E il prossimo malvapride avrà luogo…

27 febbraio 2009 / ,

Martedì dieci marzo, che ne dite? Dal martedì e lungo tutta la settimana. Non sto a ricordarvi cos’è e come funziona, lo sapete – come, non lo sapete? guardate qua e qua e qua e qua e qua – mi sono già procurata i ricchissimi premi e ve lo dico subito, ci rimarrete secchi, saranno più lussuosi che mai, cretini oltre ogni immaginazione. Datemi l’ok e appiccico un bel countdown promozionale (cretino pure quello) qua sopra vicino alle scimmie.

aggiornamento: ok allora, grazie mille! il countdown malvapraidaro ha preso il via e a partire da martedì – questo qua, il tre di marzo – gli ultimi sette giorni d’attesa saranno rintoccati dai pezzi cascanti della megera scotchata qua sopra, che cominceranno a staccarsi via via, giorno dopo giorno – uno spettacolo di raccapricciante decomposizione che c’accompagnerà trionfalmente vero il più raccapricciante degli eventi, il nostro quarto malvapride!

Malvestito #33 – swish swish, hoooooock, chwwwwk, ptoie! (e vi spiego il perché di Arlens)

25 febbraio 2009

Domanda: cos’è che genera nei bburinoni maschi l’impulso irresistibile a scandire la propria misera esistenza cerbottanando in giro pallettine di liquami bianchicci alla velocità della luce? Io non lo so, c’ho pensato su qualche minuto oggi pomeriggio mentre tentavo di persona lo sputacchio velocissimo super-compatto – niente, è difficilissimo, mi ci sono sbrodolata tutta – e le uniche cose che mi sono venute in mente sono che, vediamo, potrebbe essere: a) uno spettacolino di rude e animalesca esuberanza machoman da bandito pistolero, b) un disgustoso sintomo di incontinenza salivare dovuto a un mix letale di Marlboro lights e suonerie disco, c) una forma di esibizionismo ribelle e un po’ vandalo non-me-ne-frega-niente-tiè-becca, d) una metaforica rassicurazione d’efficienza eiaculatoria, e) il liquido cerebrospinale che si suicida disperato auto-espellendosi, f) un’arma micidiale ostentata come deterrente (eh, sapete, va talmente veloce: tipo il rigurgito dei lama – o questo spruzzosauro qua), oppure che ne so, alla Giacobbo, g) parte di una competizione super-segreta le cui regole e i cui scopi sono noti soltanto all’élite delle più venerate logge super-bburine, una specie di prato fiorito di Windows su scala planetaria, le caselle sono invisibili a noi comuni mortali, cliccabili solo tramite scozzo, e la posta in palio è il futuro della specie umana – non so, voi che ne dite, qualche altra idea?

Ah, e fateci caso, il giaccone c’ha una scritta che è il risultato di una successione comunicativa “telefono senza fili” tra papponi dell’industria tarocca: il pappone numero uno dice al pappone numero due “cazzo ne so, facce mette ‘na scritta mmerigana, ‘spetta che sto ad aprì er gugol maps, tiè, ecco, mettice Harlem“, il pappone numero due dice al pappone numero tre “il capo ha detto di mettece Arlem” e il pappone numero tre dice al sarto cinese incatenato nelle catacombe sotto il centro di Prato “piglia sta pelle de cane randagio e scrivici Arlens, svelto” – e Arlens fu.

Academy Awards 2009, il malvacarpet

Non sono servite le immaginette votive (il ciondolo quadrato al collo e la spilletta sul bavero – clic qua a destra per vederli più grandi), non sono servite le commoventi dichiarazioni spezza-cuore (“she stayed as long as she could”, ha detto, “this is a bitter-sweet night”), non è servito questo suo completino stranamente meno caciarone e meno sporco di pajata del solito (coi catenazzi lucidati per l’occasione pendenti su panciotto e pantaloni: tra le chiavi di casa e quelle del garage – chicchissimo! – il conchiglione metallico da sommelier), non è servito farsi saldare dal fabbro la zip della patta per non lasciarsi tentare dal desiderio d’una veloce grattatina, non è servito neppure sostituire il mascarpone con una vera lacca per capelli, non c’è stato niente da fare, al povero Mickey gli è andata male – speriamo che adesso, almeno, gli approvino la concessione per erigere quel mausoleo monumentale a forma di enorme ciotola rosa (con la scritta “Loky” riempita di zaffiri grossi come pagnotte caserecce) nel cuore del Père Lachaise.

