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Quello che viene dopo X-Factor, che è molto peggio di X-Factor (e ci credo, che noia: senza il buffone, senza le galline, senza il pirla)

il figlio naturale di Franco Battiato e Austin PowersOh ecco, adesso che ci siamo liberati - e da un bel pezzo - di tutto il suo rincitrullente contorno di estenuanti battibecchi prima-l’uovo-o-la-gallina, delle comiche bretelline della scimmietta pirla e delle trivialità della vegliarda sboccata e poi sì soprattutto di quell’eco entusiasta di ridicoli esserini sommamente gratificati dal citazionismo discount del figlio naturale di Battiato e Austin Powers (gli occhiali si semplificano nel processo di fusione), ecco, direi che adesso possiamo considerare X-Factor per quello che è stato e nient’altro: l’ennesima squallidoneria realitara glassata di retorichetta filantropico-caritatevole (noi - cerchiamo - i - talenti - veri) che sputacchia fuori un manipolo di mediocri sfigatoni imbrillantinati di fascinosissima allure televisiva da consumare nel più breve tempo possibile (prima che certo, ehi! prima che se ne partorisca una nuova generazione) tra paccottiglia instant cd e serate e discoteche e sagre e concertini - il solito, no? la medesima deriva delle porcheriole defilippiane cogli uomini primitivi che si fanno qualche mese di mugugni tronistici e poi di corsa in giro a monetizzare il muscolone e il sorrisino ebete e il ciuffetto ingelatinato: è quello che capita del resto ai reduci del “talent show” coveristico-musicale numero uno [1], di cui X-Factor tenta di presentare una versione più matura e musicalmente competente (per la qual cosa, facile: basta buttarci a casaccio qua e là Yes, Who, Pachelbel e varie altre banalità altisonanti) allo scopo d’attrarre un pubblico non esclusivamente composto da branchi di impazzite minorenni cioèizzate.

E accidenti ci sono riusciti, ok, un successone - l’abbiamo già detto - grazie alle sceneggiate trash di quel pipparolo dams merlettato [2] hanno fregato un mucchio di idiotini pretenziosetti a cui evidentemente basta pochissimo (sfottere la Ventura e Facchinetti) per bearsi della propria minuscola superiorità pseudoculturale; ma adesso che Morgan s’è dato [3] e con lui di conseguenza sono venuti meno l’hype della trasmissione e tutto il mucchione di idiotini, adesso che è stata avviata la fase due dell’operazione (vendere vendere vendere prima che qualcuno cominci a tornare in sé e scuotendo la testa alla cassa del mediastore si ritrovi tra le mani il cd di Giusy Ferreri e si chieda raccapricciato “eh? cosa? chi? come?”), adesso che questo dozzinale spettacolone che sproloquiava di musica e talento e originalità s’è concluso, be’, cosa ne rimane? Cosa rimane di X-Factor? Oh, è buffo, ne rimane la stessa cosa che rimane di Amici: un gruppetto di poveri disgraziati e inutili canzoncine che sbiadiscono piano piano e tutt’intorno una terrificante poltiglia di dementi adoranti con la data di scadenza (nella stragrande maggioranza dei casi - e va be’ dai, giustificabili - minorenni).

