Il pussy magnet Silvio Berlusconi attira sempre le mejo pischelle: Noemi Letizia e il trailer del pulp movie salernitano col giapponese killer balbuziente

Le disponibilissime bburinazze che ronzano intorno al pussy magnet Silvio Berlusconi possono vantare certe splendenti carrierone nello show business che fanno impallidire i trascorsi insanguinati della signora casalinga illuminata Miriam Bartolini aka Raffaella aka Veronica Lario; per esempio questa orrenda ragazzina che sembra una barbie sessantenne rifatta con mezzo centimetro di stucco sul faccione un tantinello rintronato, Noemi Letizia, che si mette sulle ginocchia del papi Silvio Berlusconi a cantare le canzoncine napoletane di Mariano Apicella, ecco, lei, il suo più importante traguardo showbizzaro è un cortometraggio che si chiama Scacco Matto,

È stato presentato a Venezia a dicembre scorso. Io interpreto il ruolo della fidanzata di un politico. È tutta una storia di mafia, di intrighi, di caccia ad un diamante

dovete assolutamente dare un’occhiata al trailer: ci recitano il tronista che è diventato pornostar, quelli che fanno i trenini a buona domenica e gli scarti degli scarti dei peggiori fiction-incubi – guardatevelo qua sotto, è più comico dei trailer che fanno a mai dire goal con Maccio Capatonda e Girolamo Tiffany:

il mio pezzo preferito è la scena col rewind del giapponese isterico balbuziente che si getta sulla pistola. Bellissimo! [*]

(Ma la giovanissima Noemi Letizia non si limita mica ai filmoni indipendenti, fa anche la valletta di Francesca Rettondini su TeleA nel programma Stelle emergenti, una produzione in grande stile che può vantare la partecipazione di personaggi come

Pippo Pelo, Olga Ballon cantante e attrice, il gruppo che ha rivoluzionato le classifiche musicali i Novecento, Shara Maestri attrice del film Notte prima degli esami” e di numerose fiction, Rocky Pietrantonio attore del film “Parentesi Tonde” e direttamente da”Amici” la cantante Rita

che cazzo)

[*] diretta da un ventiduenne salernitano che lavora un sacco, precocissimo, si chiama Carlo Fumo, autore del fondamentale Vita, Amore e Destino (trailer“ho diritto di sapere se mia figlia se la fa con il figlio del maggiordomo!”) e dell’imminente The world’s director (sponsorizzato dal comune di Salerno), un “doc-film” che “cambierà il nostro modo di vivere mostradovi il vero mondo in cui viviamo” (dice proprio così, “mostradovi” senza la N, c’è un errore nel trailer)

Federica Fornabaio: chi?! una che annegava a Sanremo davanti a Marco Carta e fa le musiche di ER quando muoiono i vecchietti

(ovvero: come ci si fa pubblicità facendo finta di saper fare qualcosa di cui non si sa quasi niente, e vantarsene)

Quel merdone secco che è Sanremo, cioè il tempio della Musica In Televisione (dove “Musica” è scritto a penna su un post-it appiccicato malamente sopra la parola “Flatulenza” [1]), è capace di segnare un nuovo picco di tristezza anche così, dopo mesi e mesi, retroattivamente: c’avete fatto caso, forse, che durante le performance del vincitore Marco Carta (Non-sono-gay-sennò-le-bimbominkia-non-mi-comprano-il-cd) e della vincitrice Arisa (Faccio-l’imbranata-puffa-quattrocchia-sennò-mi-si-vede-attraverso [2]) l’orchestra era diretta da una vistosa giovinetta, una certa Federica Fornabaio, ventiquattro anni,

la più giovane direttrice d’orchestra sanremese di tutti i tempi

che sarebbe la capellona tutta in tiro che c’è nel video che ho montato qua accanto: potete ammirarla scuotersi mollemente, fare strani gesti tipo nuoto subacqueo (fase di annegamento), disegnare in aria le casette e le nuvole e il sole che sorride, dare una sfogliatina al Cioè nascosto nello spartito e poi salutare gli amici dietro le quinte, entusiasta, il tutto lontano anni luce dall’attenzione degli orchestrali, ovviamente, che se ne andavano tranquilli per i fattacci loro. Una roba così scomposta, goffa, così imbarazzante che se lo magna, al Giovanni Allevi direttore d’orchestra (ché lui, almeno, si dimena da tarantolato: fa ridere [3]). Io me l’ero già chiesto allora, chi cavolo fosse e che cavolo ci facesse là questa tipetta totalmente incapace – qualche giorno fa l’ho capito:

