home avvertenze glossario forum scrivimi rss
malvestite.net vai al forum delle malvestite
Malvestita #322

solo per chi è capace di fare la linguetta a imbutoLo spasimante della trecentoventidue ha visto su retequattro la valletta analfabeta ex viados che raccontava della tresca col sessantenne lucertolone obeso multimilionario e di quanto lo ama tantissimo perché lui sì che la fa ridere, e poi anche sull’ultimo numero di men’s health nella rubrica L’ultima scians (firmata Max Drago - alterego viagrizzato di Francesco Alberoni) c’era scritto che l’umorismo è la bomba h della seduzione (meglio se combinato ad un completo nero di satin con la camicia spalancata sul petto depilato, cocktail esotico con olivetta più ombrellino e pied-à-terre superattico arredamento minimal smaltato nero lucidissimo), e così lui per il secondo appuntamento con la trecentoventidue ha scelto un film che già solo il titolo è una roba da sbellicarsi, 3ciento.

Gli è andata bene: la trecentoventidue se n’è uscita dal cinema che rideva come una matta, lui che le farfugliava appresso di questa o quella scenetta tanto tanto buffa (”e… e… e serse che è ciccione e si strappa il capezzolo? e… e… efialte che è paris hilton handicappata?”) lei che faceva sì sì entusiasta trattenendo maliziosamente la risatina con la linguetta all’insù (1 - mossa difficilissima! ci vogliono ore e ore di addestramento al simulatore; ancora più difficile con la manina melliflua fintotimidina davanti alla bocca - posizione impossibile però in questo caso, ché la nostra malva c’aveva da reggere il cilindrone dei popcorn - 2 - e doveva scostarsi continuamente la palandrana-cardigan di lanetta cappucciata - 3 - che rischiava di coprirle quella meraviglia di leggero vestitino inguinal-sbarazzino di finto chiffon - 4 - con fantasia floreale e scollatura arricciata).

E a parte le suddette malvaschifezzuole, se vi interessa, c’aveva un borsone guess multilaccettato coi monogrammini bburinetti dappertutto (5), gli stivalazzi cowgirl (6) sulle calze color fesa di tacchino (7 - due giorni fuori dal frigorifero), l’inutil-cinturone collage di quadratini dorati (8) il cui unico scopo è evidenziare la cascante moscezza addominale e il cui fibbione metallico rotondo pendantizza gli orecchini-doblone dei pirati dei caraibi (9 - e quindi forse si spiega tutto, poverina, è maledetta).


Coppia malvestita #28

pecorelle malvestiteAlle malvestite non gliene frega niente di andarsene a spasso in mezzo a un mucchione sterminato di malvacloni che c’hanno le stesse scarpe dorate, gli stessi pantaloni a sigaretta, gli stessi occhialoni insettoidali, tutte che si sentono ugualmente fighissime trendyssime sexyssime all’ultimo grido: non è che non se ne accorgono, non è che la cosa le lascia indifferenti, se ne accorgono benissimo e ne sono strafelici: il malvestitismo funziona così, il decerebrato passivo acchittamento modaiolo è soddisfatto e trova conferma soltanto quando è verificata la sua sterminata nauseante multiclonazione, ci si riconosce e ci si approva vicendevolmente.

L’unico aspetto positivo della faccenda è che puoi tirar fuori un paio di malve dal mucchione e passarci il tempo giocando al gioco delle differenze. Per esempio queste due qui, vediamo: la struttura portante è identica, ballerine - fuseaux - minigonna - magliettone - maschera protettiva da saldatore; e però il magliettone (1), un coso informe lungo lungo a mezzo culo col risvolto pettorale, c’ha le maniche bombate biancaneve sulle spalle della malva di destra (2), risvoltate sulla malva di sinistra (ah be’ poi certo, verdolino militar-olivamarcia da una parte, rosso scolorito dall’altra); le ballerine di sinistra nere col mega-logo bburinazzo della doppia C incaprettata chanel (3), le altre invece di marca sconosciuta tenute insieme con lo spago per l’arrosto (4); le minigonne a tubino sono identiche non fosse per l’orlo rosicchiato dai piranha a sinistra (5); orecchini verminacei con solidi geometrici color pisellino primavera (6) e guarnizione idraulica al dito medio (7) per una, quintalata cacofonica di braccialetti metallici per l’altra (8); e poi ovviamente le borse, quella di tela etnico-fricchettona ex tappetino welcome al ristorante messicano (9) e quella da signorotta pazza a riquadri storti multicolor (10 - il riquadro centrale è un omaggio fotografico a uno degli animali simbolo della bburinità, la tigre); e infine l’acconciatura, capelli sciolti frisettati a destra (11), codazza alta supertiratissima stirarughe a sinistra (12), sorrisone assicurato.


