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Coppia malvestita #30
A me la prima cosa che viene in mente quando ascolto appena appena un millisecondo di jovanotti è che grazie agli esperimenti del cern tra pochi mesi finalmente avremo un bel buco nero qui dietro l’angolo e potremo così risparmiarci la benzina per spararlo via nello spazio. Queste due malve invece non sarebbero d’accordo: si sono comprate l’ultima fatica jovanottiana (1) che già conoscono a memoria i testi e si rimpallano entusiaste le frasette più belle, “merda di lupo di un altopiano bianco di striscia pedonale… stupenda!”, “e… e… soffio di donna bellissima coi piedi stanchi e il mal di denti… grande!”; devono essere tra quegli imperdonabili enfaticoni che amano soundtrackare con musichette di facile titillamento emotivo certi momenti di profonda introspezione quotidiana - che so per esempio la sigaretta postcoitale, stirare le camicie, farsi la doccia, la coda sulla tangenziale - godendo dell’obeso sentimentalismo poetastro delle idiotissime liriche assembla suggestioncine, gratificandosi degli arrangiamenti paraculi finto-ricercati secondo gli schemi classici del poppume fricchetton-chic più banalmente fighetto.
E va be’ cosa volete, date un’occhiata alla malva di sinistra, col suo collanone wilma flintstone di mentos giganti (2), i ray-ban rossi ultimo grido (3 - ormai si trovano dappertutto, l’ho beccati pure sull’espositore rotante dell’autogrill), le ballerine dorate con fascia elastica e decorazione floreale (4), il golfino annodato sotto al seno (5) che pendantizza sincronicamente coi jeans-shortini inguinali (6) e le decolleté spillate con retrodecorazione fiocchettosa (7) dell’amica (formano insieme il famigerato modello Daisy Duke), la maglietta con fantasia a spruzzo di varechina (8), l’elegantissimo braccialettozzo argentato indossato sopra la manica del golfino (9), e la borsetta che è di una marca che non conoscevo, l’ho dovuta guglare, Fatta Fabbrica Italiana (10 - uh che bella scoperta! fanno della roba di una malvademenzialità incredibile: le borse pieghevoli); a quella di destra cosa rimane, la maglietta blu elettrico (11- prossimo colore malvacult, in sostituzione del verde marvin marziano), il nastrino di raso utilizzato come U.C.O. (12) e la borsaccia di tela Pinko Bag tarocchissima con una lettera in meno (13). Come direbbe jovanotti: “la conga is a friend of mine”.
di Betty Moore Collezione: boho chic, semo bburini 19 Commenti
Coppia malvestita #28
Alle malvestite non gliene frega niente di andarsene a spasso in mezzo a un mucchione sterminato di malvacloni che c’hanno le stesse scarpe dorate, gli stessi pantaloni a sigaretta, gli stessi occhialoni insettoidali, tutte che si sentono ugualmente fighissime trendyssime sexyssime all’ultimo grido: non è che non se ne accorgono, non è che la cosa le lascia indifferenti, se ne accorgono benissimo e ne sono strafelici: il malvestitismo funziona così, il decerebrato passivo acchittamento modaiolo è soddisfatto e trova conferma soltanto quando è verificata la sua sterminata nauseante multiclonazione, ci si riconosce e ci si approva vicendevolmente.
L’unico aspetto positivo della faccenda è che puoi tirar fuori un paio di malve dal mucchione e passarci il tempo giocando al gioco delle differenze. Per esempio queste due qui, vediamo: la struttura portante è identica, ballerine - fuseaux - minigonna - magliettone - maschera protettiva da saldatore; e però il magliettone (1), un coso informe lungo lungo a mezzo culo col risvolto pettorale, c’ha le maniche bombate biancaneve sulle spalle della malva di destra (2), risvoltate sulla malva di sinistra (ah be’ poi certo, verdolino militar-olivamarcia da una parte, rosso scolorito dall’altra); le ballerine di sinistra nere col mega-logo bburinazzo della doppia C incaprettata chanel (3), le altre invece di marca sconosciuta tenute insieme con lo spago per l’arrosto (4); le minigonne a tubino sono identiche non fosse per l’orlo rosicchiato dai piranha a sinistra (5); orecchini verminacei con solidi geometrici color pisellino primavera (6) e guarnizione idraulica al dito medio (7) per una, quintalata cacofonica di braccialetti metallici per l’altra (8); e poi ovviamente le borse, quella di tela etnico-fricchettona ex tappetino welcome al ristorante messicano (9) e quella da signorotta pazza a riquadri storti multicolor (10 - il riquadro centrale è un omaggio fotografico a uno degli animali simbolo della bburinità, la tigre); e infine l’acconciatura, capelli sciolti frisettati a destra (11), codazza alta supertiratissima stirarughe a sinistra (12), sorrisone assicurato.
