Francesco Facchinetti, Quello che non ti aspetti

post per veri maratoneti dell’idiozia in cui si scopre che la filmografia ufficiale di Kubrick è farlocca, che i Pooh erano considerati drogati froci comunisti, che i banchi di scuola andrebbero aboliti perché confondono, che i Ciellini sono dei pazzi scavezzacollo, che Dio è un navigatore satellitare e poi, vedrete, mille altre cose assurde che vi lasceranno senza fiato

Francesco Facchinetti, Quello che non ti aspettiSe c’è una cosa che mi diverte un sacco nello sciropparmi gli instant-libracci prendi-i-soldi-e-scappa di questo o quel vipparolo in rampa di lancio, è lo spettacolo clownesco dei salti mortali effettuati dal triste scribacchino di turno per garantire a questa loro sbobbaccia inutile senza capo né coda un minimo sindacale di contenuti e forme interessanti, gioconde e simpatichette (a volte seriose, gravi e solenni: là in quei capitoli dove si imposta la vociona baritonale per sentenziare d’argomenti tanto tanto importanti, vita morte dolore, “là dove ci si mette a nudo l’anima” – questo ovviamente in minima parte, ché lo sanno benissimo, ci si compra il libraccio vipparolo sperando di trovarci qualche atroce gossippata topsecret [1], mica per altro, non certo per scoprire che l’ultimo dei presentatori coglioni crede di essere la reincarnazione logorroicizzata – bum! – di Osho):

nel nostro caso, che è il caso di questo tale Domenico Liggeri (tra le altre cose, già autore comico televisivo, vale a dire, direbbe lui: everything torns), per l’appunto il triste scribacchino responsabile di Quello che non ti aspetti, il “romanzo” di Francesco Facchinetti aka DJ Francesco aka la scimmietta Mojo Jojo arcinemica delle Superchicche, la strategia spargi-interessanza di questo tale Domenico Liggeri si basa principalmente sulla ricorrenza martellante a tutto spiano (ma una roba folle, davvero: ce n’è una quasi ad ogni pagina) di citazioni cinematografiche d’ogni genere, per cui grazie alla magia della narrazione in prima persona ci ritroviamo a leggere di questo spassosissimo Francesco Facchinetti che tra un parolone e l’altro (sì perché non bastano le cinemate-alla-cazzo, Domenico Liggeri usa una prosa sgangherata tutta infarcita di robe che sarebbero impossibili anche solo da pronunciare senza annodarsi la lingua, per uno dotato dei cromosomi F-Oh-Mio-Dio-NO! – cioè il nome in codice che usano gli scienziati quando discutono tra loro della pericolosità evolutiva del permettere ai Facchinetti di scorrazzare per il mondo in stato di attività riproduttiva), tra un “moloch” e un “ça va sans dire”, eccoti Francesco Facchinetti che cita Truffaut, Woody Allen, Bergman, Jacques Demy, i Monty Python, George Cukor e infiniti altri;

ovviamente, lo sapete, Francesco Facchinetti non ha la più pallida idea di che cosa diavolo si tratti (me lo immagino io, Facchinetti, che sfoglia veloce il manoscritto al contrario [2] e poi esclama tutto contento: “uè bella lì, non c’ho capito un cazzo ma grande! uè! là! lì! bella di padella! grande!”), ma anche questo tale Domenico Liggeri cita cita cita ma non deve averne un’idea proprio chiarissima, di che cosa sta parlando, per dire: pagina undici, ecco un modo per farvi subito un’idea di cos’è che c’è dietro a questo genere di mitragliante cicaleccio parolaio ultra-citazionista (oh se c’è una cosa su cui si può sempre contare: dove peschi peschi, gli autori televisivi sono per lo più pomposi cialtroncelli buoni a niente) – dice (lo pseudo-Facchinetti) di sua madre in preda al travaglio:

