malvestite.net vai al forum
 

Veronica Lario e l’arredamento creativo (l’arpa dorata, la collezione di zebre di ceramica e una copia del Foglio artisticamente spiegazzata sul divano maculato di ghepardo)

l'effetto serra provoca lo scioglimento di Veronica LarioTutte le complicate elucubrazioni e le spiritose storielle “lo lascia non lo lascia che bastardo eh be’ la dignità di una donna l’orgoglio lascialo! oddioddio guardate si tengono la manina! ci sarà di mezzo l’eredità?” sulle quali parecchie sciampo-giornaliste amano esercitarsi di tanto in tanto a proposito di Veronica Lario [1] - facendone nel peggiore dei casi un simbolo di coraggiosa e indomita affermazione femminista - risentono tutte di un fondamentale equivoco grosso così, alimentato negli anni da una sottile campagna di promozione pubblicitaria (messa in atto col contributo delle stesse agguerrite sciampiste e di un manipolo di compiacenti minchioni - ultimo in ordine di tempo quel paramecio comatoso di Walter Veltroni) per cui si parte ogni volta dallo stesso sgangherato assunto di fantasia: che Veronica Lario sia una donna ricca di stile molto intelligente molto colta e molto garbata molto raffinata (che in pratica cioè sarebbe molto meglio del marito - che come si sa è rozzo, sguaiato, volgare e un po’ tonto).

Per capire Veronica Lario quella vera, spogliata di questa sua sopravvalutante reputazione fatta di saliva, non c’è niente di meglio che immaginarsela nei panni della biondona ignorantissima di Criminali da strapazzo, che accidenti le stanno su a pennello (certo con le dovute differenze - per dirne una: che a suo marito, suo di Veronica, il colpaccio gli è riuscito prima ancora di sposarsela), e la storia è questa: che a un certo punto Veronica Lario deve essersi scocciata di starsene in panciolle a galleggiare nel piscinone sotterraneo con le pareti tappezzate di televisioni, deve essersi scocciata di trascorrere infiniti pomeriggi spostando zebre di ceramica e pierrot ingioiellati e arpe di cristallo da un salotto all’altro e dev’essersi pure scocciata di giocare con i domestici nella camera delle torture e di telefonare a vuoto “no signora guardi è a colazione con Dell’Utri e la signorina Tetta Matta del Drive In”, tanto più che il marito s’era messo a invitare prestigiosi uomini di cultura per una visitina del suo splendido giardino più mausoleo, non le andava a genio di passare per la frivola ex-attricetta fallita e sfaccendata che fa da soprammobile riproduttivo del boss, e poi che strazio ai party con la meglio dirigenza der bigonzo averci da vantare appena quella misera particina nel film più brutto del mondo e tutti allora che si mettono a pregarla “e dai facci il braccio mozzato che sanguina! e dai facci il braccio mozzato che sanguina!” e lei che corre in cucina a prendere il ketchup e ci si insozza il vestito da sera, ah be’ che cavolo, che umiliazione! era necessario prendere al più presto qualche drastico provvedimento;

e così, come capita alla biondona ignorantissima (“trasformare una zozzona come me in un articolo di classe?”), Veronica Lario decide di farsi cucire addosso una controfigura pubblica un pochino meno inutilmente inutile che fosse il più possibile vicino a quel genere ideale di virtuoso angelo del focolare dedito ad attività e piaceri profondamente intellettuali letterari e artistici (ovvero: la casalinga stramiliardaria con le mani in mano senza neanche un rubinetto da lustrare [2] che interpreta l’iconcina della sofisticata nobildonna di bianco merlettata che legge assorta alla luce del caminetto al plasma): detto fatto! fedele all’insegnamento del marito, Veronica Lario sa bene che non c’è nulla di più facile, basta saperla raccontare nel modo giusto - e poi ok tocca trovare qualche gonzo che faccia girare la voce: ma quello è un gioco da ragazzi, c’è la fila fuori - e così piano piano il bruco-bburino si trasforma in una bburino-farfalla: da promettente artista a riposo, Veronica Lario proclama il teatro la sua grande passione (oh, come la Marini! del resto c’hanno entrambe un carrierone teatrale che se la battono), da piccolina è stata temprata sui classici del pensiero occidentale (amava Proust sopra ogni altra cosa: “ogni volta che assaggio una cotoletta, nel momento che le briciole di impanatura mi toccano il palato, ah!, avviene in me qualcosa di straordinario”), prende a firmare qua e là ridicoli articolini dove si cita gente di cui lei non sa niente ma gli studentelli imprigionati a pane e acqua giù in cantina le hanno assicurato che sono tutti tipi famosissimi (“scusate ma chi, Mary Popper la tata volante?” “ehm no signora Lario, il filosofo”),

