Non dimenticate di dare un’occhiata agli ultimi aggiornamenti sul malvapride (ehi, ma è dopodomani, che emozione!), mi raccomando – preparatevi! – e passiamo ad esaminare la malvestita del giorno, reduce da chissà quale scatenatissimo pigiama-rave, ancora tanto confusa da osare una tale assurda pendont’izzazione: la sbragalonaggine floscia dei pantaloni (1), canottierazza bianca da operaio (5), pancera elastica da cameriere ed espadrillas peep-toe.
Il pigiama è chiaramente un pigiama, niente storie. Su cos’altro in natura è possibile riscontrare una simile combinazione cromatica, azzurro uniposca – rosso ciliegia – lilla chupa chups. Forse forse giusto nei disegni di una bambina cresciuta a miominipony cicciobello ed lsd, ok, oppure forse anche sulle boccette bagnoschiuma di un hotel discount mezzastella; con questo ipnotico intreccio di fiorellini e bande zigzaganti, forse, ecco, giusto una fantasia da cuscino (per il lettuccio della bambina: in caso s’esauriscano le scorte di lsd).
La consistente porzione di tessuto (fin giù quasi alle caviglie) che unisce a mo’ di catamarano i due gamba-scafi, opponendo così una certa potente resistenza al vento, causa un significativo lavorìo dei muscoli malvestiti, costretti a vincere la spinta opposta al movimento esercitata quindi da questo che chiameremo pantalone a vela (fratello maggiore della già trattata maglietta a vela). Ma se le gambe sono oggetto di intensa attività fisica, lo stesso non può dirsi della panzetta, che se ne sta là per i fatti suoi calma e rilassata: nel qual caso, appunto, meglio nasconderla per benino nella fasciona elastica (2 – un consiglio: strizzare e comprimere dentro una qualche mutanda contenitiva anche quell’altro coso, il culotto – ché sennò con pantaloni così, a camminarci, balla tutto).
La si potrebbe prendere per una fricchettona come tante (del resto, c’ha pure la solita borsaccia etnica a strisce colorate – 3). Ma la presenza di questo paio di espadrillas (4), con i porcellini che fanno ciao (ciao!), rivela una malva-pretenziosità che poco si sposa con gli ascetici (ehm) principi del fricchettonismo: può darsi allora che non si tratti di un tipicissimo peto di originalità fricchetton-malvestita, ma di una semplice banalissima botta di demenza insensata.
Ribadendo un’ennesima volta – come da glossario – quanto il fricchettone, in testa a tutte le altre categorie malvestite, desideri rendere noto all’intero universo il suo altissimo livello di consapevolezza fricchettona, passiamo ora ad esaminare un fenomeno malva-classicistico di stampo fricchettone che, se c’hai undici anni, ok, passi pure se la compagnuccia di classe carina c’ha il fidanzato maggiorenne con le unghie zozze che comanda i pusher del centro sociale e tu vuoi cercare di rivaleggiare dandoti uno straccio di tono – sopra gli undici e mezzo invece, compagnuccia o no, niente scuse (oh accidenti, è uno slogan fricchettone pure questo!).
Il fricchettone è schieratissimo e diffidentissimo nei confronti di qualsiasi cosa gli suoni anche solo vagamente insultante nei confronti delle sue poche sgangherate ma granitiche certezze (per dire: c’è puzza di fascismo se dici di trovar ridicoli – e malvestiti – quei ridicoli malvestiti che saltellano in piazza il primo maggio sulle note di bella ciao – rigorosamente etnicamente reinterpretata con un flauto di pan ricavato da colli di bottiglia – di birra, di che sennò). Alla ricerca di un modo che soddisfi la sua diarroica esigenza di esibizione pubblica, il fricchettone ha trovato nella maglietta con slogan un veicolo perfetto sotto tutti i punti di vista: non solo è facilmente abbinabile con qualsiasi altra robina friccheton-malvestita (se è attillata, pensate, va bene anche sul friccheton-chic), ma è persino d’aiuto al fricchettone nello sforzo di organizzare e ordinare concettualmente i suoi pensieri a proposito di questo o quello, ché, in fondo, non è che ci sia bisogno di nulla che superi in complessità un paio di battute su maglietta (in un certo senso, quindi, la maglietta fa da ghost writer al fricchettone stesso: e quando si troverà a discutere di questo o quello, appunto, terrà bene a mente il repertorio di magliette che c’ha nel cassetto).
