziato di una pianta grassa sporchettata dentro mini abitini indecenti dai quali spuntato coscioni enormi senza forma e quel faccione rotondo e gonfio che sembra una camera d’aria che sta lì lì per esplodere. Mamma mia. Per non dire del blu elettrico, accidenti, credevo fosse estinto io il blu elettrico (e il pellicciotto ascellare, che è il fratellino di quello della Cancellieri? mica male pure quello). E a proposito di pelliccia, è andata fortissimo al festival il pezzetto portatile di pelliccia, ce l’avevano un sacco di vips (ce l’aveva Valeriona, ce l’aveva Sharon Stone sul vestito lamè asfaltato, ce l’aveva pure Sofia Coppola, tutte impellicciate al galà dell’Amfar - stucchevole mondanata umanitarismo-wannabe).

E Asia Argento? Quanto gli vogliamo bene ad Asia Argento da uno a dieci? Cento! Eh (sospirone), che malvestita di prima categoria che è Asia Argento (al festival per l’ennesimo capolavoro del papà, La Terza Madre - il trailer promette bene: uno script pieno di dialoghi interessanti che ad Asia le calza a pennello). Adesso, siccome al suo infantile anticonformismo probbblematico aggressivo-darkettone (bei tempi quelli, appena sei mesi fa) non ci prestava attenzione più nessuno, e siccome che era così anticonformista e probbblematica e aggressiva-darkettona che a nessuno gli veniva più duro, Asia Argento ha deciso che è ora di piantarla e di mettere in piedi se le riesce un personaggio tutto nuovo, quello dell’artista rinata modesta e riflessiva, che ha alle spalle una vita di eccessi e follie ma che c’è passata sopra, è cresciuta, è più matura, più donna, basta slinguazzate coi rottweiler, la vecchia Asia trasgressiva sesso droga roccherolle “la disgusta”. E per ufficializzare il cambio di ruolo, cosa c’è di meglio se non una malvacarpettata col costumone da damigella d’onore (il pezzo sotto, se non sbaglio, è la tenda da campeggio in Gore Tex con zanzariera incorporata che c’ho pure io, utilissima!).

cate blanchett natalizia cate blanchett lucertolone spaziale asia agento è una ragazza seria

Cate Blanchett, che è stata un po’ l’attrazione femminile numero uno del festival, ha dimostrato pure lei un discreto quoziente di malvestitismo. Già al photocall pomeridiano ha dato del suo meglio, con questo abito azzurrino oscenamente rinsaccato sulle ginocchia e una svomitazzata di stelle filanti dorate sul davanti (c’era il sole e non si vedeva, ma si illuminano anche). E però è nel malvacarpet notturno che s’è sbizzarrita: un’armatura di raso nero provvista del reggitettine più imbruttente mai visto, degli inopportuni bozzi che le sporgevano ad altezza fianchi, spacchi distribuiti a casaccio sulla gonna ed un mentecattissimo strascico asimmetrico color verde guacamole che sembrava la coda di un lucertolone spaziale.

diablo cody cappello ergo sum diablo cody nonsense con leopardato diablo cody ironia trasgressiva sharon stone col pelliccione

Non male, ma la mia preferita resta Diablo Cody (ha un blog, questo), sceneggiatrice del vincitore Juno, ex-stripper, che se la sbulleggia alla grande facendosi fotografare in mille pose diverse, un sontuoso sfoggio di estrosità io-sono-originale: smalto nero (goth-underground), vestitini di pizzo bianco prima comunione con calze a rete puttanone (ironia-trasgression), improbabili pied-de-poule viola e neri con giaccone leopardato (nonsense-demenziality), immancabile cappello ergo sum e tatuaggioni di donnine nude scaricatore di porto style (scuola Amy Winehouse) in bella vista il giorno dell’incoronazione (ooooh, provocante!).

Una noterella finale per Sofia Loren, premio alla carriera come miglior donatrice ambulante di organi: il solito cespuglione posticcio di capelli cotonatissimi dal solito colore improbabile, il solito mezzo metro di ciglia finte da arancia meccanica, il solito vestitone nero luccicoso con la solita horror scollatura sulla pellaccia lampadata cascante e in decomposizione, quel solito rabbrividente occhieggiare delle tettozze rifatte di plasticaccia dura appropriate come può esserlo una pitturata di rossetto sulle labbra screpolate di una mummia. Smetta di soffrire al più presto, abbattetela.