di Betty Moore Collezione: boho chic, regine del pendant 232 Commenti
Malvestita #315 - Cagnetto mosca
Non è che basta impararsi per bene la tecnica shaolin della paresi con labbra a sfintere (1), non basta neanche averci il borsone pellaceo enorme da cento litri (2 - vuoto, dentro soltanto il mazzetto miserello delle chiavi di casa), non basta l’impermeabile da gadget-esibizionista (3) né l’occhiale da sole perennemente su in modalità daltonismo faidatè (4) e nemmeno il tradizionale tridente di scuola boho, fuseaux (5) ballerine (6 - lustrinate poi proprio no, accidenti, too much bburinity) e federa da cuscino preziosa con cachemire (7 - eseguire con le forbici i tre buchi per braccia e testa: tadàn! la boho blusettina moscia): tutte robe molto utili, eccome, anche se non è affatto detto che la loro malva-combinazione possa in ogni caso generare un potente inequivocabile effetto di sostenuta idiot-sciccosità; esiste al mondo un solo unico malva-aggeggio, specialissimo, capace di conferire automaticamente alla malvestita portatrice quell’agognata aura di suprema vippitudine stronzettina: è il cagnetto mosca da sfoggio.
Il cagnetto mosca da sfoggio (8) è frutto di un incidente da teletrasporto in cui nel bussolotto son finiti contemporaneamente una formica una mosca un pipistrello e una coscia di pollo: è molto più interessante di un malva-accessorio qualunque perché puoi giocarci a fare la mammina e vestirlo da bamboletta tenerina per farci due risate con le amiche (”guaaaaaardalo che ammmmooooore”), lo puoi portare a spasso in borsa col testolino che spunta (che meraviglioso upgrade borsettaro! per chi vuole risparmiarsi tutto il resto, dovrebbero fare le borse già direttamente con le testoline finte appiccicate) e senza neanche doverlo tirar fuori per farlo evacuare (tanto spara le cacchine dure tipo nanocetriolo come i criceti), a sfoggiarlo tra le braccia fa un figurone spettacoloso (una specie di evoluzione biologica della pochette), in casa non disturba lo arrotoli nella carta di giornale e lo tieni chiuso nel cassetto dei calzini, in più ha le capacità cerebrali di una malvestita media così quando siete soli e vi guardate fissi negli occhietti e non sai cosa dirgli non ti senti in soggezione, e ah sì certo alla fine di tutto passa pure nel tritarifiuti del lavandino (la nostra malva invece, da come lo strattonava - povero cagnetto mosca! se la svolazzava metà del percorso - mi sa che è più orientata a sbarazzarsene così, lasciandolo là da solo impigliato tra i rami di un albero).
di Betty Moore Collezione: alta moda, boho chic 79 Commenti
Malvestita #314 - Multidimensionale
L’altro giorno alla carrefour leggevo su focus questa storia della superficie delle padelle antiaderenti, che c’ha una configurazione atomica tutta incasinata che non si capisce bene da dove esce fuori, per cui secondo certi cervelloni potrebbe essere la proiezione tridimensionale di una struttura cristallina a più dimensioni che a noi miseri mortali non ci riesce di percepire: ecco - un’illuminazione! - allo stesso modo delle padelle antiaderenti la mia ipotesi è che questa malvestita qui, che nel nostro universo tridimensionale fa la figura di un’impossibile caotica accozzaglia attorciglia-occhi, sia in realtà la proiezione 3D di una benvestita carinissima da un universo multi-dimensionale inaccessibile ai nostri sensi (il che del resto è perfettamente in accordo col Primo teorema inconfutabile di Betty: “non esistono benvestite, almeno non in questo universo”).
Lo so che è un’ipotesi azzardata, ma come spiegare altrimenti il cappottone vestaglia tweeddato a spina di pesce da pavimento maldimare dell’ascensore (1 - coi bottoni inutili disposti a casaccio sul collettone a bavaglino), il baschetto rosso montmartre col pirulicchio melinda (2 - pendantizzato con le calze - 3), i capelli sciolti artisticamente disordinati con l’abbozzo (un nonfinito malva-michelangiolesco) delle treccine tirolesi (4), gli stivaloni di pelle con quegli strani laccettini scubidù che le pendono qua e là (5) e i guanti di lana sditati fricchetton-chic così che possiamo ammirare la sua creativissima manicure marziana (6).