Malvestita #321

le cosce di una malvestita possono avvisarti di un terremoto in arrivoE poi però ci sono calamità pendontizzanti così spaventose che nemmeno il caos meteorologico mezzostagionale basta a spiegarle, ma soltanto l’esistenza e l’intervento di una malvadivinità cattiva dispettosa e assettata di bruttume - guardate qua per esempio la nostra trecentoventuno - una malvadivinità maneggiona e mezza scema che funziona uguale al bimbetto stronzo di toy story, quello che se la godeva da matti a smontare i giocattoli per ricombinarli insieme appiccicandoli un pezzo qua e uno là nel modo più assurdo e disgustoso possibile, tiè, per metà lady oscar bburin-chiccheria e per metà casalinga bburin-sciattona.

La metà di sopra - lady oscar bburin-chiccheria - c’ha questa camicetta a righe verticali (simile a quella già vista sulla #281) col retro bianco candido a mo’ di magliettina superelasticizzata resistente diecimila atmosfere (1 - che fa pendant col profilo sismico dei fianchi più in basso - 2), le larghe inamidatissime manicozze a vela (3) e una cascata pettorale di svolazzoni settecenteschi fermati al colletto da un testicolone madreperlaceo (4 - il cui luccicume bigiotterioso richiama i vetrini sulle orecchie e sulle maniche del giubbottone pellicciato - 5).

La metà di sotto - casalinga bburin-sciattona - c’ha i fuseaux neri a metà polpaccio (6), i cosi vecchi consumatissimi da aerobica che si usano per stare comode mentre si passa l’aspirapolvere (ammirate - 7 - il segno bassorilievato segachiappa del mutandone contenitivo - manco tanto), e le scarpazze da ginnastica nike casual-borgatare (8) verniciate d’oro con gli ammortizzatori per autotreno sul tallone che espletano l’utile funzione di tacco rialzante; ah be’ poi sì, in effetti ora che ci penso anche la testolona mesciatissima (9) con sfilacciature nere e ricrescita galoppante ringoboys rientra nella categoria (dunque direi più che metà, due terzi casalinga bburin-sciattona).


Coppia malvestita #27

malvestite meteoropatiche in delirio di pendontizzazioneQueste settimane di scombussolio meteorologico pre-estivo hanno sulle malvestite un terribile penosissimo effetto: la pioggia e il vento freddo le costringe a ravanare ancora una volta nel cassettone della roba pesante, e però allo stesso tempo le rondinelle in k-way che già stazionano sotto le tettoie alimentano e provocano la loro naturale istintiva pulsione al denudamento stagionale; l’effetto è un po’ quello flipper in tilt lucette impazzite ding-ding-ding di una moglie stepfordiana quando le vanno in corto i transistor: la malvestita disorientata reagisce confusamente ai due opposti imperativi (non prendere la polmonite / spogliati), il che può generare clamorosi eccessi di pendontizzazione - da cui la nostra malvacoppia numero ventisette.

A sinistra possiamo ammirare la codazza alta con cascata posteriore (1) e mega-frangettone marmoreo spiaccicato iperlaccatissimo (2 - a giudicare dalla consistenza, più che capelli, sembrano extension fatte con le striscette di cartoncino); la tendina della doccia con fantasia azzurro-verdolina infondoalmar (3) bordata di pelle e stretta in vita dalla classica cinturona ornamentale (4); i jeans attillati strizzachiapponi e le decolleté rosa confetto rifinite col pennarello nero (5 - tipica rivisitazione bburina dell’equipaggiamento boho skinny-ballerina).

