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Coppia malvestita #22

Nella miglior tradizione giannipinottiana della coppietta così e cosà, ecco due malve inseparabili che passano il pomeriggio sui gradini in piazza fumando marlboro lights controllando il telefonino e commentando i maschioni di passaggio, una che sta sul versante boutique signorina-mezzetà e una al contrario su quello maschiaccio-trucidone; all’apparenza così distanti eppure così vicine nel profondo dei loro cuori, entrambe devotissime al culto dello spietato (ma giusto e amorevole) Dio Bburino che fulminò i propri seguaci colpevoli d’aver costruito un soprammobile d’oro a forma di vitello rimproverandoli perché “avreste potuto piuttosto farci un bel ciondolone” [*].

coppia malvestita signorina-mezzetà maschiaccio-liceale

La signorina-boutique c’ha il giaccone gonfio a frappone impellicciato sul collo (1), una stupenda collanona catenata sopra il dolcevita (2 - mica che d’inverno per sfoggiare il bigiotterume devi buscare una polmonite), i pantaloni neri attillatissimi (3 - che quando si siede fanno gli scricchiolii paurosi tipo casa stregata) le peep-toe laccate col tacco zeppolato rettangolare (4) e la borsetta moscia di un tipo che non avevo mai visto prima (5), col tessuto simil-broccato e l’orsetto di mr bean (versione carnevale di rio) appiccicato - che spero non sia una borsa vera che si trova nei malva-negozi ma soltanto un simpatico scherzetto della nipotina piccola dispettosa che legge le malvestite ed è velocissima ad usare la superattak.

L’altra invece c’ha i jeans sbrindellati (6), le scarpe da ginnastica di quelle che vendono al supermercato con quattro cinque o più sbarrette finto-adidas (7 - ulteriormente bburinizzate attraverso l’innesto di strappi velcrosi dorati, lustrini e borchiette sbrilluccicanti), il giaccone simile a quello dell’amichetta però smanicato che è più trucidone (8 - e sul cui collare peloso s’appoggia il cappuccio della felpazza - 9 - che eleva al cubo la trucidità dell’insieme), gli orecchini a cerchio che sì ce l’ha pure l’amichetta, ok, ma i suoi sono quelli che si usano al circo per il salto nel fuoco dei barboncini (11), e infine l’occhione magneticamente ottuso col trucco nero pesantissimo che gli fa la coda lunga laterale (10).

[*] “io glielo avevo detto che era meglio se ci facevamo una mega-fibbia con scritto DIO per la vostra santissima cintura, sua maestà!” disse un seguace viscidissimo che aveva alzato la mano - ZAP! fulminato all’istante


X-Factor: i provini (sanremo? pfui!)

Nel frattempo che siamo tutti distratti impegnatissimi a romperci le scatole prendendo per i fondelli le bassezze sanremesi, c’è il malva-trio facchinetti ventura morgan che mette a punto gli ultimi preparativi di uno spettacolone questo sì favoloso che alla Bertè steviewonder con la labirintite in vestaglia mi sa che se la mangia a colazione: ne avrete sentito parlare, sarebbe un programmaccio canoro reality talentshow (il fantastiliardesimo) importato dall’inghilterra, X-Factor, che a giudicare dalle cose che si trovano in rete merita già da ora, da subitissimo, la nostra completa allucinata attenzione. Se i provini ufficiali promettono mica male (tutti coi loro faccioni estatici iper-convinti, che belli - ve ne ho selezionati alcuni nel video qui su: il virtuoso col sopracciglio pavarottiano, il negrone che respira con uno scatto della testa manco stesse facendo una vasca stile libero, le tre pazze che si sono allenate sul pulmino in gita scolastica), be’, non avete ancora visto niente: perché i provini fai-da-te inviati via web non potete neanche immaginarvelo, quale deliziosa meraviglia! dovete vederveli e basta, danno un senso fumettisticamente letterale al battesimo del format (non sono umani, sono mutanti!):

