Ebbene diamo il via con la lezione odierna ad un ciclo intensivo di storia del malvestitismo (dieci crediti – frequentazione obbligatoria), dagli albori delle prime comunità cavernicole alla new wave cavernicola (i blog), una infernale panoramica sugli orrori che da sempre perseguitano il cammino della specie umana.
La preistoria ad una prima occhiata non si direbbe, ma per certi versi è stata la prima indimenticabile golden age del malvestitismo. Ad esempio, diecimila anni fa non funzionava come oggi, che se guadagnavi un niente te lo potevi sognare l’acquisto di materiali preziosissimi, gioiellazzi mille carati e sbrilluccicherie varie – non saranno stati raffinatissimi diademi a forma di cigno, ok, ma erano gratis e alla portata di tutti (e se ti diceva sfiga che non ne trovavi nessuno, va be’, s’andava giù di conchigliette, primordialmente etno-chicchissime); addirittura, non succedeva come oggi che nelle confezioni di cibo al massimo ci trovi gli skatenini, all’epoca accoppavi un mammut e insieme alla carne c’avevi in regalo due zannone d’avorio da mezzo quintale che se oggi esistessero sul mercato a vedere un cosone così (che magnifico ciondoletto sarebbe!), a un hippopparo gli verrebbe un ictus.
Un’età di opulento splendore malvestito anche in fatto di pellicce. Di eco-succedanei sintetici non c’era traccia (o di animalisti anche, nessuna traccia – seppure già allora molte girassero con la patata al vento, ma che c’entra) e s’indossava tutti delle pelliccione gonfie purissime al cento per cento, degli assoluti capolavori DIY del maculato, così adorabili nella loro rozza fattura io-sono-originale (guardate qua che meraviglia questo due pezzi, minigonna grigiastra di mammut – 1 – e casacchina monospalla maculatissima – 2), e qui ci starebbe bene una battuta su Roberto Cavalli che va a trovare il professor zapotec e si traveste da cavernicolo (facile, basta che si toglie gli occhiali da sole) per andare a procurarsi qualche estintissimo esemplare di pelle macairodontica (e poi dopo magari fa una puntatina nel giurassico per gli stivaletti di tirannosauro) – che lusso.
L’arte della borsa, quella no, era ancora ben lontana dal raggiungere l’avvenire dei sacconi placentari che tanto amiamo ai giorni nostri, ed era piuttosto legata alla neonata tradizione che porterà allo zaino scolastico a forma di animaletto, eventualmente d’utilizzo più maturo a fini kidultari (il coniglio che si porta appresso – 3 – dev’essere ancora svuotato e le gambette cucite per farci la tracolla: cibo più regalone, ancora!). Il femore (4) che ha nella destra, invece, stabilisce un significativo precedente di quella atavica condizione umana che vuole ci sia la costante possibilità d’assillare e irritare il prossimo, da tradursi infine nel cellulare da passeggio con suoneria polifonica innescata (a quei tempi là, si metteva alla prova la pazienza altrui menando fendenti random col femore – del resto, oh, meglio una femorata che Gigi d’Alessio).
Certo che, comprensibilmente, dal punto di vista dell’impiegato gay di un centro estetico del XXI secolo la malvestita preistorica è un pochino da aggiustare. Passi pure il colorito scuretto, marroncino, da sporcizia fango terra e cacca stratificate, che va be’ mica è tanto più schifosamente intruglioso dei multistrati correttori fondotinta ombretti phard cipra tinture spray dei giorni nostri, e in fondo, poi, è un trattamento naturalissimo che ti dà una carnagione così wow settimana bianca a Saint-Moritz che manco una mesata intensiva di lampade nucleari. Passi pure il capello arruffato e sparato da tutte le parti (5): una botta di phon lacca gel e passerebbe facilmente per una di quelle tipiche cotonature da donnina kitcsh di mezz’età. Il topless pure ci sta tutto: molto fashion provocatoria la tettina impertinente che spunta dalla scollatura (6), molto Uops! da red carpet hollywoodiano; e tuttavia i peli lunghi irsutissimi su tutto il corpo, la coroncina di peluria intorno al capezzolo, be’, effettivamente a quelli una spuntatina andrebbe data – ma ci vorrà qualche secolo ancora, ahimé, prima che una malvestita ispiratrice, per caso, tentando d’accendere il fuoco con una pietra, strofinandosela sul corpo (dev’esser stata una parecchio scema), otterrà quel risultato inaspettato – eureka! – che è alla base dell’infinità di ammennicoli depilatori che conosciamo oggi.