improvvisamente si è guardata intorno cercando la barba incolta di Kubrick che sta dirigendo Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Non male, eh? Ma ok veniamo alla ciccia – non vedevate l’ora, lo so – buttiamoci a capofitto nella storia, nella biografia di Francesco Facchinetti. Com’è raccontata nel libro, la si può schematicamente riassumere in questo modo: ero un bambino vivacissimo, abbasso la scuola, che burlone che ero, una piccola peste, uno spirito libero – ero un ragazzo vivacissimo, amante della musica, un anarchico, ero uno spirito libero, ma anche tanto generoso e credente e aiutavo i poveri e uè bella Dio! – ero un giovane uomo vivacissimo, amante della musica, un giocherellone, simpaticissimo, tutti mi amavano, uno spirito libero, discoteca tutta la notte ma non ho pippato mai lo giuro su Dio (uè là ancora tu, bella Dio!). Vediamola nel dettaglio, cominciamo dai genitori. Camillo Facchinetti detto Roby, il padre, è descritto così (siamo nei primi anni ottanta – i Pooh erano come li vedete nel video qua accanto, tenetelo a mente):

a quel tempo papà aveva i capelli lunghissimi e un abbigliamento molto californiano: l’impatto visivo era quello dei rapinatori nel film Point Break […] aveva un aria hippy radical fashion […] in perfetto stile glam rock […] quell’esplosione di colori di cui si rivestiva sarebbe tanto piaciuta a Kandinskij

E certo, il povero Francesco Facchinetti non dev’essersi mai reso conto che i Pooh [3] sono nati e cresciuti e ammuffiti sempre e soltanto nella melma putrescente della squallidoneria sfigatona da casalinga che stira e ammira con Radio Birikina a tutto volume fantasticando melenserie idiote da romanzetto Harmony, no, lui vuole credere che il padre (Camillo detto Roby) fosse considerato da tutti un outcast, un fuorilegge, un rinnegato:

agli occhi della gente rimaneva un trasgressivo […] un drogato-comunista-frocio

E a scuola, addirittura, c’era chi per questo motivo scansava e additava il piccolo Francesco

“lo vedi quello, è figlio di un separato, di un cantante!”

(va be’, esagerato, secondo me si dicevano: “lo vedi quello, è figlio di uno che si chiama Camillo! Detto Roby!”) E comunque, sì, pure la madre non era da meno. Eccezionalissima: stra-viziata eccentrichetta figlia di ricconi (“a diciotto anni, quando suo padre ha deciso di regalarle un’auto, lei ha espresso come desiderio quello di ricevere un autentico taxi nero, very british. Desiderio esaudito”), conquistò papà Facchinetti mettendo in gioco tutta la sua grande intelligenza, durante una cena col gruppo, invitata da un’altra groupie geniaccia a dar prova di coraggio (“scommetto che non avrai mai il coraggio di uscire da quella finestra”)

Mamma non ci ha pensato due volte, ha tirato via una grande tovaglia da una tavola non imbandita, l’ha legata all’inferriata della ringhiera e in pochi secondi si è calata con un salto di due metri […] mio padre cotto

Fricchettoncella perditempo di prima classe (“condividevo le sue passioni, come arte e psiche, e la ricerca di tutto ciò che riguarda l’uomo in ogni sua manifestazione”), appassionata frequentatrice di comunità sballone (“i fine settimana da bambino li ho trascorsi in mezzo ad adulti che si facevano dei cannoni giganteschi“), credulona ai limiti dell’internamento coatto per incapacità di intendere e di volere:

superfissata con l’omeopatia, odiava la medicina tradizionale. Per questo comprava prodotti provenienti dai posti più strani, come quelli confezionati in Germania nella Foresta Nera, la cui particolarità consisteva nell’essere realizzati da una popolazione del posto dalle caratteristiche fisiche speciali, avendo una corporatura da esseri superiori per forza, resistenza e sanità.