A destra invece abbiamo gli occhiali con le stanghette più grosse del mondo ricavate dal femore di un mammut (6); la maglietta col collettone salvagente sgonfio (7 - che segue la tendenza del già visto cappotto salvagente sgonfio) dall’innovativo stile emo-flamenco; la borsetta ritagliata da un serrandone per garage (8) con la placchetta d’oro copri serratura e il manicone rigido di legno per tirarla su e giù; e infine l’allucinante atroce pendontissima combinazione shortino bianco costa azzurra (9) più collant nero coprente mickeymouse (10) più texano bianco bullonato saturday night fever in rio bravo (11): capolavoro.


Essere Giovanni Allevi: il manuale
(Mozart meets Ecce Bombo)

Ho scritto un po’ di tempo fa una cosa direi tutto sommato definitiva su Giovanni Allevi (se non l’avete letta: leggetela), non che sia spuntato qualcosa di importante da aggiungere, ma pensavo che potremmo sfruttare il suo libricino, La musica in testa, per vederne confermato quel perfetto ritrattino di patetica mediocrità - facendoci due risate.

essere Giovanni Allevi, la copertina del manualeLa musica in testa è un’opera capitale che inaugura il genere letterario dell’autovangelo: lo scrivente snocciola una sfilza interminabile di aneddoti fantastici che hanno lo scopo di esaltare le gesta miracolose di colui che venera di più al mondo, se stesso, soddisfacendo il proprio smodato desiderio di specchiarsi, adorarsi, masturbarsi. La struttura generale dell’autovangelo alleviano è evidente: Giovanni Allevi non ha superato quegli oltre trent’anni di anonimi fallimenti, non se li spiega, li rifiuta, tenta di giustificarli cucendosi addosso una storia in cui tutto - anche il più insignificante “chi cazzo è sto cretino” - assume un ruolo fondamentale e necessario nel quadro complessivo dell’enorme successone internazionale a cui la “capricciosa dea musica” l’aveva destinato già dai tempi dello spermatozoo (”una cospirazione divina”, definisce la sua vita).

Come nelle favolette col brutto sfigatello emarginato che ne subisce di tutti i colori [1] e però lo capisci subito che ha qualcosa di diverso e specialissimo - è stato morso da un ragno radioattivo coi capelloni cotonati! - Giovanni Allevi utilizza la chiave del lamento vittimista (nei toni di un falso modesto stupore) per rendere più sfavillante il proprio genio incompreso: quando racconta per esempio che da piccolo “passo il tempo chiuso in uno scatolone di cartone nel garage sotto casa, per sentirmi protetto dall’ansia” - e fin qui niente di eccezionale, è un cliché di alienazione infantile così sputtanato che lo canta pure Mondo Marcio, ma poi aggiunge - “per dirigere in piena libertà l’enorme orchestra sinfonica che ha iniziato a suonare ininterrottamente nella mia testa“: ecco, una bilanciata combinazione di triste sfigaggine e precoce incredibile genialità (non un’orchestra qualsiasi, un’orchestra enorme!) che è il tema dominante dell’autovangelo; perché la cosa che davvero interessa al quarantenne Giovanni Allevi è precisamente questa, sceneggiarsi a posteriori nei panni di ciò che avrebbe voluto essere più di ogni altra cosa, e che però non è mai stato: un ragazzo prodigio.

