Malvestito #24 – tredici milioni di pixel

malvestito fotografoDifficile restarsene al riparo dal virus del malvestitismo fotografico, quando cioè ti compri la macchinetta da un sacco di pixel e vai in giro portandotela sempre appresso, scopri tutte quelle cosine sulle lenti gli obiettivi la messa a fuoco eccetera e stai sempre all’erta, sia mai che ti capiti qualche soggetto interessante da catturare in bianco e nero con sfondo sgranato in prospettiva – che ne so, tutte quelle cose originali tipo la crepa di un muro, un palazzo alto alto visto dal basso, la matassa di sporcizia sotto al divano, il gatto che si fa il bidet, il primo piano ravvicinatissimo della faccia rugosa di un barbone che sta facendo lo spelling di “vaffanculo” – ora poi che con internet puoi pubblicare le foto sui siti apposta e far finta che ci sono tutti i tuoi amici internettiani che se le vedono (tu, in cambio, fingi di guardare le loro) dal virus del malvestitismo fotografico davvero non si scappa.

Di solito colpisce intorno ai trent’anni, che uno c’ha soldi a sufficienza per comprarsi la macchinetta bòna, fa un lavoro di cacca che gli lascia poco tempo, l’idea del romanzo ormai (troppa fatica) l’hai abbandonata da un po’ e allora quale miglior modo per sfogare quell’impeto malvestito di artisticità io-sono-originale, non c’è più manco l’ingombro della camera oscura (finalmente! se qualche anno fa eri ganzo solo se t’eri montato la camera oscura al gabinetto, oggi no problem, puoi scoattartela anche con le digitali), e in fondo ad andarci in giro vuoi mettere, altro che romanzo (che fai, ti porti sotto braccio mille pagine di dattiloscritto? che sei, un commercialista?), mulinare rotelle, spingere bottoncini, regolare questo e quello, sdraiarsi a terra per trovare la giusta angolazione della luce sulla crepa, dico, sdraiarsi a terra! Che sogno: tutti i malvestiti io-sono-originale di stampo creativo-internettian-scemini dovrebbero averci una macchinetta fotografica.

Il malvestito numero ventiquattro è cotto, nel bel mezzo del suo periodo malva-fotografico, nella fase più irritante di tutte, quella dell’entusiasmo acuto (“scusa, puoi provare a tenere la sigaretta più così, pendula, sì sì, fai la nuvola di fumo, perfetto! espressivissima!”), se la porta dappertutto e da che c’ha la macchinetta (1) gli sembra di guardare al mondo in modo diverso, nuovo, non ci aveva mai fatto caso prima a quante crepe ci sono sui muri, pure sui marciapiedi – la città metropolitana è una giungla decadente (che è pure il nome del suo flickr) – sotto il divano poi, non c’aveva mai passato l’aspirapolvere!

Per immedesimarcisi meglio ha deciso di vestirsi in tema, e guardatelo accidenti se non incarna alla grande quel malvestitismo io-sono-originale un po’ chic-eccentricità da jazz club per pensionati: la scoppoletta (2 – vedi anche il capitolo Cappello ergo sum), l’insolito un-due viola giallo di giacca (3 – un reperto vintagiosamente infeltrito, strettina e corta sulle maniche, bohoissima) e camicia (4 – il collettone largo seventies disteso sul bavero della giacca, i polsini slacciati), i pantaloni jeans moscetti non troppo sbragaloni (5 – oh, è pur sempre jazz-chicchitudine), wayfarer d’ordinanza, un paio di sorpassatissime New Balance (6 – ma chissene, l’importante è il corto circuito io-sono-originale giacca similelegante versus scarpa da ginnastica) e la borsetta louis vuitton (7) che in effetti non c’entra molto, troppo agiata alto-borghese, ma lo perdoniamo sì che lo perdoniamo.

Malvestita #293

20 ottobre 2007

malvestita con gli stivali e l'ombrellino di plastica... tenera!E per la stagione delle piogge, nel caso che un selvaggio acquazzone spozzangheri per benino la sunset boulevard di roccacannuccia (e provateci voi a fare shopping saltellando qua e là con delle permeabilissime sottili leggere ballerine – vorrete mica tornare a casa con la french dei piedoni tutta ammollata, no eh?), pare ci sia un nuovo fondamentale malva-gadget che permette di superare indenni certi momentacci – di superarli con Stile intendo – lo stivale di gomma (1 – questi qui, vedete, c’hanno una fantasia kidult tutta ciliegine), tenero sì, ma re-ingegnerizzato in salsa malvestita, più corto sul polpaccio, svasato e col tacco.