Ma sopratutto, dico, come spiegare altrimenti quel coso là, il borsone artistoide-patchworkato (7) composto da un illogico astratto insieme di rattoppamenti in feltro colorato e pezzettoni di tweed (ah, forse un’astuta triplice pendantizzazione cromatica con unghie, calze-baschetto e vestaglia); come spiegare altrimenti la gonna mutaforma (8), un cosone lungo fino a metà polpaccio a cui basta dare un’annodata un’arrotolatina laterale e via, diventa una longuette gonfiona dal disegno deliziosamente irregolare (effetto corsa dei sacchi) - possibile? non è possibile: è multidimensionale.
di Betty Moore Collezione: boho chic, io sono originale, regine del pendon't 55 Commenti
Malvestita #310
Però il boho-chic è comodissimo, ci puoi risparmiare un sacco di tempo e di stupide noie. Per esempio di mattina presto la boho-chic non è come tutte le altre malvestite che deve sforzarsi di vincere l’inerzia cisposa aprendosi con le tenaglie un pertugetto minuto tra le palpebre appiccicaticce, e poi giù dal letto mugolando e strisciando verso la serranda a cui appendersi per fare un po’ di luce. La boho-chic è perfettamente a suo agio nelle tenebre e neanche fa la fatica di aprirli, gli occhi; la boho-chic non passa un’ora a testa in giù nell’armadio devastata dalla più tragica indecisione: la paranoia del dubbio amletico-abbinatorio le è sconosciuta; l’armadio della boho-chic è fatto come quei bussolotti da lunapark con la mano meccanica che si tuffa nel marasma abbigliatorio e pesca su e le fa piovere addosso le prime cose che gli capitano - la vera boho-chic, quella abilissima consumata che c’ha anni di sincera esperienza boho-chicchica, ancora sta sognando: fa tutto in uno stato di beato sonnambulismo malvestito.
La nostra malva trecentodieci è molto soddisfatta del risultato del marchingegno automatico di malva-randomizzescion: il pezzo forte della sua audace composizione boho-chic è questa specie di camicione da notte xxl a righe azzurre (1 - tenuto fermo da un grosso cinturozzo ornamentale sbieco - 2), che le spunta dal cappottino britpop (3 - stretto doppiopettato, asimmetrico, con un lembo ripiegato a lingua penzolante sul davanti e un semicolletto moscio sulla spalla opposta - a dargli un tocco di fascinoso boho-eccentrismo, l’osceno fiocchetto sul retro - 4), camicione che potrebbe farle quasi da primitivo gonnellino copri-pudenda, non ci fossero i fuseaux neri (5 - ficcati dentro un paio di stivali slaimerosi - 6 - la cui estrema flaccidità e tendenza allo scioglimento liquido è tenuta a freno da un impalcatura di legacci di pelle annodati); c’è la borsaccia a sacco (7) d’ispirazione etnico fricchettona che pendantizza casualmente con le geometrie rettofile del camicione, e poi infine il trucco agli occhi scurissimo marcato allungante palla da rugby (8): peccato che se lo sia fatta lei di persona, da sveglia - sicuro la mano meccanica avrebbe fatto di meglio.
di Betty Moore Collezione: boho chic, regine del pendon't 55 Commenti
Malvestito #24 - tredici milioni di pixel
Difficile restarsene al riparo dal virus del malvestitismo fotografico, quando cioè ti compri la macchinetta da un sacco di pixel e vai in giro portandotela sempre appresso, scopri tutte quelle cosine sulle lenti gli obiettivi la messa a fuoco eccetera e stai sempre all’erta, sia mai che ti capiti qualche soggetto interessante da catturare in bianco e nero con sfondo sgranato in prospettiva - che ne so, tutte quelle cose originali tipo la crepa di un muro, un palazzo alto alto visto dal basso, la matassa di sporcizia sotto al divano, il gatto che si fa il bidet, il primo piano ravvicinatissimo della faccia rugosa di un barbone che sta facendo lo spelling di “vaffanculo” - ora poi che con internet puoi pubblicare le foto sui siti apposta e far finta che ci sono tutti i tuoi amici internettiani che se le vedono (tu, in cambio, fingi di guardare le loro) dal virus del malvestitismo fotografico davvero non si scappa.
Di solito colpisce intorno ai trent’anni, che uno c’ha soldi a sufficienza per comprarsi la macchinetta bòna, fa un lavoro di cacca che gli lascia poco tempo, l’idea del romanzo ormai (troppa fatica) l’hai abbandonata da un po’ e allora quale miglior modo per sfogare quell’impeto malvestito di artisticità io-sono-originale, non c’è più manco l’ingombro della camera oscura (finalmente! se qualche anno fa eri ganzo solo se t’eri montato la camera oscura al gabinetto, oggi no problem, puoi scoattartela anche con le digitali), e in fondo ad andarci in giro vuoi mettere, altro che romanzo (che fai, ti porti sotto braccio mille pagine di dattiloscritto? che sei, un commercialista?), mulinare rotelle, spingere bottoncini, regolare questo e quello, sdraiarsi a terra per trovare la giusta angolazione della luce sulla crepa, dico, sdraiarsi a terra! Che sogno: tutti i malvestiti io-sono-originale di stampo creativo-internettian-scemini dovrebbero averci una macchinetta fotografica.