l’elevata educazione dei figlioletti sempre al primo posto (li spedisce in esilio nelle scuole coi nomi strani che lei nemmeno riesce a pronunciare così diventano intelligentoni e gli fa leggere i ritagli di giornale con le notizie più importanti per stimolare il dibattito - “ops che stupida scusate è più forte di me, l’ho ritagliato di nuovo a forma di omini che si danno la mano”), esibisce banali pensierini moderatamente in opposizione con quelli del marito (che è molto più fine ed elegante e poi in fondo che sarà mai, si tratta di robine prudentemente progressiste così inoffensive - e tutti stupiti le dicono “oh ma che donna dalla brillante indipendenza!”), si compra un giornalaccio vanitosetto finto-anticonformista di quart’ordine (non c’avrà a disposizione un fascinoso mentore alla Hugh Grant, ok, ma anche Giuliano Ferrara c’ha un sacco di cose interessanti da insegnare - per esempio come si fa a spararsi millemila ore di allucinanti sproloqui televisivi e beccare un consenso zero virgola zero periodico, che non è mica facile) e poi ovviamente quando per un attimo è sembrato fossimo lì lì sul punto che alle conferenze stampa del consiglio dei ministri il marito avrebbe cominciato a chiedere un parere al suo pisello “e tu Pierwilly che ne pensi?”, allora hanno colto l’occasione per sfoggiare lo scambio di fake letterine e con queste inaugurare un genere nuovissimo di telenovela via quotidiano che siamo tutti felicissimi di sorbirci e commentare molto seriamente (e che goduria, mucchi di anzianotte rinco-femministe andate in solluchero con un niente, tutte emozionate che scuotono i pugnetti artritici e gridano vendetta) - così facciamo finta che Veronica Lario non sia soltanto una cascante e sfatta versione in via di scioglimento del solito stereotipato donnino Mediaset, la salma dell’ex-ex-ex-pupa del capo che si imbelletta da pagliaccio si frisetta il capellone si gonfia e stiracchia dappertutto e sputa fuori le tettazze mosce come una giovane cafonissima wannabe-soubrettina qualsiasi col faccione da pugile suonato, facciamo finta che non sia più soltanto quella stessa triste ragazzotta bburinona senza speranze che Berlusconi vide per la prima volta tanti anni fa mezza nuda e pensò “dopo se c’ho tempo questa me la faccio, tu che ne pensi Pierwilly?”.

[1] che forse non lo sapete (io non lo sapevo), è un omaggio in gran stile alto-brianzolo alla biondona d’altri tempi Veronica Lake
[2] perché sì la consorte casalinga del sovrano, che non c’ha un tubo da fare, può permettersi di realizzare appieno lo spaventoso luogo comune dell’eterea femminilità predisposta alla cura dello spirito e del mondo immateriale delle emozioni e del sentimento (e quindi certo adatta alla delicata empatica gestazione del marmocchiume schifoso - ehi sono queste qui le cosette per cui le femminelle son fatte; tutto il resto, le concrete materialissime pratiche di tutti i giorni, quelle sono riservate ai più terreni e rudi omaccioni)

Coppia malvestita #38 - malvalelle charles bronson

malvalelle charles bronsonSono tutte e due ugualmente ben ferrate nel darsi un’espressione di trucidità ingrugnata (a parte la boccaccia disgustata, che è facile, c’è la malvalella a sinistra che è esperta nello scoccare occhiatine torve sulla cima degli aviator bburinissimi in bilico giù sulla punta del naso - 1 - l’altra invece che è capace di sollevare minacciosamente un sopracciglio alla volta - 2), tutte e due sicuramente se la ridono compagnone mentre fanno i ruttazzi dopo una pinta di rocchetta brio blu e tutte e due sicuramente costumizzano il motorino a pedali coi laccetti di pelle sul manubrio e i teschietti infuocati sul sellino, sicuramente a braccio di ferro a un certo punto (quando il bicipite tatuato - 3 - è sufficientemente unticcio di sudore) grugniscono facendo la overthetop e sicuramente tutte e due una volta partorito sarebbero risolutissime a battezzare il neonato Stivensìgal tutto attaccato: quindi sì sono tutte e due straordinarie e molto avanti sulla strada della maschionizzazione trucidona, e però la malvalella di sinistra c’ha qualcosina che non va, che andrebbe un po’ sistemata.