nota bene: il fricchettone-bbene, quello con le unghie pulite le cose di marca il gel e la macchinozza che è fiero di essere comunista e va in vacanza a cuba dove è tanto triste per le persone che stanno male, quello, a parte rari circostanziati casi di esibizionismo fricchettone, non è solito mettersi magliette come queste qua, da bancarella del manifesto – che andremo adesso ad esaminare – ma preferisce invece il genere più intellettual-cultural-surgelato, quelle per intenderci con sputtanatissimi aforismetti di autori famosissimi che forse, tralasciando l’antologia di scuola media, non ha mai avuto il piacere di (ah sì, forse ha sentito qualcosa di altrettanto cretinamente riciclato da zucchero – avete presente? “devi avere il caos eccetera”, dio, mi imbarazzo solo a pensarci)
La maglietta classicamente antagonista fricchettona è colorata di rosso o di nero. E’ vero, anche il verdino militare (da guerrigliero del bananas spietato con gli spietati ma intellettuale con gli intellettuale – c’ha la pipa, non si discute) ha la sua porca dignità, ma non osate nemmeno presentarvi con una qualche combinazione un tantinello fuori dalla norma, ché tutti altrimenti là tra i vicini di piazza finiranno per guardarvi storto (ah, Lenin nero su azzurrino! ma scherziamo! certamente un abbinamento schiavo della moda! vittima del culto delle apparenze! lele mora! costantino! foraggiatrice del capitalismo! TELEVISIONE!). Il rosso, dai, banale; il nero così così (e non pensateci nemmeno a far quella associazione là, che non c’entra niente oh, ci mancherebbe, vade retro), è il colore ufficiale della rock-maglietta, sì, ma è anche un “sticazzi” nichilista e incazzato, “me fa schifo tutto”, “bestemmio”, “televisione buttata dalla finestra”, cose così. L’ideale sarebbe mettere insieme le due cose: nero con slogan stampati in rosso o viceversa.
Del resto gli slogan, escludendo gli omologhi (faccia del Che nero su rosso, faccia del Che rosso su nero; tutte le sigle e i simboli possibili dell’esercito zapatista; tutte le sigle e i simboli possibili dell’ex unione sovietica), non sono più di cinque o sei. Le magliette tipiche, direi, si dividono nei seguenti insiemi:
1- quelle fuori tempo massimo, che celebrano la divina suprema grandezza di uomini e/o istituzioni defunte: per cui abbiamo il che (morto), stalin (idem), lenin (idem), unione sovietica (idem), guerra partigiana (idem – eh, lo so che il fascismo è sempre lì dietro l’angolo, eh lo so che voi siete “antifascisti siempre”, eh lo so che berlusconi è il male, e poi è pieno di talpe criptofasciste tipo Pansa, tenere alta la guardia, siempre!);
2- quelle paradossali: regole zero, io disobbedisco, vietato vietare, proibire il proibizionismo;
3- quelle che non si capisce: aumenta la crisi (imperativo? indicativo? se è per questo, lo dice anche fede ogni pomeriggio al tg4), resistere resistenza resistenti a vita (accidenti, e da quanto? è pericolosa, eh, la stipsi cronica), non mi avrete mai come volete voi (be’ in effetti fossi in te mi toglierei quella bandierona arcobaleno che tieni orgogliosamente sulla testa come turbante, fa un po’ ridere, ma niente di personale);
4- quelle da action movie: ribellione, rebels, rebeldia e un sacco di stelline rosse, di omini incappucciati e di mitra e di falci e di martelli;
5- quelle un altro mondo è possibile (madre africa optional), che c’hanno le varianti sul mappamondo (codice barrizzato, coccodrillizzato, con le nuvolone di smog, con un albero soltanto e pure magrolino, con l’africa che piange e il negretto anoressico);
6- quelle con le scritte lunghissime che sicuro ci deve essere scritto sopra qualcosa di interessante e molto saggio (che gratificante essere fermati da quelli che ti chiedono, oh, che c’hai sulla maglietta?), e che però poi in realtà sono fatte cucendo assieme i baci perugina coi biscotti cinesi della fortuna: “lavora come se non avessi bisogno di soldi / balla come se nessuno ti stesse guardando / canta come se nessuno ti stesse sentendo / vivi come se il paradiso fosse sulla terra” (quest’ultima che è meno materialistica e più etericamente filosofica so’ sicura che è quella del biscotto cinese).
