Alle malvestite non gliene frega niente di andarsene a spasso in mezzo a un mucchione sterminato di malvacloni che c’hanno le stesse scarpe dorate, gli stessi pantaloni a sigaretta, gli stessi occhialoni insettoidali, tutte che si sentono ugualmente fighissime trendyssime sexyssime all’ultimo grido: non è che non se ne accorgono, non è che la cosa le lascia indifferenti, se ne accorgono benissimo e ne sono strafelici: il malvestitismo funziona così, il decerebrato passivo acchittamento modaiolo è soddisfatto e trova conferma soltanto quando è verificata la sua sterminata nauseante multiclonazione, ci si riconosce e ci si approva vicendevolmente.
L’unico aspetto positivo della faccenda è che puoi tirar fuori un paio di malve dal mucchione e passarci il tempo giocando al gioco delle differenze. Per esempio queste due qui, vediamo: la struttura portante è identica, ballerine – fuseaux – minigonna – magliettone – maschera protettiva da saldatore; e però il magliettone (1), un coso informe lungo lungo a mezzo culo col risvolto pettorale, c’ha le maniche bombate biancaneve sulle spalle della malva di destra (2), risvoltate sulla malva di sinistra (ah be’ poi certo, verdolino militar-olivamarcia da una parte, rosso scolorito dall’altra); le ballerine di sinistra nere col mega-logo bburinazzo della doppia C incaprettata chanel (3), le altre invece di marca sconosciuta tenute insieme con lo spago per l’arrosto (4); le minigonne a tubino sono identiche non fosse per l’orlo rosicchiato dai piranha a sinistra (5); orecchini verminacei con solidi geometrici color pisellino primavera (6) e guarnizione idraulica al dito medio (7) per una, quintalata cacofonica di braccialetti metallici per l’altra (8); e poi ovviamente le borse, quella di tela etnico-fricchettona ex tappetino welcome al ristorante messicano (9) e quella da signorotta pazza a riquadri storti multicolor (10 – il riquadro centrale è un omaggio fotografico a uno degli animali simbolo della bburinità, la tigre); e infine l’acconciatura, capelli sciolti frisettati a destra (11), codazza alta supertiratissima stirarughe a sinistra (12), sorrisone assicurato.
Queste settimane di scombussolio meteorologico pre-estivo hanno sulle malvestite un terribile penosissimo effetto: la pioggia e il vento freddo le costringe a ravanare ancora una volta nel cassettone della roba pesante, e però allo stesso tempo le rondinelle in k-way che già stazionano sotto le tettoie alimentano e provocano la loro naturale istintiva pulsione al denudamento stagionale; l’effetto è un po’ quello flipper in tilt lucette impazzite ding-ding-ding di una moglie stepfordiana quando le vanno in corto i transistor: la malvestita disorientata reagisce confusamente ai due opposti imperativi (non prendere la polmonite / spogliati), il che può generare clamorosi eccessi di pendontizzazione – da cui la nostra malvacoppia numero ventisette.
A sinistra possiamo ammirare la codazza alta con cascata posteriore (1) e mega-frangettone marmoreo spiaccicato iperlaccatissimo (2 – a giudicare dalla consistenza, più che capelli, sembrano extension fatte con le striscette di cartoncino); la tendina della doccia con fantasia azzurro-verdolina infondoalmar (3) bordata di pelle e stretta in vita dalla classica cinturona ornamentale (4); i jeans attillati strizzachiapponi e le decolleté rosa confetto rifinite col pennarello nero (5 – tipica rivisitazione bburina dell’equipaggiamento boho skinny-ballerina).
A destra invece abbiamo gli occhiali con le stanghette più grosse del mondo ricavate dal femore di un mammut (6); la maglietta col collettone salvagente sgonfio (7 – che segue la tendenza del già visto cappotto salvagente sgonfio) dall’innovativo stile emo-flamenco; la borsetta ritagliata da un serrandone per garage (8) con la placchetta d’oro copri serratura e il manicone rigido di legno per tirarla su e giù; e infine l’allucinante atroce pendontissima combinazione shortino bianco costa azzurra (9) più collant nero coprente mickeymouse (10) più texano bianco bullonato saturday night fever in rio bravo (11): capolavoro.
Non è che basta impararsi per bene la tecnica shaolin della paresi con labbra a sfintere (1), non basta neanche averci il borsone pellaceo enorme da cento litri (2 – vuoto, dentro soltanto il mazzetto miserello delle chiavi di casa), non basta l’impermeabile da gadget-esibizionista (3) né l’occhiale da sole perennemente su in modalità daltonismo faidatè (4) e nemmeno il tradizionale tridente di scuola boho, fuseaux (5) ballerine (6 – lustrinate poi proprio no, accidenti, too much bburinity) e federa da cuscino preziosa con cachemire (7 – eseguire con le forbici i tre buchi per braccia e testa: tadàn! la boho blusettina moscia): tutte robe molto utili, eccome, anche se non è affatto detto che la loro malva-combinazione possa in ogni caso generare un potente inequivocabile effetto di sostenuta idiot-sciccosità; esiste al mondo un solo unico malva-aggeggio, specialissimo, capace di conferire automaticamente alla malvestita portatrice quell’agognata aura di suprema vippitudine stronzettina: è il cagnetto mosca da sfoggio.