E’ molto istruttivo in questo senso farsi una navigatina nei forum dedicati ai due finalisti, Aram Quartet e Giusy Ferreri. Gli Aram Quartet, lo sapete, sono quel gruppetto di stonatoni male assortiti composto dal truzzino fighino aspirante provinista di Amici, il capellone originaletto ma non troppo (l’occhialetto bianco nerdarolo è la sua ultima trovatina), un extracomunitario clandestino che fa i kebab di ratto alle feste dell’unità e uno gnomo storto cinquantenne che fa il venditore porta a porta di sciampo anticalvizie; oltre a soffrire dunque una formazione chiaramente destinata al fallimento (i due orridoni, tra l’altro, non sono manco niente di speciale come cantanti, e il kebabbaro in particolare sembra registrato per sbaglio mentre fa la doccia - insaponandosi le palle) non si capisce bene cosa cavolo dovrebbero essere, una via di mezzo [4] tra lo sciapume melenso della boy band per carampanine (la loro naturale disposizione pre X-Factor) e la compiaciuta sboroneria bizzarretta alla Bluvertigo (l’impronta morganiana). I fan - per lo più ragazzine infregolate - li adorano per due motivi, o perché 1) il truzzino e l’originaletto sono boni, e allora “avete mai sognato gli Aram?” (risposte: baci, pomiciate, matrimoni, apparizioni in classe durante l’ora di filosofia) e “ma Antonio vi piace perché è bello o perché è bravo?” (”beh perché è bravo e poi è anche bello che non guasta”), oppure perché 2) sono rimasti conquistati dal loro io-sono-originalismo annacquato a prova di deficiente, ed è significativo (ed esemplare dell’interesse suscitato da Morgan) l’atteggiamento di molti aramquarteristi che si vantano d’ascoltare certe cose secondo loro esotiche e molto fuori dal comune (oltre ai citatissimi - chissà perché - Yes e Who, c’è persino chi vanta esoterismi del calibro di Strokes, Tenco, De André e Battisti - eh, Battisti). Il disco appena uscito (che contiene il best of degli urletti da cover più il singolo ineditissimo [5] firmato Morgan) non è importante che venda milioni di copie, perché nel carampanismo aramquarteriano spicca un forte sentimento di rassegnazione siamo troppo avanti e nessuno ci capisce [6] per cui non è che le canzoni fanno schifo, è il mondo stupido e ignorante che non è ancora pronto (”Bellissimo brano, purtroppo non per le masse”, “è un genere di musica ricercato… di certo non la hit da kantikkiare sotto la doccia”, “fanno riflettere… stimolano dissertazioni filosofiche”, “chi nn capire qst genere e qll di Morgan è xkè ha poco orecchio e di strada ne ha da fare…. ftti un pò di cultura musicale!”), e immagino sia quello che continueranno a ripetersi gli stessi AQ, tra ventanni (ma no, anche solo tra sei mesi), fischiettando Chi (Who) intanto che cacciano le pantegane nel retrobottega del bussolotto Kebab Vero Agnello.

E Giusy Ferreri, che meraviglia, l’ex cassiera che per imitare il vocione di Amy Winehouse - a cui non s’avvicinava minimamente, prima che la Winehouse facesse il botto [7]) - canta con tutto il reparto trombette da carnevale dell’Esselunga ficcato in gola (e il risultato è pessimo, forzato e sgradevole); e nonostante l’imitazione smaccatissima e l’evidente furbetteria degli arrangiamenti (sempre lì lì a un passo dal plagio di Back to Black), nonostante tutti i suoi irritanti artificiosi espedienti per rendersi più interessante (che tra qualche annetto, sicuro, c’avrà le corde vocali decomposte) nonostante il singolo sia banale e prevedibile come la fake-canzoncina che trovereste cantata dal personaggio di un cartone animato [8], i suoi ammiratori entusiasti ripetono ottusamente che “in Italia non abbiamo cantanti con questo timbro di voce e se ce ne sono ne abbiamo uno su un milione” e che “siamo stufi delle solite vocette insulse alla Giorgia” e che “ha una voce originale e un grande timbro…. ce la vedrei molto bene in un film di Almodovar vero?” e il suo disco e il suo Non ti scordar mai di me sbancano un po’ dappertutto (primi su iTunes, primi su ibs) come succede di solito ai taroccacci scadenti delle robe firmate, sempre popolarissimi: perché Giusy Ferreri è così, c’ha il futuro ristretto delle Crocs tarocche di plasticaccia biodegradabile che si trovano sulle bancarelle dei cinesi, verrà dimenticata in fretta e sostituita da qualche altro taroccaccio senza valore; i suoi ammiratori se possibile sono addirittura più cretini di quelli degli AQ e c’hanno spesso da ridire sul pigmalione avversario, “tenetevelo il vostro morgan…. non sapete tante cose su di lui… sul suo passato… cercate su internet e troverete notizie poco gradevoli!… morgan ha dei precedenti penali molto gravi e fossi al vostro posto mi vergognerei anche solo a vederlo…” e poi se gli si rinfaccia la sconfitta “non vi permettete a dire che non abbiamo votato perchè io ho fumato tantissime ricariche… se non sono servite mi dispiace” (al che gli aramquarteristi di solito rispondono sibillini “chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere!!!”).