Giovanni Allevi la nuova mascotte del festivalbarGiovanni Allevi poveretto non desidera altro, vorrebbe averci venti anni in meno, vorrebbe poter essere celebrato come una giovanissima rivelazione - fa quel che può: si tinge i capelli, fa il giocherellone idiota, ricorre ad un look teenager concepito imitando (male) i più scemi modelli fiction-televisivi: pantaloni larghi, magliettine strette, occhialetti colorati, converse - vorrebbe tanto poter tornare ragazzino com’era ai tempi bui del conservatorio, sigh sob, là dov’era snobbato da tutti. Ah il conservatorio, che sofferenza, che pena, che umiliazioni! Magari non sarà possibile cancellare gli insuccessi passati, ok, ma ecco finalmente la soluzione - grazie alle possibilità di sfrenata ego-esaltazione dell’autovangelo si può magicamente tramutarli in predizioni di futura grandezza: Giovanni Allevi se ne stava ancora là ventottenne a perdere concorsi uno dietro l’altro non perché fosse una scarsa merdina, ma perché aveva “osato andare contro il sistema della musica contemporanea” e “come dice Hegel, in questi casi le possibilità sono due: o vinci e apri una nuova strada, o vieni allontanato perché sei una minaccia per il vecchio ordine“, insomma, il buon vecchio leit motiv del nessuno-mi-capisce sono-troppo-avanti [2].

E come nella pubblicità della carta di credito, quella che regalare il tuo primo romanzo a chi t’aveva detto che non ce l’avresti mai fatta non ha prezzo, nell’autovangelo di Giovanni Allevi c’è ovviamente spazio per la sciocca infantile rivalsa gne-gne-gne. Osavate non cagarmi? adesso ve la faccio vedere io. Da piccolo per esempio c’aveva un compagnuccio (M. lo chiama [3]) stra-adorato dai maestri di musica che suonava il piano divinamente, era il più bravo di tutti, “studia quasi otto ore al giorno! Pare che i genitori lo costringano con la forza” (traduzione: per forza suonava meglio di me, non è che io avessi meno talento, è solo che lui ci passava le giornate, sarei stato capace anche io così [4]), dovreste vedere che squallida fine ha fatto oggi quel ragazzino che amavano tutti, Giovanni Allevi non vede l’ora di prendersi la sua goduriosa vendetta super-orgasmica (notate come non si limiti a un meschino sfottò del fallimento altrui: si lascia andare ad una rabbiosa bullesca ostentazione dei propri successoni) “M. non suona più. Ha preferito un lavoro in banca. Io ho fatto concerti in Italia, Cina, Giappone, Stati Uniti, Europa, Russia, Canada. Ho suonato di fronte a platee immense, in dirette televisive e radiofoniche”.

giovanni allevi trionfale dopo il concerto alla casa di riposo sordomutiNon parliamo poi di quei sordi bacucchi reazionari del conservatorio, colpevoli di non averlo saputo apprezzare, per fortuna che la dea musica l’ha fatta pagare pure a loro, che alla fine sono stati costretti a inchinarsi al cospetto della sua strepitosa grandezza: c’è una scenetta molto buffa, ovviamente inventata di sana pianta (sembra l’epilogo di Rocky IV quando l’establishment sovietico è costretto ad applaudire il pugile nemico) “notai che in platea c’era una intera fila di ragazzi con le braccia conserte, che non concessero un applauso per tutta la durata del concerto. Studenti del conservatorio locale. Quando alla fine è venuto giù il teatro, con la gente che urlava dai palchetti e il resto del pubblico in platea tutto in piedi, si guardavano intorno smarriti e per non fare brutta figura hanno dovuto accennare anche loro un applauso”; dove le braccia conserte si riferiscono metaforicamente all’atteggiamento istituzionale di chiusura verso il “nuovo” che Giovanni Allevi dichiara impudicamente di rappresentare (non si contano le sparate del genere “la mia piccola grande rivoluzione culturale”, “ho alterato il sistema”, “un nuovo rinascimento è alle porte”). Se gli aridi dogmatici bacucchi del conservatorio non sono stati capaci di riconoscere la sua esplosiva portata rivoluzionaria, tiè, che schiattino d’invidia, c’è tutta una gigantesca mole di ridicoli aneddotucci che dimostra la piena ricettività del cuore puro e incontaminato dei poveri di spirito [5]: “il pubblico è attonito […] vedo occhi lucidi di commozione […] la mia musica ha investito tutti con la sua onda emotiva”, “sono tutti meravigliati dalla follia poetica del mio gesto”, la mia preferita (detta da un’ammiratrice) “questa bottiglia contiene aria che è stata attraversata dalle note di Giovanni Allevi”.