Cliccate sulla foto di ciascuno dei tizi nelle due file qua sopra e sotto per la pagina del video corrispondente. Sul sito ce ne sono molti di più, ho scelto i miei preferiti: il set casalingo improvvisato con la telecamera espressiva che rivela in un colpo solo il termosifone timidino e l’illuminazione strategica; un secondo set casalingo, l’inquadratura più stretta sul comò porta-bomboniere, candelabro kitsch e corniciona intarsiata (ottima scena, peccato per la lavagnetta di plastica); quello intensissimo che si auto-addobba con le lucine natalizie (partendo dai calzini); il disco-bocelliano tutto in bianco a piedi nudi col ditone eccitato (ma davvero!);

il seminarista geniale che scrive canzoni rap travolgenti (“Jovi-not’ Jovi-not’ yu spik inglisc ai du not!” non riesco a togliermela dalla testa); la spiritata che c’ha dei momentacci in cui senza motivo improvvisamente strabuzza l’occhio (un’esilarante sequenza); quello scazzato che ha appena finito di ripulire il laboratorio della asl; e poi soprattutto la musicista di spessore che canta la tragedia dei clochard (nel videoclip, un assemblaggio di foto pescate a caso da google, ne ha presa una che sul corpicino del mendicante c’è fotoscioppato franco sensi - e alla fine del videoclip non so perché, cosa c’entri, ci sta la foto di un tipo col tocco che si laurea: eh si sa gli artisti a volte son così, di difficile comprensione).


Malvestita #312 - Tatangelo Style

malvestita anna tatangeloA questa malva qui mi sembrava appropriato disegnarle un musino (1) di quelli pesantemente calcestruzzati da una squadra di ferramenta astrattisti innamorati del rumore che fa spalmare su e giù il pennellone cinghiale - sul genere cioè del mascherone puttantour sfoggiato ieri sera dalla wannabe-cinquantenne-strappona Anna Tatangelo: una chilata di fondotinta un po’ dappertutto, fard color suolo marziano sfumato sugli zigomotti gonfi, occhioni giganti allungati con autostrade quattro corsie di eyeliner sopra e sotto, ombretto cangiante effetto arcobaleno, sopracciglia microscopiche, ciglia-liane mascaratissime e poi soprattutto una bella passata di matita sulla boccona di un tono più scuro del rossetto interno (che insomma a parte la Tatangelo, chi altri c’è al mondo che ancora si pittura la boccona così - riflettono SaintJust Siminsen e Crocodile - la D’Eusanio e Moira Orfei, appena).

Stesso discorso per i capelloni cotonati (2), un parruccone marmoreo doppia onda laccatissima da mezzobusto anni novanta; mi sembra che un capoccione tatangeliano del genere ci calzi a pennello, per esempio con la giacchetta di pelle bianca (3) piena di cuciture zip e cinghie linguettate (che pendantizzano con il penzolar della cintura - 4), il borsone enorme marrone lucido (7), la camiciazza bianca con il mega colletto tirato su alla bburina (5) e i bottoni slacciati perché sia bene in vista la canottiera gondolara e la crociazza gioiellata luccicosa (ah a proposito di croci, stavo giusto pensando al vero atroce mistero del festival di sanremo: la tatangelo aveva dichiarato “porterò la foto di padre pio con me sul palco dell’ariston” - ieri sera però c’aveva la magliettina trasparente la gonnella aderentissima e manco un taschino da nessuna parte, forse mi sfugge qualcosa, c’era un posto soltanto dove mettersela).

Le ballerine peep toe, ho visto bene? Ho visto bene (6): per supermalvestite fusion che non possono fare a meno di indossare contemporaneamente i modelli di scarpetta più alla moda, meno male che ci sono dei santissimi stilisti che praticano certe fenomenali ibridizzazioni (che bella pensata, si prendono gli scarti della produzione ballerinesca, magari quelle che c’hanno degli sbreghini sulla punta, un paio di forbici e zac - puoi mettere la ballerina leopardata e dare aria ai cinquanta euro di french sul pollicione allo stesso tempo, che lusso).


Academy Awards 2008 - il Malvacarpet

Juno lo devo ancora vedere e non saprei dire, però intanto ho letto qualcosina in giro della sceneggiatrice Diablo Cody (che abbiamo già visto al festival de roma) e posso dire che a me, pure se le piace tanto stupire con questo suo accroccarsi coatto ultra-malvestito sul maculato teschietti un po’ zoccola punk-chic andante (ma, mi sembra, messo in atto con una lodevole dose di consapevole giocosa demenzialità), pure se questo premio oscar qui sicurissimo ce lo sentiremo rinfacciare alla nausea nelle prossime settimane da quella disgustosa spregevole mongolfiera pompata di idiota e primitiva ideologia catto-reazionaria di Giuliano Ferrara (alla faccia delle intenzioni dell’autrice - il che sarebbe anche ininfluente - alla faccia di ciò che davvero c’è nel racconto), pure se ieri c’aveva un mega palandranone animalier coi rinforzi diamantati il gioiellume turchese coordinato gli orecchini a triangolo pirateschi le pantofole e la manicure french funeraria, be’, devo dire che a me Diablo Cody sta molto simpatica e quindi sì sono contenta che ha vinto (ah, e sono contenta anche per Ratatouille - ma insomma era scontato no?).

