Giovanni Allevi, In viaggio con la strega, pare che Dio sia dalla sua parte: non gli fa piovere ai concerti, l’ha eletto a nuovo San Francesco, gli manda gli angeli travestiti da tassinari milanesi – si rafforza la mia opinione su Dio

19 dicembre 2008 / , , ,

Giovanni Allevi, la trilogiaEd eccoci arrivati all’epilogo della nostra trilogia alleviana (se volete ripassarveli: qui c’è il primo capitolo, qui il secondo). Concediamogli ancora un’ultima commossa pernacchia d’addio esaminando alcuni estratti da questo suo smilzo libricino (In viaggio con la strega), e dopo direi che basta, possiamo metterci una pietra sopra, mi pare d’averlo smontato e svergognato (ignudato e cosparso di pece, e poi di piume) a sufficienza, tanto più che il poveretto non fa che frignare lamentandosi dei cattivoni che gli vogliono male e gli dicono cotica, e che cavolo, non è bello infierire quando s’è già infierito abbastanza, non credete? (uhm a dire il vero, no, di solito infierire è bellissimo: solo che dopo un po’ diventa noioso, ecco cosa), del resto ormai è oggetto di continui sfanculamenti facili facili che gli piovono addosso da tutte le parti, insomma, come dire, c’è più gusto a fare a pezzi uno come Morgan (coming soon), che non ha il minimo sospetto della propria assoluta mediocrità [1] – Allevi invece il sospetto ce l’ha eccome, ne è consapevole e la cosa lo ossessiona, si vede (si legge), e per l’appunto questo suo penoso libricino, in poche parole, lo si può sintetizzare così:

“sto tanto male perché al mondo ci sono i criticoni che mi dicono che non valgo niente ma io lo so che sonosoloinvidiosi e ignoranti e insensibili, a me non me ne frega niente di quello che dicono, non è vero che la mia è una scialba musichetta pop da quattro soldi, la mia musica è nuova e difficile e rivoluzionaria e ai concerti faccio sempre il pienone e mi becco le standing ovation, e tutte le persone che ci capiscono di musica classica (per esempio il mio tassista, che è un fine intenditore di Mahler) mi fanno i complimenti e la ammirano e la rispettano in quanto nuova e difficile, anche Dio la pensa così

E infatti, appunto, non a caso il libricino s’apre con la scenetta: Giovanni Allevi “inginocchiato sulle mattonelle della cucina” in balia di una profondissima e sconvolgente esperienza mistica, “assalito dallo spasmo di un pianto dirotto”, una scena intensamente tragica (“un pianto secco, senza lacrime, come vomito senza sostanza”) nella quale trova comunque lo spazietto per buttarci una zampata del suo migliore stile auto-apologetico,

la mia mano sinistra è appoggiata allo spigolo del tavolo. Lo stringo come stringo quello del pianoforte quando ricevo un applauso

è stato il giorno che ha “invocato” e quindi “incontrato Dio”, il giorno che gli è venuta “l’idea di lasciare totalmente le redini dell’esistenza a Colui che ne è il primo artefice”, abbandonandosi “all’universale fluire delle cose” (il suo tipico ritornello anti-pensiero); prima che glielo suggerisse Dio in persona [2], però, Allevi aveva provato a “interrogare sul senso della vita” i suoi ammiratori, “con il pretesto degli autografi”, e anzi no, prima ancora degli ammiratori,

prima di vincere il mio pudore e confrontarmi con la gente, cerco risposte su Google […] digito: “Abbandono a Dio le mie sofferenze”

(e così ho deciso di dargli una mano, ho creato il sito “Abbandono a Dio le mie sofferenze” con un breve messaggio d’incoraggiamento, eccolo qua, così la prossima volta che lo gugla, chissà, potrebbe essergli d’aiuto). Agli ammiratori chiede (ma non lo fa “proprio con tutti: solo con quelli nei cui occhi brilla l’abisso”):

Ma secondo te, io divento matto così? Dimmi la verità, ti sembro normale? Posso continuare questa vita ancora per anni?