Malvestita #294 e #295

Due malvasegnalazioni tardo estive, molto belle: la prima di Velagiovane, che ci spiega com’è che si fa a trasformarsi in una perfetta malva-emo sucide girl (cliccando sull’immagine, potete vederla più in grande); la seconda mi arriva da Morena (complimenti per il disegno!), che ha incontrato un buffo caso di malvestita kidult.

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come diventare una malvestita emoForse vi sarà capitato di imbattervi in una di queste malve, presenti normalmente davanti a discoteche “alternative” o negozi “punk-emo-goth-dark-pinup-etcetc,” ma questa che ho incontrato l’altra sera (ovviamente davanti a un negozio moooolto trasgressivo) identifica perfettamente tutta la categoria e vale la pena di essere ritratta: sto parlando della suicide girl, vera o presunta.
Innanzitutto partiamo dai tatuaggi sobri, un fiorire di draghi, geishe, fiori, marie addolorate e nomi di ex fidanzati coprono circa il 70% del corpo della malva, che se fossero un ustione sarebbe gia spacciata e che lei invece mostra con orgoglio stoico anche davanti ai 13 gradi dell’altra notte.
Anche la sua pelle, come quella di tutte le suicide girl, è candida, eburnea come una porcellana della nonna, senza una benché minima imperfezione ne segno (non sia mai!!) di melanina. Gli occhi sono immancabilmente inclinati “a gatta” e ricoperti da spessi strati di kajal e ombretto viola.

L’iride ha una tonalità dal sapore alieno, tipica anche questa della suicide girl, che va dall’ azzurro occhio-di-annegato-ripescato-dopo-due-mesi al verdino evidenziatore-stabilo-boss-scarico, ombreggiata da ciglia lunghe e spesse come i peli del naso di mike bongiorno.
Le sopracciglia, completamente estirpate, lasciano il posto a tratti di matita disegnati sulla fronte, alti e a semicerchio perfetto, che neanche giotto potrebbe farle.
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Malvestito #20 e #21 - De Filippi Style

malvestiti de filippi styleE mica stanno rinchiusi ventiquattro ore su ventiquattro nello zoo di Uomini e Donne, o a fare le esterne sulla spiaggia per esibire il gonfiore violaceo del fisicaccio tatuizzato (dieci gradi sotto lo zero? meglio, che mi si inturgidiscono i capezzoli), o in discoteca tutta la notte a smollicarsi le cassiere con parrucca e manicure fresche di giornata che si sentono delle vìps pure loro, per una volta; no invece, capita spesso che ad esemplari del genere gli si permetta di scoattarsela liberamente per le città ed io, per esempio, ne vedo un sacco in giro (se c’è pericolo? ma va’, sono degli innocui cuccioloni).

Toh, ammirate com’è perfettamente addestrata questa coppia di malvestiti trentenni DFS, con la loro caratteristica espressione minacciosa un po’ ebete, tra il pittbull e il pechinese - credo la si potrebbe definire “da vero uomo” - arrancano oscillando, le gambe larghe sempre bene arcuate alla pistolera, le mani insaccocciate, gobbetti con la testa bassa; l’unico stimolo per cui minimamente sembrano distrarsi è quando la cassiera bburina sculettante li incrocia a un certo punto (arrivano anche quasi al punto di scambiarsi qualche parola tra loro, quasi, più che altro son grugniti d’approvazione).

Il malvestito DFS sulla sinistra è quello tra i due che è più uomo, diciamolo [*]. Potreste pensare che i jeans a vita bassa con gli stirelli gotici sul popò (1) hanno fatto il loro tempo, ma c’è da dire che nell’universo parallelo della semo-bburinità tutto accade più lentamente: non fategliene una colpa, sono soltanto po’ tonti, prima o poi ci arrivano. E però accipicchia se è riuscito a combinare scaltramente i pantaloni col pezzo di sopra, la felpozza nera (2) tutta ricoperta di scrittine in font corsivo anticheggiante del tipo penna d’oca dei tempi che furono, praticamente Dracula (i pantaloni transilvani) contro Dante Alighieri (la felpozza dolce stil novo). Ce n’è voluta per decifrare il testo, Devil you Angel and Inside, che non ho capito bene se è stato randomizzato apposta e poi uno a mente si ricostruisce la frase giusta (chissà, forse lo intendono come un rompicapo per intelligentoni) oppure forse c’hanno dei problemi con l’inglese, boh. Più sotto invece, in pendant con i braccialetti della cresima, gli scarpini simil-calciatoriali (3) della Nike, d’argento massiccio.