Il malvestito numero ventiquattro è cotto, nel bel mezzo del suo periodo malva-fotografico, nella fase più irritante di tutte, quella dell’entusiasmo acuto (”scusa, puoi provare a tenere la sigaretta più così, pendula, sì sì, fai la nuvola di fumo, perfetto! espressivissima!”), se la porta dappertutto e da che c’ha la macchinetta (1) gli sembra di guardare al mondo in modo diverso, nuovo, non ci aveva mai fatto caso prima a quante crepe ci sono sui muri, pure sui marciapiedi - la città metropolitana è una giungla decadente (che è pure il nome del suo flickr) - sotto il divano poi, non c’aveva mai passato l’aspirapolvere!
Per immedesimarcisi meglio ha deciso di vestirsi in tema, e guardatelo accidenti se non incarna alla grande quel malvestitismo io-sono-originale un po’ chic-eccentricità da jazz club per pensionati: la scoppoletta (2 - vedi anche il capitolo Cappello ergo sum), l’insolito un-due viola giallo di giacca (3 - un reperto vintagiosamente infeltrito, strettina e corta sulle maniche, bohoissima) e camicia (4 - il collettone largo seventies disteso sul bavero della giacca, i polsini slacciati), i pantaloni jeans moscetti non troppo sbragaloni (5 - oh, è pur sempre jazz-chicchitudine), wayfarer d’ordinanza, un paio di sorpassatissime New Balance (6 - ma chissene, l’importante è il corto circuito io-sono-originale giacca similelegante versus scarpa da ginnastica) e la borsetta louis vuitton (7) che in effetti non c’entra molto, troppo agiata alto-borghese, ma lo perdoniamo sì che lo perdoniamo.
di Betty Moore Collezione: boho chic, io sono originale, maschioni 493 Commenti
Malvestita #293
E per la stagione delle piogge, nel caso che un selvaggio acquazzone spozzangheri per benino la sunset boulevard di roccacannuccia (e provateci voi a fare shopping saltellando qua e là con delle permeabilissime sottili leggere ballerine - vorrete mica tornare a casa con la french dei piedoni tutta ammollata, no eh?), pare ci sia un nuovo fondamentale malva-gadget che permette di superare indenni certi momentacci - di superarli con Stile intendo - lo stivale di gomma (1 - questi qui, vedete, c’hanno una fantasia kidult tutta ciliegine), tenero sì, ma re-ingegnerizzato in salsa malvestita, più corto sul polpaccio, svasato e col tacco.
Ci si potrebbe chiedere: ma se i rain boots di solito c’hanno la suola tutta d’un pezzo che serve a tenere sul bagnato e a non scivolare, cioè, dico, ma che razza di utilità possono averci dei rain boots così con la suola divisa in due, col tacchetto piccolino ultra-destabilizzante? Be’, se ve lo state chiedendo per davvero la questione è molto semplice: utilità praticità funzionalità eccetera sono idee demodè, superflue e banali, che non hanno mai contato un piffero, e voi altri - accidenti a voi! - non avete capito niente di malvestitismo.
Prendete l’ombrellino di plastica trasparente (2), minuscolo (ottimo! sei sferzato di pioggia da tutte le parti tranne che un centimetro quadrato sulla cima della testa). Questo affarino sciccosetto da bambolina non serve certo per ripararsi, ma solo ed esclusivamente come richiamo di pendantizzazione materiale (plastica luccicosa) con gli stivali più sotto. E gli occhiali da sole (3)? Ok che il nome suggerisce una chiara indicazione per il loro corretto utilizzo, ok che se è nuvoloso e c’hai la vista ridotta e se pure indossi delle scarpe instabili rischi di fare un bel ruzzolone, ma insomma non state troppo a sottilizzare, ve l’ho già detto, il malvestitismo non funziona così.