a volte va be’, si sbaglia, è talmente posseduto dalle innovazioni musicali che gli riempiono il cervello che con gli ammiratori, ogni tanto, si sbaglia (“con loro grande stupore”) e gli parla in stato di trance (nella più gloriosa tradizione delle cazzatelle alleviane: sono fuori di testa ma riesco lo stesso ad ammirarmi lucidamente dall’esterno anche quando sbrocco, e me ne compiaccio e ve lo racconto, così fate oooh) – sta parlando a “una ragazzina che mi ha chiesto la dedica” (occhio al finale, sedetevi che è da schiantarsi a terra):

“Sì, certo, ma il corno è importante. La tuba può fare quelle melodie, vanno semplificate. Userò due fagotti. L’arpa non può andare, ci sono troppe modulazioni e arriva il problema della pedalizzazione. Il Sol cade sull’ultimo sedicesimo della battuta. Ah, sì, l’autografo, scusami. Vuoi il pupazzetto?

Se Giovanni Allevi sta male è tutta colpa di quegli stupidi criticoni invidiosi (“un’invidia soffocante e morbosa” – bravi, l’avete fatto piangere: sentitevi in colpa), Giovanni Allevi non li (ci [3]) sopporta più (“E’ possibile che io debba sempre fare i conti con il giudizio degli altri?”), dovrebbero fare il loro lavoro nel modo giusto, quello cauto e inoffensivo, omeopatico,

Non devono giudicare, ma solo svelare, cioè dare ad altri la possibilità di capire l’opera. Credo che sia questo il grande ruolo del critico musicale, ma spesso lo dimentica. Si lascia tentare dall’esprimere un parere personale.

mica per altro, è che spesso il critico parla

da artista frustrato che gode a stroncare colui che, a suo parere, gli ha rubato un posto nella storia

ed ecco una storiella fantasticamente scema (divertentissima!) su com’è che non dovrebbe funzionare il lavoro critico secondo Giovanni Allevi,

Un pittore impiega anni per realizzare il suo quadro e dopo una lunga riflessione decide di mettere macchie azzurre, magari proprio ai bordi, sulla sinistra, perché per lui questo disegno e questa disposizione tutta la sua esperienza artistica ed espressiva. Poi arriva un estraneo, getta uno sguardo all’opera e dice al pittore: “Non erano meglio delle belle macchie verdi qui al centro?”

apriti cielo! ma come ti permetti, caro signor so-tutto-io?

se ti piacciono le macchie verdi, vai al negozio, compri i pennelli, la tela, il colore verde, e realizzi il tuo quadro. Per quale motivo non lo hai fatto? Ah, non ne sei capace? Non sei un pittore? Mi sto già scaldando… cambiamo discorso.

Giovanni Allevi può farne a meno di questi dilettanti macchiaioli rompiscatole, lui si è “liberato dalle gabbie del pensiero” ed è arrivato

lì dove non c’è più il giudizio impietoso su noi stessi, sugli sbagli che abbiamo commesso. Non c’è una perfezione a cui dobbiamo commisurarci perché siamo noi stessi la perfezione!

dove ammette cioè che le ridicole sparatine fricchettoncelle anti-pensiero servono precisamente a questo, a convincersi che va tutto bene, che Giovanni Allevi è il migliore, che è invincibile, che non bisogna badare a niente altro se non alla passiva contemplazione emotiva delle proprie dita dei piedi (“eh eh eh! che carino, tu guarda c’ho dentro dei ciuffetti di lanugine tra un dito e l’altro, sono devastato da un’onda calda calda di emozione!“); e poi c’è la sua musica, la cosa più importante di tutte, che è

un segnale forte e univoco, qualcosa di mai sentito prima in maniera così diretta […] una ventata di novità da tanti, troppi punti di vista

Giovanni Allevi sbava per un briciolino di credibilità e autorevolezza, desidera più d’ogni altra cosa trovare da qualche parte un singolo terrestre musicalmente non-analfabeta (non certo nelle fila della “élite conservatrice”, ovviamente, per la quale il suo resterà sempre “un lavoro scomodo”) che ritenga le sue creazioni

nuova musica classica contemporanea [4], che prenda le distanze dalle correnti precedenti già consolidate e recuperi un’inedita sensibilità europea