Quando uno è pischello gli piacciono i gruppi che da grande, poi, li usa come argomento per raccontare le storielle simpatiche agli amici in pizzeria [1]. Ma dai, pure tu c’avevi il poster dei backstreet boys! Oh Oh Oh, ma che buffo, che ingenuotti eravamo a farci piacere sti scemi ridicolissimi, Oh Oh, e tu pensa ce le bevevamo tutte!, a credere che quello coatto dei bb fosse la trasgressività personificata – e mica ci voleva tanto, bastavano un paio di tatuaggi, un due tre piercing e i vestiti strani – quello biondino invece era la tenerezza amorosa per sempre pucci-ci-cì – bastava il suo candido caschetto a scodella – quello mascellone con la faccia rettangolare, be’, lui era il lavavetri dell’est – bastava la faccia rettangolare.
Il tempo passa, uno cresce (bleah), e adesso non è che ci facciamo infinocchiare gratis, mo’ che siamo adulti e scafati le cose le vediamo per quelle che sono davvero, c’abbiamo l’occhio clinico. E invece, sarà che piace a tutti rimanere un po’ cretin.. uops, bambini, ma via via che si abbandona ufficialmente – e con gran fanfara di pizzerie – la robetta stile cuscino a forma di lavavetri fregola prepuberale, si finisce spesso per collezionare una sfilza di altra robetta che, di fatto, non è che ai tatuaggi impertinenti del backstreet boy coatto gli sia tanto lontana. Anzi.
A me Beth Ditto sta indifferente, lei e il suo corpo, la musica e tutto il resto. Quello che mi sembra interessante piuttosto è il discorso che alcuni hanno appiccicato su Beth Ditto (e che lei, saggiamente, alimenta – ehm): che in Beth Ditto com’è fatta e quello che dice e come si comporta ci sia un messaggio femminist-anti-discriminatorio di una qualche rilevanza per noi altre casalinghe unite di tutto il mondo – c’è?
A parlare di femminismo nel caso di Beth Ditto, ovviamente, si parla di una cosa che – in quanto a spessore culturale – sta più o meno sullo stesso piano delle direttrici da rotocalco che si fanno fotografare nell’editoriale di prima pagina coi capelli sciolti, il vestitino da lavoro sobrio ma femminile, un filo di trucco appena e la smorfia sorridente ma ferma di una che è molto sicura di sé [2]. Una etichetta blandamente appariscente e niente altro, che stuzzica le primitive sinapsi della malvestita con minuscole pretese d’intellettualità “di genere”, tanto più che Beth Ditto risponde ad uno standard che, agli occhi della malvestita – soprattutto se orientata musicalmente verso il penultimo gradino dell’evoluzione della specie aka la scena indie-underground (e allora magari non legge Grazia, legge il Mucchio: fa differenza?) – gli dà quel qualcosina in più che lo rende eccezionale, un femminismo originalissimo, non solo è cicciona ma si tiene le ascelle nature, che dire, anfatti.
Beth Ditto non è colpa sua, fa il suo lavoro (la popstar): nasce nel solco della più sputtanata tradizione riot e là rimane [3], fa un po’ quel che cavolo che le pare, s’atteggia da sbroccata in regime di pressoché totale esibitissima punk decadente sozzeria e se qualcuno le chiede qualcosa lei con estrema noncuranza sturandosi l’orecchio col tampax gli spara tutta fiera il suo bel “femminista”, come da copione, e non credo sappia neanche bene cosa vuol dire, se tralasciamo – tralasciamoli – certi suoi vaghi rigurgiti da scuola media sul sapersi accettare e il non curarsi di quello che pensano gli altri e l’essere se stessi e blabla [4]. Sia mai del resto che si tira indietro, quando le viene offerta l’occasione, e ci risparmia quel meccanismo di auto-esegesi a fine auto-esaltativi che è tipico della starlette nullificante che vuole darsi arie di straordinarietà; da buona grrrl, come da copione, è tutto molto crudo ed esplicito (a proposito di un servizio fotografico):
“It was kind of a radical thing to do. I got my period just 10 minutes before we got there, and I was totally bleeding. I was doing it with my tranny boyfriend, who I’m in love with, and I was totally bleeding — how radical is that? — and I’m a fat person, and I’m a femme. It felt really good.”