Si vede che poteva fare di più: quella a destra per dire non solo c’ha la camicia fuori dai pantaloni aperta sul petto tipicamente maschia (4 - e che sì, assieme all’ingobbitura contribuisce a nasconderle le tettine) ma c’ha pure la catenona d’acciaio rudissima che gli pende sul fianco (5) e gli scarponi antinfortunistici da muratore (6); quella a sinistra più leggerina opta per una maglietta attillata che lascia persino intravedere un accenno di seno, col logo sparato in primo piano (7) e un grazioso gilettino boho (8); e gli stessi jeans per quanto pieni di smangiucchiature finto-barbariche (9) e pistolerizzati da duello tra cowboy (con l’arcuatura delle gambe a cavallo di botte) forse andavano un pochino meno attillati (più che un maschione sembra un maschione dfs); va bene la kefiah (10 - di gran moda tra le malvalelle, come mi spiegava Mattia - anche se insomma, con la maglietta da skater sotto, uhm, le dà un’aria pischellina da occupazione liceale un po’ fuori luogo) ma è decisamente uno smacco alla charlesbronsonitudine la borsettina a tracolla troppo troppo femminile (11) - guardate piuttosto la malvalella a destra, gli unici accessori che si concede sono l’orologiazzo col cinturone di pelle (12) e la croce ciondolata sulla scollatura (13 - che sogno! un giorno, forse - quando venderanno i cereali al testosterone al supermercato - c’avrà peli a sufficienza per farcela impigliare).

Valeria Marini, Lezioni Intime (post chilometrico che contiene: Cecchi Gori detto Duracell, un santino di Padre Pio gemellato con una foto della Marini, il Tatto di Tette, il Gabinetto da Rimorchio, fenomeni paranormali, una pompinara del Re Sole, un neologismo rivoluzionario, il Pacco D&G e la posizione acrobatica 7 e 40, oltre a un sacco di altre cose terribili)

valeria marini lezioni intimeIl libro di Valeria Marini l’hanno fatto così: lei mezza morta sul letto “rotondo con lenzuola di seta e coperta in visone epilato” [1] che strafatta di Chanel numero cinque biascica un paio di cazzatelle sconnesse al telefonino (”Cecchi Gori soldoni io avere smalto unghie io essere femmina tanga Cecchi Gori nano hobbit”) e questo tipo, Gianluca Lo Vetro (un viscidone che vaneggia di moda su DonnaModerna - leggi: lecca il culo a chiunque gli capiti a tiro), che cerca di ordinare le cose dandogli un minimo di coerenza, sistemandoci intorno una qualche storiella estroversa (in prima persona) riempita di cretinerie fricchetton-esistenzialette da biscotto della fortuna (un miscuglione irresistibile di febbre citazionista: da Erich Fromm a Confucio ad Albert Einstein ad Antoine de Saint-Exupéry fino poi a Pier Francesco Pingitore, Cesare Lanza e Laura Pausini), qualche considerazione forbita da rubrichetta scema di psico-sociologia spicciola (in terza persona - dove Lo Vetro vuole dimostrare che Valeria Marini non è un paracarro qualsiasi ma un’artista furbissima che ha trasformato se stessa in un’opera d’arte, un’icona pop, un simbolo grandioso dei nostri tempi [2]), vari numerosi upgrade scolastici che dovrebbero attestare gli interessi non solo trucco/parrucco di Valeria Marini (così accanto a “preferisco i libri fotografici, con le immagini da sfogliare più che da leggere”, c’è Valeria Marini che consulta il Washington Post, è un’espertona di Buñuel, è sicurissima che García Lorca non sia un giocatore del Real Madrid, adora e si identifica in Jean Harlow, ha familiarità con Dorothy Parker, emenda affettuosamente citazioni flaubertiane e usa con ricorrenza impressionante “onirico” - per lo più ovviamente come attributo felliniano) e poi gli immancabili giochini di parole tanto ricchi di fascino e umorismo (”di-amanti”, “se-dotti”, “cine-presa” [3]) e le espressioncine creative per definire questa o quella stronzatina (”Marining”, “Scavallamento”, “SMSex” - v. sotto [4]) così facciamo finta che non si tratta soltanto di sfoghi d’idiozia disperata ma di pose giocosamente consapevoli. Nell’introduzione il tutto è sintetizzato in questo modo, che mi sembra azzeccato:

le mie confidenze inframmezzate da simpatici aforismi, a loro volta corredati da segni benaugurali come un almanacco da Frate Indovino: pillole vitaminiche sull’esistenza, il destino, l’amore, la carriera, il sesso, l’amicizia. Sino a questioni tipo il tanga per me comunque fondamentali

Ma andiamo nel dettaglio [5]. Potete già intuire la grandezza dell’opera dal titolo del primo capitolo, Il dito in bocca, dove Valeria ci si presenta come una bambinona ingenua dedita a viziucci neanche troppo ambigui
Continua a leggere »