E quindi, come dire, potete già pienamente comprendere il perché della suddetta pericolosità evolutiva dei cromosomi F-Oh-Mio-Dio-NO!, peggio ancora se mescolati con un altro corredino cromosomico niente affatto promettente. Per quanto riguarda lui, l’avvelenato miscuglione cromosomico, Francesco Facchinetti era dapprincipio un bimbetto buonissimo e tranquillissimo, poi d’un tratto,

come nei migliori thriller, un giorno, la Bestia è venuta fuori. […] Ho preso a osservare con insistenza un giornale che si trovava per terra. E’ scattato qualcosa. Sono riuscito a sganciarmi dal seggiolino […] ho raggiunto il giornale, l’ho scrutato, afferrato, quindi sono diventato rosso in volto e… una furia improvvisa si è scatenata in me: ho iniziato a strapparne le pagine con forza inaudita e in pochi istanti l’ho fatto a brandelli! In confronto la Carrie di Brian De Palma sarebbe sembrata la Sophie Marceau del Tempo delle mele. Da quel momento, sarei stato Attila flagello di Dio.

Cos’è successo da quel momento? E’ successo che

la mia fama si è sparsa in fretta e nel giro di poco tempo sono stato bandito da tutte le case degli amici dei miei genitori

e che

tutti gli asili di Bergamo mi hanno cacciato. Non mi volevano.

E anche a scuola non è andata meglio, lo hanno sempre tenuto a distanza, schivandolo, emarginandolo. Che pena. Non era solo il fatto che mezza Lombardia fosse giustamente atterrita all’idea di trovarsi i quotidiani di casa ridotti in striscioline (lui ribadisce, sconsolato, che era colpa del padre Camillo detto Roby, colpa sua che sembrava la versione bandito-rocherolle di Patrick Swayze: “sono stato trattato come un appestato, perché figlio di due persone separate, per di più con un padre musicista“), c’entrava anche il fatto che

avevo l’abitudine di pisciare dal terrazzo

e che una volta

credendomi Superman, ho serrato il pugno e mi sono lanciato in volo da uno scivolo, precipitando da un’altezza di sei metri. Braccio fratturato: le ossa, spaccandosi, hanno ostruito un’arteria

e che (come lo racconta compiaciuto, che simpatico birbone!)

in classe prendevo l’accendino e mi industriavo a creare le fiammate più strane ed esagerate. Fiamma di qua, fiamma di là, ho incendiato il mio compagno davanti e il suo banco.

e che

Ho spaccato una finestra scagliandola contro un mio compagno di classe

e che poi

soffrivo di cleptomania. Rubavo tutto, qualsiasi cosa vedessi dovevo farla mia. Mi ingegnavo soprattutto per rubare i giochi dei miei compagni di scuola

A lui no, non gli viene manco il dubbio d’esser stato un egocentrico bamboccio viziatissimo manesco e prepotente [4], al contrario: la sua cosiddetta cleptomania, per dire, “era una forma di agonismo leale, come la pesca sportiva, dove il pescatore una volta agganciata all’amo la preda, le restituisce la libertà”, nel senso che dopo, quando si rompeva le palle, restituiva i giocattoli rubati alla vittima. Quanto gli piace raccontarsi come la piccola peste incorreggibile che ne combina di tutti i colori! Lo stronzetto precocissimo posseduto da una “indomita anarchia” che a quattro anni

sono salito sulla macchina di mio padre, ho acceso il motore ingranato la marcia, messo il piede sull’acceleratore e sono andato a schiantarmi contro un albero. Roba da fare impallidire la Gioventù Bruciata di James Dean.