Il malvestito DFS sulla destra è sicuramente meno uomo [*], il che si evince non soltanto dal giubbotto imbottito di pelle lucida (4 - l’uomo vero non soffre il freddo), ma in generale da questa sua tendenza ad acchittarsi più stilosamente, più ricercato, più da ghirigoro femminile (la camicetta rosa stilosamente portata fuori dai jeans - 5 - neanche voglio commentarla: e poi si chiede perché non lo portano mai in esterna). Meno male che tiene i bottoni sul petto spalancati, almeno questo, così gli sbaviamo sui pettorali d’acciaio belli depilati (sarebbero stati meglio al naturale, eh, ma meglio di niente - certo non possono competere col rustico avambraccio - 6 - di quell’altro, l’uomo); i jeans strappati ad arte (7) vanno bene (sempre che, ehi, cos’è quella cosa sotto? una calzamaglia? argh, frocio!), gli anfibi slacciati (8) molto strafottenti, ottimi, ma la crestina gelificata (9) sulla testa, ti prego, ormai è una prerogativa dei ballerini minorenni di Amici, quella davvero potevamo risparmiarcela.

[*] secondo il copione sempre uguale delle trasmissioni deflippiane, non ho capito precisamente che vuol dire ma succede sempre questo, che la scemina di turno si metta a reclamare “un uomo, maria, io cerco un uomo, un uomo!”, credo riferendosi a quei tempi là che ti davano una clavata in testa e ti trascinavano per i capelli nella grotta-pied-à-terre, bei tempi


Tokio Hotel vs Emo-Punkettari

Mi scrivono in molti che a Roma in via del corso, il sabato pomeriggio nelle ore chiave dello shopping-struscìo, c’è un bizzarro assembramento di malvestitine emo dark punkettare carnevalescamente agghindate con bombette chiodi creste ceroni, tube bastoni da passeggio e tutto il resto della roba io-sono-originale (c’ho-una-lametta-al-collo). La cosa bella, come si vede nel video che m’ha mandato Agnese (grazie Agnese!) è che queste malvestitine qua, le dark-emo-punkettone, vengono spesso in conflitto con un simmetrico assembramento di malvestitine pro-tokio hotel (che, invece, stanno sul versante della bimbominkitudine), di stanza pure loro sulla via dello struscio, per cui si contendono quel poco di spazio vitale tra foot locker e pimkie.

Un’altra cosa, mi fa notare Agnese, è che tra i componenti dei due gruppi, che si guardano in cagnesco e si insultano a vicenda e si fanno i cori gli uni contro gli altri, ci saranno forse al massimo due tre anni di differenza. Le bimbominkia fanno la scuola media, gli emo-quellilà i primi anni di liceo. E la ridicola spocchia da noi semo adulti c’avemo i gusti musicali gggiusti che esibiscono i più grandicelli, devo dire la verità, mi rende simpatiche le bimbominkia, acc!


Storia del Malvestitismo #1 - Preistoria

storia del malvestitismo lezione uno, la preistoriaEbbene diamo il via con la lezione odierna ad un ciclo intensivo di storia del malvestitismo (dieci crediti - frequentazione obbligatoria), dagli albori delle prime comunità cavernicole alla new wave cavernicola (i blog), una infernale panoramica sugli orrori che da sempre perseguitano il cammino della specie umana.

La preistoria ad una prima occhiata non si direbbe, ma per certi versi è stata la prima indimenticabile golden age del malvestitismo. Ad esempio, diecimila anni fa non funzionava come oggi, che se guadagnavi un niente te lo potevi sognare l’acquisto di materiali preziosissimi, gioiellazzi mille carati e sbrilluccicherie varie - non saranno stati raffinatissimi diademi a forma di cigno, ok, ma erano gratis e alla portata di tutti (e se ti diceva sfiga che non ne trovavi nessuno, va be’, s’andava giù di conchigliette, primordialmente etno-chicchissime); addirittura, non succedeva come oggi che nelle confezioni di cibo al massimo ci trovi gli skatenini, all’epoca accoppavi un mammut e insieme alla carne c’avevi in regalo due zannone d’avorio da mezzo quintale che se oggi esistessero sul mercato a vedere un cosone così (che magnifico ciondoletto sarebbe!), a un hippopparo gli verrebbe un ictus.