Ci si potrebbe chiedere: ma se i rain boots di solito c’hanno la suola tutta d’un pezzo che serve a tenere sul bagnato e a non scivolare, cioè, dico, ma che razza di utilità possono averci dei rain boots così con la suola divisa in due, col tacchetto piccolino ultra-destabilizzante? Be’, se ve lo state chiedendo per davvero la questione è molto semplice: utilità praticità funzionalità eccetera sono idee demodè, superflue e banali, che non hanno mai contato un piffero, e voi altri – accidenti a voi! – non avete capito niente di malvestitismo.

Prendete l’ombrellino di plastica trasparente (2), minuscolo (ottimo! sei sferzato di pioggia da tutte le parti tranne che un centimetro quadrato sulla cima della testa). Questo affarino sciccosetto da bambolina non serve certo per ripararsi, ma solo ed esclusivamente come richiamo di pendantizzazione materiale (plastica luccicosa) con gli stivali più sotto. E gli occhiali da sole (3)? Ok che il nome suggerisce una chiara indicazione per il loro corretto utilizzo, ok che se è nuvoloso e c’hai la vista ridotta e se pure indossi delle scarpe instabili rischi di fare un bel ruzzolone, ma insomma non state troppo a sottilizzare, ve l’ho già detto, il malvestitismo non funziona così.

Potremmo concludere interrogandoci sul perché dei leggings a tre quarti (4) usati a mo’ di calze, con mezzo polpaccetto striminzito all’aria aperta tutto violaceo per il freddo, ma è sempre la stessa storia. Almeno s’è messa il maglione di lana col collo alto e le maniche lunghe, il vestitone preparto (5) pieno di tascone e una collana multi-attorcigliata (6) di salciccette allo spiedo ancora belle calde. Piuttosto concluderei interrogandomi su questo, che è ben più inquietante: dentro gli stivali, sotto i leggings – secondo voi – ce li avrà dei calzettini?

p.s. la borsa (7) non sono sicura, c’aveva una orrenda tigratura che non può che essere riconducibile a lui, Roberto Cavalli il re della Savana

Ray Ban Wayfarer – Invasione imminente

18 ottobre 2007

Ecco qua un altro bel reperto vintage a cui soffiar via le ragnatele: i Ray Ban Wayfarer. Da includere al più presto tra le altre varie robine del guardaroba d’attualità, che non abbia per forza un’impostazione boho, non importa: saranno così popolari che tanto, vedrete, si finirà per indossarli anche nel pieno della più tragica semo-bburinità. Non fatevi scrupoli, dimenticate che solo qualche annetto fa, a incrociare un io-sono-originale coi suoi rayban wayfarer, vi sarebbe sembrato naturale gridargli dietro – dall’alto del vostro casco oculare da dottor K. – “a blusbroder, ma ‘ndo vai!”; in fondo, come si dice: domani è un altro giorno.

tom cruise pure indossava i ray ban wayfarer in quel capolavoro ehm di risky businessChe è un po’ il motto delle malvestite quelle vere, camaleontiche, i cui gusti oscillano e subiscono brusche mutazioni continuamente, di mezzastagione in mezzastagione, di settimana in settimana, le malve che a vederne pubblicità battenti e vetrine tutte piene piene finirebbero per trovare appropriato e stilosissimo anche il costumino da sailor moon, con le codine e gli chignon e tutto. E così, niente, l’altro ieri appena quasi non si riusciva a sopravvivere senza i coattissimi aviator, senza l’occhialone gigantesco alla sandra mondaini, e domani impietosamente aviator e modaini finiranno nei cassonetti, chi li vuole più. Date un’occhiata in giro: gli occhialari si stanno mobilitando, i primi posteroni compaiono qua e là (un odioso tizio con la faccia da bullo e le cuffie da dj: fichissimo, li indossano pure i dj bulli!), alcuni squallidi avanguardisti televisivi li ostentano orgogliosi (la malvestitissima Mtv Italia – clone supino delle tendenze USA – ne è stracolma, dai peggio presentatori ai peggio musicisti) – è vero, sulle bancarelle campeggia ancora la solita robaccia fasciante simil-D&G, bburinissima, e di wayfarer nessuna traccia, ma che volete ci mettono qualcosina ad aggiornarsi, e suppongo siano già in arrivo dalla cina tonnellate di economici tarocconi in polistirolo. No problem.