Quello che viene dopo X-Factor, che è molto peggio di X-Factor (e ci credo, che noia: senza il buffone, senza le galline, senza il pirla)

il figlio naturale di Franco Battiato e Austin PowersOh ecco, adesso che ci siamo liberati - e da un bel pezzo - di tutto il suo rincitrullente contorno di estenuanti battibecchi prima-l’uovo-o-la-gallina, delle comiche bretelline della scimmietta pirla e delle trivialità della vegliarda sboccata e poi sì soprattutto di quell’eco entusiasta di ridicoli esserini sommamente gratificati dal citazionismo discount del figlio naturale di Battiato e Austin Powers (gli occhiali si semplificano nel processo di fusione), ecco, direi che adesso possiamo considerare X-Factor per quello che è stato e nient’altro: l’ennesima squallidoneria realitara glassata di retorichetta filantropico-caritatevole (noi - cerchiamo - i - talenti - veri) che sputacchia fuori un manipolo di mediocri sfigatoni imbrillantinati di fascinosissima allure televisiva da consumare nel più breve tempo possibile (prima che certo, ehi! prima che se ne partorisca una nuova generazione) tra paccottiglia instant cd e serate e discoteche e sagre e concertini - il solito, no? la medesima deriva delle porcheriole defilippiane cogli uomini primitivi che si fanno qualche mese di mugugni tronistici e poi di corsa in giro a monetizzare il muscolone e il sorrisino ebete e il ciuffetto ingelatinato: è quello che capita del resto ai reduci del “talent show” coveristico-musicale numero uno [1], di cui X-Factor tenta di presentare una versione più matura e musicalmente competente (per la qual cosa, facile: basta buttarci a casaccio qua e là Yes, Who, Pachelbel e varie altre banalità altisonanti) allo scopo d’attrarre un pubblico non esclusivamente composto da branchi di impazzite minorenni cioèizzate.
Continua a leggere »

Coppia malvestita #37 - malvalelle boho-chic

malvalelle boho-chicQuale sublime combinazione pendantizzante, quale precisissimo sincronismo malvestito! Guardatele qua, le nostre malvalelle in coppietta, come impiegano assieme - spartendosela - tutta la gamma dei pezzi fondamentali dell’armamentario boho-chic: quasi quasi mi viene da crederci, che le cose vanno proprio come in quei telefilm arguti e simpatichetti coi gay nevrotici giocherelloni frivolucci un po’ isterici con la manina floscia le espressioni buffe e gli urletti (e allo stesso tempo ehi non scherziamo, in realtà profondamente consapevoli e spesso turbati e dall’animo triste) ma poi soprattutto - soprattutto! - veri assi impareggiabili del fashionume vanitosetto, omo-segugi gran fiutatori di trendinezza modaiola a diecimila miglia di distanza e infallibili maestri di stile (il che andrebbe sempre possibilmente espresso con un siparietto di sdegnosa superiorità biasimante nei confronti di qualche inqualificabile trasandatona di cui prendersi gioco) - sarà questo che ha permesso alle nostre due malvalelle una così sovrumana boho-chicchizzazione di coppia, è stato merito della gayanza? Dev’esser stata la gayanza.

E così c’abbiamo tutto, metà per l’una e metà per l’altra: quella di destra che impersonifica la sciccheria (vestaglietta kimonesca alle ciliegie con superfascione elasticizzato - 1 - fuseaux - 2 - ballerine con tripla filettatura taglia uova - 3) e quella di sinistra la bohemeria (canottierazza senza reggipetto mostra convessità anoressiche - 4 - Ray Ban Wayfarer versione bianca, i soliti, disperatamente vintage originaletti - 5 - jeans viola strettissimi a zompafosso - 6 - cappello ergo sum cosparso all’interno di marmellata - 7 - e appunto, la cima dei capelli intrisa di marmellata - 8).

Coppia malvestita #36 - malvalelle carrellate

malvestite fricchettone con carrello della spazzaturaE mica pensavate che mi fossi dimenticata delle malvalelle, figuriamoci, me le stavo giusto tenendo buone per concludere (finalmente) la nostra lunghissima saga gaypraidara. Le ho divise in tre classi: 1) le malvalelle fricchettone io-sono-originale - per l’appunto, la coppietta carrellata qua a sinistra - e 2) le malvalelle trendyne boho-chic e 3) le malvalelle charlesbronson - di cui ci occuperemo nei prossimi giorni.