Un’età di opulento splendore malvestito anche in fatto di pellicce. Di eco-succedanei sintetici non c’era traccia (o di animalisti anche, nessuna traccia - seppure già allora molte girassero con la patata al vento, ma che c’entra) e s’indossava tutti delle pelliccione gonfie purissime al cento per cento, degli assoluti capolavori DIY del maculato, così adorabili nella loro rozza fattura io-sono-originale (guardate qua che meraviglia questo due pezzi, minigonna grigiastra di mammut - 1 - e casacchina monospalla maculatissima - 2), e qui ci starebbe bene una battuta su Roberto Cavalli che va a trovare il professor zapotec e si traveste da cavernicolo (facile, basta che si toglie gli occhiali da sole) per andare a procurarsi qualche estintissimo esemplare di pelle macairodontica (e poi dopo magari fa una puntatina nel giurassico per gli stivaletti di tirannosauro) - che lusso.

L’arte della borsa, quella no, era ancora ben lontana dal raggiungere l’avvenire dei sacconi placentari che tanto amiamo ai giorni nostri, ed era piuttosto legata alla neonata tradizione che porterà allo zaino scolastico a forma di animaletto, eventualmente d’utilizzo più maturo a fini kidultari (il coniglio che si porta appresso - 3 - dev’essere ancora svuotato e le gambette cucite per farci la tracolla: cibo più regalone, ancora!). Il femore (4) che ha nella destra, invece, stabilisce un significativo precedente di quella atavica condizione umana che vuole ci sia la costante possibilità d’assillare e irritare il prossimo, da tradursi infine nel cellulare da passeggio con suoneria polifonica innescata (a quei tempi là, si metteva alla prova la pazienza altrui menando fendenti random col femore - del resto, oh, meglio una femorata che Gigi d’Alessio).

Certo che, comprensibilmente, dal punto di vista dell’impiegato gay di un centro estetico del XXI secolo la malvestita preistorica è un pochino da aggiustare. Passi pure il colorito scuretto, marroncino, da sporcizia fango terra e cacca stratificate, che va be’ mica è tanto più schifosamente intruglioso dei multistrati correttori fondotinta ombretti phard cipra tinture spray dei giorni nostri, e in fondo, poi, è un trattamento naturalissimo che ti dà una carnagione così wow settimana bianca a Saint-Moritz che manco una mesata intensiva di lampade nucleari. Passi pure il capello arruffato e sparato da tutte le parti (5): una botta di phon lacca gel e passerebbe facilmente per una di quelle tipiche cotonature da donnina kitcsh di mezz’età. Il topless pure ci sta tutto: molto fashion provocatoria la tettina impertinente che spunta dalla scollatura (6), molto Uops! da red carpet hollywoodiano; e tuttavia i peli lunghi irsutissimi su tutto il corpo, la coroncina di peluria intorno al capezzolo, be’, effettivamente a quelli una spuntatina andrebbe data - ma ci vorrà qualche secolo ancora, ahimé, prima che una malvestita ispiratrice, per caso, tentando d’accendere il fuoco con una pietra, strofinandosela sul corpo (dev’esser stata una parecchio scema), otterrà quel risultato inaspettato - eureka! - che è alla base dell’infinità di ammennicoli depilatori che conosciamo oggi.


Malvestita #293

malvestita con gli stivali e l'ombrellino di plastica... tenera!E per la stagione delle piogge, nel caso che un selvaggio acquazzone spozzangheri per benino la sunset boulevard di roccacannuccia (e provateci voi a fare shopping saltellando qua e là con delle permeabilissime sottili leggere ballerine - vorrete mica tornare a casa con la french dei piedoni tutta ammollata, no eh?), pare ci sia un nuovo fondamentale malva-gadget che permette di superare indenni certi momentacci - di superarli con Stile intendo - lo stivale di gomma (1 - questi qui, vedete, c’hanno una fantasia kidult tutta ciliegine), tenero sì, ma re-ingegnerizzato in salsa malvestita, più corto sul polpaccio, svasato e col tacco.