Potremmo concludere interrogandoci sul perché dei leggings a tre quarti (4) usati a mo’ di calze, con mezzo polpaccetto striminzito all’aria aperta tutto violaceo per il freddo, ma è sempre la stessa storia. Almeno s’è messa il maglione di lana col collo alto e le maniche lunghe, il vestitone preparto (5) pieno di tascone e una collana multi-attorcigliata (6) di salciccette allo spiedo ancora belle calde. Piuttosto concluderei interrogandomi su questo, che è ben più inquietante: dentro gli stivali, sotto i leggings - secondo voi - ce li avrà dei calzettini?
p.s. la borsa (7) non sono sicura, c’aveva una orrenda tigratura che non può che essere riconducibile a lui, Roberto Cavalli il re della Savana
di Betty Moore Collezione: boho chic, regine del pendant 74 Commenti
Ray Ban Wayfarer - Invasione imminente
Ecco qua un altro bel reperto vintage a cui soffiar via le ragnatele: i Ray Ban Wayfarer. Da includere al più presto tra le altre varie robine del guardaroba d’attualità, che non abbia per forza un’impostazione boho, non importa: saranno così popolari che tanto, vedrete, si finirà per indossarli anche nel pieno della più tragica semo-bburinità. Non fatevi scrupoli, dimenticate che solo qualche annetto fa, a incrociare un io-sono-originale coi suoi rayban wayfarer, vi sarebbe sembrato naturale gridargli dietro - dall’alto del vostro casco oculare da dottor K. - “a blusbroder, ma ‘ndo vai!”; in fondo, come si dice: domani è un altro giorno.
Che è un po’ il motto delle malvestite quelle vere, camaleontiche, i cui gusti oscillano e subiscono brusche mutazioni continuamente, di mezzastagione in mezzastagione, di settimana in settimana, le malve che a vederne pubblicità battenti e vetrine tutte piene piene finirebbero per trovare appropriato e stilosissimo anche il costumino da sailor moon, con le codine e gli chignon e tutto. E così, niente, l’altro ieri appena quasi non si riusciva a sopravvivere senza i coattissimi aviator, senza l’occhialone gigantesco alla sandra mondaini, e domani impietosamente aviator e modaini finiranno nei cassonetti, chi li vuole più. Date un’occhiata in giro: gli occhialari si stanno mobilitando, i primi posteroni compaiono qua e là (un odioso tizio con la faccia da bullo e le cuffie da dj: fichissimo, li indossano pure i dj bulli!), alcuni squallidi avanguardisti televisivi li ostentano orgogliosi (la malvestitissima Mtv Italia - clone supino delle tendenze USA - ne è stracolma, dai peggio presentatori ai peggio musicisti) - è vero, sulle bancarelle campeggia ancora la solita robaccia fasciante simil-D&G, bburinissima, e di wayfarer nessuna traccia, ma che volete ci mettono qualcosina ad aggiornarsi, e suppongo siano già in arrivo dalla cina tonnellate di economici tarocconi in polistirolo. No problem.
Oh, ma come volete - come pensate che sia mai possibile! - resistere al terremoto di wayfareraggine che ci scuote fin qui dall’america: là nel cuore di cinemalandia sono già due o tre anni che i più ganzi e le più ganze (ma pure i meno ganzi e gli sfigati, Ashley Simpson addirittura!) indossano wayfarer a tutto spiano (seppure rigorosamente d’annata, vi pare che si comprano quelli da negozio a cento euro che ci compriamo noi, su), dai classici neri blusbroderiani alle versioni più fighette con la montatura colorata, bianca e rossa le più quotate. Ci stanno le gemelle Olsen, Lindsay Lohan, Kirsten Dunst, Scarlett Johansson, Fergie, Drew Barrymore, Brittany Murphy, Mischa Barton, Kate Moss, Chloë Sevigny, Nicole Richie e via dicendo. Tutte.

Capisco che qualcuno possa prendersela un pochino.
Ma come, io ce li ho e me li metto da dieci anni - a me sì, a me, che mi piacciono davvero! - e adesso, l’estate prossima, la mia sincera io-sono-originalità sarà confusa e identica ad un marasma di malvestite e malvestiti senza cervello che, loro, i wayfarer non se li meritano neanche. Capisco e mi dispiace: d’altra parte è inevitabile, succede un po’ con tutti quegli oggetti che godono di lunga vita e che fanno su e giù, via corsi e ricorsi, nel gradimento delle malvestite. E’ successo con le converse all star, con le ballerine, persino coi fuseaux: giusto per fare degli esempi relativi al paradigma boho (di cui i wayfarer sono parte integrante). Non è che ci sia molto da fare, le alternative sono tre:
1) rassegnarsi e far finta di niente, indossarli comunque evitando possibilmente - sempre che non si abbia un’indole masochista - luoghi affollati brulicanti malvestitismo quali centri commerciali, centri cittadini, vie dello struscio, il sabato pomeriggio ovunque sul pianeta terra;
2) tentare un drastico superamento del malvestitismo wayfareriano attraverso l’utilizzo di montature dai colori super improbabili (sfumati arcobaleno, mimetici, dalmata!), accessori strampalati (le lucine di natale attorcigliate attorno alle stanghette), delocalizzazione (mettendoli per esempio di dietro, sulla nuca);
3) criogenizzare i wayfarer aspettando che le malvestite siano passate ad altro, e - per favore! - aspettando anche un due o tre anni successivi alla smalvestitizzazione dei wayfarer - perché non vorrete mica correre il rischio di passare per dei tardoni: se c’è qualcosa più malvestita di una malvestita, è una malvestita che ci arriva in ritardo.