Oh, ma come volete – come pensate che sia mai possibile! – resistere al terremoto di wayfareraggine che ci scuote fin qui dall’america: là nel cuore di cinemalandia sono già due o tre anni che i più ganzi e le più ganze (ma pure i meno ganzi e gli sfigati, Ashley Simpson addirittura!) indossano wayfarer a tutto spiano (seppure rigorosamente d’annata, vi pare che si comprano quelli da negozio a cento euro che ci compriamo noi, su), dai classici neri blusbroderiani alle versioni più fighette con la montatura colorata, bianca e rossa le più quotate. Ci stanno le gemelle Olsen, Lindsay Lohan, Kirsten Dunst, Scarlett Johansson, Fergie, Drew Barrymore, Brittany Murphy, Mischa Barton, Kate Moss, Chloë Sevigny, Nicole Richie e via dicendo. Tutte.

malvestite usa in brodo di giuggole per i ray ban wayfarer

Capisco che qualcuno possa prendersela un pochino.
Ma come, io ce li ho e me li metto da dieci anni – a me sì, a me, che mi piacciono davvero! – e adesso, l’estate prossima, la mia sincera io-sono-originalità sarà confusa e identica ad un marasma di malvestite e malvestiti senza cervello che, loro, i wayfarer non se li meritano neanche. Capisco e mi dispiace: d’altra parte è inevitabile, succede un po’ con tutti quegli oggetti che godono di lunga vita e che fanno su e giù, via corsi e ricorsi, nel gradimento delle malvestite. E’ successo con le converse all star, con le ballerine, persino coi fuseaux: giusto per fare degli esempi relativi al paradigma boho (di cui i wayfarer sono parte integrante). Non è che ci sia molto da fare, le alternative sono tre:

1) rassegnarsi e far finta di niente, indossarli comunque evitando possibilmente – sempre che non si abbia un’indole masochista – luoghi affollati brulicanti malvestitismo quali centri commerciali, centri cittadini, vie dello struscio, il sabato pomeriggio ovunque sul pianeta terra;
2) tentare un drastico superamento del malvestitismo wayfareriano attraverso l’utilizzo di montature dai colori super improbabili (sfumati arcobaleno, mimetici, dalmata!), accessori strampalati (le lucine di natale attorcigliate attorno alle stanghette), delocalizzazione (mettendoli per esempio di dietro, sulla nuca);
3) criogenizzare i wayfarer aspettando che le malvestite siano passate ad altro, e – per favore! – aspettando anche un due o tre anni successivi alla smalvestitizzazione dei wayfarer – perché non vorrete mica correre il rischio di passare per dei tardoni: se c’è qualcosa più malvestita di una malvestita, è una malvestita che ci arriva in ritardo.

Malvageddon #21 – Beth Ditto

Quando uno è pischello gli piacciono i gruppi che da grande, poi, li usa come argomento per raccontare le storielle simpatiche agli amici in pizzeria [1]. Ma dai, pure tu c’avevi il poster dei backstreet boys! Oh Oh Oh, ma che buffo, che ingenuotti eravamo a farci piacere sti scemi ridicolissimi, Oh Oh, e tu pensa ce le bevevamo tutte!, a credere che quello coatto dei bb fosse la trasgressività personificata – e mica ci voleva tanto, bastavano un paio di tatuaggi, un due tre piercing e i vestiti strani – quello biondino invece era la tenerezza amorosa per sempre pucci-ci-cì – bastava il suo candido caschetto a scodella – quello mascellone con la faccia rettangolare, be’, lui era il lavavetri dell’est – bastava la faccia rettangolare.

