Un post sui vestiti di carnevale non mi andava di scriverlo. In fondo a Carnevale tutto è concesso, no? I travestimenti sono travestimenti, è un gioco. Anche le culone tutte strizzate nella pelle lucida, gli stivali sado maso e i cerchietti con le orecchie da gatto: è un gioco. Un po’ duro da digerire (oh, se siamo riusciti a sopportare il film, e che cavolo), ma pur sempre un gioco.
Ecco che però quest’anno, la settimana scorsa per inciso, io me ne stavo in fila all’ipermercato – e là, impilati a un passo da chewingum e preservativi, tra gli enormi scatoloni di costumi per bambini, ho scoperto che il male, ebbene sì, è arrivato a contagiare persino il carnevale. Esistono i vestiti di carnevale delle Bratz. In altre parole: le bambine oggi possono travestirsi da malvestite.
E mettersi addosso le cose che usano per vestire le bamboline. Ma proprio le stesse cose, identiche, degli stessi pessimi materiali (cineserie di carta biodegradabile, roba che se per caso li becca la pioggia durante la sfilata di carnevale, c’è il rischio di un fuggi fuggi di bambine nude), soltanto in scala, molto più grandi. Nella confezione ci sta proprio tutto: persino la pelle ci sta, un tessuto in simil pelle cioè, una specie di imbottitura da professore matto che ti copre le parti scoperte. Ci stanno i nastrini, i calzettini, lo smalto, le extensions, le scarpacce di gomma piuma alla Frankenstein, tutto, non manca niente. Entri al ipermercato che sei una bambina normale, come Clark Kent nella cabina telefonica, ti compri il bratz-costume, e tadàn!, esci che sei una altra, una malvestitina fatta e finita.
Avranno pensato, questi delle Bratz, di intercettare e lucrare così su quella tendenza proto-adolescenziale di noi femminelle, per cui da una certa età ci vien voglia di vestirci da “ragazze”. Io pure con le mie compagnucce, a dieci undici anni, passata la fase della principessa, ci si vestiva tutte “da ragazze” (il che per noi, all’epoca, significava martoriare un paio di jeans con tagli e uniposca, indossare una camicetta della mamma annodata sotto al seno e truccarsi in maniera assurda con stelline, ombretto bicolore, ciglia finte e rossetto fucsia, e colorarsi qualche ciocca di capelli con lo spray).
Non vi basta sognare la discoteca e i trampoli e i capelli phonati in cameretta, facendo dimenare le vostre bamboline? No problem, ci pensiamo noi, offrendovi una volta all’anno la possibilità di trasformarvi voi stesse nell’oggetto dei vostri sogni. E beccatevi quindi la panterona (rispetto a quella qui sotto a destra, la versione castigata), o la figlia psicopatica degli Abba, o ancora la psicopatica medesima in pigiama.
Oppure sopra, a sinistra, ammirate il modello Tokyo Go-Go (è il suo nome, giuro), ispirato alle mise deliranti delle giovani Giapponesine (ma che caso, se ne parlava giusto ieri). Vi faccio notare solo: 1) la posizione della mini-modella, coi piedi rivolti in dentro, e una gambina storta di profilo, ad imitare la tipica sciancaggine delle femmine manga; 2) la strizzatina d’occhio all’occidentale cialtrone che pensa ai popoli orientali come un unico grande marasma indistinto ed indistinguibile: da cui la blusetta Cinese. Ma l’abitino che preferisco, senza alcun dubbio, è questo qui che vedete a destra, la baby panterona conturbante: minigonna nera, calze a rete con calzino sovrapposto e zatteroni, finto corsetto di finta pelle con sotto una camicina trasparente e cravattina rosa. E’ quello che avrebbe scelto tata Francesca, se avesse avuto una figlioletta dal signor Sheffield.
Esaminiamo oggi un caso mai affrontato prima, quello della trasmissione genetica del malvestitismo. Alla quale difficilmente si può sfuggire. La madre infatti, sprezzante del ridicolo (avete mai visto quelle disgraziate che sembrano donnine in miniatura? sì che l’avete viste), impegnerà tutte le proprie risorse, fin dai primi anni di vita, nel trasformare la figlioletta in una copia malvestita di se stessa. E che ci frega, a noi, che a scuola la sfottono che va in giro che sembra uscita da un’ostrica? Sei bella così, cara: anzi, tiè, qui manca un fiocchetto. E nel caso la piccola opponga una qualche debole forma resistenza, ovviamente, nessuna paura: basta riempirle gli armadi con ogni sorta di micro-malvestitismo, e niente altro. Così, nella stragrande maggioranza dei casi, va che ci sono due possibilità: o la figlia finisce per incarnare un modello malvestito diametralmente opposto a quello della madre (che ne so, fricchettona, io sono originale, darkettona, emo, indie, punkabbestia, quello che vi pare), oppure finisce che comincia ad imitarla, ricalcandone le orme, passo dopo passo – verso il baratro.