Eh sì, un radicalismo femminista quello di Beth Ditto che è davvero un pugno nello stomaco di questo marcio mondo malato tutto sbrilluccicante di perfezione fisica e correttezza politica, e che risalta luminosissimo attraverso tre cose fondamentali, 1) che è grassa; e siccome si sa che le ragazzine ossessionate dal proprio corpo desiderano conformarsi al modello imperante dello showbiz che vuole la donna magrissima e finiscono così per slumare carotine e sedanini e diventano anoressiche – da cui quindi la facile equazione magre uguale conformismo – allora immaginate che dirompente portata anticonformista una cantante obesa che obesa dichiara di volerlo essere e si impegna per mantenercisi (“sometimes I’ll eat a whole bucket of chicken or two ice cream cartons, just to make sure I stay the way I am”) e si danna l’anima per farlo notare, caso mai non fosse chiaro che lei con la ciccia ci fa la rivoluzione (il prossimo album, dice, s’intitolerà Fat Bitch), parlandone ripetutamente ad ogni intervista e denudandosi ad ogni concerto, un vero schiaffo in faccia al conformismo di sto mondo bigotto ossessionato dalla forma fisica; 2) che sbandiera soddisfatta il suo lesbismo attivo e dice di essere fidanzata con una che si acchitta da uomo, e immagino pure questo fornisca un suo provocatorio contributo alla causa dell’anticonformismo io-sono-originalità liberamo-er-monno, anche se poi quando ne parla la cosa non è che sembra tanto più stuzzicante di una puntata del Bivio di Enrico Ruggeri (“e come mai, cara Betta, il comune di Canicattì non vuole permettervi di sposarvi?”); 3) che è una portabandiera assatanata del movimento antideodorante e le piace che rimaniamo tutti a bocca aperta per quanto è brutta sporca e non-me-ne-frega-niente-di-esserlo, si dimena sudatissima in mutande con la birra in una mano la sigaretta nell’altra e questo in effetti fa pensare, sì, al pericolo che corrono quelli nelle prime file.
E un’altra cosa che letteralmente fa impazzire i fan è che Beth Ditto va a spasso ed è amica di sua maestà della boho-anoressia Kate Moss, e non soltanto non si sente inferiore o invidiosa o che, non le passa nemmeno per la testa di voler essere come Kate Moss. Andarsene a spasso con la propria nemesi, ci pensate? Che coraggio, che faccia tosta, che tempra, che spirito adamantino: ecco una donna che sa quello che vuole, ecco una donna che sta bene con se stessa. Ma c’è un fraintendimento: ci credo io che Beth Ditto non vuole essere come Kate Moss, perché già lo è, come Kate Moss. Una femminella con un cervello molto piccolo che si crede una ganza supercoolissima e si dà un sacco di arie di io-sono-originalità cavalcando la tendenza dell’eccentrismo trasandato casaccio-made pazzerello e un po’ mentecatto. Beth Ditto è un’icona in questo senso, nel senso che sta surfando sul punto più all’alto della recente ondata malvestita – secondo il classico ruolo della snob fighetta boho, tra la Kate Moss e Sienna Miller, Beth Ditto ciancia di una qualità superiore al semplice sapersi vestire, che si chiama “Stile” con la esse maiuscola e ti permette di rendere fashion pure le sflanellature di tua nonna, il che è all’incirca il principio cardine del boho-chic (ed è in uscita appunto una sua “guida di Stile”, So Crazy) – Beth Ditto è la Moss incinta di venti gemelli, senza quel suo glamour da passerella (togliamoci anche il fidanzato tossico, che i musicisti tossici non ci vanno con le ciccione), un vocabolario un tantino più ampio e quell’essenziale pizzico di messianismo pseudo-femminista da copertina patinata.