[1] ma gli Amici defilippici almeno c’hanno un paio d’annetti di lavoro sicuro negli spettacolini teatrali creati ad hoc, a cazzeggiare con Platinette e gli attori decaduti ex-cocainomani - e poi insomma alla fine c’è pur sempre quel canile di Buona Domenica che prende su un po’ tutti i peggio scartoni Mediaset, beati loro
[2] ah c’è una cosa sul ridicolo buffoncello che m’ero scordata di raccontarvi la volta scorsa: c’avete presente questa sua mania - chissà da chi l’ha orecchiata, poveraccio - di darsi l’aria d’averci qualcosa di molto complicato e fantasioso nella testa per cui ogni volta che non c’ha niente da dire prende una frasetta che ha appena sentito e la ripete invertendone le parti, oppure prende una parola e la trasforma in un altra, aggiungendo o trasformando qualche lettera, il tutto producendo dei nonsense idioti che non c’entrano niente con quello di cui si sta parlando, sempre però accompagnati da quella sua faccetta soddisfatta e un po’ sorniona di chi la sa lunga e chissà cosa voleva intendere; ecco, mi ricordo una volta ad X-Factor che è stata memorabile, la Ventura lo sfotte per la sua pignoleria dicendogli “ti chiamerò Magda” e lui che si vede, non capisce il riferimento verdoniano e si risente, vuole ribattere umiliando la Ventura col raffinato colpo di scena del giochino nonsense idiota - qualcosa che lei non capirà mai! mai! - e però non gli viene in mente come cavolo fare, si mette a balbettare “e io… io… io…” finché poi la scimmietta ammaestrata gli toglie la parola proprio quando sembrava aver capitolato su un geniale nonsense automobilistico, s’è sentito appena: “e io invece ti chiamerà maZda”
[3] e si gode il meritato feedback pubblicitario scoattandosela coi vecchi compagni di mentecattaggine - che cominciano ad approfittare per giunta di una ripugnante ondata revival anni novanta - e suonando con la sigarettina che non è facile ma è FIGHISSIMO
[4] delle due direzioni, per miracolo, riescono a prendere il peggio dell’una e dell’altra (così che non convincono del tutto le carampanine - troppo strambi - e non convincono del tutto gli indie-scemi -troppo poco strambi).
[5] ah sì, la storia “questo pezzo l’ho scritto su misura per gli Aram” era una stronzata: il testo l’ha tirato fuori da una roba scritta dieci anni fa - sono gli stessi fan di Morgan perplessi che si chiedono “ma è una presa per i fondelli?”
[6] alimentato dalle cretinate fuori luogo che sparava Morgan in trasmissione del tipo - alla Maionchi, che c’aveva qualcosa da obiettare - “tu non avresti mai prodotto i Pink Floyd!”
[7] quando ancora si faceva chiamare Gaetana (eh?) e cantava Il party (a me piace un sacco il pezzo delirante in cui dice “dove si fa l’amore anche in tre, dove ci si ama anche in tre, dove si ama anche in più di tre”) - grazie Mattia
[8] è interessante notare che tutti i singoli donati ai concorrenti dagli “artisti affermati” non contengono mezza - dico mezza - buona idea: sono tutte risciacquature di risciacquature di robine già sentite