A scuola lo trattavano “come un cretino” e lui, oggi, si dice oltraggiato a ripensarci, quanto sia facile “condannare un ragazzino a un giudizio feroce soltanto perché diverso”: era soltanto un bambino straordinariamente curioso e indipendente,

ho sempre sentito l’urgenza di toccare con mano tutto, per imparare, in autonomia di pensiero

giusto, autonomia di pensiero:

mi dicevano “non mettere le dita nella presa di corrente altrimenti prendi la scossa”, io smontavo la presa e ci cacciavo le dita dentro. “Non toccare il fuoco perché altrimenti ti bruci”, e io mi arrostivo le dita.

non era un cretino: è che ad aggravare le cose, come se non bastassero le spine della luce e i fuocherelli (oltre al Crystal Ball, me lo stavo dimenticando: “mi tenevo in bocca quella robaccia chimica e maleodorante anziché masticare i chewing gum come tutti i bambini”), ci si metteva anche l’indecifrabile struttura interna della scuola primaria, un trauma difficilissimo da superare

Per tutta la prima settimana di scuola mi sono chiuso nel silenzio. Scioccato. Fino a quando non sono esploso: “mamma, mi devi spiegare a cosa servono quei tavoli”. Non avevo mai visto un banco prima.

e non è finita

inoltre non riuscivo a spiegarmi perché la maestra ne avesse un altro più grande di fronte al mio.

Non un cretino, ma un “ribelle totale” anarchico e anticonformista [5] recluso perennemente agli ultimi banchi (ma non importa, anzi, “mi ha consolato anni dopo leggere la massima di Confucio che dice: visto dall’ultimo banco, lo studio assume la sua giusta prospettiva”) nel quale però batteva un cuore d’oro, una piccola peste che non si scatenava per cattiveria, ma quasi “in preda a una sorta di meccanicismo, come se un demiurgo lo guidasse”: persino il Papa s’è accorto che in quella micro-calamità brillava una luce quasi divina,

E’ venuto a Bergamo che ero ancora bambino. Tutti i miei coetanei erano asserragliati in ogni angolo del percorso, quasi catapultati dalle mamme verso di lui, nella speranza che li accarezzasse. Tra centinaia di bambini, lui, d’istinto, si è sentito attratto da me.

Esperienza quasi mistica che vorrei chiosare con le due riflessioni teologiche di maggior spessore presenti nel libro: una prima, con la quale sarei in effetti parecchio d’accordo

1) Dio quando ha fatto il mio schizzo, doveva avere i coglioni girati

e una seconda, invece, che temo Facchinetti intenda letteralmente

2) Dio è il mio navigatore satellitare

Ma torniamo a noi. Parlavamo dell’educazione del giovanissimo Francesco Facchinetti, sulla quale hanno influito senza dubbio i suoi primi migliori amici, un tossico e un barbone (“Mamma mi diceva sempre: queste sono le persone più sincere con cui tu puoi avere a che fare”), perché lui già “prima dei sei anni d’età” girava per Bergamo “come un grande” e faceva amicizia con “i folli della città”, tra cui questo signor tossico che si chiamava Maggioni [6], fatto così (in sostanza: un altro patetico fricchettone eccentrichetto viziatissimo, senza niente di meglio da fare)

Girava conciato come un corvo, con tanto di pittura sulla faccia. Indossava sempre delle giacche di pelle lunghissime fino ai piedi, anfibi, pantaloni anche quelli di pelle. Un artista, fin dal modo di vestire. Proveniva da una famiglia molto ricca. Dipingeva. Portava un topo bianco sulla spalla, un topo vero.

Poi, andiamo avanti. A undici [7], dodici anni ha cominciato a travestirsi secondo la moda musicale del momento: ha iniziato con la discomusic (“andavo a scuola con addosso echi di tamarraggine anni settanta: pantaloni a scacchi giganteschi a zampa d’elefante e magliettina a rete“) poi è proseguita col metal (“sono diventato tutto nero e borchiato”) e poi col punk,

ogni genere musicale di cui mi sono innamorato mi ha permeato completamente: ogni volta sono diventato un fan modello, un prototipo da esposizione. Ne assorbivo ogni stilema.

Non perché fosse una scatoletta vuota di scialba inumanità da riempire a piacimento, ma perché

diventavo un tutt’uno con la musica che ascoltavo, per adesione totale a un sentimento artistico. Dentro e fuori. Strumento io stesso.

D’esser stato un punkettone della domenica ne va molto fiero.