povero disgraziatoMa è soprattutto nell’ultimo capitolo, pomposamente intitolato L’era dell’emozione, che Giovanni Allevi dà il meglio di sé: è qui che tenta di fornire una base pseudo-filosofica alle sue composizioni musicali, infilando raccapriccianti dissertazioni da manualetto fricchettone new age sull’uomo l’anima il divino [6]. Ha un’idea stupida e adolescenziale della musica, le attribuisce una natura sovrannaturale, “misteriosa”, crede che derivi da un irrazionale abbandono alle sensazioni del momento (”il segreto è non pensare”); si rifugia nel “mistero” fine a se stesso, nell’insensato, non è in grado di capire le possibilità della ricerca, della curiosità attenta, dello studio, nega la ragione e l’intelligenza perché non ne possiede, è così tragicamente stupido che non ci arriva (”il novecento è stato il secolo della mitizzazione del pensiero scientifico, dell’idea che la ragione potesse spiegare tutto. Ma il mito della concettualità e del tecnicismo ha ingabbiato l’uomo in un eccesso di pensiero […] Il novecento è stato il secolo più violento della storia: è la ragione l’origine della violenza, perché da essa scaturiscono la differenza e la pretesa di conoscere ciò che in realtà è mistero“), tutto è ridotto a triti automatismi mentali, schemi di crescendo, diminuendo, staccati e fraseggi già sentiti mille e mille volte ancora. Lui la chiama emozione: è stupidità. E Giovanni Allevi è per l’appunto questo: un goffo stupidone buono solo a fare “oooh”, come i bambini scemi della canzoncina.

[1] “alle medie non mi invitavano alle feste”
[2] e però un bel giorno è successo che il direttore del conservatorio non ha potuto trattenersi dal riconoscere che la sua musica è “geniale, a metà strada tra la musica classica e il jazz”, paragonandolo a Keith Jarrett con “un’eco di Chick Corea e Béla Bartók”: se ve lo state chiedendo sì, non c’è dubbio, soltanto nella mente di Giovanni Allevi può esistere un direttore di conservatorio così terribilmente incompetente
[3] non è una questione di riservatezza, semplicemente non è mai esistito
[4] ah, l’Allevi esecutore! che titanico scontro di personalità, esecutore contro compositore: “il Giovanni esecutore deve rendere conto al Giovanni compositore, ma anche l’esecutore scopre nuove sfumature nella partitura, e mi accorgo di essere continuamente dilaniato da questo conflitto” (dilaniato!); a volte timido (sono un compositore troppo figo) “temo di non essere all’altezza di ciò che ho scritto” a volte sborone “scopro che la musica che esce dalle mie dita è ancora più bella e intesa di quella che il compositore sentiva nella sua mente” (come esecutore sono ancora più figo)
[5] “come è bello scoprire intorno a me una nuova generazione di poeti, visionari, sognatori, che hanno deciso spontaneamente di rendersi emotivamente vulnerabili alla mia musica classica contemporanea
[6] ne ha avuto di tempo per pensarci: “all’università mi sono chiuso sempre di più, arrampicato nelle vette rarefatte del pensiero filosofico. Mentre gli altri si organizzavano per fare viaggi, vacanze o feste, io passavo le estati a studiare Aristotele come un pazzo!”


Malvestita #320

malvestita gazza ladraSoltanto i selvaggi primitivi mezzi nudi con gli straccetti di pelle e le foglioline di acacia al posto delle mutande possono pareggiare l’attrazione irresistibile che ogni vera malvestita prova nei confronti dello sbrilluccichio lampeggiante dei pezzettini di vetro colorati. Così come l’indigeno mezzo nudo avrebbe dato qualsiasi cosa in cambio dei preziosissimi cocci trasparenti della bottiglia che il conquistatore barbuto gli aveva appena spaccato sulla testa, così una vera malvestita sarebbe pronta a sborsare un patrimonio per accaparrarsi quegli stessi banali pantaloni jeans (1) che ha snobbato un minuto fa, prima che alla commessa furba le venisse l’idea di spaccarsi sulla testa lo specchietto della cipria per spargerne sui pantaloni i resti sbrilluccicosi.