Forse la cosa che prima di tutte salta all’occhio dell’oscar malvacarpet duemilaotto è il coso qua sopra di Jennifer Hudson, una specie di tunicone kleenex stretto sotto le tette da robusti tiranti di alligatore la cui responsabilità non poteva che essere del crocodile dundee numero uno al mondo Roberto Cavalli (presente al party post-premiazione di Elton John - non si smentisce mai - occhialetto da saldatore e collarino da sacerdote malvestito [1]). Faceva la sua bella malva-figura la statuina di zucchero per torte nuziali Anne Hathaway, cadavericamente esangue nel suo vestitone megastrascicato spruzzato di rose rosse; e a proposito di cadaveri non era male neanche Nicole Kidman, che per l’occasione ha scelto un indefinito coso nero di raso con la collanona pendagliata lampadariesca perfettamente identica davanti e didietro, così che può risparmiarsi la fatica di voltarsi con tutto il corpo - tu guarda i vantaggi dello zombismo - ruotando di centottantagradi soltanto la testolina botulino-formalinizzata.

Scoppiano invece di salute Cameron Diaz (che ha scelto un bel fazzolettone da ristorante stretto stretto in modo che dalla scollatura le spruzzi fuori della povera carne sofferente), Penelope Cruz (che già l’anno scorso c’aveva deliziato col riciclo della trippa; quest’anno tenta un ornamento ancora più eccentrico - altro che banale piumaggio alla Jessica Alba - una doppia fila di baffoni neri originali di zitellazze andaluse) e ancora Jennifer Garner (ricoperta da una colata di catrame, la borsetta parallelepipedica di vellutino per lo shangai e il ciondolo porta cellulare verde pisello: geniale) - mentre invece sempre sul fronte autoptico-cimiteriale, accidenti, quasi mi dimenticavo Tilda Swinton (un rettangolo oscuro e spezzato di pura malvagità, la vera regina cattiva delle malva-tenebre) e la deppiana Vanessa Paradis (che ha senza dubbio il vestito più schifido della serata, un coso storto frankensteiniano realizzato mettendo insieme pezzi a caso di altri vestitacci - la gonna a saccoccia, in particolare, si sono sbagliati e l’hanno montata al contrario) - a metà invece tra la vita e la morte l’androide Helen Mirren con le sue braccia bioniche (una nuova nanotecnologia che prevede la sostituzione dei circuiti in selenio con quelli in centrino da divano).

Lo so che è un bel colpaccio il filetto di platessa indossato dalla trionfante sirenetta Marion Cotillard (firmato Jean Paul Gaultier - collanina lunga con lo zircone e borsettina porta shangai anche per lei), certo che è un bel colpaccio, ma dai non può seriamente competere per il titolo di malvestita assoluta della serata che indiscutibilmente spetta alla moglie del petroliere Daniel Day Lewis, Rebecca Miller, che c’ha un tale assurdo disastro malvestito addosso - la gonna lunga trasparente damascata (sotto si intravede il pigiamone casalingo a pois), la giacchettina di velluto nero coi bottoni enormi floreali di plastica, le spalline infiocchettate e le scarpe appuntite zebra-vertiginose - l’oscar for the best malvestita of the malvacarpet duemilaotto non c’è niente da fare, goes to lei.

[1] responsabile tra l’altro del delirio monocromatico della scientologa travoltiana Kelly Preston
[2] certo che è straordinaria la Swinton, trova sempre qualcosa di nuovamente osceno da mettersi (mi segnalava Maria, qualche settimana fa, questo suo stupenderrimo completino ai Bafta Awards)


Malvageddon #25 - Sanremo 2008

Il festival di sanremo è un programma primaserata rai come ce ne sono tanti, la solita prevedibile pappetta brutta stupida incompetente e pallosissima a livelli cosmici - con quella sua tipica dosuccia fuori luogo di stucchevole pretenziosità provincialotta tvsorrisiecanzoni ogni volta sempre uguale (”quest’anno finalmente al passo coi tempi, il vero festival della musica italiana!”) - io lo guardo nella speranza del tuffo suicida di uno spettatore dalla piccionaia, e sarebbe pure ora (dopo il flop di quel tentativo là - che delusione - sogno una scena con Baudo che si sporge di sotto reggendo il suicida sospeso per mano e gli urla disperato “non mollare! non mollare!” ma piano piano la pelle mummificata di Baudo si strappa si strappa si strappa e via, giù!).