Malvalelle fricchettone io-sono-orginale come queste, si capisce, fanno della lellaggine (o, più spesso, del loro straproclamato - mai praticato - bisessualismo) il fiore all’occhiello di tutto un complesso apparato di trasgressivume spettacoloso di impronta underground-bbestia-reivaiola, il solito sistema di rappresentazione enfatico-adolescentella yeah-quanto-so’-diversa-e-rintronata composto da un bel po’ di malva-artifizi ad effetto quali, nello specifico, il polipone defunto spiaccicato sul capoccione rapato a mo’ di toupet (1 - previa impanatura con tuorlo d’uovo e fango), il portacellulare di canapa col punto-croce a fogliolina (2 - “è illegale perché altrimenti le multinazionali si fottono… con la canapa puoi facce er petrolio e er la carta e er la plastica e oh è pure proteica se te la magni!”), i piedi naturisticamente scalzi provvisti di suoletta anatomica Dr. Scholl’s di sputi pisciate puntine da disegno e sporcizie assortite (3), la micro-gonnellina inguinale jeans tutta smozzicata (4 - con le mutandine al neon che lampeggiano provocanti), le magliettine con réclame della birra perché le vere malvalelle underground nella birra ci intingono le macine a colazione (5 e 6 - quella a destra, per accentuare il suo rudismo mascolinizzante, s’è messa la magliettona da calcio xxxl), gli immancabili anfibiazzi (7 - col laccetto rosa kidultante) e i pantaloncioni mimetici da vero macho (8) e soprattutto il carrellone del supermercato (9) decorato col lenzuolone dell’Arcigay tutt’intorno e un sacchetto gonfio della spazzatura e il fiocchettino rosa (niente male, ma tanto non c’è lella né ornamento originalone che tenga, il carrello malvaccessorizzato c’ha senso in un modo soltanto: come borsettina di Tod).

La gonzo-imprenditorialità del Papponcino Rampante:
Matteo Cambi, Raffaello Follieri

Accipicchia che settimane di passione per l’Associazione Italiana Papponcini Rampanti. Raffaello Follieri prima e Matteo Cambi poi: giovani promesse di categoria spazzate via così, in un soffio. Va be’ che ormai c’abbiamo fatto l’abitudine, ogni tanto si sa cascano un paio di teste, sono cose che capitano in un settore rischioso come il loro, quello della gonzo-imprenditorialità truffaldina e facciadiculista costruita su smisurate quantità di nulla ricoperte e impreziosite da una crosticina sottile sottile di cacca al sapore di cioccolato, e quindi sì insomma, il gabbio è un imprevisto da tenere sempre in considerazione, ogni tanto uops si pesca la carta “andate in prigione direttamente e senza passare dal Via” - non c’è niente da fare, su millemila Papponcini che ci provano magari sì in parecchi finiscono per godersela qualche annetto sulla cresta dell’onda, ma ce ne sono pochissimi che riescono a cavarsela più o meno indenni fino alla pensione, fino al grado di P.A. Papponcione Anziano (e che cavolo mica è una cosa da niente, diventare uno come Flavio Briatore).

Matteo Cambi e Raffaello Follieri l’hanno capito perfettamente come funzionano le cose e wow sono stati portentosi nella pratica: le attività i luoghi e i giri più in voga nello sfoggio coatto d’arricchimento sballone, qualche P.A. cogli agganci giusti che fa da protettore e chaperon, una o più starlettine al guinzaglio da scarrozzare ai giardinetti, le gossippate copulatorie in combine sulle rivistucce parrucchieristiche, un’eccessiva sfacciata ostentazione di ricchezza e successo; e poi certo il prodotto, quel qualcosa da vendere che t’ha fruttato i milionazzi di euro, la fake-azienda di cartapesta con la nonna amministratore delegato che ti permette di vanitoseggiartela da imprenditore vincente sono-un-modello-per-i-ragazzi mi-sono-fatto-da-solo tutto-questo-me-lo-sono-meritato: il prodotto in sé ovviamente ha pochissima importanza, anzi è un fattore direi quasi trascurabile, ciò che conta è la reputazione del marchio, il mondo in cui lo si racconta - la crosticina al sapore di cioccolato! - sono le pubblicità strombazzevoli “leader nel settore” e il pierringume scatenato e il suo grado di pervasività sponsorizzante in quello stesso universo parallelo di esibizionistico squallore vipparolo.