Il tempo passa, uno cresce (bleah), e adesso non è che ci facciamo infinocchiare gratis, mo’ che siamo adulti e scafati le cose le vediamo per quelle che sono davvero, c’abbiamo l’occhio clinico. E invece, sarà che piace a tutti rimanere un po’ cretin.. uops, bambini, ma via via che si abbandona ufficialmente – e con gran fanfara di pizzerie – la robetta stile cuscino a forma di lavavetri fregola prepuberale, si finisce spesso per collezionare una sfilza di altra robetta che, di fatto, non è che ai tatuaggi impertinenti del backstreet boy coatto gli sia tanto lontana. Anzi.

A me Beth Ditto sta indifferente, lei e il suo corpo, la musica e tutto il resto. Quello che mi sembra interessante piuttosto è il discorso che alcuni hanno appiccicato su Beth Ditto (e che lei, saggiamente, alimenta – ehm): che in Beth Ditto com’è fatta e quello che dice e come si comporta ci sia un messaggio femminist-anti-discriminatorio di una qualche rilevanza per noi altre casalinghe unite di tutto il mondo – c’è?

nme copertina beth dittoA parlare di femminismo nel caso di Beth Ditto, ovviamente, si parla di una cosa che – in quanto a spessore culturale – sta più o meno sullo stesso piano delle direttrici da rotocalco che si fanno fotografare nell’editoriale di prima pagina coi capelli sciolti, il vestitino da lavoro sobrio ma femminile, un filo di trucco appena e la smorfia sorridente ma ferma di una che è molto sicura di sé [2]. Una etichetta blandamente appariscente e niente altro, che stuzzica le primitive sinapsi della malvestita con minuscole pretese d’intellettualità “di genere”, tanto più che Beth Ditto risponde ad uno standard che, agli occhi della malvestita – soprattutto se orientata musicalmente verso il penultimo gradino dell’evoluzione della specie aka la scena indie-underground (e allora magari non legge Grazia, legge il Mucchio: fa differenza?) – gli dà quel qualcosina in più che lo rende eccezionale, un femminismo originalissimo, non solo è cicciona ma si tiene le ascelle nature, che dire, anfatti.

Beth Ditto non è colpa sua, fa il suo lavoro (la popstar): nasce nel solco della più sputtanata tradizione riot e là rimane [3], fa un po’ quel che cavolo che le pare, s’atteggia da sbroccata in regime di pressoché totale esibitissima punk decadente sozzeria e se qualcuno le chiede qualcosa lei con estrema noncuranza sturandosi l’orecchio col tampax gli spara tutta fiera il suo bel “femminista”, come da copione, e non credo sappia neanche bene cosa vuol dire, se tralasciamo – tralasciamoli – certi suoi vaghi rigurgiti da scuola media sul sapersi accettare e il non curarsi di quello che pensano gli altri e l’essere se stessi e blabla [4]. Sia mai del resto che si tira indietro, quando le viene offerta l’occasione, e ci risparmia quel meccanismo di auto-esegesi a fine auto-esaltativi che è tipico della starlette nullificante che vuole darsi arie di straordinarietà; da buona grrrl, come da copione, è tutto molto crudo ed esplicito (a proposito di un servizio fotografico):

“It was kind of a radical thing to do. I got my period just 10 minutes before we got there, and I was totally bleeding. I was doing it with my tranny boyfriend, who I’m in love with, and I was totally bleeding — how radical is that? — and I’m a fat person, and I’m a femme. It felt really good.”