Il cagnetto mosca da sfoggio (8) è frutto di un incidente da teletrasporto in cui nel bussolotto son finiti contemporaneamente una formica una mosca un pipistrello e una coscia di pollo: è molto più interessante di un malva-accessorio qualunque perché puoi giocarci a fare la mammina e vestirlo da bamboletta tenerina per farci due risate con le amiche (“guaaaaaardalo che ammmmooooore”), lo puoi portare a spasso in borsa col testolino che spunta (che meraviglioso upgrade borsettaro! per chi vuole risparmiarsi tutto il resto, dovrebbero fare le borse già direttamente con le testoline finte appiccicate) e senza neanche doverlo tirar fuori per farlo evacuare (tanto spara le cacchine dure tipo nanocetriolo come i criceti), a sfoggiarlo tra le braccia fa un figurone spettacoloso (una specie di evoluzione biologica della pochette), in casa non disturba lo arrotoli nella carta di giornale e lo tieni chiuso nel cassetto dei calzini, in più ha le capacità cerebrali di una malvestita media così quando siete soli e vi guardate fissi negli occhietti e non sai cosa dirgli non ti senti in soggezione, e ah sì certo alla fine di tutto passa pure nel tritarifiuti del lavandino (la nostra malva invece, da come lo strattonava – povero cagnetto mosca! se la svolazzava metà del percorso – mi sa che è più orientata a sbarazzarsene così, lasciandolo là da solo impigliato tra i rami di un albero).
L’altro giorno alla carrefour leggevo su focus questa storia della superficie delle padelle antiaderenti, che c’ha una configurazione atomica tutta incasinata che non si capisce bene da dove esce fuori, per cui secondo certi cervelloni potrebbe essere la proiezione tridimensionale di una struttura cristallina a più dimensioni che a noi miseri mortali non ci riesce di percepire: ecco – un’illuminazione! – allo stesso modo delle padelle antiaderenti la mia ipotesi è che questa malvestita qui, che nel nostro universo tridimensionale fa la figura di un’impossibile caotica accozzaglia attorciglia-occhi, sia in realtà la proiezione 3D di una benvestita carinissima da un universo multi-dimensionale inaccessibile ai nostri sensi (il che del resto è perfettamente in accordo col Primo teorema inconfutabile di Betty: “non esistono benvestite, almeno non in questo universo”).
Lo so che è un’ipotesi azzardata, ma come spiegare altrimenti il cappottone vestaglia tweeddato a spina di pesce da pavimento maldimare dell’ascensore (1 – coi bottoni inutili disposti a casaccio sul collettone a bavaglino), il baschetto rosso montmartre col pirulicchio melinda (2 – pendantizzato con le calze – 3), i capelli sciolti artisticamente disordinati con l’abbozzo (un nonfinito malva-michelangiolesco) delle treccine tirolesi (4), gli stivaloni di pelle con quegli strani laccettini scubidù che le pendono qua e là (5) e i guanti di lana sditati fricchetton-chic così che possiamo ammirare la sua creativissima manicure marziana (6).
Ma sopratutto, dico, come spiegare altrimenti quel coso là, il borsone artistoide-patchworkato (7) composto da un illogico astratto insieme di rattoppamenti in feltro colorato e pezzettoni di tweed (ah, forse un’astuta triplice pendantizzazione cromatica con unghie, calze-baschetto e vestaglia); come spiegare altrimenti la gonna mutaforma (8), un cosone lungo fino a metà polpaccio a cui basta dare un’annodata un’arrotolatina laterale e via, diventa una longuette gonfiona dal disegno deliziosamente irregolare (effetto corsa dei sacchi) – possibile? non è possibile: è multidimensionale.
Però il boho-chic è comodissimo, ci puoi risparmiare un sacco di tempo e di stupide noie. Per esempio di mattina presto la boho-chic non è come tutte le altre malvestite che deve sforzarsi di vincere l’inerzia cisposa aprendosi con le tenaglie un pertugetto minuto tra le palpebre appiccicaticce, e poi giù dal letto mugolando e strisciando verso la serranda a cui appendersi per fare un po’ di luce. La boho-chic è perfettamente a suo agio nelle tenebre e neanche fa la fatica di aprirli, gli occhi; la boho-chic non passa un’ora a testa in giù nell’armadio devastata dalla più tragica indecisione: la paranoia del dubbio amletico-abbinatorio le è sconosciuta; l’armadio della boho-chic è fatto come quei bussolotti da lunapark con la mano meccanica che si tuffa nel marasma abbigliatorio e pesca su e le fa piovere addosso le prime cose che gli capitano – la vera boho-chic, quella abilissima consumata che c’ha anni di sincera esperienza boho-chicchica, ancora sta sognando: fa tutto in uno stato di beato sonnambulismo malvestito.
La nostra malva trecentodieci è molto soddisfatta del risultato del marchingegno automatico di malva-randomizzescion: il pezzo forte della sua audace composizione boho-chic è questa specie di camicione da notte xxl a righe azzurre (1 – tenuto fermo da un grosso cinturozzo ornamentale sbieco – 2), che le spunta dal cappottino britpop (3 – stretto doppiopettato, asimmetrico, con un lembo ripiegato a lingua penzolante sul davanti e un semicolletto moscio sulla spalla opposta – a dargli un tocco di fascinoso boho-eccentrismo, l’osceno fiocchetto sul retro – 4), camicione che potrebbe farle quasi da primitivo gonnellino copri-pudenda, non ci fossero i fuseaux neri (5 – ficcati dentro un paio di stivali slaimerosi – 6 – la cui estrema flaccidità e tendenza allo scioglimento liquido è tenuta a freno da un impalcatura di legacci di pelle annodati); c’è la borsaccia a sacco (7) d’ispirazione etnico fricchettona che pendantizza casualmente con le geometrie rettofile del camicione, e poi infine il trucco agli occhi scurissimo marcato allungante palla da rugby (8): peccato che se lo sia fatta lei di persona, da sveglia – sicuro la mano meccanica avrebbe fatto di meglio.