E dopo questa amara ma doverosa premessa dedicata al nostro trucido beniamino, ok, vediamo cos’è che c’ha riservato il lussuosissimo malvacarpet di ieri sera, e cominciamo dalla super-vecchiona a rotelle, Sophia Loren, col collare canino diamantato (un omaggio al caro estinto? ah! sigh sob, non la smetto di pensarci!), la solita indecente scollatura autoptica, gli sbuffi a ricciolo da sottovaso di carta crespa sulla gonna (pendantizzati con gli sbuffi di carta crespa color carota marcita che c’ha in testa) e le maniche lunghe velate (color giallo pipì – no meglio, color cadavere in salamoia: appropriatissimo) che servono a mimetizzare l’orrendo effettaccio della pellazza cascante. Grande assente della serata, invece, il ginocchio di Beyoncé, per la prima volta dopo anni e anni intrappolato sotto una gonnellona tutta intera senza spacchi (parte terminale di un rigido tubo imbalsamante ritagliato dal copriletto della vecchia zia bburinona), c’è stato chi cinicamente ha tentato di fregarle il posto sventrandosi il vestito lì per lì, ma non può esserci vera competizione, dài, neanche col ginocchietto di Alicia Keys (che ridacchia imbarazzata verso i fotografi che, rivolgendosi al ginocchio, lamentano “sei un po’ sciupata, Beyoncé” – al che Alicia Keys tutta rossa, tentando la voce da ventriloquo e muovendo il ginocchio su e giù, risponde “eh eh, ehm, trovate?”).

E poi, giusto, c’è Sarah Jessica Parker, che ha scelto la vaporosità eterea e i boccoloni romantici della Barbie principessina sposa, il che però contrasta un tantino col più prosaico braccialetto-emostatico a metà avambraccio (oh, poveretta, le stringe da morire) e con la spaventosa colata di Botox che s’è siringata in faccia (occhi e fronte sono sempre assolutamente immobili e tiratissimi); c’è Heidi Klum, coi capelli sleccazzati sulle tempie in stile De Filippi sanremese (eh, lo so, è un paragone azzardato, mette i brividi pure a me), che c’ha su un assurdo insieme di stoffa maltagliata che le si scombina ulteriormente passo dopo passo, assumendo nuove sempre più paradossali configurazioni di spacchi e aperture e angolazioni e propaggini senza senso (in più, toh: confuso arrotolìo braccialettaro di confettini al salmone); ci sono poi Jessica Biel, che ha il vestito col pezzo di sopra asimmetrico da mono-maggiorata (sulla sinistra la bolla di tessuto in cui riporre la tettona della settima misura), e Miley Cyrus, coperta di capesante sabbiate (o forse foglie di scarola lustrinate), col sacchetto di mozzarella di bufala come borsetta.

Infine citerei, molto velocemente, Vanessa Hudgens e i suoi inserti pettorali di kleenex sfilacciosi (passati in lavatrice nelle tasche dei jeans), Amanda Seyfried col fiocco gigantesco adatto all’inaugurazione di una nave da crociera (è un Valentino, di quel suo insolito colorino specialissimo, sapete, tipo l’arancione solo più scuro, tipo il bordeaux solo più chiaro, tipo il porpora solo meno violaceo), Marion Cotillard con le squamature blu luccicose e il sottogonna di strisce concentriche di pellicola, e poi Tilda Swinton che va be’, come sempre, quasi quasi comincia a starmi simpatica.

Maria De Filippi: traduttrice dal gonzese e domatrice di Gonzi, appassionata di cucina scatologica

Approfitto della incestuosa co-conduzione raisettara di Sanremo [1] per spiegarvi una volta per tutte cos’è che ne penso di Maria De Filippi. Perché insomma, ve la liquido sempre molto sbrigativamente chiamandola di volta in volta “il raschio catarroso che mandano in filodiffusione giù all’Inferno”, “il tripode maligno”, “Lui, che Dio scacciò”, “il dildo peloso di Maurizio Costanzo” ma non è sufficiente, che cavolo – visto il suo megatonico arsenale di super-idiozie [2], be’, immagino sia giusto spenderci un paio di paroline in più.