Si cimenterà a breve in prima persona nell’avventura discografica con il suo primo cd, solo pianoforte

E guarda caso sarà prodotta dalla Warner, come Marco Carta e come Arisa – e guarda caso, toh, il suo produttore (Bruno Santori [4]) quest’anno era uno dei capoccia musicali di Sanremo. E pensate, adesso che spuntano qua e là, sulle solite rivistacce, i primi articoletti che celebrano il suo prossimo debutto, scopro che il “maestro” (come la chiamavano a Sanremo) non è neppure diplomata in conservatorio (ci sta provando – ma, siccome non si sa mai, mette le mani avanti: “il diploma non fa il musicista” [5]). In questo suo disco “sarò in veste di compositrice e pianista” e c’è da averci strizza, eccome, potete sentirne qualche assaggio sul suo MySpace: lei dice Sakamoto ed Einaudi, ma si capisce subito che la sua fonte d’ispirazione sono le più modeste soundtrack di E.R. Medici in prima linea quando muoiono le vecchiette.

La sua partecipazione sanremese rappresenta un terrificante (già ben consolidato) upgrade della solita frenesia riempitiva della televisione-discarica, dominata da branchi di pantegane viscidissime (gli agenti, i produttori) che sbavano per questo o quello spazietto di visibilità pubblicitaria dove infilare i propri sacchettini di spazzatura marcescente (i loro mediocrissimi protetti in rampa di lancio – già lanciati, o da rilanciare), così che pure quei ruoli in cui sarebbe utile – che dico: necessario – sapere cosa stai facendo, averci un minimo di dimestichezza e conoscenza della materia, niente, sono buoni (buonissimi! perché dopo puoi anche bullartene) per piazzare la belloccia che non sa fare quasi niente (ma col dischetto d’accatto già pronto) – in fondo c’hanno gioco facile, perché insomma, non ci si può scandalizzare per l’orchestrina là del minchiafestival, no?, se la stessa cosa succede coi troioni candidati alle elezioni, che è peggio (detto con la voce di Arisa-puffa-quattrocchia).

[1] devo averlo detto un miliardo di volte ma va be’, lo ripeto: mi fa pena chi prende sul serio questa cosa che sembra musica ma musica non è, questa volgare e scadente imitazione costruita in quattro e quattr’otto che si vede in televisione, spesso infiocchettata di grassi proclami e strombazzamenti E’ tornata la Musica! la Musica finalmente! rinasce la Musica! la nuova Musica!, ma con la musica non c’entra niente, è soltanto un’operazione di scopiazzatura e maquillage discount che serve a sedurre per una mezza sera il cattivo gusto dei subumani
[2] “complimenti al suo look e al suo stile sono stati inseriti nella giustificazione annessa al premio conferitole dalla critica”
[3] e non crederete ai vostri occhi ma lo snobba, lei, al nostro amatissimo:

“Diranno che è nata l’Allevi in gonnella?”
“Spero di no. Il mio punto di riferimento è Sakamoto. Dopo di lui stimo molto Ludovico Einaudi”

[4] bellissima la pagina Wikipedia, lunga lunga e super-apologetica, che s’è evidentemente scritto da solo – il suo più grande successo?

il brano Un sospiro (sempre più in alto…) da lui composto, che diverrà colonna sonora della celebre pubblicità della grappa Bocchino (interpretata da Mike Bongiorno)

[5] e che je frega, a parlarne non costa niente, la butta giù facilissima: “ho intenzione di diplomarmi in direzione d’orchestra piuttosto che in pianoforte”