di Betty Moore Collezione: boho chic, chiacchiericci vari 98 Commenti
Malvageddon #21 - Beth Ditto
Quando uno è pischello gli piacciono i gruppi che da grande, poi, li usa come argomento per raccontare le storielle simpatiche agli amici in pizzeria [1]. Ma dai, pure tu c’avevi il poster dei backstreet boys! Oh Oh Oh, ma che buffo, che ingenuotti eravamo a farci piacere sti scemi ridicolissimi, Oh Oh, e tu pensa ce le bevevamo tutte!, a credere che quello coatto dei bb fosse la trasgressività personificata - e mica ci voleva tanto, bastavano un paio di tatuaggi, un due tre piercing e i vestiti strani - quello biondino invece era la tenerezza amorosa per sempre pucci-ci-cì - bastava il suo candido caschetto a scodella - quello mascellone con la faccia rettangolare, be’, lui era il lavavetri dell’est - bastava la faccia rettangolare.
Il tempo passa, uno cresce (bleah), e adesso non è che ci facciamo infinocchiare gratis, mo’ che siamo adulti e scafati le cose le vediamo per quelle che sono davvero, c’abbiamo l’occhio clinico. E invece, sarà che piace a tutti rimanere un po’ cretin.. uops, bambini, ma via via che si abbandona ufficialmente - e con gran fanfara di pizzerie - la robetta stile cuscino a forma di lavavetri fregola prepuberale, si finisce spesso per collezionare una sfilza di altra robetta che, di fatto, non è che ai tatuaggi impertinenti del backstreet boy coatto gli sia tanto lontana. Anzi.
A me Beth Ditto sta indifferente, lei e il suo corpo, la musica e tutto il resto. Quello che mi sembra interessante piuttosto è il discorso che alcuni hanno appiccicato su Beth Ditto (e che lei, saggiamente, alimenta - ehm): che in Beth Ditto com’è fatta e quello che dice e come si comporta ci sia un messaggio femminist-anti-discriminatorio di una qualche rilevanza per noi altre casalinghe unite di tutto il mondo - c’è?
A parlare di femminismo nel caso di Beth Ditto, ovviamente, si parla di una cosa che - in quanto a spessore culturale - sta più o meno sullo stesso piano delle direttrici da rotocalco che si fanno fotografare nell’editoriale di prima pagina coi capelli sciolti, il vestitino da lavoro sobrio ma femminile, un filo di trucco appena e la smorfia sorridente ma ferma di una che è molto sicura di sé [2]. Una etichetta blandamente appariscente e niente altro, che stuzzica le primitive sinapsi della malvestita con minuscole pretese d’intellettualità “di genere”, tanto più che Beth Ditto risponde ad uno standard che, agli occhi della malvestita - soprattutto se orientata musicalmente verso il penultimo gradino dell’evoluzione della specie aka la scena indie-underground (e allora magari non legge Grazia, legge il Mucchio: fa differenza?) - gli dà quel qualcosina in più che lo rende eccezionale, un femminismo originalissimo, non solo è cicciona ma si tiene le ascelle nature, che dire, anfatti.
Beth Ditto non è colpa sua, fa il suo lavoro (la popstar): nasce nel solco della più sputtanata tradizione riot e là rimane [3], fa un po’ quel che cavolo che le pare, s’atteggia da sbroccata in regime di pressoché totale esibitissima punk decadente sozzeria e se qualcuno le chiede qualcosa lei con estrema noncuranza sturandosi l’orecchio col tampax gli spara tutta fiera il suo bel “femminista”, come da copione, e non credo sappia neanche bene cosa vuol dire, se tralasciamo - tralasciamoli - certi suoi vaghi rigurgiti da scuola media sul sapersi accettare e il non curarsi di quello che pensano gli altri e l’essere se stessi e blabla [4]. Sia mai del resto che si tira indietro, quando le viene offerta l’occasione, e ci risparmia quel meccanismo di auto-esegesi a fine auto-esaltativi che è tipico della starlette nullificante che vuole darsi arie di straordinarietà; da buona grrrl, come da copione, è tutto molto crudo ed esplicito (a proposito di un servizio fotografico):
“It was kind of a radical thing to do. I got my period just 10 minutes before we got there, and I was totally bleeding. I was doing it with my tranny boyfriend, who I’m in love with, and I was totally bleeding — how radical is that? — and I’m a fat person, and I’m a femme. It felt really good.”