Ci si potrebbe chiedere: ma se i rain boots di solito c’hanno la suola tutta d’un pezzo che serve a tenere sul bagnato e a non scivolare, cioè, dico, ma che razza di utilità possono averci dei rain boots così con la suola divisa in due, col tacchetto piccolino ultra-destabilizzante? Be’, se ve lo state chiedendo per davvero la questione è molto semplice: utilità praticità funzionalità eccetera sono idee demodè, superflue e banali, che non hanno mai contato un piffero, e voi altri - accidenti a voi! - non avete capito niente di malvestitismo.

Prendete l’ombrellino di plastica trasparente (2), minuscolo (ottimo! sei sferzato di pioggia da tutte le parti tranne che un centimetro quadrato sulla cima della testa). Questo affarino sciccosetto da bambolina non serve certo per ripararsi, ma solo ed esclusivamente come richiamo di pendantizzazione materiale (plastica luccicosa) con gli stivali più sotto. E gli occhiali da sole (3)? Ok che il nome suggerisce una chiara indicazione per il loro corretto utilizzo, ok che se è nuvoloso e c’hai la vista ridotta e se pure indossi delle scarpe instabili rischi di fare un bel ruzzolone, ma insomma non state troppo a sottilizzare, ve l’ho già detto, il malvestitismo non funziona così.

Potremmo concludere interrogandoci sul perché dei leggings a tre quarti (4) usati a mo’ di calze, con mezzo polpaccetto striminzito all’aria aperta tutto violaceo per il freddo, ma è sempre la stessa storia. Almeno s’è messa il maglione di lana col collo alto e le maniche lunghe, il vestitone preparto (5) pieno di tascone e una collana multi-attorcigliata (6) di salciccette allo spiedo ancora belle calde. Piuttosto concluderei interrogandomi su questo, che è ben più inquietante: dentro gli stivali, sotto i leggings - secondo voi - ce li avrà dei calzettini?

p.s. la borsa (7) non sono sicura, c’aveva una orrenda tigratura che non può che essere riconducibile a lui, Roberto Cavalli il re della Savana


Ray Ban Wayfarer - Invasione imminente

Ecco qua un altro bel reperto vintage a cui soffiar via le ragnatele: i Ray Ban Wayfarer. Da includere al più presto tra le altre varie robine del guardaroba d’attualità, che non abbia per forza un’impostazione boho, non importa: saranno così popolari che tanto, vedrete, si finirà per indossarli anche nel pieno della più tragica semo-bburinità. Non fatevi scrupoli, dimenticate che solo qualche annetto fa, a incrociare un io-sono-originale coi suoi rayban wayfarer, vi sarebbe sembrato naturale gridargli dietro - dall’alto del vostro casco oculare da dottor K. - “a blusbroder, ma ‘ndo vai!”; in fondo, come si dice: domani è un altro giorno.

tom cruise pure indossava i ray ban wayfarer in quel capolavoro ehm di risky businessChe è un po’ il motto delle malvestite quelle vere, camaleontiche, i cui gusti oscillano e subiscono brusche mutazioni continuamente, di mezzastagione in mezzastagione, di settimana in settimana, le malve che a vederne pubblicità battenti e vetrine tutte piene piene finirebbero per trovare appropriato e stilosissimo anche il costumino da sailor moon, con le codine e gli chignon e tutto. E così, niente, l’altro ieri appena quasi non si riusciva a sopravvivere senza i coattissimi aviator, senza l’occhialone gigantesco alla sandra mondaini, e domani impietosamente aviator e modaini finiranno nei cassonetti, chi li vuole più. Date un’occhiata in giro: gli occhialari si stanno mobilitando, i primi posteroni compaiono qua e là (un odioso tizio con la faccia da bullo e le cuffie da dj: fichissimo, li indossano pure i dj bulli!), alcuni squallidi avanguardisti televisivi li ostentano orgogliosi (la malvestitissima Mtv Italia - clone supino delle tendenze USA - ne è stracolma, dai peggio presentatori ai peggio musicisti) - è vero, sulle bancarelle campeggia ancora la solita robaccia fasciante simil-D&G, bburinissima, e di wayfarer nessuna traccia, ma che volete ci mettono qualcosina ad aggiornarsi, e suppongo siano già in arrivo dalla cina tonnellate di economici tarocconi in polistirolo. No problem.