Essere Valeria, la docu-fiction di Valeria Marini: un disco, un film, una task force anale per l’Abruzzo

Oggi, stasera, comincia un nuovo programma televisivo che mi sembrava promettente, Essere Valeria (la locandina, qui a lato, l’ho fatta io – cliccandoci su s’apre più grande; la citazione viene da qui, lo sapete), “la vita quotidiana di Valeria Marini come non l’avete mai vista”, che roba, mi ispirava sì, eccome! (magari, pensavo, è uno di quei reality snuff vipparolo-domestici coi tizi pubblicamente glamourosissimi e pieni di altera fascinosità che nel privato invece se ne vanno in giro zozzi, stonati, senza niente da fare, grattandosi il culo e appiccicando le caccole sotto ai tavoli – bello!), sennonché, accidenti, a sentire come ne parla seriosamente la stessa Valeria Marini (lo chiama, pensate, “docu-fiction”), “c’ho messo tutta me stessa, io non faccio nulla per caso, lavoro moltissimo, la gente lo percepisce e mi ama per questo, perché sono generosa“, mi sa che allora niente, butta male – già sento l’odorino inconfondibile d’un noioso patetico ammasso di sceneggiate al ventesimo ciak (“scusate, la rifacciamo? posso ripetere “aaaadddooro arfonso signorini! è il osgar uaird dei nosdri dembi”, posso ripeterla? mentre la dicevo mi si è posato un batterio sull’unghia”), tutto accuratamente concepito per renderci chiarissimo una volta per tutte che Valeria Marini non è quel canotto pitturato che tutti quanti col tempo abbiamo imparato ad amare, no, no, è una astuta e poliedrica artista, consapevole, manipolatrice, intelligente e creativa che, pure se non sembra [*]

si carica di pesi come un caterpillar, ed è un lato della sua personalità che sorprende quando si pensi alla leggerezza con la quale è capace di presentarsi al pubblico

E che due palle, e che delusione! No, ma io non perdo la speranza, non ci riesco, è più forte di me, non posso che confidare nelle capacità di involontaria iridescenza imbecille di un essere umano così meravigliosamente malato, Valeria Marini, che ha saputo regalarci momenti di indimenticabile raccapriccio zoofilo: pensate, per dire, ai bizzarri corsi di pompino sui quali con disinvoltura professorava nel periodo in cui se la intendeva con Vittorio Cecchi Gori, non curandosi minimamente d’ingenerare nelle nostre candide povere menti certe splatter fantasie che schizzano e si squagliano e marciscono e ribollono pus, e cioè il pensiero del cazzetto flaccido di quell’ometto là (sul quale io, a proposito – colgo l’occasione – c’ho una teoria: che Vittorio Cecchi Gori in realtà è un cazzetto flaccido, cioè dico lui tutto intero, un cazzetto flaccido alto un metro e mezzo: si spiegherebbe allora perché al posto del collo c’ha quelle oscene piegoline cascanti e mollicce; si spiegherebbe la boccuccia umidiccia; si spiegherebbero quegli occhietti di stoffa attaccati con la Pritt; si spiegherebbe perché non sa parlare); oppure, comunque, poi, considerate l’elevatissimo potenziale di super-imbecillità degli attuali impegni di Valeria Marini, che canta, s’è messa a cantare (sì: CANTA)

sto preparando un disco [...] una compilation

e non solo, torna a recitare

sto per partire per l’America per il progetto di un film ambientato nel mondo della moda al quale dovrebbe partecipare Paris Hilton

e non poteva mancare la beneficenza

mi sono messa in moto per contattare alcuni amici del mondo dello spettacolo per fare una task force e raccogliere fondi [...] io metterò all’asta, tra i vari oggetti una foto che mi è molto cara, quella con la dedica di Fellini

proprio quella, sì! ve la ricordate? la foto dove Fellini le aveva fatto uno sgorbietto sulle chiappone “vorrei vivere qui”, che poesia! i capricci anali di Federico Fellini e le chiappone sfatte di Valeria Marini che contribuiscono alla ricostruzione dell’Abruzzo, mi commuovo! E insomma, volevo dire, appunto, con questo popo’ di curriculum vitae e questo popo’ di imprese in cantiere, che cavolo, io finché non vedo questa sua, ehr, “docu-fiction”, be’, io non ci credo che sarà una schifezzona piatta e noiosissima, non è possibile – e anzi, veniamo al punto, tutto sto pippone era per sapere, dunque: chi è che me la registra?