Coppia malvestita #36 - malvalelle boho-chic

malvalelle boho-chicQuale sublime combinazione pendantizzante, quale precisissimo sincronismo malvestito! Guardatele qua, le nostre malvalelle in coppietta, come impiegano assieme - spartendosela - tutta la gamma dei pezzi fondamentali dell’armamentario boho-chic: quasi quasi mi viene da crederci, che le cose vanno proprio come in quei telefilm arguti e simpatichetti coi gay nevrotici giocherelloni frivolucci un po’ isterici con la manina floscia le espressioni buffe e gli urletti (e allo stesso tempo ehi non scherziamo, in realtà profondamente consapevoli e spesso turbati e dall’animo triste) ma poi soprattutto - soprattutto! - veri assi impareggiabili del fashionume vanitosetto, omo-segugi gran fiutatori di trendinezza modaiola a diecimila miglia di distanza e infallibili maestri di stile (il che andrebbe sempre possibilmente espresso con un siparietto di sdegnosa superiorità biasimante nei confronti di qualche inqualificabile trasandatona di cui prendersi gioco) - sarà questo che ha permesso alle nostre due malvalelle una così sovrumana boho-chicchizzazione di coppia, è stato merito della gayanza? Dev’esser stata la gayanza.

E così c’abbiamo tutto, metà per l’una e metà per l’altra: quella di destra che impersonifica la sciccheria (vestaglietta kimonesca alle ciliegie con superfascione elasticizzato - 1 - fuseaux - 2 - ballerine con tripla filettatura taglia uova - 3) e quella di sinistra la bohemeria (canottierazza senza reggipetto mostra convessità anoressiche - 4 - Ray Ban Wayfarer versione bianca, i soliti, disperatamente vintage originaletti - 5 - jeans viola strettissimi a zompafosso - 6 - cappello ergo sum cosparso all’interno di marmellata - 7 - e appunto, la cima dei capelli intrisa di marmellata - 8).


Coppia malvestita #35 - malvalelle carrellate

malvestite fricchettone con carrello della spazzaturaE mica pensavate che mi fossi dimenticata delle malvalelle, figuriamoci, me le stavo giusto tenendo buone per concludere (finalmente) la nostra lunghissima saga gaypraidara. Le ho divise in tre classi: 1) le malvalelle fricchettone io-sono-originale - per l’appunto, la coppietta carrellata qua a sinistra - e 2) le malvalelle trendyne boho-chic e 3) le malvalelle charlesbronson - di cui ci occuperemo nei prossimi giorni.

Malvalelle fricchettone io-sono-orginale come queste, si capisce, fanno della lellaggine (o, più spesso, del loro straproclamato - mai praticato - bisessualismo) il fiore all’occhiello di tutto un complesso apparato di trasgressivume spettacoloso di impronta underground-bbestia-reivaiola, il solito sistema di rappresentazione enfatico-adolescentella yeah-quanto-so’-diversa-e-rintronata composto da un bel po’ di malva-artifizi ad effetto quali, nello specifico, il polipone defunto spiaccicato sul capoccione rapato a mo’ di toupet (1 - previa impanatura con tuorlo d’uovo e fango), il portacellulare di canapa col punto-croce a fogliolina (2 - “è illegale perché altrimenti le multinazionali si fottono… con la canapa puoi facce er petrolio e er la carta e er la plastica e oh è pure proteica se te la magni!”), i piedi naturisticamente scalzi provvisti di suoletta anatomica Dr. Scholl’s di sputi pisciate puntine da disegno e sporcizie assortite (3), la micro-gonnellina inguinale jeans tutta smozzicata (4 - con le mutandine al neon che lampeggiano provocanti), le magliettine con réclame della birra perché le vere malvalelle underground nella birra ci intingono le macine a colazione (5 e 6 - quella a destra, per accentuare il suo rudismo mascolinizzante, s’è messa la magliettona da calcio xxxl), gli immancabili anfibiazzi (7 - col laccetto rosa kidultante) e i pantaloncioni mimetici da vero macho (8) e soprattutto il carrellone del supermercato (9) decorato col lenzuolone dell’Arcigay tutt’intorno e un sacchetto gonfio della spazzatura e il fiocchettino rosa (niente male, ma tanto non c’è lella né ornamento originalone che tenga, il carrello malvaccessorizzato c’ha senso in un modo soltanto: come borsettina di Tod).