La malvestita di oggi combina questa immortale tendenza malvestito-gazzaladresca (là, sulla cima di questi inqualificabili jeans risvoltati beverlyhills 90210) con alcuni più recenti malvaobbrobri: la scrittona bburinissima enorme su tre piani (2 - “dream tomorrow”) che avvolge tutta la magliettona boho pigiama-gonnellina, combinata al classico dolcevita (3) e alla forca di perline annodate (4), e poi giù in fondo i sandali peep toe (5 - le dita livide accatastate a piramide) con tacco zepposo e scagazzatina floreale sulla punta.

Ah sì poi c’è il borsone, il grosso spicchiettone sono-proprio-donna spy bag fendi (6) candido autenticissimo affarone irripetibile (”non ci crederai incrediiiibileeee l’ho trovato su ebay nuovo originale a cinquanta euro!” - una settimana e fa la fine del culo di charlize theron), e poi certo gli occhialoni da sole poligonali (7), come quelli che usava alberto tomba trentanni fa nello slalom gigante (cioè i cosini squadrati usaegetta che ti danno al cinema 3D, ma con le lenti a specchio).


Malvestito #27 - duemilatredici

Non mi piacerebbe per nulla essere così viscidamente corretta rispettosa gentile nedflanderina ptciùpctiù come walter veltroni, che è ovvio crede di essere il coprotagonista del finale enfaticissimo di un filmone spielberghiano (è così entusiasta, così soddisfatto così commosso dal proprio stesso ostentato fairplay, immagino che si aspetti che adesso silvio se lo metta nel cestino della bicicletta sotto una copertina e lo porti a svolazzare sullo sfondo di una intensa luna piena); non mi piacerebbe neanche essere uno di quegli astuti barbosi analisti salotto-realpoliticari che adesso “bisogna riflettere sui motivi profondi di malessere che hanno generato una tale netta affermazione del centrodestra e in particolare della lega nord”; vorrei invece proporre una drastica definitiva soluzione al problema, niente altro che un banale quizzuccio da stampare in cima alle future schede, una robina facile facile tipo collega questa figura geometrica ad un’altra con lo stesso numero di lati - e solo se lo risolvi ti validiamo il voto, sennò t’attacchi: non vi sembra brillante? per la lega non riuscirebbe a votare più nessuno, nemmeno i suoi dirigenti, e il pdl tutto avrebbe le percentuali del partito autonomista free poggibonsi.

malvestita col nonnetto votano legaLa figura geometrica magari disegnata piccolina, così funziona pure da esame della vista per i catorci pluricentenari che votano al seguito dei nipotazzi bburinoni in quota centodestra, tipo questo malvo qua numero ventisette, che al nonnetto (1) un po’ svanito in fila dietro di lui gli ripeteva di continuo “sta attento a non farla fuori” (che sì in effetti sembrava più che altro una raccomandazione di natura igienico-urologica, ma no si riferiva alla crocetta da fare sul simbolino della lega) e il nonnetto nel frattempo del tutto indifferente giocava a esaminare con la lente d’ingrandimento (2) le liste elettorali e i disegni dei bambini appesi al muro (”cos’è, il nuovo simbolo dei comunisti quello?” “no nonno è una lumaca”).