[*] le citazioni e l’immagine “la mia asta benefica per le vittime del sisma” sono tratte dal cupissimo Diva e Donna di questa settimana (c’è Emanuele Filiberto con la mascellona serrata che fa pat-pat ai terremotati e “se scendo in politica lo farò per voi”; c’è Vittoria Puccini che “se rimanevo a L’Aquila tre giorni di più forse morivo” – direbbe Claudio Baglioni: “sì, e se mio nonno aveva quattro palle era un flipper spaziale”; c’è Alessia Fabiani che c’ha tutto il servizio fotografico in cui contritissima attende le spaventose notizie al telefono cellulare, “la mia famiglia terremotata”)

Lolita Bimbominkia: il diabete, il ritalin, le bamboline De Agostini, le scarpe ortopediche, i peti in cgi e il Neo Pessimismo

20 aprile 2009 / , ,

Scusate per la settimana d’assenza, proprio ora che abbiamo inaugurato la nuova grafica [1], ma sono stata annichilita da una botta improvvisa di sconforto. Oggi, che mi sento meglio, direi di riprendere con un argomento facilissimo, piccolino, allegro, che è sempre fonte di grande spasso: i bimbominkia. Direi che potremmo avventurarci lontano lontano fin sulla soglia di quell’oscuro anfratto della galassia bimbominkia che si chiama “Moda Lolita”, cioè a dire “io mi vesto Lolita”, cioè a dire “voglio essere come quelle graziosissime bamboline di porcellana coi vestitini cuciti a mano della collana De Agostini Le fantasie pedofile del cardinale Richelieu che fanno l’altalena sulle mensole del salotto pelle bianca / ottoni dorati di mia zia Mauscrozia, però in versione un pelino più moderna, bambolina pedo-richeliana sì ma crossoverizzata coll’armamentario del troione da discoteca“, cioè sarebbe a dire che oggi parliamo delle bimbominkia che, se glielo chiedi (mai! pazzi! mai interpellare un bimbominkia! [2]), ti dicono che loro si ispirano allo “stile di vita rococò”,

noi Lolite come le dame del rococò amiamo andare in giro con il nostro ombrellino di pizzo, il nostro vestitino a balze e le nostre scarpe alte e il nostro headdress di pizzo. proprio perché ci piace quello stile di vita

alan moore cuore bimbominkiala qual cosa, gli ombrellini e i pizzi e le balze eccetera, è sempre contaminata da una generica svalangata di degenerazione bburinona (le scarpe ortopediche rialzate con la zeppolona Frankenstein, le gonnelline inguinali, le calze a rete, gli artigliazzi lucidi frenchmanicurizzati) e dal ricorso a più specifici tradizionali malvestitismi bimbominkia, a seconda dei casi: per cui ad esempio ci sono le Punk Lolita (quelle aggressive che c’hanno la parrucca nera con la frangetta tagliata a mezza fronte, il trucco verdino, le calze sdrumate, le catene e le toppe e il bustino coi teschietti e così via), oppure le Gothic Lolita, cioè in pratica il groupie-kindergarten di Marilyn Manson (in bianco e nero, croci, bare, cimiterialità assortita, anellazzi in armatura d’acciaio eccetera); e ci sono pure le Lolita lisce, quelle a zero optional (le Classic Lolita), e le Sweet Lolita, che sono le Lolita superinfantili, le Baby Mia strafatte di Ritalin coi reggicalze e gli zatteroni che