vallette sanremo 2008Accanto a Indiana Pipps Baudo (azzeccatissimo il tentativo ringiovanente della biografia sul sito sanremiano, che raggiunge toni di altissimo pathos epico-avventuroso: “Il giorno prima della seduta di laurea va ad Erice a presentare il concorso di bellezza Miss Sicilia per poi ripartire all’alba, su un camioncino, sdraiato tra frutta e verdura, e arrivare a Catania appena in tempo.”) una valletta (ah no, pardon: “co-conduttrice”) che si chiama Bianca Guaccero, attrice sciapina col faccione banale e già-visto da comparsotta fictionaria (quante ce ne sono così, spiccicate? cosa sono, cloni?), al suo attivo lo strepitoso titolo di “Miss Bitonto” - c’ha la paginetta sul sito che è praticamente il riassunto del blog di una quindicenne logorroica iper-egocentrica che ci racconta della sua vita simpatichetta e frizzantina, di come venne ingaggiata come protagonista (Terra bruciata) al suo primo provino e senza esperienza recitativa “mi dissi che avrei puntato sulla spontaneità, senza gli artifizi della tecnica”, di quanto ha capito tutto del mestiere della reggimicrofono scosciata con tette e dentierone struccazzato in bella mostra “è la voglia di interagire con il pubblico che mi spinge ad andare avanti… e la magia più grande è stata vedere che qualcuno si commuoveva o sorrideva grazie ad una mia emozione”.

vallette sanremo 2008Ci sono sempre un mucchio di persone intelligenti che lavorano a sanremo. Per esempio dietro le quinte c’è un autore, Riccardo Cassini, che c’ha un cv di una sboronaggine che lascia di stucco (”I suoi linguaggi maccheronici, magnificati da Gian Carlo Oli, vengono studiati alla Sorbona di Parigi, citati dal New Yorker”): immagino sia il cervello (diciamo così) incaricato di dare al festival una parvenza di ritmo divertente ahah umoristico, peccato che lui sia il prototipo di quella odiosa comicità sciatta volgarotta facilmente doppiosensistica da diariuccio delle elementari che non fa ridere ma ti viene voglia di coprirti gli occhi per l’imbarazzo (e buttarti dalla piccionaia dell’Ariston - prima o poi, appunto) - non a caso è tra gli autori di zelig e colorado cafè, anche - per cui insomma ricordiamo qualche sua magnifica trovata (”Il libro Nutella Nutellae, sua opera d’esordio, è un caso letterario senza precedenti: vende un milione e mezzo di copie e resta in classifica tra i best sellers per quattro anni consecutivi”):
“Jean Jacques Dormì Jean Jacques Russò.”
“Nell’antico medioevo lo schiavo al volante era il servosterzo.”
“La mia entrata in teatro è molto bella perché ci sono 150 trombe che squillano alla mia destra e 150 squillo che trombano alla mia sinistra.”
“Le donne fanno meno errori: infatti possono fare le stesse cose degli uomini, ma senza fallo.”
“Perché per comunicarsi vicino Roma ci vuole il nulla Ostia?”

Anche nelle commissioni giudicanti, siccome la musica è la cosa più importante di tutte, è pieno di gente di qualità. Per esempio nella commissione giovani ci stanno un certo Bruno Biriaco (che si bulla di essere un jazzista d’avanguardia ma non solo, ha pure composto la sigla di importanti trasmissioni televisive tra cui spicca certamente “Io Jane tu Tarzan” - uh?), Stefano Mainetti (una specie di Roger Waters ciellino che è il genio responsabile di questa roba qua, discorso e preghiera di papa wojtyla su musica che non saprei come definire, un po’ neoromanticismo, un po’ world music, un po’ ascensore) e Mariolina Simone (ex viggèi che insomma, be’, basta dare un’occhiata alla sua foto).

Vediamo invece qualcosina tra i giovani artisti, ehm.