E chissà quali splendide sorprese malvestite ci aspettano dal suo imminente sbarco nel (altrimenti nocivo) mondo del fashionismo discount. Ci sta provando da un pezzo a candidarsi come stilista qua e là, perché finalmente grazie a lei anche le donne in carne ci possano avere i vestitini sghici e irriverenti da sfoggiare senza che gli stiano larghi o mezzi storti: per Topshop ad esempio, poi per New Look (coi quali s’è capita male), e c’è da scommetterci che al più presto – considerando la presa mediatica che hanno ultimamente tutte queste tirate sulle modelle più grossine e quanto son belle le taglie forti – qualcuno fiuterà l’affarone.
Io nel frattempo preferisco riguardarmi il vecchio video di Leslie and the Ly’s, qua sotto. I’m like a fireball!
[1] e di che volete parlare sennò? io le adoro le storielle nostalgiche dei miei amici sulla loro sciocca fanciullezza, non vedo l’ora di andare in pizzeria (tra una pizza e l’altra, mi rifaccio coi blog)
[2] “professionalità è anche femmina, anzi no è in particolar modo femmina, toh, ciappa qua come sto a mio agio, per trovare questa posizione così consiglio d’amministrazione in piedi accanto alla scrivania con le gambe lievemente accavallate c’ho messo due ore e mezza”
[3] una così poteva uscir fuori forse già qualche anno fa, ma i tempi che volete non erano maturi (ancora nessun trendissimo tatuaggio da scaricatore sulle copertine), e poi non dev’essere stato facile trovarne una che facesse musica orecchiabile, che avesse quel minimo di personsalità sufficiente a tenere su la baracca e che comunque, pur nella sua necessaria mostruosità, non fosse poi sto cessone colossale (ve la immaginate, una cantante che si vanta di averci l’acne perforante? e un porro peloso sul naso, come la vedete? eeeeh ma troppa provocazione, fantascientifiche frontiere del pop, in onda il decennio prossimo)
[4] lo so, lo so, sono delle verità all’apparenza banali ma verissime, “toccano corde dentro di noi che sono le più profonde” (cit. un biscotto della fortuna che ho aperto un minuto fa)
di Betty Moore,
Categoria: arte povera, boho chic, io sono originale, malvageddon, very important malvestite
Questo post lo scrivo perché forse, chissà, un giorno, prima o poi, qualche pezzo grosso del ministero si decida a ficcarlo nella guida all’università per giovani ingenue e corruttibili matricole.
Un’appendice del tipo Sbocchi Professionali: la farfalla in cui sarai trasformata e sotto le cui leggiadre spoglie ti librerai nel cielo terso del tuo radioso futuro approssimativamente un lustro da che ti sei laureato. Può certo funzionare per un mucchio di diverse facoltà, ma nello specifico – restiamo nello specifico – le due quasi trentenni in questione sono fuoriuscite da Relazioni Internazionali, Università per stranieri di Perugia, e attualmente lavorano non si sa bene a cosa in una cooperativa sociale di provincia, vivono in un bunker sotterraneo insieme ad altre due fuoriuscite dalla stessa, ascoltano ragga-noia e si fanno un sacco di canne.
L’intensissimo studio ha prodotto nelle nostre malve quella che è senza dubbio la loro più caratteristica mutazione fenotipica: la gobba (1). Ci vogliono anni di duro lavoro per farsi una gobba come questa (malva di destra – a quella di sinistra non si vede ma solo per ragioni di prospettiva), tre o quattro botte fuoricorso e (almeno) un lungo travagliato fidanzamento col pusher nordafricano manesco (e va be’, oh, si fuma aggratis): che meraviglia, una gobba così perfettamente curva, quanto è fiera della gobba!, così compiutamente rappresentativa della sua stolidità stanca trasandata e fattona; con quale consapevole fierezza – con un pizzico di irriverenza anche (voi altri schiavi colletti bianchi dalla schiena dritta, tzè!) – com’è orgogliosa di farla spuntare dal corpetto sformato del saccone premaman (2)! D’altra parte, pensateci, è una roba così tipica, così immediatamente fricchettona, è finita ormai per diventare un tòpos: e se per esempio vuoi fare il personaggio dei cartoni animati fricchettone, quello in pace col mondo che risponde a tutti “yeah” ha una paresi cerebrale e tutti quegli atteggiamenti da svagato imbecille, basta che gli fai la gobba (magari anche i capelli sporchi e spettinati) ed è andata (pensate all’insopportabile galletto di questo film qua, la boiata colossale coi pennuti che ci vogliono fare i ganzi di tendenza a tutti i costi, ah sì, Surf’s Up si chiama – bleah).