Eh sì, un radicalismo femminista quello di Beth Ditto che è davvero un pugno nello stomaco di questo marcio mondo malato tutto sbrilluccicante di perfezione fisica e correttezza politica, e che risalta luminosissimo attraverso tre cose fondamentali, 1) che è grassa; e siccome si sa che le ragazzine ossessionate dal proprio corpo desiderano conformarsi al modello imperante dello showbiz che vuole la donna magrissima e finiscono così per slumare carotine e sedanini e diventano anoressiche - da cui quindi la facile equazione magre uguale conformismo - allora immaginate che dirompente portata anticonformista una cantante obesa che obesa dichiara di volerlo essere e si impegna per mantenercisi (”sometimes I’ll eat a whole bucket of chicken or two ice cream cartons, just to make sure I stay the way I am”) e si danna l’anima per farlo notare, caso mai non fosse chiaro che lei con la ciccia ci fa la rivoluzione (il prossimo album, dice, s’intitolerà Fat Bitch), parlandone ripetutamente ad ogni intervista e denudandosi ad ogni concerto, un vero schiaffo in faccia al conformismo di sto mondo bigotto ossessionato dalla forma fisica; 2) che sbandiera soddisfatta il suo lesbismo attivo e dice di essere fidanzata con una che si acchitta da uomo, e immagino pure questo fornisca un suo provocatorio contributo alla causa dell’anticonformismo io-sono-originalità liberamo-er-monno, anche se poi quando ne parla la cosa non è che sembra tanto più stuzzicante di una puntata del Bivio di Enrico Ruggeri (”e come mai, cara Betta, il comune di Canicattì non vuole permettervi di sposarvi?”); 3) che è una portabandiera assatanata del movimento antideodorante e le piace che rimaniamo tutti a bocca aperta per quanto è brutta sporca e non-me-ne-frega-niente-di-esserlo, si dimena sudatissima in mutande con la birra in una mano la sigaretta nell’altra e questo in effetti fa pensare, sì, al pericolo che corrono quelli nelle prime file.
E un’altra cosa che letteralmente fa impazzire i fan è che Beth Ditto va a spasso ed è amica di sua maestà della boho-anoressia Kate Moss, e non soltanto non si sente inferiore o invidiosa o che, non le passa nemmeno per la testa di voler essere come Kate Moss. Andarsene a spasso con la propria nemesi, ci pensate? Che coraggio, che faccia tosta, che tempra, che spirito adamantino: ecco una donna che sa quello che vuole, ecco una donna che sta bene con se stessa. Ma c’è un fraintendimento: ci credo io che Beth Ditto non vuole essere come Kate Moss, perché già lo è, come Kate Moss. Una femminella con un cervello molto piccolo che si crede una ganza supercoolissima e si dà un sacco di arie di io-sono-originalità cavalcando la tendenza dell’eccentrismo trasandato casaccio-made pazzerello e un po’ mentecatto. Beth Ditto è un’icona in questo senso, nel senso che sta surfando sul punto più all’alto della recente ondata malvestita - secondo il classico ruolo della snob fighetta boho, tra la Kate Moss e Sienna Miller, Beth Ditto ciancia di una qualità superiore al semplice sapersi vestire, che si chiama “Stile” con la esse maiuscola e ti permette di rendere fashion pure le sflanellature di tua nonna, il che è all’incirca il principio cardine del boho-chic (ed è in uscita appunto una sua “guida di Stile”, So Crazy) - Beth Ditto è la Moss incinta di venti gemelli, senza quel suo glamour da passerella (togliamoci anche il fidanzato tossico, che i musicisti tossici non ci vanno con le ciccione), un vocabolario un tantino più ampio e quell’essenziale pizzico di messianismo pseudo-femminista da copertina patinata.
E chissà quali splendide sorprese malvestite ci aspettano dal suo imminente sbarco nel (altrimenti nocivo) mondo del fashionismo discount. Ci sta provando da un pezzo a candidarsi come stilista qua e là, perché finalmente grazie a lei anche le donne in carne ci possano avere i vestitini sghici e irriverenti da sfoggiare senza che gli stiano larghi o mezzi storti: per Topshop ad esempio, poi per New Look (coi quali s’è capita male), e c’è da scommetterci che al più presto - considerando la presa mediatica che hanno ultimamente tutte queste tirate sulle modelle più grossine e quanto son belle le taglie forti - qualcuno fiuterà l’affarone.
Io nel frattempo preferisco riguardarmi il vecchio video di Leslie and the Ly’s, qua sotto. I’m like a fireball!