Oh, ma come volete - come pensate che sia mai possibile! - resistere al terremoto di wayfareraggine che ci scuote fin qui dall’america: là nel cuore di cinemalandia sono già due o tre anni che i più ganzi e le più ganze (ma pure i meno ganzi e gli sfigati, Ashley Simpson addirittura!) indossano wayfarer a tutto spiano (seppure rigorosamente d’annata, vi pare che si comprano quelli da negozio a cento euro che ci compriamo noi, su), dai classici neri blusbroderiani alle versioni più fighette con la montatura colorata, bianca e rossa le più quotate. Ci stanno le gemelle Olsen, Lindsay Lohan, Kirsten Dunst, Scarlett Johansson, Fergie, Drew Barrymore, Brittany Murphy, Mischa Barton, Kate Moss, Chloë Sevigny, Nicole Richie e via dicendo. Tutte.

malvestite usa in brodo di giuggole per i ray ban wayfarer

Capisco che qualcuno possa prendersela un pochino.
Ma come, io ce li ho e me li metto da dieci anni - a me sì, a me, che mi piacciono davvero! - e adesso, l’estate prossima, la mia sincera io-sono-originalità sarà confusa e identica ad un marasma di malvestite e malvestiti senza cervello che, loro, i wayfarer non se li meritano neanche. Capisco e mi dispiace: d’altra parte è inevitabile, succede un po’ con tutti quegli oggetti che godono di lunga vita e che fanno su e giù, via corsi e ricorsi, nel gradimento delle malvestite. E’ successo con le converse all star, con le ballerine, persino coi fuseaux: giusto per fare degli esempi relativi al paradigma boho (di cui i wayfarer sono parte integrante). Non è che ci sia molto da fare, le alternative sono tre:

1) rassegnarsi e far finta di niente, indossarli comunque evitando possibilmente - sempre che non si abbia un’indole masochista - luoghi affollati brulicanti malvestitismo quali centri commerciali, centri cittadini, vie dello struscio, il sabato pomeriggio ovunque sul pianeta terra;
2) tentare un drastico superamento del malvestitismo wayfareriano attraverso l’utilizzo di montature dai colori super improbabili (sfumati arcobaleno, mimetici, dalmata!), accessori strampalati (le lucine di natale attorcigliate attorno alle stanghette), delocalizzazione (mettendoli per esempio di dietro, sulla nuca);
3) criogenizzare i wayfarer aspettando che le malvestite siano passate ad altro, e - per favore! - aspettando anche un due o tre anni successivi alla smalvestitizzazione dei wayfarer - perché non vorrete mica correre il rischio di passare per dei tardoni: se c’è qualcosa più malvestita di una malvestita, è una malvestita che ci arriva in ritardo.


Malvageddon #21 - Beth Ditto

Quando uno è pischello gli piacciono i gruppi che da grande, poi, li usa come argomento per raccontare le storielle simpatiche agli amici in pizzeria [1]. Ma dai, pure tu c’avevi il poster dei backstreet boys! Oh Oh Oh, ma che buffo, che ingenuotti eravamo a farci piacere sti scemi ridicolissimi, Oh Oh, e tu pensa ce le bevevamo tutte!, a credere che quello coatto dei bb fosse la trasgressività personificata - e mica ci voleva tanto, bastavano un paio di tatuaggi, un due tre piercing e i vestiti strani - quello biondino invece era la tenerezza amorosa per sempre pucci-ci-cì - bastava il suo candido caschetto a scodella - quello mascellone con la faccia rettangolare, be’, lui era il lavavetri dell’est - bastava la faccia rettangolare.

Il tempo passa, uno cresce (bleah), e adesso non è che ci facciamo infinocchiare gratis, mo’ che siamo adulti e scafati le cose le vediamo per quelle che sono davvero, c’abbiamo l’occhio clinico. E invece, sarà che piace a tutti rimanere un po’ cretin.. uops, bambini, ma via via che si abbandona ufficialmente - e con gran fanfara di pizzerie - la robetta stile cuscino a forma di lavavetri fregola prepuberale, si finisce spesso per collezionare una sfilza di altra robetta che, di fatto, non è che ai tatuaggi impertinenti del backstreet boy coatto gli sia tanto lontana. Anzi.