Gli standard sono quelli tipici del fricch-guardaroba, niente di nuovo: la malva di sx, per dire, rispetta il dogma della sovrapposizione cialtrona mettendosi due canottierone una sull’altra (3 – quella sopra c’ha la solita fantasia a righe, d’ispirazione boho); i jeans scoloriti sulle cosce e aperti a campana (4) rispondono piuttosto a stilemi della Grande Tradizione Bburina, mentre quel grosso coso che c’ha al collo, che somiglia ad un acchiappasogni peloso (5) da specchietto, assolve al doveroso tocco di etnicità africano-sudamerican-nonosoprecisamentecosa-ma-comunque-terzomondista che non guasta mai, anzi. La gobba di sinistra invece, più complicata, presenta un raffinato fricchettonismo che deriva soprattutto dall’utilizzo spiegazzato e cascante – quasi fosse un magliettone oversize – che fa della palandrana in tre strati (con decorazioni in rilievo da torta nuziale), altrimenti d’impostazione bbene-chiccosetta, la cui bbene-chiccosità è neutralizzata (di più, invertita!) anche grazie al contributo delle ciabattone sotto (6), degli strani ingombranti catafalchi in pelle scura da pensionato ottantenne.
Ecco però una cosa utile che ti insegnano, a mettere le mani (7) in modo che puoi accenderti la paglia anche se c’è vento e piove, anche se stai passeggiando nel bel mezzo di un uragano impazzito, pure sott’acqua! E’ una cosa che a prima vista la prendi per uno scherzo, ma è difficilissima e ci vuole un sacco di studio alle spalle. E poi c’è tutto un sistema di regolazione della mimica facciale (che deve dire: “fumo scocciato, mi fa schifo fumare, merda, che cazzo, fanculo”) nel momento in cui accendi, che va controllata muscoletto per muscoletto. C’è poi tutto un discorso sulla tempistica (quando accendere? perché?) e sullo schiaccìo del mozzicone (con la punta? col tacco? di taglio? col salto?) che adesso, francamente, non vorrei andare troppo sul tecnico. Ci tengo però a farvi notare il problema delle nuvolette (8). Non so, può darsi si trattasse di una semplice defaillance, resta il fatto che la malva di destra ci ha provato più e più volte a tirar fuori degli anellini come si deve (quella di sinistra ad un certo punto – stavano parlando di agricoltura biologica – ha fatto un fenomenale albero ramificatissimo pieno di pere biologiche), ma niente, alla malva di destra le venivano soltanto degli sbuffetti disordinati da locomotiva giocattolo. Poveretta, deve esser stato l’esame che ha ripetuto di più.
Ci sono malvestite che passati i due secoli, anziché abbandonarsi pian pianino all’inesorabile sopraggiungere della sindrome degenerativa caratteristica dell’anzianità malvestita, quella sindrome che provoca una condizione pressoché totale di maculatura leopardata, continuano e a volte addirittura esagerano nell’acchittarsi tali e quali a giovanottelle sbarazzine e simpatichette.
In fondo non c’è mica sempre bisogno di rivolgersi al carrozziere, esistono precise strategie cosmetiche, del resto molto comuni, la cui applicazione può garantire in parte, a volte (se vi stanno guardando tramite telescopio, be’, da una qualche lontana galassia), l’illusione di una fanciullezza ancora intatta, o quasi.