Coppia malvestita #33 - i gay trendinetti telefilmici

malvestiti gay precisini trendinetti al Roma Pride 2008Oh sì e poi c’erano i gay precisini trendinetti perfettamente azzimati che sembrano messi insieme pezzo per pezzo dalla costumista di Friends e che per l’appunto si vede lontano un miglio che il loro più grande desiderio è essere tali e quali una coppia di personaggi gay dentro una produzione americana di quelle patinate all’ultima moda coi gay stilosi stronzetti goffi ma divertenti, accidenti quanto gli piacerebbe poter fare non so per esempio la coppia di segretari gay ricercati smorfiosi un po’ maliziosetti del manager gnoccone Matthew McConaughey nella commedia romantica in cui loro glielo dicono in tutte le lingue di non farlo (che spreco!) ma lui se la limona ugualmente la scialba stronzetta Kate Hudson, oppure per esempio potrebbero fare i spietatissimi fotografi gay in una puntata di Ugly Betty in cui lei deve fare un servizio fotografico e loro due allora la trattano crudelmente perché è brutta e grassa e c’ha i brufoli (ma poi alla fine sulle note di una musichetta malinconico-introspettiva si scopre che ci sono valori più importanti nella vita come l’amicizia e la bontà e la famiglia e la patria e la nazionale di calcio), oppure la coppia di gay che passa per caso davanti alla chiesona di Manhattan dove c’è Carrie sulla scalinata che sta lanciando il bouquet matrimoniale che spatapaf! atterra dritto dritto su di loro che si guardano allibiti arrossendo e facendo uuuuuuuh! (risate), oppure anche più modestamente potrebbero fare il duo di avventori abituali del Central Perk che lanciano le occhiatine dolci al loro amore segreto Chandler che ogni volta se ne fugge terrorizzato tra i divanetti - insomma qualcosa del genere, i Gianni e Pinotto della trendy stilosità gay da telefilm.

Mi dispiace per quello a sinistra, che un colpo di vento gli ha scoperchiato il bascuccio attappa-pelata (1) rovinando il suo preciso quadretto di ordinata pendantizzazione, camicetta bordeaux (2 - ben chiusa fin su col cravattino della prima comunione corto nero - 3) in tinta con le All Star (4) e borsone tracolla (5) grigio topo che richiama il bascuccio e la cinturona (6); quello a destra un pochino meno noioso più casual-trasandato, c’ha la camicia bianca con le maniche arrotolate (7 - aperta sul petto glabro per mostrare il collanone catenato), la cravattina allentata (8) gli occhialoni di plastica neri anni cinquanta (9) le converse pure lui color panna (10) e poi infine direi che sì, lui ha intuito che è meglio proteggere la privacy dei propri defunti bulbi capelliferi mettendosi uno straterello di Bostik sotto il bascuccio (11 - verde con la strisciatona gialla).


Coppia malvestita #32 (ancora dal Roma Pride 2008, gli etero fricchettoni realizzati)

fricchettoni realizzati al roma pride 2008Ecco una cosa interessante che si può sperimentare al gay pride: un mucchio di fricchettoni io-sono-originale che convivono pacificamente coi loro nemici giurati numero uno, i semo-bburini in canotta Axe Africa e muscolazzo unto; e nemmeno che so uno sgambetto un’occhiatina di schifata disapprovazione niente, la nostra etero coppietta numero trentadue che passeggia tranquilla tranquilla in scia allo squadrone di nerboruti gay bburinazzi DFS - miracolo! miracolo? nessun miracolo, semplicemente il fricchettonismo io-sono-originale sacrifica la sua storica incompatibilità col mondo semo-bburino in virtù di un’occasionale comunanza ad altissimo tasso di cioè - una - cifra - anticonformismo: starsene là dietro il camioncino della musica techno coll’occhio appannato di chi ne ha viste di tutti i colori bevendo la birra tiepida che si sono portati da casa (gliel’aveva detto la mamma di metterla nella borsa termica! ma loro tzé la borsa termica che figura, c’aveva pure scritto Conad sopra) non è che capita tutti i giorni di potersi sentire così eccentrici fuori dagli schemi underground coi travestitoni in bikini sui trampoli che ti passano sopra la testa e tutti quei buffi gay mezzi matti acconciati bizzarramente originalissimi e poi però allo stesso tempo così impegnati a sostenere questa dura lotta per i diritti che siamo tutti uguali il mondo è bello perché è vario, e va be’ che pensare ai finocchi che si fanno le cose tra di loro gli fa rizzare i dreadlocks ma in fondo sono persone come tutti gli altri e anzi più sensibili delle persone normali c’hanno una sensibilità innata superiore, dice lui, che è giunto alla conclusione che froci ci si nasce mentre lei invece pensa che ci si diventa, una volta c’hanno discusso tutta la notte su questa cosa (”te dico che ce se nasceeeee” - “te dico che ce se diventaaaaa”) poi hanno fatto pace quando lui geniale ha trovato l’uovo di Colombo: “certi ce nascono e certi ce diventano” - “grande!” ha detto lei.