A me Beth Ditto sta indifferente, lei e il suo corpo, la musica e tutto il resto. Quello che mi sembra interessante piuttosto è il discorso che alcuni hanno appiccicato su Beth Ditto (e che lei, saggiamente, alimenta - ehm): che in Beth Ditto com’è fatta e quello che dice e come si comporta ci sia un messaggio femminist-anti-discriminatorio di una qualche rilevanza per noi altre casalinghe unite di tutto il mondo - c’è?

nme copertina beth dittoA parlare di femminismo nel caso di Beth Ditto, ovviamente, si parla di una cosa che - in quanto a spessore culturale - sta più o meno sullo stesso piano delle direttrici da rotocalco che si fanno fotografare nell’editoriale di prima pagina coi capelli sciolti, il vestitino da lavoro sobrio ma femminile, un filo di trucco appena e la smorfia sorridente ma ferma di una che è molto sicura di sé [2]. Una etichetta blandamente appariscente e niente altro, che stuzzica le primitive sinapsi della malvestita con minuscole pretese d’intellettualità “di genere”, tanto più che Beth Ditto risponde ad uno standard che, agli occhi della malvestita - soprattutto se orientata musicalmente verso il penultimo gradino dell’evoluzione della specie aka la scena indie-underground (e allora magari non legge Grazia, legge il Mucchio: fa differenza?) - gli dà quel qualcosina in più che lo rende eccezionale, un femminismo originalissimo, non solo è cicciona ma si tiene le ascelle nature, che dire, anfatti.

Beth Ditto non è colpa sua, fa il suo lavoro (la popstar): nasce nel solco della più sputtanata tradizione riot e là rimane [3], fa un po’ quel che cavolo che le pare, s’atteggia da sbroccata in regime di pressoché totale esibitissima punk decadente sozzeria e se qualcuno le chiede qualcosa lei con estrema noncuranza sturandosi l’orecchio col tampax gli spara tutta fiera il suo bel “femminista”, come da copione, e non credo sappia neanche bene cosa vuol dire, se tralasciamo - tralasciamoli - certi suoi vaghi rigurgiti da scuola media sul sapersi accettare e il non curarsi di quello che pensano gli altri e l’essere se stessi e blabla [4]. Sia mai del resto che si tira indietro, quando le viene offerta l’occasione, e ci risparmia quel meccanismo di auto-esegesi a fine auto-esaltativi che è tipico della starlette nullificante che vuole darsi arie di straordinarietà; da buona grrrl, come da copione, è tutto molto crudo ed esplicito (a proposito di un servizio fotografico):

“It was kind of a radical thing to do. I got my period just 10 minutes before we got there, and I was totally bleeding. I was doing it with my tranny boyfriend, who I’m in love with, and I was totally bleeding — how radical is that? — and I’m a fat person, and I’m a femme. It felt really good.”

beth ditto reggisenoEh sì, un radicalismo femminista quello di Beth Ditto che è davvero un pugno nello stomaco di questo marcio mondo malato tutto sbrilluccicante di perfezione fisica e correttezza politica, e che risalta luminosissimo attraverso tre cose fondamentali, 1) che è grassa; e siccome si sa che le ragazzine ossessionate dal proprio corpo desiderano conformarsi al modello imperante dello showbiz che vuole la donna magrissima e finiscono così per slumare carotine e sedanini e diventano anoressiche - da cui quindi la facile equazione magre uguale conformismo - allora immaginate che dirompente portata anticonformista una cantante obesa che obesa dichiara di volerlo essere e si impegna per mantenercisi (”sometimes I’ll eat a whole bucket of chicken or two ice cream cartons, just to make sure I stay the way I am”) e si danna l’anima per farlo notare, caso mai non fosse chiaro che lei con la ciccia ci fa la rivoluzione (il prossimo album, dice, s’intitolerà Fat Bitch), parlandone ripetutamente ad ogni intervista e denudandosi ad ogni concerto, un vero schiaffo in faccia al conformismo di sto mondo bigotto ossessionato dalla forma fisica; 2) che sbandiera soddisfatta il suo lesbismo attivo e dice di essere fidanzata con una che si acchitta da uomo, e immagino pure questo fornisca un suo provocatorio contributo alla causa dell’anticonformismo io-sono-originalità liberamo-er-monno, anche se poi quando ne parla la cosa non è che sembra tanto più stuzzicante di una puntata del Bivio di Enrico Ruggeri (”e come mai, cara Betta, il comune di Canicattì non vuole permettervi di sposarvi?”); 3) che è una portabandiera assatanata del movimento antideodorante e le piace che rimaniamo tutti a bocca aperta per quanto è brutta sporca e non-me-ne-frega-niente-di-esserlo, si dimena sudatissima in mutande con la birra in una mano la sigaretta nell’altra e questo in effetti fa pensare, sì, al pericolo che corrono quelli nelle prime file.