Prendete la frangetta (1): la si usa per nascondere la veneziana di segnacci orizzontali che ad ogni minimo movimento di sopracciglia ti fa su e giù sulla fronte. Semplice no? La bocca invece va stretta e protesa in avanti, così che si stirano per benino le rughe cosiddette muso-da-scimmia (ma sì, è quella posizione da bacetto schifato che sta sempre là stampata sul faccino di Eva Braun). La sciarpetta (2) arrotolata serve ad occultare gli strati geologici del collo e il cedimento strutturale della fu – bei tempi – pappagorgia (ormai ridotta ad un moscissimo blob ectoplasmatico). L’abbigliamento, ispirato ad uno chic-fricchettonismo largo e cascante (v. i pantaloni – 3 – tipici del genere), contiene e mimetizza il crollo catastrofico di tette, popò, braccia, rotolini e celluliti varie (lo scialle etnico legato in vita – 4 – attualissimo, confonde ulteriormente le acque). Il trucco poi – fondamentale – ricalcato su quel genere di restauro edilizio che è insegnato una settima sì e l’altra pure sulle pagine delle riviste femminili (“più giovane in 10 mosse!” – “sharon stone splendida quarantenne: truccati come lei!”), stratagemmi scientificamente avanzatissimi tra i quali troviamo la solita parure di correttori in venti nuances per nascondere occhiaie, borse e couperose, lucida-inturgidalabbra, phard e ombretti che creano ombre e punti luce altrimenti inesistenti (e che – attenzione! – se mal disposti, possono creare paradossi ottici capaci di portare alla pazzia).
Certo bisogna evitare che nell’abbigliamento giovane ci si ficchino elementi che con gli under cinquanta, uhm, non hanno niente a che spartire da un bel po’ di tempo. L’effetto altrimenti va a farsi friggere, è tutta fatica sprecata. La frangetta per dirne una è ok, no problem, non così però, gonfia, rada rada e suddivisa in quattro o cinque grossi cordoncini ottenuti incollando tra loro piccoli ciuffetti di capelli. E questa onda tsunami che le fa da sopraelevata, accidenti (il fenomeno di formazione dei cordoncini frangei è per l’appunto un effetto secondario dell’enorme quantità di lacca spruzzata sull’onda), dev’essere il residuato bellico di un qualche catalogo parrucchieristico primi anni novanta (ve lo ricordate, quando il sogno di tante bimbette era quell’effetto di morbida naturalezza alla Jennie Garth?). Le si potrebbe anche far notare quanto poco siano appropriate le spalline appuntite (5) o le treccine minuscole così forzatamente kidult-sbarazzine: ma, soprattutto, qualcuno le dica che, forse, è meglio se si trattiene dal ridere.
Alla Feltrinelli è possibile sperimentare un incontro del terzo tipo con una specie di malvestita (esotica variante friccheton-chic) dalle caratteristiche del tutto particolari, riscontrabili solo qui, alla Feltrinelli: essa si aggira abilissima tra piloni e scaffali, spesso accompagnata da uno o più amici sfiniti, chaperonando disinvolta e ispirata sulle alte virtù di questo o quel libro, che lei ovviamente ha letto e vi consiglia, tu lo hai letto?, a lei le ha cambiato la vita.
La malvestita Feltrinelli, che alla Feltrinelli ci passerebbe tutti i pomeriggi e non salta una presentazione anche se non sa chi è che presenta cosa, ha ovviamente un blog e da poco un anobii (ultimo ritrovato di esibizionist-logorrea libraria), racconta compiaciuta d’aver letto la prima volta che alla mamma ancora non le s’erano rotte le acque (sbirciava dall’ombelico) e d’aver lasciato un primo appunto scritto sul cordone ombelicale – c’è qualcosa però nella sua vita che le manca, non sa bene identificarlo ma è come sentirsi un buco qui, all’altezza dello stomaco, un vuoto: è il suo desiderio più grande e inconfessabile, non lo dice a nessuno ma ogni volta che è alla Feltrinelli, AH!, i sospironi… comparire un giorno anche lei su una di quelle venerabili gigantografie sui muri della Feltrinelli, che sogno sarebbe, tra Bukowski ciucco con la mignotta ed Eminem che fa il dito medio, magari con sotto una citazione in courier new tipo “quel libro lì sulla destra, lo vedi? mi ha cambiato la vita”.
(Nel caso specifico della nostra #290, neppure è uscita dalle porte scorrevoli che le è stato impossibile resistere, ha subito tirato fuori dalla busta uno dei suoi acquisti – questo libro qua – e si è messa a raccontare saputella all’amico rintronato come è possibile che lui non sapesse già che l’undici settembre era un autoattentato, che al pentagono era un missile che le torri sono state demolite e un sacco di altre prelibatezze complottiste, il che titillava evidentemente il suo gusto anti-imperialista e la sua eroica lotta intellettuale contro i poteri occulti del mondo – alla quale partecipa se non bastasse pure col caffé e le spugnette per i piatti, orgogliosamente equi e solidali)