Lui è un miscuglio di cose che non c’entrano niente l’una con l’altra e quindi meglio, ganzissime, la bombetta Charlot (1 - personalizzata con spilla da balia e clippine in tema “viva i ricchioni” - 2 - la parruccona lurida di lunghissimi stronzoni di cane che gli pende sotto - 3) il gilettino bohémien (4) stiloso sulla t-shirt rossa dozzinale (5 - al colletto c’ha appesi gli occhialoni moscoidali bianchi - 6) i pantaloni militari (7) che su uno così nowar come lui - dice - cioè sono una specie di provocazione un ossimoro (”ossimoro” l’ha sentito per caso in radio la settimana scorsa e mo’ compiaciutissimo ce lo ficca un po’ ovunque: “a ma’, sta frittata coi peperoni è ‘n’ossimoro!”) e poi le flip-flop da mare (8) per farci vedere di che verde purissimo c’ha la zozzeria sotto le unghie dei piedi; lei invece vediamo, c’ha la frangettina mozza ragazze-interrotte (9) il doppio piercing sotto il labbro e il vestitino con la parte centrale zebrata semi-trasparente (10 - la borsettina marsupiale che pendantizza sull’animalier - 11) i leggings (12) e i calzettini viola (13), e poi sì certo l’orecchino stagionale zampironato (14 - che è molto meglio dell’Autan, quando finisce la fiammella ti fa pure da stura-cerume).


Roma Pride 2008: il gay io-sono-pazza

malvestiti gaypride io-sono-pazzaE mentre il gay dfs se ne sta tutto in tiro figaccioso composto e tesissimo per non rischiare che gli si afflosci l’imbottitura muscolo-steroidea, al contrario il gay io-sono-pazza si agita e si dimena e si contorce come una gelatina impazzita sopra una lavatrice in centrifuga durante una scossa di terremoto: non si sta fermo un attimo, è una specie di paradosso termodinamico eternamente sconquassato da una freneticissima attività senza scopo (se si esclude l’autocompiacimento da realizzazione del modello: il frivoletto festaiolo fuori di testa io-sono-originale), non gli riesce in alcun modo di trattenere il suo esplosivo iper-estroversismo un po’ isterico e qualsiasi fonte di rumore musichettaro è sufficiente per scatenare la Bestia (uno sfringuellìo casuale o la suoneria di un telefonino o anche solo il bip di un orologio: se dura più di dieci secondi scatta la modalità trenino); figuratevi allora là in mezzo a diecimilioni di decibel madonnari sparati dappertutto coi tipi del camion di muccassassina che lanciavano tra la folla i molestissimi fischiettini (1) subito presi d’assalto da frotte di indemoniati io-sono-pazza istantaneamente vigilurbanizzatisi.

A parte l’equipaggiamento carnevalesco (alette campanellino - 2 - aureola di peluche - 3), dovreste far caso ovviamente alle simpa-magliettine di entrambi (4 - nello stesso stile cicciottoso credits vintage-seventies c’aveva stampato sul didietro “Dammi J&B Dammi LSD” - 5 - su quella arancione invece non si vede ma c’era il simbolo dell’Intel reinventato “gay inside”), fate caso anche al parrucchino col ciuffo-frangettone buttato sulla faccia all’ultima moda zacefroniana (6), e poi guardate che begli enormi occhialoni giocattolo di plastica (7 e 8 - una specie di imitazione mondainizzata dei Rayban), e la linguetta della cocacola che si è messo intorno al capezzolo per farci il piercingato trasgressivone (9) e il cappello-ergo-sum stilosissimo gessato da padrino (10) e il borsone fricchettonesco (11) e poi sì mi sa che gli è sfuggito un tocchino appena di bburinità dfs niente male (12 - l’elasticone mutandaro griffato Emporio Armani) ma va be’ insomma quell’ascella così entusiasticamente ostentata cogli spunzoni di una settimana (13) rimane imbattibile.