La figlia è quella di sinistra, sui trenta. La madre a destra, età indefinibile tra i cinquanta e i cento. Entrambe con queste gonfie pelliccione, orrende, sinteticissime, una scura con i risvolti lucidi (1 – questa, almeno, di un colore plausibile), l’altra col pelo più lunghetto e un colore che, sul serio, non ha eguali quantomeno nella nostra galassia (2). Ce la vedo io, la figlioletta, già da piccina costretta a sfilare per casa con il tappeto di orso polare sulle spalle, perché si abitui all’idea. Poveretta, e adesso va in giro come una donna cieca in menopausa. Accidenti. E’ vero che la sua, di pelliccia, aveva degli inutili laccetti con fibbie dorate, ma insomma, se c’era una minuscola possibilità di attenuare l’effetto vecchiume, e che cavolo, è annichilita da quel vestitino lungo con fantasia giraffata (3), che le arriva fin sulle cosce, e che in alcun caso è ammissibile sotto i cinquanta (dopo, lo diventa in virtù di quella strana malattia che – non ancora identificata – rende le femmine, in una percentuale largamente maggioritaria, sfegatate ammiratrici del maculato).
D’altronde, il livello di devastazione genetica della sensibilità vestiaria della figlia è dimostrato da numerosi elementi: primo, dall’alto, il giallo paglierino con ricrescita scura (4) sui toni del verde ruggine che le divide in due la testa lungo la riga (nella madre, il verde ricrescita è più sul verde pisello – 5 – mescolandosi il giallo con un grigietto chiaro); due, in basso, i jeans a zompafosso (6) aka “mi si è allagata casa”, scampanati, con simpatici laccetti penzoloni e zip, evidentemente fondi di magazzino del reparto “fuori moda” di qualche oviesse di una qualche galassia vicina alla nostra; tre, gli stivali (7) in pelle nera moscia col risvolto in alto asimmetrico, un po’ alla D’Artagnan (appunto, D’Artagnan, dico, D’Artagnan, milleseicento) – la mamma invece gli stivali ce li ha di quelli tipici (8 – ecco, in questo lei sì, un tantinello più alla moda), quelle oscenità con la bandina sopra marrone e il resto nero (se li è infilati sui pantaloni, la vecchia illusa, perché vede tutte le giovinette coi pantaloni negli stivali, e pensa che si possa fare con qualsiasi pantalone, pure queste ciofeche eleganti in acrilico – 9 – ah!, vecchia pazza).
Per quanto riguarda le borse, sono andate sul sicuro. Una Gucci terrificante per la figlia (10), taroccata che si vedeva ad un miglio di distanza (ma per piacere, sembrava una eastpack passata sotto un camion), e una Prada (Cervo Antic? – 11) da gran signora per la madre. Gli occhiali da sole (12 e 13) erano i medesimi (che bello, sembravano i gemelli Schwarzenegger e DeVito), della Vogue: usati come cerchietto con la frangia a ciuffo che vien fuori sotto per la figlia, e invece sempre addosso sul faccione della mamma, in attesa dell’operazione per toglier di mezzo quelle insopportabili occhiaie. Di gioellume non c’era granché: un paio di orecchini grossetti, a cerchio, per entrambe, e un girocollo per la madre (14), di pietruzze azzurre che sembrano sassetti di quelli che si trovano sulla spiaggia. Non voglio parlare, e quasi non volevo disegnarlo, l’ombretto verde passato con pennello cinghiale sulle palpebre della figlia (15), a tergicristallo. Urgh!
Ancora malvasegnalazioni. Claudia ci dà occasione di deprecare le odiosissime felpe a stelline che sembrano spopolare tra gli adolescenti: “decine e decine di ragazze si vestono in questo preciso modo, che vogliano formare un piccolo esercito di Malvestite?”. La descrizione della malva è tutta lì, accanto al disegno: fate click sull’immagine per vederla più in grande.
Per prima cosa, una segnalazione di Edna, che mi ha inviato in mail, un po’ di tempo fa, la scansione di una pagina strappata a non ricorda più quale rivista femminile (“una specie di Cioè per grandi”, l’ha chiamata). L’immagine (cliccateci sopra per vederla più grande) potete ammirarla qui a fianco: collezione Ikks for kids.
Inutile dire che sono rimasta inorridita e allo stesso tempo affascinata. Sembra uno scherzo. Sono la caricatura in miniatura di due perfetti malvestiti: la posa da bullo del maschio (non è spiccicato il clone giovane di poncharello, quello dei chips?), quella altezzosetta da io-me-la-tiro della femmina, i vestiti, che sono un putpurrì di tutto ciò che di peggiore fa malvestito ultimamente: stivali texani, cintura con pendagli e giubbotto in pelle per lei, occhiali da sole aviator, pantaloni lisi, catenozze al collo per lui.