Ho deciso di aderire al movimento più sboccatamente trasgressivo della Storia: il punk. […] Volevo vomitare la mia rabbia addosso alla gente, soprattutto a quella così grigia da sembrare già morta. […] Siamo diventati “contro”, noi contro tutti. […] Sfidando ogni convenzione, ogni prassi rassicurante, scorticando ogni larva leopardiana di massa. […] Sono stato punk fino al midollo. Il punk mi ha permesso di dare libero sfogo all’irriverenza.

C’era ahilui qualche problemino di incomprensione con i punk veri (non quelli come lui, che ascoltavano “più i Green Day che i Clash”), ma nonostante tutto il suo gruppo, i “Digestionecho, cioè eco digestivo, cioè rutto”, ebbero con il primo disco (intitolato Uno due tre quattro; i loro pezzi forti No al preservativo e Stranamore) un discreto successo (addirittura apparizioni in RAI, a Telemontecarlo, wow: e senza neanche un aiutino di Camillo detto Roby!), dice lui

Ci siamo fatti in fretta un nome e siamo stati molto considerati in questo giro. A volte ho suonato magari di merda, ma ho sempre fatto delle zompate spettacolari che hanno esaltato il pubblico [8]. Sono diventato una personalità all’interno del mondo punk.

Però a sentirla raccontare da una che c’era, boh, il dubbio che ci sia qualcosa che non quadra ti viene; e a dire il vero, be’, che non fosse poi così tanto rispettato, qualche piccolo dubbio ti viene anche leggendo Facchinetti, quando dice ad esempio che

Mi sono recato nel negozio di piercing più tosto di Milano. Sono entrato e il commesso si è sentito in dovere di rimbrottarmi per la spilla che mi sono applicato da solo: “ma non vedi che ti fa infezione?”. Allora ho osservato lui pieno di piercing da far paura e mi è venuto spontaneo rispondergli: “ma guardati tu che quando piove ti arrugginisci”. Mi ha preso e riempito di mazzate.

Era talmente punkettone “nel midollo” che in quel periodo s’è iscritto a Comunione e Liberazione. Ma non è come sembra, sono tutti luogacci comuni, tutte malignerie, in realtà

Quelli di Comunione e Liberazione sono dei pazzi scatenati! Chi l’ha detto che svago e riflessione profonda sono incompatibili? Divertirmi mentre allo stesso tempo alimentavo la mia anima [9] mi ha permesso di spassarmela meglio.

Ma veramente dei pazzi scatenati! Chi l’avrebbe mai detto? Orpo!

Il momento di massima esaltazione erano le trasferte a Rimini per il meeting di CL. Ci siamo dedicati alle sbornie e al dormire per strada. Credo che abbiamo rischiato di morire non so quante volte.

E però allo stesso tempo (c’ha ragione, trasgressione quasi-mortale e cura dell’anima: si può!)

In tutto questo non ci siamo persi nulla di incontri, conferenze e visite, essendo interessati davvero al programma del meeting.

E’ stato in quello stesso periodo che dopo due settimane di punkettonismo “fino al midollo” gli è bastato un concerto per innamorarsi della musica di Jovanotti,

Ho immaginato di essere Jovanotti, di cantare come lui, muovendomi come un matto. In quel momento mi sono detto: “io voglio essere così”. […] Ho capito finalmente cosa volevo fare nella vita.

è stata una specie di folgorazione sulla via di Damasco, con tanto di pentimento e umiliazione vigliacchetta (col tipo dello staff che gli fa da confessore)

Avevo addosso la t-shirt dei Guns N’Roses, uno dello staff di Jovanotti mi ha fermato, chiedendomi giustamente: “come mai hai questa maglietta, qui?… che c’entra?” Gli ho risposto: “Ho sbagliato, perdonami, credevo che questa mi desse qualcosa, ma oggi ho capito che non mi dà niente”