Ci sono i Melody Fall che sono la fotocopia brufolosa con troppa lacca dei Finley, cantano in inglese e c’hanno i nomi moccizzati, Mark Dave Pier e Fabry (il povero sfigato che non c’ha la variante inglese del nome e ha optato per l’abbreviazione da terza media con y finale). Cosa dicono di se stessi: il cantante ci fa quello dai gusti adulti e sofisticati, dice che è cresciuto a led zeppelin zappa e beethoven poi però confessa candidamente che la sua musica preferita è il pop-punk e il concerto più importante della sua vita è stato quello dei blink182; meglio ancora il bassista, che dice di leggere Blake Kerouak Sartre e d’essere stato allevato a pane e jazz, ma che ha scoperto la luce ascoltando una canzone dei blink182 (oh accipicchia i blink182 avrebbero fatto cambiare idea a Bach, persino!). E infatti è puro beat-esistenzialismo il testo di una delle loro canzoncine più famose, “I’m so Jerk I’m so Cadillac I’m so Loser I’m so Maniac I’m so Nerd I’m so Brilliant I’m so Wrong and I’m so genius I’m so me” (”I’m so Cadillac” però non è male). C’hanno il Myspace dove definiscono la loro musica “punk pop alternativo”, qualche migliaio di contatti a forza di spam, e c’hanno pure già un paio di carampane; vanno a dire in giro che sono molto famosi all’estero e fanno le tournee in Giappone: u-uh, “E’ tutto molto diverso, soprattutto la mentalità, in giappone alla fine di un pezzo stanno tutti zitti e immobili, stanno fermi, ti guardano fisso e aspettano che tu suoni, si può dire che sono molto educati” ma no, non è una questione di mentalità, è questione di quando non ti cagano perché sei uno sconosciuto che fa tre date farlocche (probabilmente ad ingresso gratuito) organizzate dalla casa discografica giusto perché così “hai fatto il tour in Giappone”.

Ci sono i due fratellini (non gemelli, ahimé, niente twincest) Sonohra, che in molti considerano gli eredi italiani dei Tokio Hotel: il nome, spiegano (ripetendo a memoria la storiella che gli ha raccontato il discografico fricchettone), “contiene molteplici significati: si chiama Sonora il deserto che confina con lo stato della California, rimanda al concetto della musica senza discriminazioni e se si pronuncia con stretta assonanza, significa “suono ora””. Sono un riciclo del classico schemino pop-giovanil-melodico alla backstreet boys, lovesongs chitarrine col ritmo gentile controcanto di terza e batteria finta, concedetegli sto poster centrale di KissMe e terminateli.

vallette sanremo 2008I Frank Head invece funzionano sull’io-sono-originalismo finto-tossicone, quello del gilet leopardato più codino finto spettinato su stempiatura galoppante del tizio col muso uuuh-irriverente che capeggia il gruppetto in foto. Della loro biografia c’è da apprezzare anzitutto l’intro, “Chi è FrankHead? FrankHead Siamo IO!” e più avanti “i testi, delle piccole pillole di cianuro ricoperte di miele da ingoiare tutte d’un fiato. FrankHead è tutto ciò che avresti voluto dire e non hai detto mai, tutto ciò che avresti voluto ascoltare eppure era lì accanto a te ma tu non lo sentivi, FrankHead eri tu e non lo sapevi”. Ci sono anche i due mediocrissimi “figli d’arte”, Francesco Rapetti figlio di Mogol e Daniele Battaglia, il successore di Francesco Facchinetti (io, fossi un pargolo Pooh, prenderei in considerazione come nome d’arte “Spoohto”, che mi sembra perfetto): il primo poverino fa quasi tenerezza quando nella sua bio parla della laurea con lode per affermare il suo status di “artista completo” che “si è conquistato un’indipendenza” e “non si culla sul nome del padre Mogol”; il secondo invece, già solo per il fatto che è iscritto al dams e perché fa parte del team di radio italia solo triste musica italiana, insomma, ecco.

Ci sono quelli che non importa come va, loro sono già dei veri artistoni affermati nel cuore: come Giua che canta, dipinge, fa le collaborazione coi musicisti veri che suonano gli strumenti veri (una cosa che si chiama violoncello, ci credereste?), oppure Valerio Sanzotta filologo classico (oh ma dev’esserci da qualche parte la sede del club dei filologi sanremesi, presieduto da Niccolò Fabi) che al barbiere gli porta le foto di Bob Dylan e gli dice “me li faccia ricciolini così”. Poi c’è il pischellino Jacopo Troiani, sedicenne, che tra tutti mi sa che è il mio preferito, non ha ancora imparato l’arte della pomposità malvestita e ingenuotto scrive “la passione per la musica, ed il canto in particolare, si manifesta già all’età di 6 anni quando, insieme al fratello maggiore inizia a cimentarsi al karaoke casalingo”.