E di certo tra la folla sgomitante di Papponcini in carriera Matteo Cambi e Raffaello Follieri fanno la loro porca figura: perché in fondo sì, sono stati degli innovatori mica da niente, unici e persino geniali, a modo loro. Matteo Cambi per cominciare, faccione ebete stempiatura ingelatinata coi rivoletti di blob che gli scorrono sulla fronte e profilo da ratto - tipico physique du rôle del corteggiatore uomini e donne respinto alla prima puntata - è stato non soltanto uno dei fondatori e dei primi protagonisti del neo-yuppismo defilippiano tutto discoteche agenzie petti depilati promozioni televisive ed escort-vallettine, ma è stato soprattutto il grand’uomo che ha partorito questa trovata della schifezzetta magliettara mono-idea (”toh, prendiamo una Fruit of the Loom qualsiasi e c’appiccichiamo sopra col ferro da stiro uno schifo di simboletto qualsiasi”), è stato il mister Hula Hoop di questa generazione finto-fashionaria di inutili t-shirt coi mostriciattoli sopra (rane zoppe e famiglia) che campano in simbiosi coi più immondi e subumani programmacci televisivi - un miracolo di idiozia attira idioti attraverso idioti - per cui tutte le oscenità malvestite che si moltiplicano a vista d’occhio su fuoriusciti realitari e tettine da calendario e comparsate buonadomenicali e spottini infra-defilippari (senza del resto alcun apparente tornaconto economico - ehi, chi se le compra? nessuno se le compra), be’, sono merito suo (e chissà che il processo per bancarotta fraudolenta in arrivo, forse, non ci sveli il trucchetto magico che c’è dietro).

Molta meno spudoratezza bburino-blingbling per Raffaello Follieri, ok, ma secondo me non c’è storia, ha dalla sua qualcosa di perversamente grandioso che non si batte. Dai, parliamo di un ex studente d’economia col testone lunare da pacioccone buono (una specie di Ricucci disintossicato e de-culettizzato) che dopo aver tentato la strada dell’industria cosmetica (pronti partenza fallita) se n’è andato negli USA facendosi passare per un ammanicatissimo potentone vaticano: seguendo alla lettera i dettami del manuale delle Giovani Marmotte Papponcine (1, se vuoi farti credere un grand’uomo di successo, raccontalo) s’è preso a scrocco l’appartamentone stratosferico e i macchinoni stratosferici e la fidanzatina stratosferica, andava cianciando dei suoi incredibili traguardi filantropico-finanziari (2, qualsiasi cosa ti chiedano, tu ripeti “leader nel settore”), s’è viscidamente slumacato qualche importante riccastro a cui inculare l’agendina coi numeri di telefono, si portava a spasso l’amichetto delle elementari omonimo del mega-cardinalone Lupp-Mannar (3, guarda i primi trenta minuti de Il distinto gentiluomo) e a colpi di smargiassate colossali tipo “diecimila bambini vaccinati in Africa” e “io il Papa lo chiamo Drugo” è riuscito a farci cascare un po’ tutti, Bill Clinton e un mucchio di altri pezzoni grossi. Una variante su scala mondiale della gonzo-imprenditorialità da Papponcino Rampante, che sostituisce alla commercializzazione rincoglionita della tivvì spazzatura la smania all’investimento facile facile e i più cretini meccanismi d’umanitarismo wannabe delle fondazioni passatempo di questo o quel Papponcione mmerigano: e non si tratta più nemmeno di magliettine paravento, di uno stupido marchietto da appiccicare qua e là, Raffaello Follieri semplicemente non vendeva un bel niente se non la sua immagine da riccastro impomatato e la sua storia di finti successoni professionali, ovviamente certificati dalle amicizie showbizzare e dalle Bentley e dall’attico grattacielaro e dalla topa figosa e dai viaggioni sugli aerei privati. Incredibile che un Papponcino Rampante così abile e truffaldinamente globalizzato sia partito da uno stortignaccolo modestissimo paesino di provincia, no? O no, anche no, considerato quel suo illustre ben più noto concittadino ad honorem: San Sòla.

I Tudors: quando le damine andavano in Francia
a fare gli erasmus in pompinologia

Non ho capito bene per quale motivo - a parte i figaccioni in mutande che si scambiano occhiatine trucide da veri burberi sex symbol rinascimentali - ma c’è un sacco di gente che non vede l’ora di sciropparsi questa nuova serie, I Tudors, che io posso dirvelo subito: è una porcheria [1]. Prendete un manipolo di zitellone vergini subacculturate abbonante al club degli editori (con la prenotazione mensile fissa sulle sezioni Rosa / Avventure sentimentali / Passione sottomessa), dategli come unica fonte e riferimento di levatura storiografica il sussidiario delle elementari e sì, toh, un paio di parodie di Topolino, metteteci pure l’inserto di Le Ore dedicato alla trasposizione softcore della - ehm - Spada nella roccia, e a quel punto ok, commissionategli la sceneggiatura di un drammazzo televisivo sulle avventure del despota cattivone e plurigamo: e oplà, eccovi I Tudors.