Il bburinazzo qua presente non sarebbe neanche da fare entrare in cabina, a dire il vero: il quoziente d’intelligenza ce l’ha bello in vista stampato sulla coscia (3 - ma lui oh dev’essere una cima in paese, ne va fierissimo, l’ha fatto tutto infiorettare di fiamme esplosive), non che ce ne fosse bisogno, perché certi eccessi di bburinità malvestita sono sempre di per sé un certificato sicurissimo di mentecattaggine: il profluvio di insensate decorazioni, numeri simboli scritte toppe di ogni genere (4 - un grosso numero uno sul fegato, una specie di dragone da insegna medievale sul petto - 5), il tutone stile gangsta-casual col bavero sparato trucidissimo (6 - il collo aperto sulla maglietta della salute sotto) le zip fini a se stesse puramente ornamentali (7) e le tascone multiple macgyver (8), le strane scarpette borchiate con il simbolino creative commons (9 - uhm, in realtà credo siano una roba chiamata costume national); coi soldini del bollo auto - incrociamo le dita - ha già deciso, ci si compra le lucette al neon da mettere sopra il parafango anteriore come supercar, che fanno su e giù.


Coppia malvestita #26 - endorsati da dio

Secondo me sperano che a un certo punto alla fine delle elezioni, come succede quando sei piccolino e metti qualcosa ai voti coi tuoi genitori - e perdono loro - sperano che arriva dio padre nostro (quello biblico serialkiller permalosissimo) che dice “col cazzo, il mio voto vale doppio” e gli manda alle camere qualche unto rappresentante - che ne so sicuramente il leader, quella molesta isterica sagomina ritagliata nel tetrapak (funziona tipo le lattine finte di cocacola che quando fai rumore ballano, lui al contrario gli metti un microfono davanti e fa rumore), o il filosofo papalino della anti-scienza o l’ex governatore cicciobello cogli amichetti mafiosi o sua altezza principessina del tennis club parioli col faccione da redattrice di mariadefilippi.

malvestiti ciellini distribuiscono volantini del partito di tetrapack

Secondo me quel dio là irragionevole egoista profittatore c’ha molto a cuore le sorti di gente così, e ci scommetto che gli darà una manona a superare lo sbarramento: è per questo che ha infuso sovrumane capacità di persuasione agli evangelizzatori stradali udiccini, simpatici ometti che ti vengono incontro col volantino scudocrociato, quel loro umile malvestitismo che è tipico della retta immacolata cristianità ciellina (annacquatissimo fighettismo bbene più fashion-arretratezza da cestone) - più sul versante grullo della facoltà d’economia università privata lui (col suo giacchettino casual lanaricca - 1 - il riportone precoce zacefroniano - 2 - la camicetta aperta sulla collanazza d’oro della comunione - 3 - le onitsuka tiger comprate ieri pulitissime - 4) più sulla ottava figlia di una medio-bassa famigliola di piccioni cattolici iper-riproducentesi lei (col suo giubbotto peloso informe - 5 - i pantaloni tasconati come andavano vent’anni fa tagliati a pescatore perché ne servivano di nuovi per la nona sorellina appena nata - 6 - gli ornamenti perlinacei fatti coi ricekrispies - 7 - l’immancabile crocifisso - 8) - e poi ovvio in primo piano il loro marchio di fabbrica numero uno, l’insopportabile ghignetto da consultorio (9), non un facile sorrisino qualsiasi ma una complicatissima impostazione maxillofacciale che richiede anni e anni di duro catechismo e di messe e di preghiere e di campeggi azionistici con la chitarrina intorno al fuoco cantando la gloria di dio e di rapporti sodomitici consumati in macchina col fidanzatino per preservare la verginità matrimoniale: solo allora forse se avrai vissuto nella verità del signore potrai modellare a piacimento la tua espressione vacuamente ebete su quel benevolo modesto patetico comprensivo commovente ghignetto con la stellina luminosa di speranza che “io capisco le tue sofferenze io sono con te io voglio la tua felicità” - ti farò passare le pene dell’inferno prima d’abortire - “pensaci bene, cara, vogliamo parlarne un po’ insieme?”.


Malvestito #26 - Popolo della libertà

malvestito popolo della libertàAdesso che ci sono in giro le bandierine i banchetti e i camioncini della campagna elettorale il brutto è che come meno te l’aspetti puoi averci l’incontro ravvicinato con un esemplare in carne ed ossa a tre dimensioni di quella fauna subumana di entusiasti scimmioni caricati a molla che nei comizi berlusconiani stanno tutti in tiro nelle prime file ad applaudire commossi con l’impomatatura luccicante e la bavetta con le bollicine che gli cola giù sul nodo ciclopico del cravattone rosa.