kate moss beth dittoE un’altra cosa che letteralmente fa impazzire i fan è che Beth Ditto va a spasso ed è amica di sua maestà della boho-anoressia Kate Moss, e non soltanto non si sente inferiore o invidiosa o che, non le passa nemmeno per la testa di voler essere come Kate Moss. Andarsene a spasso con la propria nemesi, ci pensate? Che coraggio, che faccia tosta, che tempra, che spirito adamantino: ecco una donna che sa quello che vuole, ecco una donna che sta bene con se stessa. Ma c’è un fraintendimento: ci credo io che Beth Ditto non vuole essere come Kate Moss, perché già lo è, come Kate Moss. Una femminella con un cervello molto piccolo che si crede una ganza supercoolissima e si dà un sacco di arie di io-sono-originalità cavalcando la tendenza dell’eccentrismo trasandato casaccio-made pazzerello e un po’ mentecatto. Beth Ditto è un’icona in questo senso, nel senso che sta surfando sul punto più all’alto della recente ondata malvestita - secondo il classico ruolo della snob fighetta boho, tra la Kate Moss e Sienna Miller, Beth Ditto ciancia di una qualità superiore al semplice sapersi vestire, che si chiama “Stile” con la esse maiuscola e ti permette di rendere fashion pure le sflanellature di tua nonna, il che è all’incirca il principio cardine del boho-chic (ed è in uscita appunto una sua “guida di Stile”, So Crazy) - Beth Ditto è la Moss incinta di venti gemelli, senza quel suo glamour da passerella (togliamoci anche il fidanzato tossico, che i musicisti tossici non ci vanno con le ciccione), un vocabolario un tantino più ampio e quell’essenziale pizzico di messianismo pseudo-femminista da copertina patinata.

E chissà quali splendide sorprese malvestite ci aspettano dal suo imminente sbarco nel (altrimenti nocivo) mondo del fashionismo discount. Ci sta provando da un pezzo a candidarsi come stilista qua e là, perché finalmente grazie a lei anche le donne in carne ci possano avere i vestitini sghici e irriverenti da sfoggiare senza che gli stiano larghi o mezzi storti: per Topshop ad esempio, poi per New Look (coi quali s’è capita male), e c’è da scommetterci che al più presto - considerando la presa mediatica che hanno ultimamente tutte queste tirate sulle modelle più grossine e quanto son belle le taglie forti - qualcuno fiuterà l’affarone.

Io nel frattempo preferisco riguardarmi il vecchio video di Leslie and the Ly’s, qua sotto. I’m like a fireball!

[1] e di che volete parlare sennò? io le adoro le storielle nostalgiche dei miei amici sulla loro sciocca fanciullezza, non vedo l’ora di andare in pizzeria (tra una pizza e l’altra, mi rifaccio coi blog)
[2] “professionalità è anche femmina, anzi no è in particolar modo femmina, toh, ciappa qua come sto a mio agio, per trovare questa posizione così consiglio d’amministrazione in piedi accanto alla scrivania con le gambe lievemente accavallate c’ho messo due ore e mezza”
[3] una così poteva uscir fuori forse già qualche anno fa, ma i tempi che volete non erano maturi (ancora nessun trendissimo tatuaggio da scaricatore sulle copertine), e poi non dev’essere stato facile trovarne una che facesse musica orecchiabile, che avesse quel minimo di personsalità sufficiente a tenere su la baracca e che comunque, pur nella sua necessaria mostruosità, non fosse poi sto cessone colossale (ve la immaginate, una cantante che si vanta di averci l’acne perforante? e un porro peloso sul naso, come la vedete? eeeeh ma troppa provocazione, fantascientifiche frontiere del pop, in onda il decennio prossimo)
[4] lo so, lo so, sono delle verità all’apparenza banali ma verissime, “toccano corde dentro di noi che sono le più profonde” (cit. un biscotto della fortuna che ho aperto un minuto fa)


Problemi tecnici: ancora!

Ok, scusatemi ancora, è un periodo un po’ così. Domani però su questi schermi - vedrete - torniamo con un argomento bello grosso.