e per questo tenta un’impresa impossibile – nell’unico modo che conosce: auto-esegesizzandosi pomposamente, inciampando su qualche confuso proclametto filosofico, raccontandoci due o tre imbarazzanti favolette di pura fantasia che esemplificano la sua evidente grandezza – vuole dimostrarci che non è quel sempliciotto un po’ coglione che si sceneggia disperatamente da buffo genio stralunato, lui in realtà è soprattutto un dotto conoscitore, un coraggioso sperimentatore (si comincia dalle foto del libricino, in cui appare generalmente più adulto e riflessivo delle solite pose bambinesco-alleviane, anche incupito, turbato, quasi triste [5]); lui è troppo avanti e siamo noi altri, piuttosto, accecati dai pregiudizi, che non sappiamo riconoscere la sua estrema avantitudine – ma lui ci sfida:

dovrò lottare per difendere la mia musica dagli attacchi dei difensori della poetica del Novecento

e qui si fa largo il dotto conoscitore, che mescola tutta l’infinita varietà musicale del Novecento nel micro-pensierino per cui “la poetica del Novecento” consisterebbe nel teorema

ciò che è complesso e incomprensibile è di valore superiore, mentre ciò che è semplice e accessibile a tutti è popolare nell’accezione negativa del termine

e poi e poi, che scatole questa storia che la sua musica è banale e facilona! Non è vero, al contrario, “la semplicità” della sua musica inganna, perché si tratta sotto sotto di

complessità risolta

cioè sarebbe a dire che la sua è “musica contemporanea” che “non rinnega la sua origine colta” ma è resa accessibile (attraverso il difficilissimo compito catalizzatore di Giovanni Allevi) “non soltanto alla cerchia ristretta degli addetti ai lavori”, così che si trasformi finalmente in

una profonda via d’accesso al mondo di oggi e non si esaurisca nella ripetizione di stilemi ormai stratificati nell’accademismo

Il fatto è che lui c’ha superato tutti quanti: lui stesso, da ragazzo, non era ancora riuscito a trovare la chiave per risolverla, la complessità, ed era un qualsiasi astruso e incomprensibile autore di musica contemporanea, ci credereste? è uscito dal conservatorio che era

un perfetto strutturalista di Darmstadt, uno scienziato della composizione, uno che non mette giù una nota se non ci sono prima mille motivazioni logico matematiche

solo più tardi ha capito che tra l’arida ragione (rappresentata dal se stesso ventenne che va in giro con “matita micromina HB 0,9 mm, gomma e righello di legno con cui traccio le asticelle e le zampette delle crome e delle semicrome“) e il languido sentimento (rappresentato dal se stesso quarantenne che cazzeggia in campagna col superudito, “i sensi si affinano e quello che sembra un prato silenzioso è un sistema intricato di rumori, di insetti che camminano e ronzano, di foglie che sibilano” [6]), non c’è storia, vince il sentimento:

sono in balia di forze esterne, ataviche, forze cosmiche che da sempre si abbattono su chi sceglie di vivere senza riparo

adesso che l’ha capito, finalmente, la sua musica può arrivare al cuore di chiunque, anche (soprattutto!) di chi ama la musica colta, sempre che non sia affetto da parrucconite e sappia riconoscere l’avvento del nuovo e del rivoluzionario – per esempio il tassista (che è una mirabile fusione di cuore puro e discrete conoscenze musicali), sentite qua,

Il tassista è un signore anziano dai modi molto garbati. “Lei è Giovanni Allevi? L’ho riconosciuta. Devo confessarle che non ho mai ascoltato la sua musica”. “Non si preoccupi” gli rispondo sorridendo “non è obbligatorio”. “Sono un appassionato di musica sinfonica” mi spiega. “Beethoven, Wagner, Mahler… Non seguo molto le diavolerie di oggi, mi capisce?”

e allora Allevi, che guarda caso è “appena uscito dallo studio di registrazione”, gli propone di mettere nello stereo il suo album nuovo di zecca, Evolution, che guarda caso è registrato con orchestra sinfonica. Il tassinaro è “entusiasta e sorpreso”:

durante il viaggio il mondo esterno sembra assumere un’altra luce, e la frenesia della gente milanese, intenta a correre, assume la veste dell’umanità che, tenera e fiera, affronta giorno per giorno il proprio destino. Quasi fosse un film, il brano finisce esattamente nel momento in cui arriviamo sotto casa. Osservo il tassista attraverso lo specchietto. Ha le lacrime agli occhi e mi guarda senza dire niente.