io vado in giro tutta vestita di rosa, baldanzosa, saltellando qua e là

ed è vero che nel Settecento i lecca lecca tridimensionali a forma di Hello Kitty non esistevano (forse), ma insomma, mica è una roba filologica, il cosplay pseudo-rococò delle lolita-bimbominkia è riveduto e corretto secondo le fantasie esageratamente esagerate del tipico mangaka pervertito fuori di testa: dietro quel suo travestimemento da Richelieu, sorpresa!, ci trovate il faccione gonzo di Marrabbio di Kiss Me Licia, ed è per questo che le lolita-bimbominkia, a qualsiasi sotto-categoria appartengano, amano così tanto lasciarsi dietro una scia di assurdità demenziali da anime giapponese (se potessero, sono sicura: suderebbero a goccioloni, riderebbero cogli occhi a melanzana, si farebbero scomparire il naso ogni volta che s’imbarazzano e farebbero canestro nel cassonetto della spazzatura col colpo Annina) – e direi che, sfortunatamente, le lolita-bimbominkia italiane (che tentano un’imitazione delle prime lolita-bimbominkia, quelle giapponesi) finiscono per aggiungere ai cliché manghizzati della fiction in costume d’epoca quelli tristemente wannabe della cartolina turistica made in Giappone: prendete il cibo, ché siccome sono damine del rococò, allora

ci piace chiuderci dentro una sala da tè oppure dentro una cioccolateria

e siccome sono damine, sono conoscitrici della materia

il cioccolato che piace a noi è esclusivamente quello artigianale francese, fatto a mano e con dei lipidi particolari quali caramello, fiori, tutti esclusivamente dolci e zuccherosi

ma siccome però sognano che Via del Babuino sia la Main Street di Harajuku,

il nostro pranzo preferito è un bel piatto di sushi. cose da mangiare esclusivamente giapponesi come il sushi, dei dolci francesi, e anche degli snack giapponesi quali stick di cioccolato alla fragola, dolci, marscmello

Poveri ingenui bimbominkia [3], loro ci si sentono davvero originali e fuori dagli schemi, speciali,

non mi trovo bene con gli altri in quanto io persona con interessi diversi rispetto alla massa, con gusti differenti

e come al solito ci sta qualche minchione musicista – ribelle! ribellissimo! [4] – che fa da modello ispiratore a miliardi e miliardi di bimbominkia come loro, tutti uguali,

ho scoperto la musica di Mana-sama e dei Moi dix Mois. ho visto che Mana-sama indossava dei vestiti meravigliosi e ho deciso anche io di iniziare a vestire come lui, ovvero comprando proprio dalla sua brand giapponese

e per l’appunto, il minchione musicista più famoso di tutti (che sarebbe il fulminato riciclatore di ovvietà pop-musicali da spot televisivo che vedete là più sopra mentre urla una cosa chiamata Neo Pessimista) è anche il furbone che ci guadagna a pacchi sull’equipaggiamento instantmade Lolita Bimbominkia – ha creato un marchio apposta Tutti-Quanti-Originali-Come-Me! che si chiama Moi-même-Moitié (sottotitolo: Elegant Gothic Aristocrat),

non che per le bimbominkia l’evidente preconfezionamento globale della “moda Lolita” significhi qualcosa, anzi: considerate il film che fa loro da manifesto, Kamikaze Girls (una insopportabile palla shojo – pregevole soltanto nelle scene con il bulletto dai capelli priapeschi e in quelle con le puzze a nuvoletta in cgi), è un mega-spottone senza ritegno di un’altra marca equivalente per molti versi a quella del fulminato (ma più sul versante Classic-Ritalin-Lolita) che si chiama Baby, The Stars Shine Bright (c’è la protagonista che darebbe la vita per comprarcisi i vestiti): le bimbominkia lo citano come fosse la Bibbia, se lo sono imparate a memoria,