Maria De Filippi lo zombieE ho pensato che per spiegarvelo potrei cominciare dalla sua faccia – se cliccate sulla gif animata, questa qua a destra, dovrebbe aprirvisi più grande [3] - che meglio di qualsiasi altra cosa testimonia il carattere, le idee e le aspirazioni di Maria De Filippi. Eh, la faccia. La faccia di Maria De Filippi è il minimo comun denominatore di una faccia: è un mascherone bianchiccio dai particolari appositamente candeggiati, segnato soltanto dalle chiazze scure degli occhi, dai buchini del naso e dalla dentiera sbiancata contornata di rosso. Ed è così che vogliono apparire i programmi di Maria De Filippi, come la sua faccia: delle cose piatte, semplici, benevole e facilmente riconoscibili, dai contorni essenziali, quasi quasi modeste. E Maria De Filippi, in sintonia con la sua faccia, ci si muove dentro con ostentata cautela, dimessa, interferisce solo se necessario, s’accuccia per terra e abdica caritatevolmente in favore dei veri protagonisti, che possano così esibirsi in una situazione che privilegi la spontaneità, la verità e la naturalezza.
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Coppia malvestita #52 – lo sceneggiatore ciellino dei Cesaroni, Digei Angelo sotto mentite spoglie, il poroporopoppoppero geneticamente rivisitato, maccherone now I am magning you

C’è chi non ce la fa ad aspettare d’intristirsi live con Sanremo e allora si compra la rivistaccia numero speciale con le foto del cast inghingherato al gran completo e tutti i testi in anteprima, così può verificare da subito che la storia dell’omosessuale convertito va be’, quante aspettative, non era niente di che, bah, pfft, sembra la banale sceneggiatura (fintissimo melensume happy end) di una puntata dei Cesaroni (il migliore amico un po’ effeminato di Amendola Junior incontra un negrone depravato in discoteca e si lascia corrompere analmente – colpa dei probblemi e della ddroga – poi però un bel giorno Amendola Jr gli presenta una ragazza ciellina tanto bella cogli occhioni da cerbiatta che gli dice “anche a me piace essere corrotta analmente!” e lui entusiasta “quante cose abbiamo in comune!” e si mettono insieme e fanno i figli maschi – etero, pelosissimi, con un cazzone enorme a forma di Amendola);

si può anche verificare che lo straordinario intuito letterario di papà Zucchero, ebbene sì, è stato trasmesso tale e quale alla figlioletta Irene Fornaciari, per cui, uguale, come il papà zucchero dei tempi belli risolveva i passaggi cruciali d’un testo coi lampi di genio mentecatto (immaginatevelo col barbone sporco, mezzo ubriaco, al cesso, che ha appena iniziato il verso cruciale “la vita è…” ma non sa come concluderlo, finché poi, lampo di genio: “poroporopoppoppero! ma certo! la vita è… poroporopoppoppero!”), allo stesso modo la figliola ci racconta dei suoi profondissimi turbamenti emotivi dicendoci che lei oggi è “downdowndowndown” tutto attaccato, perché “vedi oggi sono in downdowndowndown”; e non solo, con la rivistaccia si può anche giocare a chi riconosce più cantanti nella fotona ufficiale (“ma quello non è il cretino di Scorie, dai, quello, il cretino ciccione che fa coppia con quell’altro cretino, dai, Savino, ecco, sì, il suo amico ciccione quando fa il coatto!”) e poi si può scorrere il programma del festival e anticiparsi l’imbarazzo per i vari ospiti internazionali che giorno dopo giorno verranno importunati dalle solite maccheroniche battutacce da caserma, evviva – anche se poi, tanto, non c’è modo di immaginare quanto in basso riusciranno a spingersi, è il bello di certi mostruosi agglomerati di idiozia: fanno venire voglia di uccidere, poi, ma sulle prime riescono quasi a sorprenderti.

(se ci cliccate su, le malve s’aprono più grosse)
(ah, giovedì c’è Allevi – faccina ghignante coi mitra)

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