Con la voce rotta dall’emozione, il tassista gli offre la corsa spiegandogli che:

Non mi deve assolutamente nulla. L’emozione che mi ha regalato la sua musica è inestimabile.

Giovanni Allevi chiosa geniale (è la morale della favoletta):

a Milano i tassisti sono straordinari!

Ma non succede solo ai tassisti di rimanerci secchi, pure agli strumentisti che lavorano con lui [7]; si capisce che a vederlo così, “sorridente e timido, in jeans e felpa”, lo si potrebbe scambiare per il coglioncione fasullo di cui sopra, ma gli strumentisti invece, che sono ben preparati e c’hanno tra le mani la sua straordinaria partitura, intuiscono immediatamente “l’autorità che c’è dietro questo mio modo di essere, gli anni di studi e di sacrifici”, e se questo non bastasse, poi,

assieme al curriculum, alla preparazione e al ruolo, alla storia e ai numeri, è lo sguardo convinto [v. foto qua accanto, che convinzione!], l’intenzione travolgente a conferire autorità

Per “i giovani”, dai, non c’è manco bisogno di parlarne, Giovanni Allevi significa colpo di fulmine [8]: lui è orgoglioso di presentarsi a “i giovani” come una specie di messia salvatore, un motivo di riscatto (“io ho messo in moto tutto questo, lasciatemelo dire: che grande!“), perché

il ragazzino che sta iniziando lo studio dell’oboe assiste al concerto e vede il primo oboe acclamato come una rockstar. Che effetto avrà sulla sua mente un riconoscimento di valore così tangibile? Capirà che l’Italia non è solo il paese di veline e calciatori.

No, giusto, a volte è anche il paese di un esagitato musicistucolo come Giovanni Allevi che si mette nei panni vacuamente trionfanti di una velina o di un calciatore: che meravigliosa opportunità! Una volta è successo che “un giovane” gli ha scritto via mail: “caro Giovanni, secondo me tu hai i superpoteri!”, e Allevi, serissimo, si dice molto fiero d’aver innescato questa cosa (sembra Stan Lee):

E’ bellissimo che i giovani, seguendo il mio esempio, scoprano le proprie potenzialità e acquisiscano un rapporto magico con l’esistenza. Sono felice che proprio loro ricomincino a parlare di superpoteri.

E non vi viene in mente nessun altro, così, pensando a questo personaggio immenso, buono dolce e tanto bravo, coi superpoteri magici, amato dai ragazzi e dai puri di cuore, snobbato e deriso dai malvagi e dai conservatori invidiosi? Niente niente? Giovanni Allevi ci lascia un piccolo suggerimento tramite la patetica favoletta del custode della basilica di San Francesco d’Assisi:

“Venga Giovanni, le faccio vedere una cosa che penso la riguardi molto da vicino”. Mi conduce di fronte a un affresco di Giotto. Rappresenta il giovane Francesco che va da Papa Innocenzo II a presentare il nuovo ordine da lui fondato. Una interpretazione dell’affresco vuole che al fianco del Papa ci siano gli anziani che osservano Francesco con disprezzo e scetticismo, mentre i giovani, dallo sguardo incantato e pieno di stupore, si stringono intorno alla figura del santo”

E la morale alleviana, definitiva, le sue dolorosissime stimmate – e le nostre, anche, quando ce lo troviamo davanti:

“Vede Allevi, quando il nuovo avanza, fa sempre paura, soprattutto se è nella forma della semplicità, da tutti riconoscibile”

[1] che è ammirato, spesso, da quegli stessi ingenuotti che se la sghignazzano gustosamente ai danni del povero caro Giovannino (Morgan è ben peggio di Allevi, vedrete – Allevi quasi fa tenerezza, al confronto)
[2] una versione tutta meteorologica di Dio, sembra – Allevi si vanta d’essere un suo protetto,

per tutto il tour estivo abbiamo avuto ogni volta il cielo sereno, nonostante il cattivo tempo imperversasse qua e là in Italia […] appena suonato l’ultimo accordo, ma proprio l’ultimo, scoppia un fragoroso tuono che si sente fin dentro il teatro. Sembra proprio esserci una regia dall’alto

[3] pensa a noi, quando scrive: “non consulto internet, per non incappare nelle parole aggressive di qualche detrattore
[4] sì sì, classica, perché

in fondo cos’è la musica classica se non quel linguaggio colto che fa uso della notazione scritta?