beth ditto reggisenoEh sì, un radicalismo femminista quello di Beth Ditto che è davvero un pugno nello stomaco di questo marcio mondo malato tutto sbrilluccicante di perfezione fisica e correttezza politica, e che risalta luminosissimo attraverso tre cose fondamentali, 1) che è grassa; e siccome si sa che le ragazzine ossessionate dal proprio corpo desiderano conformarsi al modello imperante dello showbiz che vuole la donna magrissima e finiscono così per slumare carotine e sedanini e diventano anoressiche – da cui quindi la facile equazione magre uguale conformismo – allora immaginate che dirompente portata anticonformista una cantante obesa che obesa dichiara di volerlo essere e si impegna per mantenercisi (“sometimes I’ll eat a whole bucket of chicken or two ice cream cartons, just to make sure I stay the way I am”) e si danna l’anima per farlo notare, caso mai non fosse chiaro che lei con la ciccia ci fa la rivoluzione (il prossimo album, dice, s’intitolerà Fat Bitch), parlandone ripetutamente ad ogni intervista e denudandosi ad ogni concerto, un vero schiaffo in faccia al conformismo di sto mondo bigotto ossessionato dalla forma fisica; 2) che sbandiera soddisfatta il suo lesbismo attivo e dice di essere fidanzata con una che si acchitta da uomo, e immagino pure questo fornisca un suo provocatorio contributo alla causa dell’anticonformismo io-sono-originalità liberamo-er-monno, anche se poi quando ne parla la cosa non è che sembra tanto più stuzzicante di una puntata del Bivio di Enrico Ruggeri (“e come mai, cara Betta, il comune di Canicattì non vuole permettervi di sposarvi?”); 3) che è una portabandiera assatanata del movimento antideodorante e le piace che rimaniamo tutti a bocca aperta per quanto è brutta sporca e non-me-ne-frega-niente-di-esserlo, si dimena sudatissima in mutande con la birra in una mano la sigaretta nell’altra e questo in effetti fa pensare, sì, al pericolo che corrono quelli nelle prime file.

kate moss beth dittoE un’altra cosa che letteralmente fa impazzire i fan è che Beth Ditto va a spasso ed è amica di sua maestà della boho-anoressia Kate Moss, e non soltanto non si sente inferiore o invidiosa o che, non le passa nemmeno per la testa di voler essere come Kate Moss. Andarsene a spasso con la propria nemesi, ci pensate? Che coraggio, che faccia tosta, che tempra, che spirito adamantino: ecco una donna che sa quello che vuole, ecco una donna che sta bene con se stessa. Ma c’è un fraintendimento: ci credo io che Beth Ditto non vuole essere come Kate Moss, perché già lo è, come Kate Moss. Una femminella con un cervello molto piccolo che si crede una ganza supercoolissima e si dà un sacco di arie di io-sono-originalità cavalcando la tendenza dell’eccentrismo trasandato casaccio-made pazzerello e un po’ mentecatto. Beth Ditto è un’icona in questo senso, nel senso che sta surfando sul punto più all’alto della recente ondata malvestita – secondo il classico ruolo della snob fighetta boho, tra la Kate Moss e Sienna Miller, Beth Ditto ciancia di una qualità superiore al semplice sapersi vestire, che si chiama “Stile” con la esse maiuscola e ti permette di rendere fashion pure le sflanellature di tua nonna, il che è all’incirca il principio cardine del boho-chic (ed è in uscita appunto una sua “guida di Stile”, So Crazy) – Beth Ditto è la Moss incinta di venti gemelli, senza quel suo glamour da passerella (togliamoci anche il fidanzato tossico, che i musicisti tossici non ci vanno con le ciccione), un vocabolario un tantino più ampio e quell’essenziale pizzico di messianismo pseudo-femminista da copertina patinata.

E chissà quali splendide sorprese malvestite ci aspettano dal suo imminente sbarco nel (altrimenti nocivo) mondo del fashionismo discount. Ci sta provando da un pezzo a candidarsi come stilista qua e là, perché finalmente grazie a lei anche le donne in carne ci possano avere i vestitini sghici e irriverenti da sfoggiare senza che gli stiano larghi o mezzi storti: per Topshop ad esempio, poi per New Look (coi quali s’è capita male), e c’è da scommetterci che al più presto – considerando la presa mediatica che hanno ultimamente tutte queste tirate sulle modelle più grossine e quanto son belle le taglie forti – qualcuno fiuterà l’affarone.

Io nel frattempo preferisco riguardarmi il vecchio video di Leslie and the Ly’s, qua sotto. I’m like a fireball!