Io c’ho una vecchia magliettaccia scolorita di Jem, con la stella sulla J: quasi quasi la metto in vendita su ebay, gli dico che Jem è un acronimo di, uhm, vediamo, Juventud Entusiástica Marxista (così, alla spagnoleggiante, che fa più figo); e poi è una cifra vintage e non c’è neanche da faticare nello sbrindellamento. Boh ci penserò: intanto, che siano mutande sopra i pantaloni per tutti!
Gli ultimi due giorni ho lungamente meditato (sì, se vi stavate chiedendo che fine avevo fatto: meditavo) e sono giunta alla conclusione che questo blog non rende giustizia a quelle malvestite che io amorevolmente chiamo fricchettone.
E’ un peccato, perché davvero hanno un posto speciale nel mio cuoricino: il problema vero, accidenti, è che sono tutte molto troppo simili l’una all’altra, gli stessi colori, gli stessi vestitacci da due soldi, le stesse ciclopiche borsone, gli stessi accessori da bancarella finto-tibetana (il venditore è un cinese di civitavecchia – da due generazioni), gli stessi argomenti (in questo periodo tirano un sacco i concerti de musica cioè una cifra oh pe’ gnente mainstrimme), la stessa aria di compiacimento idiota. Così, alla fine, rischiano di annoiare.
E però, appena m’è sfilata davanti la malva #270, un’epifania! Ho subito realizzato che esiste una variante del malvestitismo fricchettone – anche piuttosto diffuso – a cui non ho mai accennato. E’ la variante del fricchetonismo per così dire chic, il fricchettonismo bbene, quello per intenderci che, se avete passato il secolo di età, fa di voi degli emuli di Marta Marzotto.
Si tratta dunque di una rivisitazione della classica Arte Povera in chiave sedicentemente più elegante e ricercata, più matura. E’, per esempio, il malvestitismo tipico di tante simpatiche giornaliste e similiari (o più in generale ex laureate in scienze umanistiche) che hanno superato da un pezzo la fase della più spensierata giovinezza fricchettona e si sono riciclate così, non tradendo del tutto i vecchi ideali cioè oh della emancipazione cioè oh della libertà oh e quel vecchio sogno giovanile del viaggio in sudamerica con Coelho in saccoccia (eeeeh i vecchi tempi del peyote – oggi, be’, ogni tanto si fanno ancora una cannetta, brrrrivido!).
Guardate qua. I vestiti larghi e sbracaloni, paradigmatici dello stile arte povera, come sono trasformati attraverso il semplice utilizzo di un sobrissimo nero (anziché i soliti classici colori caccola e vomitino), in accoppiata tunica-pantaloni (1), e il taglio maliziosamente asimmetrico della tunica, con una spalla fuori e una propaggine puntuta (2) che le scodinzola dietro. Altrettanto si può dire della cintura simil-etnica (3), formata da un fascio di spaghetti scotti annodati (no, in verità è uno spago da arrosto, perfettamente in tema, stiamo pur sempre parlando di una deriva dell’Arte Povera), che al centro ha questo meraviglioso medaglione d’argento finemente intarsiato, raffinatissimo!