Cambiati i gusti musicali, cambiato il gruppo: non più i Rutto, ora che s’è convertito (non lo dice, ma ci scommetto che è a questo punto, poco prima della conversione, che gli hanno regalato il navigatore satellitare) fonda gli Eden, con cui “suonavamo crossover”, e anche con gli Eden ebbe subito un successone mega-galattico, addirittura andarono a suonare all’estero, a Parigi nientemeno – e sentite qua come racconta di questo viaggio allucinante (che s’è svolto nella sua testa, ça va sans dire [10])

Siamo giunti dalle parti di Pigalle alle sei del mattino. La città dell’amore e della raffinatezza ci ha accolti con bande di teppisti che si accoltellavano, troie ovunque e neri che si drogavano in mezzo alla strada. […] Abbiamo cenato mentre fuori impazzava una sparatoria.

Poi, ecco, non si capisce com’è che è finita con gli Eden, ma è finita, ritroviamo Francesco Facchinetti a zonzo per Milano, impegnato nel “passaggio allo status di animale metropolitano”, che fa il suo “ingresso nel mondo delle discoteche milanesi! O meglio, della discoteca, una, il Boulevard, che non è una discoteca, è la discoteca, di più, è una filosofia”, e la filosofia era questa:

Come stare al centro del vortice della dissoluzione senza fartene distruggere: tecniche e consapevolezza di sé, coltivazione del senso di responsabilità e mantenimento dei valori nell’Età della Coca.

Eh sì, perché a lui

mi dà veramente fastidio il culto della cocaina

ed è un tema su cui però – dev’essere il troppo fastidio che lo confonde [11] – si esprime in modo un pochetto incoerente e paradossale; per esempio, dice

Le persone a me vicine negli anni delle discoteche, quelle con cui ho abitato, hanno fatto tanto uso di cocaina, in modo così assiduo che non me ne sono neanche accorto. Si sono drogati pesantemente, ma per loro era talmente normale e consueto che io non ci facevo neanche caso.

Originale, no? E pensate che carini, questi tizi con cui viveva (bah, secondo me erano degli egoisti tirchiacci, altroché):

Conoscendo la mia personalità non mi hanno neanche chiesto di farlo con loro

Dice che non se ne accorgeva, e però dice anche

L’ho visto con i miei occhi il calciatore che pippava cocaina sul tavolo.

E poi però poco dopo si arrabbia

Certa stampa ha fatto in modo che la gente si immaginasse tutti i vip affollare i privé, pieni di vassoi argentati colmi di strisce di coca giù pronte. Che immane cazzata. Le discoteche sono dei luoghi pubblici, non esistono queste scene da leggenda gossippara. Chi vuole drogarsi deve farlo in bagno, di nascosto.

Lo confonde, la droga, perché lui in prima persona ha passato un sacco di tempo ad assistere caritatevolmente i drogati quelli messi male [12] – pensate che negli ultimi tempi sta meditando d’essere una specie di strambo emulo di San Francesco, ebbene sì,

Adesso mi piomba piacevolmente addosso la figura di Francesco d’Assisi e mi rendo conto che in fondo non sono stato così lontano dai suoi insegnamenti, pur non avendone seguito fedelmente la regola. Se fosse vero il concetto di “nomen omen”, come dicevano i latini? Il destino è nel nome: mia madre ci crede, perché non posso farlo io?

Be’, perché ad esempio tua madre crede che la Foresta Nera sia abitata da giganti ariani antibatterici superdotati? Ma va be’, lasciamo perdere, concluderei con un’altra ultima perlona, l’epifania stronza che ha causato quella canzone lì, la sua prima hit:

“Ha rotto le balle Peter Pan, no, voglio essere Capitan Uncino!” Quando l’ho detto, a momenti mi sono schizzati gli occhi fuori dalle orbite e i denti dalle gengive, tanto era esagerata l’espressione del mio volto esploso che voleva dire: “Cazzo, ma che magnifica provocazione ho fatto?!?”

Fine.