il re enrico VIII come la gallina ministro delle pari opportunità, ipnotizzato

E infatti, appunto, gli ingredienti sono quelli tradizionali del romanzaccio polpettone storico-sentimentale che mescola e pasticcia un’infinità dei soliti marciti cliché del genere Accidentaccio Che Intrigone A Corte, a cominciare dai personaggi ipersemplificati appiattiti sul modello dei classici protagonisti che tramano e si contendono le sorti dell’Intrigone, per cui c’abbiamo il cardinale bastardo (che fa finta di essere un umile servo di sua maestà ma che invece è un Richelieu stronzetto bugiardo unto e maneggione, c’ha la testa sempre un po’ bassa e ti guarda di sottecchi coll’occhio furbo e il sopracciglio che si inarca malignetto), l’intellettuale umanista parecchio pirla (con la faccia pulita e sincera che s’oppone alle ciniche subdolezze del cardinale - quando gli capita di capirle, ché di solito è davvero parecchio pirla - e sì insomma, sul sussidiario c’era scritto di un suo libro che si chiama Utopia, il cardinale maneggione e il culetto sodo del fustaccionenon può che essere un povero ingenuotto rincretinito il cui lagnoso idealismo un po’ coglione lo rende soggetto a continue delusioni), la regina tardona innamorata che si strugge non corrisposta (e qui è evidente la malinconica partecipazione autolesionista delle sceneggiatrici zitellone, per cui la regina non è soltanto l’oggetto per lo più indifferente di un matrimonio politico - bleah, che roba crudamente prosaica [2] - ma un’amante fedele e remissiva dall’espressione addolorata che farebbe di tutto per conquistare il cuore del suo tradimentoso maritino), una schiera di amichetti regali mascelluti e fustaccioni [3] col taglio all’ultima moda e la barbetta incolta (possibilmente impegnati in attività muscolari che ne richiedano il parziale o totale ignudamento con goccioline risplendenti di sudore sul torso depilato), il pallido compositore Shine-Alleviano (timido magrolino e mezzo autistico, col capello lungo spettinato e lo sguardo sperduto di chi si astrae in pensieri d’elevata artisticità), un branco sterminato di damigelle pin up che alternativamente pettinano la regina e chiavano col re, le altrettanto fighissime pretendenti al trono che al re gliela fanno annusare in tutti i modi ma prima di dargliela vogliono incastrarlo (ed è tutto un bailamme di esterne defilippiane coi flapflap da cerbiatto e le strusciatine e le frasucce impertinenti), e poi ovviamente c’è il re, un incallito seduttore che è il più bello e il più forte di tutti, arrogante coraggioso prepotente e manesco, con un fisico perfetto (ma non banalmente ipervirile come gli altri, muscolosetto sì ma romanticamente androgino il tanto che basta) e con quel suo sguardo magnetico di sgranata vacuità tossicomane [4] che accidenti, nessuna zitellona può resistergli.

Un gruppone di prevedibilissimi sfigatoni sviluppato sul canovaccio di un periodo storico svuotato di tutta la sua complessità e ridotto ad un instupidente susseguirsi di eventi e decisioni basate su beghette narcisistiche da quattro soldi [5], sul giramento di palle e sulla vanità idiota del reuccio, nel migliore dei casi su qualche favoletta moralistico-pacifista dell’intellettuale pirla o sulle aspirazioni wannabe-papali del cardinale maneggione; del mondo reale non c’è manco l’ombra, nei picchi di massima cerebralità s’arriva appena appena a genericissime considerazioni politico-gestionali che nemmeno nei più infantili videogiochi strategici stile Civilization (livello straprincipiante con handicap: Umberto Bossi), cose tipo “dobbiamo fare le navi più grandi” oppure “non è una cattiva idea pacificare il mondo, anche se a dire il vero conquistare la Francia mi quentin tarantino viaggia nel tempoattizzava di più” oppure “sire se attacchiamo la Francia mi sa che qui tocca aumentare le tasse” (al che lui, il re, che nemmeno sta ascoltando - è il cardinale che parla - taglia corto andandosene scocciato “sì sì va be’, fai come ti pare” perché c’ha una pupattola sul fuoco): e se poi alla fine si decide che bisogna dichiarare guerra alla Francia, ok facciamolo, ma solo perché quel minchione del re ha perso a botte con Francesco I [6] e vuole fargliela pagare - e meno male che dalla parte dell’Inghilterra c’è il mega-sovranazzo Carlo V, un altro abile desposta d’altissima caratura politica (”mamma mia che belle navi c’hai Enri’”) che siccome nelle figure sul sussidiario c’ha la scucchiona record non bastava appiccicare sulla faccia dell’attore una protesi alla Quentin Tarantino, no no - ché magari poi le zitellone a casa (senza sussidiario) non colgono - deve anche farci il simpaticone autoironico che alla prima occasione ci scherza su: “voi mi piacete già” gli dice Enrico, e lui “a parte il mio mento, cosa ho che non possa piacere?”. Ma insomma cosa volete, sono quisquilie: chi se ne frega dell’Inghilterra e della Spagna e della Francia e di Martin Lutero e della Chiesa e di Milano e di tutto il resto, chi se ne frega? Non sono altro che faticosi riempitivi tra un intrallazzone amoroso e una tresca e una sveltina e un adulterio e i diecimila matrimoni e così via, per arrivare ogni tanto fin là, al climax zitellesco: il sesso.