Se volete trarne alcune regole generali, be’, eccole: meno sporcizia, meno trasandatezza stropicciata fine a se stessa, meno cosi che sembrano tirati fuori dai cestoni della caritas, meno tossicità estrema, meno campeggio tra le pozzanghere; e poi, accessori ingombranti e coloratissimi (i soliti, del resto, legnetti e sassetti vari) che sembrino per davvero acquistati a due lire in un paese del terzo mondo, tessuti più ariosi svolazzanti ed esotici (e puliti: puliti!) da signora ricca in crociera di lusso sul nilo, un’aria meno scocciata e ahò incazzata cor monno e più rilassata – ormai avete capito come va la vita – da ochetta giuliva (e però, oh, non meno impegnata: eeeh, ma l’Italia è il posto peggio eeeh guarda in Frangia le femmine c’hanno sette ministeri, eeeeh femmine eeeeh femmine).
Ci sarebbe magari un tantino da obbiettare sulle scarpe e sulla borsa, che rivelano chiaramente l’età ancora ben lontana dai venerandi millenni marzotteschi della nostra povera malva. Le converse all star (4) sono imperdonabili, nonostante siano un modello di quelli già un po’ lisi e rovinati: capisco che ci si voglia dare un tocco da “oh c’avrò pure trentanni ma oh so’ una oh che non ci sta alle convenzione sociali”, ma qualcuno dovrebbe spiegargli che no, le converse ormai ce l’hanno tutti, altro che convenzioni sociali. La borsa (5), in effetti, è una di quelle solite enormi saccone mosce (le arriva a metà polpaccio!) a bande orizzontali variopinte, dal sapore vagamente indianeggiante: certo è impreziosita da lustrini luccicosi e piccoli strass, ma non basta, troppo poco chic pure quella.
Oh ma finalmente eccoci qua, concerto del primo maggio, che già l’anno scorso ci ha riservato tante belle sorprese. Si comincia purtroppo con un crampo di mestizia: er Piotta ha suonato prima della diretta televisiva – stupidi organizzatori – ce lo siamo persi (proprio lui, ai tempi d’oro, maestro di demenza malvestita).
Presenta Claudia Gerini, vestita come una tredicenne in uscita il sabato pomeriggio: i jeans a pinocchietto strettissimi, i tacchi vertiginosi sulle scarpe argentate brillanti (in pendant con i grossi orecchini, delle fettine di ananas che si intersecano all’infinito), il giubbino corto nero di pelle e la maglietta con la bocca slinguazzante rolling stones lustrinata e scolorita (che è evidentemente l’elemento di antagonismo rock neoproletario in tema con l’evento). La cintura pitonata a forma di serpente, ripeto: a forma di serpente. Copresenta Paolo Rossi, la cui sinistrosità è al solito rappresentata da questi completini in salsa barbone mi sono appena sbronzato dietro le quinte, cravatta lasca sul colletto aperto di un paio di bottoni, barba incolta, cappellaccio vintage (ottimo il cappellaccio).
Niente da dire sui Nomadi, che sono i classici ragionieri anzianotti che per vestirsi fighi saccheggiano il reparto sportivo dell’Upim, e niente da dire neppure sugli Africa Unite, la cui unica ragione d’essere, la rivisitazione alla blade runner del classico parruccone rasta, ha ormai da un bel pezzo stancato. A morte subito i Casino Royale, che non si possono ascoltare per oltre una dozzina di secondi se non si vuole perdere la ragione, col percussionista in canottiera da operaio (azzeccando insieme tematizzazione con la festa dei lavoratori e una perfetta esposizione del tatuaggiume vario) che finge di suonare l’umidificatore da termosifone (ganzo, trooooppo do it your instruments) e il cantantucolo scoppola munito che imita uno strano accento ammerigano alla Mondo Marcio. Nota di merito invece per la Gerini (adesso che non c’ha più il giubbottino e si può vedere, chiaramente, s’è tirata fuori mezzo chilo di catenone dalla maglietta): ha salutato gli avvizziti rastomani con un entusiasta “Grazie madre africa”!