Lolita è uno stile rigorosamente dolce, uno stile che viene dal rococò, dove era un periodo fantastico in cui si navigava nella dolcezza

e nell’incipit del film, toh,

mi sarebbe piaciuto tanto nascere nell’epoca del rococò. è venuto dopo il barocco, ed era più sobrio e delicato [5]. in quel mondo fantastico si affogava nella dolcezza

il film ce la spiega così la vita delle damine rococò

facevano l’amore dal mattino alla sera. quando erano fuori dal letto ricamavano, e quando si annoiavano si rinfilavano nel letto. dopodiché, lunghe passeggiate nel parco

che cioè, tradotto nel rococò bimbominkia delle Lolita-damine di oggi, sarebbe: si chatta in rete cogli amici bimbominkia dalla mattina alla sera “hai visto che splendido completo che portava Mana-sama nel suo ultimo concerto Soffro-Soffro-SimboloSatanico-Soffro DarkDarkDark-Soffro-Questi-Calzini-Con-Le-Croci-Rovesciate DarkDarkDark-Duemila-Yen-Online-Free-Shipping“; poi si esce a comprare qualche caghetta nei negozi specializzati bimbominkia (“ce l’ha i calzini con le croci rovesciate di Mana-sama?”), poi ci si ributta in internet per prendere appuntamento in piazza cogli altri bimbominkia, e poi, verso le quattro, ci si ritrova in piazza per la merenda, “ehi! c’è anche quel centenario del Lestat! ehi! ciappa qua i miei calzetti nuovi di Mana-sama!”

[1] a proposito: ho aggiornato l’indice delle malve, finalmente, e stamattina inserisco una dozzina di nuove citazioni nel coso rosa su in alto, e metto in moto il JavaScript rotante sui post mejo der mejo nella barra laterale
[2] il video che c’è là sopra, che non ho capito bene da dove viene, me l’ha segnalato Valentina (grazie Valentina!)
[3] e comunque, be’, meglio a quattordici che a trenta anni, credersi raffinate trendissime sciccose, inconsapevoli cosplayare a buon mercato in salsa squallor H&M
[4] non esiste malvestitismo bimbominkia senza un corrispettivo minchione musicista che ne sia idiolo e bandiera
[5] eh?!?

La nuova grafica! La nuova grafica!

13 aprile 2009 / , ,

Toh!, un punto decisivo a favore di quei pochissimi reietti che perdono tempo a cazzeggiare su internet anziché sfruttare in tutto e per tutto questa meravigliosa tradizionale ricorrenza della socializzazione amicona, cioè le code interminabili di auto sulla statale e le tempeste di grandine e i menù fissi alla fraschetta Dar Burino col pelo pubico che si rizza al centro della pastiera (“che bello, una candelina! vi siete ricordati che è pure il mio compleanno, grazie!”) e mucchi di viscidi chiacchieroni semi-sconosciuti sulla cui pelle fantasticare spettacolari accidenti da morte istantanea (“è lui! è l’asteroide Apophis! è in anticipo! e punta dritto verso Dar Burino! dritto dritto sulla testa di Francesco Maria!”) – il punto decisivo in vostro favore è questa cosa che vedete tutto qua intorno, gioite!, gioite!, perché voi pochissimi privilegiati vi beccate in anteprima la nuova grafica del sito!

Nel video for dummies qua sopra, che è (e rimarrà nei secoli dei secoli) linkato sul punto interrogativo in alto a destra, vi spiego un po’ com’è che funziona la nuova grafica, provate a darci un’occhiata. Molte cose devo ancora sistemarle (un sacco di cose!), per esempio i post che compaiono a rotazione nel rettangolo rosa (ce n’è uno nuovo ad ogni refresh della pagina), per ora ce ne ho messi una dozzina, ma vorrei aggiungerne molti di più; poi la pagina del glossario, che devo completare; e c’hanno dei problemi anche gli ultimi commenti, che soffrono i titoli troppo lunghi; devo aggiungere il javascript rotante sui migliori post e poi, uhm, c’è da ottimizzare il tutto per Explorer (dyo lo maledica) e Safari e gli altri browser minori – per ora dovrebbe andare alla perfezione soltanto su Firefox; e qualche altra cosa che adesso non mi ricordo, ma sistemerò pure quella.

La cosa importante è che, se vi va di darmi qualche consiglio, se volete segnalarmi errori malfunzionamenti o brutture varie, io sono tutta orecchie – grazie!

« Post precedenti