cos'hai imparato in Francia?E magari ce ne fosse, almeno quello, un po’ di sesso divertente. E invece no, è stupido e banale come tutto il resto: perché il sesso funziona eccome, le zitellone s’immedesimano e s’emozionano e diventano rosse rosse e avanzano curiose puntata dopo puntata (chissà chi tromba chi, chissà se riuscirà finalmente a farsi quella squinzia civettuola della Anna Bolena), ma sempre e soltanto nella sua forma corretta e patinata, quella seriosa ed enfatica da riquadrino rosa della copertinetta Harmony - perché la zitellona deve sì provare un brividino di trasgressione, ma non al punto da ritrarsi scandalizzata - corpi perfetti lisci e ben torniti che copulano appassionati nel morbido avvampare delle torce (oppure che so - tu guarda che scenario bollente - nel galeone in tempesta alla luce dei lampi apocalittici), qualche botta di esplicito abc kamasutresco qua e là (una pecorina nientemeno - giusto per far ammirare alla zitellona delirante i riflessi delle candele sul culetto sodo del fustaccione) ma tutto sempre nei limiti della tipica mediocrità fictionaria, persino un puttaniere come il re che c’ha una carriera ormai ventennale di trombatore assatanato lo fa ancora regolarmente uno contro uno nel modo più scontato possibile, sempre concentratissimo e con una presenza di spirito da overdose viagresca, ed è addirittura così fesso che quando la damina (Maria Bolena) reduce da un lungo soggiorno in Francia gli fa un pompino [7], OOOH, rimane sconvolto dall’esoticissima pratica.

[1] lo so che viene naturale, ma eviterei di paragonarla con la fiction in costume di casa nostra (Rivombrosa e compagnia), troppo facile sennò, il divario è mostruoso: ma che c’entra, la fiction italiana è, è, accidenti non so come dire, è, è, ah ecco, è il percolato delle discariche dell’inferno
[2] ah e poi, sì, in realtà avrebbe appena sei anni in più di Enrico VIII, ma hanno scelto (e truccato) un’attrice che ne accentuasse il vecchiume (rispetto a lui, poi, che sembra un hooligan adolescente), così da inasprire la tragedia zitellesca
[3] è come nei fumetti di cinquantanni fa, sono tutti magri belli e figosamente azzimanti tranne i viscidi cattivoni - quelli no, sono brutti grassi e scemi, magari pure rosci
[4] a proposito di occhiatine trucide, è insuperabile quella da ipnotizzatore di galline (no, meglio: da ministro delle pari opportunità) che esibisce Jonathan Rhys-Meyers nella sigletta d’apertura, qui
[5] è ironico in questo senso che lo slogan della serie mostri certe ridicole pretese: “pensi di conoscere una storia ma sai solo come finisce… per arrivare al cuore della storia devi tornare alla sua origine”
[6] uno dei miei pezzi preferiti è quando Francesco I lo provoca dicendo “noi francesi abbiamo i più grandi pittori, i più grandi musicisti e i più grandi poeti” - e fin qui Enrico rimane impassibile, tanto non gliene frega niente - “tutte le più grandi menti filosofiche, ingegneri e architetti” - e pure qui niente, chi se ne frega? - ma quando poi Francesco la butta sulla brutalità, “persino i nostri lottatori sono migliori dei vostri”, allora Enrico si incazza come una biscia e non resiste, deve sfidarlo ad una gara di schiaffi
[7] “ditemi: quali arti francesi avete imparato?” le chiede lui, e lei “ho il permesso di vostra maestà?” e lui “accordato” e lei: giù (e sì sì lo so che il pompino era bannato perché anti-procreativo ecc. ecc., ma per favore, stiamo parlando di Enrico VIII, su: doveva mica aspettare l’ultima scemina ex-erasmus, per un pompino)