[1] ad esempio, pensavo: chissà quanti poveri grulli avranno comprato il libro di Facchinetti sperando di trovarci qualche laida rivelazione sulle performance sessuali di Aida Yespica – gli piace anale? e il fisting? e ingoiare? – o su chissà quale altra puledrona televisiva – e invece ve lo dico subito, niente, nisba, nada, zero
[2] “La mia applicazione allo studio è durata per i primi tre mesi delle elementari. Quando ho capito di avere appreso le nozioni basilari, è finito tutto: a quel punto, scrivere sapevo scrivere, leggere sapevo leggere, che altro?” ma non è soltanto colpa sua, dice, è mezzo analfabeta anche per colpa di un occhio pigro che c’aveva da piccolino, e sentite qua che pirlata colossale – raramente se ne sentono di così grosse (ma chi gliel’ha raccontata? Liggeri?): “In quelle condizioni, dovevo leggere solamente con un occhio. Con due occhi hai una visione stereo, vedi l’inizio e la fine della frase contemporaneamente, mentre io dovevo leggere lettera per lettera. Da lì è nata la mia repulsione per la lettura.”
[3] ci fa il simpatico, non li chiama Pooh, li chiama Winnie
[4] se la scoattava a Bergamo tipo figlioletto del boss onnipotente, faceva la ronda dei negozi così giusto per riscuotere il pizzo: “Entravo nel bar e subito: Ciao Francesco come va, bene? Cosa vuoi, la spremuta? e mi davano la spremuta. Poi andavo dal tabaccaio: Ciao Francesco, allora, cosa vuoi? Io rispondevo: Niente, e il tabaccaio: Tieni, prendi la macchinina. Poi andavo al ristorante e mangiavo. Ho avuto più privilegi di un deputato”
[5] spruzzetti di ignorante megalomania giovannialleviana qua e là: “Costanza? Ordine? Volevano che seguissi precetti che i grandi innovatori hanno ignorato, quando non avversato. Pensa se i grandi uomini della Storia non fossero stati curiosi… pensa a Colombo, senza curiosità… pensa se lo avessero detto a Leonardo… […] Einstein non fu forse bocciato in matematica?”
[6] per il barbone, via, non sto neanche a scomodarmi: immaginatevi tutta la solita retorichetta barbone-poeta-moderno-fuori-dagli-schemi, ecco, fatto
[7] ah sì, a undici anni il primo rapporto sessuale – e il famosissimo “Turbo Masturbo”? delusione terribile delusione, non era Francesco Facchinetti il Turbo Masturbo, era un suo amico: Facchinetti era più affezionato alla “sega del carcerato”
[8] è convinto di essere uno che esalta le folle, non so perché, non so quali pazzi scriteriati gliel’abbiano suggerito: gli stessi probabilmente che l’hanno tirato dentro in televisione (adesso che fa lo spaventapasseri maturo e tranquilletto, dio, forse è ancora più sconfortante: prima almeno ti veniva voglia di prenderlo a calci, adesso che c’ha gli allenatori che gli insegnano a non fare la scimmia urlatrice, be’, non ne rimane granché – certo le bretelline sono molto originali, bravo)
[9] ah questa è bella, “Ho capito che veniamo tutti sulla Terra con una missione: il nostro talento da esprimere. Io sono nato per fare quello che sto facendo. Non riesco a definirlo”; ma invece sì che ci riesci, dai, l’hai definito perfettamente un po’ di pagine prima, quando dici che la mamma per un pelo non partoriva al gabinetto, e che hai rischiato di “nascere come uno stronzo”
[10] un altro viaggio allucinante tutto di fantasia se l’è fatto a New York, dove secondo lui le cose funzionano così, come nei cartoni animati: “a NY becchi uno e gli dici: Ehi, ho voglia di parlare con te, ti piace la musica? e lui ti risponderà: Sì, ho una amico musicista, esci con me stasera? Così la sera esci con questo tuo nuovo amico, ti presenta un altro che ha uno studio e dopo sette giorni stai registrando un disco. E’ questa la loro realtà, è una questione di mentalità.
[11] lui da ragazzino non usava la cocaina, no, dice che si drogava col gas degli accendini, “Io, originale anche in questo, prendevo il gas, ci riempivo dei sacchettini e lo aspiravo”, e quanto ci gode a simulare una fintissima furbetta autodenigrazione – che ha invece uno scopo esattamente opposto – “pensa se un giorno dovessi diventare un vip? che figura ci farei se rivelassi di essermi fatto di gas? La droga dei poveri, altro che cocaina! Che sfigato, eh?”, perché sì, non è straordinario? il figlio di papà e di mammà, che faceva la vita di strada come i poveri, perché “nella povertà c’è più dignità, perfino quando ti droghi”
[12] non v’immaginate che pallosità letargica tre o quattro capitoli in mezzo a sto mattone di libro (che no, se ve lo state chiedendo: è inutile anche solo dargli un’occhiatina, v’ho selezionato er meglio, non c’è altro), i capitoli in cui racconta delle sue peripezie benefiche insieme a Frate Ciccio-non-so-chi: divertenti però, le scenette missionarie di lui e Fratel Coniglietto che si calano senza paura nel ventre oscuro della Milano tossicomane, affiancate a quelle altre scenette cronologicamente contemporanee in cui c’è lui che si ucciderebbe pur di entrare nei privé più esclusivi e che si mette a fare il pierre per scroccare le cene lussuose con le modelle e poi tutti in discoteca a fare le ore piccole coi ricconi