Ah e non è che potevano farsi mancare la parentesi vomitevole sull’ipocrita celebrazione patriottarda quanto sono belle e utili le “missioni di pace”, quanto sono bravi belli eroici e superdotati i soldatini italiani, quanto siamo fieri che ci siano delle canzoni che parlano di argomenti così veri e commoventi alla faccia di chi dice che a sanremo solo canzonette blablabla, ed ecco allora il cantante che viene dall’esercito e sicuro vincitore di qualche premietto puzzolente Rosario Morisco: “Il suo progetto discografico, viaggia tra le corde del reportage/testo verità, dai luoghi di guerra, per passare, soprattutto, attraverso i sentimenti e le emozioni di vita reale e comune, vissute da un giovane trentenne” - io dico un paio di standing ovation, Baudo che fa la tiritera a petto gonfio con la lacrimuccia, e - tiè - premio della critica.

vallette sanremo 2008Dei cosiddetti Big non è che ci sia molto da dire. A parte le solite vecchie ciofeche giustamente mortificate dal mercato discografico che per magia riacquistano vita a Sanremo, vediamo, c’è il ridicolo baffetto (più sciarpa più capello spettinato) ergo sum Sergio Cammariere (ficco un paio di blue notes per dare una camuffatura jazz alle mie caccoline neomelodiche), c’è quell’altro panzetta e occhialone nerdoso ergo sum Frankie Hi NRG, c’è la io-non-sono-orginale-sono-pazza Loredana Bertè, gli incommentabili festivalbaristi Finley Meneguzzi Grignani, Anna Tatangelo che punta sull’amore omosessuale per battere il soldato Morisco in fatto di patetico civil-sentimentalismo (”siamo figli dello stesso dio l’amore non ha sesso”) - e poi due tizi che non ho idea di chi siano: Giò di Tonno e Lola Ponce. Chi? Cosa? Eh? Lui è stato il primo Quasimodo del patetico e vergognoso riadattamento musical di Cocciante; la biografia di lei invece è tutta un tripudio di “grandissima” “talentuosissima” “bravissima” “eccezionale successo” “sacro fuoco dell’arte”, ma poi però si scopre che la cosa più ganza che abbia mai fatto è la protagonista di una soap sudamericana (sul serio: la soap si intitola ”Sin Codigo”). Ho capito: i due emeriti iper-sconosciutissimi che poi se gli dice bene, chissà, si fanno una decina di sanremo uno dietro l’altro e potranno entrare di diritto nella categoria “vecchie ciofeche magicamente resuscitate”.


Malvestita #311

malvestita lontano ovestMi mette sempre di buon umore vedere una malva così che si tematizza tutta da capo a piedi: va be’, la smith&wesson sul cinturone di cuoio coi rondelli d’acciaio (1) non ce l’aveva per davvero, ce l’ho messa io - consideratela una specie di licenza malva-poetica (a dire il vero in effetti non è ne avesse poi granché bisogno, con quei suoi portafondine ascellari che le si incrociano sul petto - 2) - ma insomma mi sembrava che un bel cannone a vista le calzasse a pennello, e adesso cos’altro le manca - ah sì giusto! - soltanto una stelletta da sceriffa sul borsone scamosciato con borchiette e frangine svolazzanti squaw (3), e poi sì sarebbe compiutamente trasformata nell’ideale sergioleone incontra madmax che incontra una pecora merinos.

L’equipaggiamento pellaceo (portafondine cinturone borsa e stivali - 4 - forse non proprio i texanoni duri e puri con le guarnizioni d’acciaio calcionellepalle, non proprio, più che altro una loro spinta rivisitazione in chiave contemporanea cowboy chic: moscetti senza tacco e con l’inutile laccio decorativo che pendantizza però - almeno questo - le frangette borsarettare ballacoilupi) tutto st’equipaggiamento qua è pendantizzato sul rosso cupo sangue di bufalo, così come anche la micro-gonnelina assurda un po’ strabica (5 - la fantasia rettangolare ispirata ad una linea di stuoini etnici poggiapiedi - ah, ma forse è uno stuoino etnico poggiapiedi), un pochino invece più sull’arancio sbiadito (pipì di bufalo che ha mangiato asparagi) il foulard sfilacciatissimo che tiene intorno al collo, di quelli cartavelini da bancarella (6 - serve a proteggersi dalle tempeste di sabbia, ma anche a rapinare banche).

Molto interessante direi quasi futurista la trovata malva-concettuale per cui le linee di movimento del capello riccio pubico-ondulato si propagano dinamicamente nelle simili sequenze tremolanti-percoresche del cappottone (7), una decina di metri quadri di copertone lanesco pesantissimo.