[1] e di che volete parlare sennò? io le adoro le storielle nostalgiche dei miei amici sulla loro sciocca fanciullezza, non vedo l’ora di andare in pizzeria (tra una pizza e l’altra, mi rifaccio coi blog)
[2] “professionalità è anche femmina, anzi no è in particolar modo femmina, toh, ciappa qua come sto a mio agio, per trovare questa posizione così consiglio d’amministrazione in piedi accanto alla scrivania con le gambe lievemente accavallate c’ho messo due ore e mezza”
[3] una così poteva uscir fuori forse già qualche anno fa, ma i tempi che volete non erano maturi (ancora nessun trendissimo tatuaggio da scaricatore sulle copertine), e poi non dev’essere stato facile trovarne una che facesse musica orecchiabile, che avesse quel minimo di personsalità sufficiente a tenere su la baracca e che comunque, pur nella sua necessaria mostruosità, non fosse poi sto cessone colossale (ve la immaginate, una cantante che si vanta di averci l’acne perforante? e un porro peloso sul naso, come la vedete? eeeeh ma troppa provocazione, fantascientifiche frontiere del pop, in onda il decennio prossimo)
[4] lo so, lo so, sono delle verità all’apparenza banali ma verissime, “toccano corde dentro di noi che sono le più profonde” (cit. un biscotto della fortuna che ho aperto un minuto fa)

Malvestita #291

1 ottobre 2007

malvestita finto giovane ah ah ah cof cof sput blearghCi sono malvestite che passati i due secoli, anziché abbandonarsi pian pianino all’inesorabile sopraggiungere della sindrome degenerativa caratteristica dell’anzianità malvestita, quella sindrome che provoca una condizione pressoché totale di maculatura leopardata, continuano e a volte addirittura esagerano nell’acchittarsi tali e quali a giovanottelle sbarazzine e simpatichette.

In fondo non c’è mica sempre bisogno di rivolgersi al carrozziere, esistono precise strategie cosmetiche, del resto molto comuni, la cui applicazione può garantire in parte, a volte (se vi stanno guardando tramite telescopio, be’, da una qualche lontana galassia), l’illusione di una fanciullezza ancora intatta, o quasi.

Prendete la frangetta (1): la si usa per nascondere la veneziana di segnacci orizzontali che ad ogni minimo movimento di sopracciglia ti fa su e giù sulla fronte. Semplice no? La bocca invece va stretta e protesa in avanti, così che si stirano per benino le rughe cosiddette muso-da-scimmia (ma sì, è quella posizione da bacetto schifato che sta sempre là stampata sul faccino di Eva Braun). La sciarpetta (2) arrotolata serve ad occultare gli strati geologici del collo e il cedimento strutturale della fu – bei tempi – pappagorgia (ormai ridotta ad un moscissimo blob ectoplasmatico). L’abbigliamento, ispirato ad uno chic-fricchettonismo largo e cascante (v. i pantaloni – 3 – tipici del genere), contiene e mimetizza il crollo catastrofico di tette, popò, braccia, rotolini e celluliti varie (lo scialle etnico legato in vita – 4 – attualissimo, confonde ulteriormente le acque). Il trucco poi – fondamentale – ricalcato su quel genere di restauro edilizio che è insegnato una settima sì e l’altra pure sulle pagine delle riviste femminili (“più giovane in 10 mosse!” – “sharon stone splendida quarantenne: truccati come lei!”), stratagemmi scientificamente avanzatissimi tra i quali troviamo la solita parure di correttori in venti nuances per nascondere occhiaie, borse e couperose, lucida-inturgidalabbra, phard e ombretti che creano ombre e punti luce altrimenti inesistenti (e che – attenzione! – se mal disposti, possono creare paradossi ottici capaci di portare alla pazzia).

Certo bisogna evitare che nell’abbigliamento giovane ci si ficchino elementi che con gli under cinquanta, uhm, non hanno niente a che spartire da un bel po’ di tempo. L’effetto altrimenti va a farsi friggere, è tutta fatica sprecata. La frangetta per dirne una è ok, no problem, non così però, gonfia, rada rada e suddivisa in quattro o cinque grossi cordoncini ottenuti incollando tra loro piccoli ciuffetti di capelli. E questa onda tsunami che le fa da sopraelevata, accidenti (il fenomeno di formazione dei cordoncini frangei è per l’appunto un effetto secondario dell’enorme quantità di lacca spruzzata sull’onda), dev’essere il residuato bellico di un qualche catalogo parrucchieristico primi anni novanta (ve lo ricordate, quando il sogno di tante bimbette era quell’effetto di morbida naturalezza alla Jennie Garth?). Le si potrebbe anche far notare quanto poco siano appropriate le spalline appuntite (5) o le treccine minuscole così forzatamente kidult-sbarazzine: ma, soprattutto, qualcuno le dica che, forse, è meglio se si trattiene dal ridere.

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