E’ stupefacente e divertentissimo il processo di adultizzazione a cui vengono sottoposti i baby-modelli della Ikks. Guardate quest’altra foto: non sono, con quelle quattro facce scocciate e inespressive (ma cosa gli fanno, li botulinizzano?), la perfetta versione miniaturizzata di altrettanti stereotipi di personalità adulte? Il truce, il brianzolo, la sexy e la stronza. Oppure questa, la fricchettona. Be’ ma che bella idea, così, per dire, il bimbo che ha il papà che fa il taxista picchiatore e da grande vuole diventare come lui, sa già cosa mettersi.
E una seconda segnalazione, anonima. Si tratta di una nuova azienda produttrice di magliette, chiamata drean (sito), che tenterà nei prossimi mesi di scalzare a monella vagabonda il titolo di “peggior azienda produttrice di magliette del ventunesimo secolo”. L’idea è semplice e spaventosa quanto basta: vendere magliette abbinate a carte telefoniche della tim, con un traffico di cinque euro.
E fin a qui, niente di che, ok. La genialata è che il numero di questa sim è scritto in bella evidenza sulla maglietta, e serve proprio a questo, perché voi altri giovani possiate socializzare più facilmente. Eh? Non è grandioso? Incroci una tipa che ti piace in strada, ti annoti il numero che c’ha sulla maglietta e via, una volta a casa la chiami.
KEPP IN TOUCH! E’ questo il claim di DREAN. Un messaggio forte: creare nuovi contatti, nuove interazioni, suggerendo al tempo stesso un’idea di prorompente sensualità ed insinuante erotismo
Chissà se hanno considerato la possibilità che se la comprino due o tre persone soltanto in tutto il mondo, e tutti e tre maschi.
Alla faccia del Moige, domenica ho incontrato questa malvestitina sui nove/dieci anni allo spettacolo pomeridiano di Apocalypto, lei assieme a tutto un eccitatissimo manipolo di amichette e amichetti: i cui genitori, evidentemente, o non guardano Tg2 Costume e Società, oppure sono ferventi sostenitori della funzione pedagogica della visione di un cuore umano che pulsa tra le mani di un sacerdote pagano (loro, che sono cresciuti con la stessa cosa vista in Indiana Jones e il tempio maledetto, guardali come sono venuti su bene), oppure semplicemente non gliene frega niente*.
Tutte le bambine del gruppetto erano abbigliate in assetto da gara, perché come si sa il genitore malvestito non vuole certo sfigurare, e anzi vuole stravincere, quando porta i figliocci fuori casa. Figurarsi ad un evento mondano come il cinema (quando tutti i genitori sono impegnati a sbirciare gli altri bambini per vedere se il loro è il più bravo e il più ordinato e il più bello). Chi con la cuffietta di Dolce e Gabbana kids, dunque, chi con i jeans attillati infilati nei texani rosa di Barbie: e questa malvestitina in particolare con un cappottino (geniale) in scamosciato marrone rossiccio, con le tasche formate da un patchwork di jeans (1 – che c’entra il jeans sullo scamosciato?), e delle splendide appendici in pelo corto (2) con sottostante pelle dell’animale (mucca chianina pura carne italiana) in vista ancora fresca e rosea, tutto tagliato a frange irregolari e incollato lungo il collo, il bordo inferiore e le maniche.
E non è finita. I jeans a campana (3) lasciano scoperto un centimetro di collant viola leggermente sbriluccicosi (4) e degli stivaletti a punta tonda marchiati con una M su sfondo giallo che fanno un po’ operaio di cantiere edile (5).
Come bigiotteria (perché la malvestitina deve essere in tutto e per tutto una copia in miniatura della mamma), una splendida parure di cuoricini d’oro (6 – orecchini e collana con ciondolo da due chilogrammi). Fra i capelli ha invece una di quelle stelline ricoperte di strass (7 – ma ne esitono varianti in acciaio, di perline, dorate, ecc.) che si vedono negli ultimi tempi indosso a ogni femmina fra gli otto e i diciott’anni (come fermaglio, ma anche sotto forma di orecchini). Ho capito il volersi pandanizzare persino con il natale e con le simpatiche decorazioni che illuminano le nostre passeggiate per shopping, ok, ma adesso basta, eh? (Stellina che, tra l’altro, viene richiamata da un’identica spilla sulla borsetta a tracolla in plastichina metallizzata rosa – 8).
*A proposito del film, volete un parere? Mah, se ci togliete quel po’ di sangue e corpi bucati e teste che rotolano, la storia potrebbe essere perfettamente quella di un solito noioso film della Diseny. E poi, vediamo, ah sì, gli indigeni che parlano yucateco non hanno nemmeno un briciolo del fascino della Gerini che parla il suo splendido latino scolastico con accento romanaccio. Ed è stupendo quando la tipa partorisce sotto l’acqua, anticipando di cinquecento anni una moda modernissima.