Malvestita #310

grazie mano meccanicaPerò il boho-chic è comodissimo, ci puoi risparmiare un sacco di tempo e di stupide noie. Per esempio di mattina presto la boho-chic non è come tutte le altre malvestite che deve sforzarsi di vincere l’inerzia cisposa aprendosi con le tenaglie un pertugetto minuto tra le palpebre appiccicaticce, e poi giù dal letto mugolando e strisciando verso la serranda a cui appendersi per fare un po’ di luce. La boho-chic è perfettamente a suo agio nelle tenebre e neanche fa la fatica di aprirli, gli occhi; la boho-chic non passa un’ora a testa in giù nell’armadio devastata dalla più tragica indecisione: la paranoia del dubbio amletico-abbinatorio le è sconosciuta; l’armadio della boho-chic è fatto come quei bussolotti da lunapark con la mano meccanica che si tuffa nel marasma abbigliatorio e pesca su e le fa piovere addosso le prime cose che gli capitano - la vera boho-chic, quella abilissima consumata che c’ha anni di sincera esperienza boho-chicchica, ancora sta sognando: fa tutto in uno stato di beato sonnambulismo malvestito.

La nostra malva trecentodieci è molto soddisfatta del risultato del marchingegno automatico di malva-randomizzescion: il pezzo forte della sua audace composizione boho-chic è questa specie di camicione da notte xxl a righe azzurre (1 - tenuto fermo da un grosso cinturozzo ornamentale sbieco - 2), che le spunta dal cappottino britpop (3 - stretto doppiopettato, asimmetrico, con un lembo ripiegato a lingua penzolante sul davanti e un semicolletto moscio sulla spalla opposta - a dargli un tocco di fascinoso boho-eccentrismo, l’osceno fiocchetto sul retro - 4), camicione che potrebbe farle quasi da primitivo gonnellino copri-pudenda, non ci fossero i fuseaux neri (5 - ficcati dentro un paio di stivali slaimerosi - 6 - la cui estrema flaccidità e tendenza allo scioglimento liquido è tenuta a freno da un impalcatura di legacci di pelle annodati); c’è la borsaccia a sacco (7) d’ispirazione etnico fricchettona che pendantizza casualmente con le geometrie rettofile del camicione, e poi infine il trucco agli occhi scurissimo marcato allungante palla da rugby (8): peccato che se lo sia fatta lei di persona, da sveglia - sicuro la mano meccanica avrebbe fatto di meglio.


Malvestita #309

malvestita gufomaniacaEh sì che ci sarebbe da perdere la testa a chiedersi il perché del triplo oscuro richiamo gufico che troviamo addosso alla trecentonove, sul cinturone borchiato (1 - la parola Gufy iscritta nella targa automobilistica che le fa da fibbia) sulla collanina (2 - il grosso pendaglio argentato a forma di gufo passato allo schiacciasassi) e poi ancora negli strani incomprensibili versi bubolanti (3 - “uuuuuh uuuuuh”) che emana dalle labbrone gonfie intrise e risplendenti di accecante lucidalabbra vasellinoso; magari forse è una fan potteriana in lutto per i fatti dell’ultimo libro, poverina, oppure forse sta ammazzando l’attesa per il quasi imminente film del suo eroe beniamino nite owl, oppure magari chi lo sa è coinvolta in qualche modo nei riti spaventosi del bohemian grove, oppure altrimenti - ah ecco, sicuramente - dev’essere una di quelle pazze collezioniste di piccole malva-chincaglierie per l’arredamento cameradalettaro, ma certo! già me la vedo che c’ha un’intera mensolina ikea tutta sovrappopolata di gufetti di ogni genere, che teneri i gufetti! (e non solo i gufetti: la mensolina sopra c’ha i cigni e i pesciolini di cristallo, quella sotto invece le ranocchiette; e sotto a tutte le mensoline inchincaglierate, le foto del fidanzato da neonato - con l’uniposca glitterato c’ha scritto su “cuuuuuuccioooooloooooo”).

Per il resto, lasciando da parte le ambigue speculazioni malva-complottiste, possiamo notare quanto la parte superiore della trecentonove sia aderente al classicissimo modello dell’americanismo topgàniano, occhiali aviator a specchio sboronamente calati sulla punta del naso, cuffietta yankee (4), orecchini rotondi eighties di gomma da masticare e codine laterali maliziosette cheerleader (5); il dolcevita è coperto da un maglione-panciera violaceo attillatissimo con scollatura incrociata kimono (6) e il giaccone di pelle nera presenta l’ultima tecnologicissima versione del collettone a mantello con funzione prepuzio-ribaltabile (7); i jeans stretti a sigaretta (8) hanno le borchiettature sui taschini e poi infine le scarpe, rosse lucidissime, che sono delle ballerine micro-taccute con cinturino fibbiettato sulla punta (9) e le frappette arricciate scolpite per dare l’illusione del tessuto moscio elasticizzato delle ballerine, quelle vere.