Per esempio il malvo di oggi, che non è soltanto un virtuoso del molesto volantinaggio propagandistico - bravissimo! cambiava la frasuccia aizzante di incoraggiamento anticomunista ogni due tre passanti (noextracomunitari notasse sìfamiglia): a me appunto, siccome sono di quel genere con le uova, mi ha spiegato caritatevole che “se fai er figlio c’hai le detrazioni” - dovrebbero mettercene a presidiare ogni banchetto di malvi così, che sono molto meglio dei volantini (1): guardate qua che meraviglia, non riesco a immaginare una più completa aderenza vestiaria agli ideali pidiellari, come dire, è una specie di malvestito programmatico.

Toh: il faccione idiota strafottente col broncio carcerario, il nasone spiaccicato da pestaggio, l’occhialazzo da sceriffo e il capello mezzo rasato da sergente istruttore (2); la giaccozza nera gonfietta con le fibbione enormi e il bavero zerbinato (3); lo sciarpone burberry tarocco (4) il padellone di latta multicronometro-altimetro-barometro-acceleratorediparticelle (5) e le scarpette trendy con l’acca smaltata hogan (6 - tarocche pure loro); la cintura poi soprattutto, di questa malva-marcaccia gangsta-pop che non avevo mai sentito prima (ma ho controllato, non è stata un’allucinazione, esiste davvero), John Gotti Jeans, john gotti come john gotti sì; e insomma, un malvestito-manifesto che combina la greve analfabeta prepotente volgarità di purissimo stile bburino-neoclassico col patetico wannabismo minuscolo-imprenditoriale (negoziuccio ferramenta dei genitori) fiat barchetta deodorante axe africa sulla lingua e mutandone elasticizzato calvinklein.


Malvestita #319 - scrotale

malvestita col trofeo scrotaleA volte succede che il maschio malvestito quello doc al centopercento sia travolto da un improvviso incontenibile raptus bogartiano-ormonale: abbranca rudemente la femmina malvestita (che reagisce svogliata, con uno squittio finto sottomesso-scandalizzato), la strizza, le dà un colpo di clacson (1 - lei sbadigliando: “e daje amo’ che ce vedono tutti”), la poveretta non fa neanche in tempo a sputare la gomma (che non è una gomma, è un omino esploratore microscopizzato in balia del maremoto salivoso) le si avventa addosso (approfittando dello sbadiglio) col boccone umido sturalavandini e le fa un lungo dettagliatissimo esame ortodontico, lì per lì, in mezzo alla strada.

Sono disgustosi spettacolini di ravanaggio apnoico coi quali è soddisfatto il desiderio bburino d’affermazione pubblica della propria piena attività sessual-passionaria, che viene ostentata attraverso un meccanico frigido ma vistoso slinguazzare e qualche annoiato struscio-palpeggìo da manuale del viril-pomiciamento. Insomma, un classicone dell’amorosità iperbburina. E può sembrare il caso banale normalissimo di questa nostra malva trecentodiciannove - nella fase di clacson-slinguazzo - ma invece no.

Fosse stato un lettore delle malvestite chissà magari se ne accorgeva anche lui, il maschio doc centopercento, avrebbe scrutinato pezzo per pezzo l’abbigliamento della malva, il giaccone gonfio salvagente (2) la palandrana sottoveste moscia (3) i fuseaux pizzettati (4) lo stivale coi festoni stesi fuori dagli oblò (5), e poi alla fine perplesso si sarebbe fermato là, sulla borsetta saccoccia monocellulare (6 - “portacriceti”, la chiama SaintJust): e così la volta dopo c’avrebbe pensato per benino prima di farle da dentista, perché la forma fiacca bipartita e non solo pure il colorino pelle mummificata e i pochi ricciolini superstiti alla concia sono inequivocabili, è evidente, si tratta dello scroto del suo ex.