205 commenti

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un paio di considerazioni:1)sentendo parlare di “comunione e liberazione”+facchinetti ho avuto questo sogno ad occhi aperti:lui(il facchinetti)insieme ai ciellini(possibilmente tutti)al meeting di rimini;le porte sprangate da fuori…e a fargli compagnia leatherface+maxi motosega in scatenamento.2)america,anni’60,due adolescenti ad un concerto di muddy waters(o bb king,non ricordo).duane dice al fratello greg:voglio diventare così.dopo qualche anno nascono gli allman brothers band,il resto è leggenda.italia anni’90,un adolescente assiste ad un concerto di jovanotti e dice:voglio diventare così.dopo qualche anno nasce dj francesco,il resto è merda.3)sono dipiaciuto del fatto che,quando è stato folgorato sulla via di damasco,purtroppo il voltaggio deve essere stato basso,perchè lui è ancora qui a frantumare i coglioni al prossimo con le sue stronzate da mentecatto.vorrei dare qualche consiglio anche alla mamma,ma purtroppo risulterebbe tardivo.

Commento #201 di stefano
febbraio 13th, 2010 @ 9:19 pm

[…] di essere “vissuto un po’ da anarchico” come anche riportato dall’ultimo suo libro. Questa per me è stata la classica “goccia che fa traboccare il vaso” visto che […]

Pingback #202 di Perché è nato “L’Anarchico”… | anarchico
giugno 17th, 2010 @ 6:35 pm

Brava Betty, un’intera recensione in cui non fai altro che insultare in continuazione i Facchinetti, davvero un ottimo lavoro.
Questa non è una recensione, è la sagra dell’ignoranza, un chilometrico testo farcito di insulti, luoghi comuni e senza uno straccio di motivazione del perché il libro non ti è piaciuto.
Ma torna a cucinare il ragù e a strirare le camicie, mi fai pena, tu e tutte le amichette che da cagnoline quali sono ti danno pure ragione.

Commento #203 di F.G.
febbraio 23rd, 2011 @ 1:41 am

Sono daccordo con F.G. ma nutro sei dubbi che possa saper fare il ragù e tutte le altre cose lacara Betty e tutti sti deficienti che la osannano. Non aggiungo altro si commenta e si commentano da soli invidiosi e soprattutto con tanta frustrazione che scaturisce in cattiveria gratuita.

Commento #204 di Anonimo
maggio 7th, 2011 @ 1:34 pm

Io sono cattiva dalla nascita. Sarò frustrata di natura? Omini stupidini…

Commento #205 di Laure
luglio 14th, 2011 @ 6:14 pm

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