(l’unica cretinissima – sballatissima, lo capirebbe anche l’ultimo degli idioti – definizione ultra-generica di “musica classica” che può permettergli d’infilarci dentro le sue misere robine)
[5] ma niente di che, eh, sono quasi tutte foto del solito Allevi, come quella in cui sta estasiato con le braccia aperte lungo il tramonto e dirige “l’esistenza” (con la didascalia: “il futuro non è nella spiegazione ma nell’incanto del non sapere”)
[6] eh sì, “mi arrendo al mondo e resto così per un tempo indefinito”, solitario, immerso nella natura – ma ops! cos’è questo rumorino? una formica, uno stelo d’erba, una goccia di rugiada? no,

un clic, un suono artificiale, e vedo tra il verde, lontano da me, un fotografo nascosto che sta rubando la mia solitudine

che invadenza! meno male che poi gli ha venduto le fotografie, almeno questo, ehi!, la posa del pensieroso solitario è servita a qualcosa, insomma, oltre a sporcargli le Converse appena comprate – che caz!
[7] gli strumentisti secondo me lo odiano, ma lui pensa di no, al contrario, pensa che lo amino (“mi rispettano, lo sento”); come direttore è un disastro completo,

Staccare il tempo, indicare le dinamiche, mostrare gli attacchi sono tutti aspetti esteriori ed evidenti che non mi preoccupano

cioè i fondamenti del lavoro di direzione, lui se ne impippa, bravo; è chiaro che Allevi, quando pensa a un direttore d’orchestra, pensa ai cartoni animati di Bugs Bunny, pensa al buffone che scapoccia e fa i balletti da matto, e infatti la chiama così, “una danza” e dice “mi muovo come un invasato”; quello che conta anche qui è il più frivoletto effettuccio scenico, è lui che rifiuta il frac e rimane in maglietta,

per scardinare il cliché del direttore d’orchestra

lui che decide

di infrangere l’ultimo tabù: scendo dal podio per andare a dirigere da vicino i musicisti

come se il podio stesse lì per bellezza, una stupida convenzione parruccona e niente altro; lui che fa il Glenn Gould,

canto sempre durante la direzione

e

dirigo con le gambe, i capelli, con lo sguardo

un casino: e infatti, toh,

può accadere che l’orchestra vada in automatico e non mi guardi più.

e lui, ah!, sentite che volpe, non è che se ne accorge dirigendoli, perché magari a un certo punto smettono di seguirlo, no, lui se ne accorge “istintivamente, è una questione di intuizione”.

Gli strumentisti lo amano, non c’è dubbio, è per questo appena hanno ricevuto l’obolo della serata se ne filano via di corsa senza cagarselo di striscio – l’ha proprio teorizzata ‘sta cosa, che pena, poveretto:

deve scattare un innamoramento reciproco, e quando c’è, l’unico modo per preservarlo è evitare qualunque contatto fuori dal palco […] credo di aver parlato con quattro o cinque musicisti per non più di mezz’ora

[8] tra i tanti messaggi degli ammiratori adoranti, ce n’è uno che brilla per farlocchitudine (son tutti farlocchi, ma questo è insuperabilmente farlocco): “Ciao Giovanni io sono contenta perché vengo al tuo concerto e ti ho visto anche nel cidì. Un bacio da Alice, sette anni”

602 commenti

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il mio name
è calciatore cantante
ruolo centrocampista
genere folk
nella squadra di gioco
si puo fare
col gruppo musicale ?

Commento #601 di saint joseph gadji celi
dicembre 17th, 2015 @ 7:07 pm

il mio name
è calciatore cantante
ruolo centrocampista
genere folk
nella squadra di gioco
stesso di celi
si può fare
col gruppo musicale ?

Commento #602 di saint joseph gadji celi
dicembre 18th, 2015 @ 2:32 am

Pagine: « 1 2 3 [4] Mostra tutti i commenti

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