[1] e di che volete parlare sennò? io le adoro le storielle nostalgiche dei miei amici sulla loro sciocca fanciullezza, non vedo l’ora di andare in pizzeria (tra una pizza e l’altra, mi rifaccio coi blog)
[2] “professionalità è anche femmina, anzi no è in particolar modo femmina, toh, ciappa qua come sto a mio agio, per trovare questa posizione così consiglio d’amministrazione in piedi accanto alla scrivania con le gambe lievemente accavallate c’ho messo due ore e mezza”
[3] una così poteva uscir fuori forse già qualche anno fa, ma i tempi che volete non erano maturi (ancora nessun trendissimo tatuaggio da scaricatore sulle copertine), e poi non dev’essere stato facile trovarne una che facesse musica orecchiabile, che avesse quel minimo di personsalità sufficiente a tenere su la baracca e che comunque, pur nella sua necessaria mostruosità, non fosse poi sto cessone colossale (ve la immaginate, una cantante che si vanta di averci l’acne perforante? e un porro peloso sul naso, come la vedete? eeeeh ma troppa provocazione, fantascientifiche frontiere del pop, in onda il decennio prossimo)
[4] lo so, lo so, sono delle verità all’apparenza banali ma verissime, “toccano corde dentro di noi che sono le più profonde” (cit. un biscotto della fortuna che ho aperto un minuto fa)
di Betty Moore Collezione: boho chic, io sono originale, malvageddon, very important malvestite 126 Commenti
Malvestita #291
Ci sono malvestite che passati i due secoli, anziché abbandonarsi pian pianino all’inesorabile sopraggiungere della sindrome degenerativa caratteristica dell’anzianità malvestita, quella sindrome che provoca una condizione pressoché totale di maculatura leopardata, continuano e a volte addirittura esagerano nell’acchittarsi tali e quali a giovanottelle sbarazzine e simpatichette.
In fondo non c’è mica sempre bisogno di rivolgersi al carrozziere, esistono precise strategie cosmetiche, del resto molto comuni, la cui applicazione può garantire in parte, a volte (se vi stanno guardando tramite telescopio, be’, da una qualche lontana galassia), l’illusione di una fanciullezza ancora intatta, o quasi.
Prendete la frangetta (1): la si usa per nascondere la veneziana di segnacci orizzontali che ad ogni minimo movimento di sopracciglia ti fa su e giù sulla fronte. Semplice no? La bocca invece va stretta e protesa in avanti, così che si stirano per benino le rughe cosiddette muso-da-scimmia (ma sì, è quella posizione da bacetto schifato che sta sempre là stampata sul faccino di Eva Braun). La sciarpetta (2) arrotolata serve ad occultare gli strati geologici del collo e il cedimento strutturale della fu - bei tempi - pappagorgia (ormai ridotta ad un moscissimo blob ectoplasmatico). L’abbigliamento, ispirato ad uno chic-fricchettonismo largo e cascante (v. i pantaloni - 3 - tipici del genere), contiene e mimetizza il crollo catastrofico di tette, popò, braccia, rotolini e celluliti varie (lo scialle etnico legato in vita - 4 - attualissimo, confonde ulteriormente le acque). Il trucco poi - fondamentale - ricalcato su quel genere di restauro edilizio che è insegnato una settima sì e l’altra pure sulle pagine delle riviste femminili (”più giovane in 10 mosse!” - “sharon stone splendida quarantenne: truccati come lei!”), stratagemmi scientificamente avanzatissimi tra i quali troviamo la solita parure di correttori in venti nuances per nascondere occhiaie, borse e couperose, lucida-inturgidalabbra, phard e ombretti che creano ombre e punti luce altrimenti inesistenti (e che - attenzione! - se mal disposti, possono creare paradossi ottici capaci di portare alla pazzia).
Certo bisogna evitare che nell’abbigliamento giovane ci si ficchino elementi che con gli under cinquanta, uhm, non hanno niente a che spartire da un bel po’ di tempo. L’effetto altrimenti va a farsi friggere, è tutta fatica sprecata. La frangetta per dirne una è ok, no problem, non così però, gonfia, rada rada e suddivisa in quattro o cinque grossi cordoncini ottenuti incollando tra loro piccoli ciuffetti di capelli. E questa onda tsunami che le fa da sopraelevata, accidenti (il fenomeno di formazione dei cordoncini frangei è per l’appunto un effetto secondario dell’enorme quantità di lacca spruzzata sull’onda), dev’essere il residuato bellico di un qualche catalogo parrucchieristico primi anni novanta (ve lo ricordate, quando il sogno di tante bimbette era quell’effetto di morbida naturalezza alla Jennie Garth?). Le si potrebbe anche far notare quanto poco siano appropriate le spalline appuntite (5) o le treccine minuscole così forzatamente kidult-sbarazzine: ma, soprattutto, qualcuno le dica che, forse, è meglio se si trattiene dal ridere.
di Betty Moore Collezione: arte povera, boho chic 184 Commenti
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