Costante universale dell’intimo malvestito:
il Tango-Mignottone

Vi ricordate quella marca di intimo malvestito di cui avevamo parlato tanto tempo fa, quella che c’ha il nome del cattivo di un romanzo fantasy e produce delle robe che sembrano fatte apposta per le malva-zitelle sessantenni che giocano a fare le sexy in reggigambaletti color carne davanti al barboncino con la prostatite, quella marca che metteva i cartelloni giganteschi dappertutto con manuela arcuri sdraiata seminuda (e be’ in effetti, appunto, sarebbe stata più consona una modella sul genere della signorina Krabappel), ma sì dai certo che ve la ricordate, si chiamava Lormar (pronuncia: Loooormar) e alla mezzanotte di oggi la sua nuova linea di intimo schifezzuole (Privilegio di donna [1]) debutta con una pubblicità televisiva che è, più o meno, una specie di reinterpretazione semplificata tradotta in dialetto ahò-bburinone di quel bignami di spicciola psicologia amorosa da salottino scemo-borghese che era la pubblicità mucciniana di Intimissimi [2].

Il tango è il tango e mica se ne può fare a meno, è una costante intimo-malvestita che ha a che fare con le leggi inviolabili che governano l’universo, perché necessariamente così come ogni donna quando vede un rude stalliere sporco e sudaticcio si sente subito all’istante bruciare dentro di passione, lo stesso succede quando ci si trova davanti un leggiadro scarmigliato tanghero a petto nudo, se poi c’ha la barba di un paio di giorni e la cravattina che gli oscilla sulla pellazza unta, oh-oh no non si scappa. Musichetta e danzerecciume rimangono dunque sempre quelle; lo stesso vale per gli interni, che si rifanno al gusto malva-arredatorio della scenografia antiquario-porcellanesca con rifiniture squadrate stile impero (nella pubblicità Intimissimi con maggiore melenso realismo; nella pubblicità Lormar, un blu onirico-mentecatto ridicolmente io-sono-orginale [3]). Tutto il profondissimo didascalìo muccino-metaforico sulle “varie anime di una donna” (la casalinga repressa, la pettegola furbetta, la porcona disinibita) va snellito drasticamente, troppo complicato sennò: l’intreccio pur banale di muccino è abbattuto in favore di una rozza messinscena nonsense che dovrebbe suggerire una suggestiva sensuale killer-misteriosità (perché gli omini seppizzati c’hanno i cerchietti luminescenti, a cosa servono? perché dal pompon incipriante di manuela arcuri non hanno tolto la targhetta? [4]); e delle “varie anime di una donna” se ne sceglie una soltanto, quella più vicina al sentimento mutandaro semo-bburino: la porcona disinibita. Di conseguenza si sceglie una protagonista che sia agli antipodi della diva esterofila sospirosa e intellettualizzante che soffre di smultiplamento della personalità: si sceglie il verace donnone ben piantato, la mascellona trucida mangiauomini col capello cotonato e la falcata assassina che sa precisamente quel che vuole, spiezzarti in due (be’ precisamente: le basta un bacino per retro-michaeljacksonizzarti), e non importa poi tanto che reciti così così (lo scattino sorpreso che fa all’inizio, accorgendosi del tanghero riflesso, mi ricorda certi spettacolini che facevo alle elementari, è molto commovente), quello che conta è l’occhietto socchiuso, la monoespressione intensissima da pornodiva incazzata, gli slogan sussurrati da 144 e il sobbalzare chiappico della controfigura.

[1] sul sito c’è il backstage e anche il countdown (mamma mia, io son settimane che lo refrescio mille volte al giorno, un ansia)
[2] il regista lormariano è Luca Tommassini, passato alla storia come Re Coatto tra i ballerini storici di Madonna, coreografo nientepopodimeno di Geri Halliwell
[3] oh, nessuno ha mai pensato di girare una pubblicità di queste qui ambientandola nel finale di duemilauno? mi sembra il set ideale
[4] va be’ ma poi, su, come si fa a sensualizzare uno spottino così che comincia con la scritta infantile brilluccicosa in corsivetto stortignaccolo, non si può


Quanto tempo, malva-cruciverba!

Ok allora i primi tre geniali solutori che mi mandano via mail uno screenshot del cruciverba finito si guadagnano un osceno set di unghie french usa-e-getta; tutti gli altri il disegnino di una malvestita autografata con calligafria svolazzante da me medesima in persona - e non so dire francamente quale tra i due è il premio più prezioso. Se il browser ha dei problemi col java interattivo (verificate che non sia disabilitato nelle opizioni), potete guardare il cruciverba qui. Per la soluzione, eccola qui.
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