Sorvoliamo sulla Rino Gaetano Band, che sembra il dopolavoro dell’associazione italiana commessi da commercio equo e solidale. Nessuna pietà per i Velvet, che si sono mtvì-grungizzati e c’hanno i capelli lunghi e la barbetta incolta, il chiodo, la maglietta artisticamente penzoloni dalla cintura borchiata, i jeans stretti e le Converse Alla Star: malvestitismo grunge ancora un pochino da oliare, se è vero che il cantante si sistema i capelli col ditino, con l’attentissima cautela di una Milli Carlucci qualsiasi.
Sul tipo col reggisassofono improponibile (lo stesso!) ho già detto l’anno scorso. Sui Bandabardò c’è solo che da stendere un velo pietoso, con tutto quello stuolo di inutili percussionisti che trasmettono alla mente del giovane fricchettone l’imperativo morale del tambureggiare male e insensatamente qualsiasi oggetto gli capiti a tiro: un flagello.
Pugnetto alzato per i Modena City Ramblers, impegnati e arrabbiatissimi, che hanno la bandiera rossa sul microfono, il chitarrista che vorrebbe essere Brian May e uno stile tutto sommato alla Paolo Rossi (orecchino barba capello grigio spettinato, vinazza dietro le quinte – la vinazza, cercate di capirlo, è un po’ come i denti macchiati di tabacco, molto working class). Appunti per la macchina del tempo: eliminare chi ha scritto Bella Ciao.
Non si smentiscono gli Avion Travel, soporiferi in total black (col cappellino vintage pure loro, un must) ma c’era da aspettarselo. Ora cerco di riprendermi e vedo se reggo anche la seconda parte. Ma forse no.
Aaaah ma che meraviglia, finalmente è giunta la primavera e le malvestite si risvegliano intirizzite dal letargo, al risuonar dei primi timidi servizi del Tg2 costume e società dedicati ad acqua-gym ed abbronzatura, fioriscono e prendono a scoprirsi pian pianino, ed è tutto un risplender di carne malvestita in bella mostra, allenata e rinvigorita dalla consueta gara all’insodimento fisico, in rimedio al generale decadimento delle forme tipico dell’inverno sedentario e mangereccio (guai a far esercizio durante l’inverno: a che serve? tutte coperte come siete, intere giornate a fumare davanti alla televisione, chi se ne accorge? è uno spreco irragionevole di tempo ed energie).
La malvestita di oggi, età compresa tra i venti e i trenta, si sottopone da poche settimane ad un regime ipocalorico basato su puzzolenti verduracce lesse e disordinate insalatone ripiene di tutto ciò che c’è nel frigo. Contemporaneamente, si è iscritta in palestra col proposito di smaltire una dozzina di chiletti, nella vana speranza di liberarsi dei moscetti rotolini di ciccia, del culone collassato e delle gambone informi. Obbiettivo: sembrare in forma. Anche se, tuttavia, pratiche poco salubri quali il ciucciarsi una sigaretta (1) davanti l’ingresso della palestra, varcandone poi la soglia con le guanciotte ancora gonfie di fumo (grazie), quelle no, le si mantiene inalterate (come farebbe altrimenti a giustificare la sua presenza solitaria, là fuori, in allupata contemplazione dei maschioni che entrano ed escono).
Volete sapere come veste? Mah, uno stralunato e ignobile miscuglio, niente di che, non fosse per la zona piedi: eccezionale. Non soltanto sfodera le prime infradito di stagione (2) sfilacciate ad arte, il triangolino superiore con scrittina in corsivo che ne testimonia il brand, Replay, di un color rosso ciliegia pallido che è richiamato dal reggiseno (3 – che le spunta dalla canotta, come al solito lunga oltre la vita, con cinturazza etnica di sughero piazzata sopra – 4 – tocco etnico che pendantizza concettualmente con la ganzissima pashmina rossa della Phard, uàu – 5), non solo, il rosso ciliegia risponde ad una geniale assonanza con lo smalto viola scuro delle unghiazze dei piedi (6), squadrate e lunghissime. Santo cielo. C’è niente di più schifoso che si debba sopportare ogni anno, ogni estate, di questi dieci piccoli affilati artiglietti?