X Factor è finito: Morgan è un must have per il prossimo cast di Buona Domenica

Morgan: l'era del cinghiale brizzolatoE’ vero che senza Marco Castoldi in arte Morgan questa prima edizione di X Factor sarebbe stata di una noiosità mortale - e quindi ok, in ogni caso, meno male che c’era Morgan - però mi sembra che molti [1] non abbiano ben capito che il divertimento offerto dalle morganate consisteva prima di tutto nella loro notevole portata trasharola. Le sue insofferenti convintissime recriminazioni fatte di cultura musicale spicciola, originalismi cialtroni, estetica bignamesca e pomposi aforismetti, risultavano così divertenti proprio perché le si sentiva sparacchiate in un programmaccio altrimenti sintonizzato su una differente trash-frequenza (il solito annacquato fintissimo talent show paraculo “noi premiamo il merito” “decide la gente a casa”); l’incongruità e il massimalismo [2] delle morganate mandavano spesso in tilt la scialba ripetitività del sistema dominante Ventura-Maionchi-Facchinetti, da cui quindi gli accesi battibecchi (trash vs trash) che sono l’unica cosa appena appena godibile di tutto il programma.

Morgan era sicuramente il meno scemo e il più critico del quartetto [3], su questo non c’è dubbio, e sicuramente il meno ignorante in fatto di musica (non che ci voglia sto granché, a saperne più di quei tre là [4]), lui stesso ne era ben consapevole e per l’appunto non desiderava altro che pavoneggiarsi vanamente dando sfoggio della sua nanosuperiorità artistico-intellettual-culturale (persino in chiave moralizzante, a volte, quando si trattava per esempio di ribadire enfaticamente indignate banalità del tipo “il popolo non ha sempre ragione!”); lasciate stare i travestimenti buffoneschi e i barocchismi parrucchieristici, quelli sono studiati apposta secondo lo schema “ahò guardatemi so’ impegnato ma so’ pure ‘na cifra ironico” (che è la classica strategia adoperata dai disperati io-sono-originale per darsi un tono minimamente credibile dopo i quarantanni [5]), considerate invece le sue vanesie dimostrazioni di nozionismo musicale fine a se stesso, dai titoli di coda a cui nessuno frega niente (”questa canzone non lo sapete, ma l’ha scritta Fossati!”) alle sparatone altisonanti senza senso (”questo giro di accordi viene da un canone di Pachelbel del Seicento!”), considerate le sue citazioncine imbecilli pseudo-colte da antologia del proverbio idiota (”chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere”: la Ventura sfottente che obbietta “ma che frase è? a me mi fa ridere” e lui acidissimo con ottusa protervia “è di Baudelaire… Charles Baudelaire… conosci?” la Ventura “e allora?” e lui “e allora vuol dire che non è tanto stupida no?” [6]), considerate le sue ridicole compiaciutissime originalate assemblatorie, quando salda insieme il finale di una canzone con un’altra che non c’entra un piffero ma ha la stessa armonia (nella penultima puntata, l’incipit di Alba chiara sul finale di Un’emozione da poco: la Ventura che gli dice “mi fa piacere questo omaggio a Vasco!” e Morgan allora, indispettito dal banale svilimento del suo geniale operato “non è un omaggio, è uno svelamento delle armonie! avrei voluto piazzarci anche Un chimico di De André!”).

Considerate questo gruppo vocale, i Cluster, adoratissimi beniamini di Morgan. Ai Cluster (sito), che di solito sono intonati (il che è un pregio mica da poco, se li si paragona a maestri della stonataggine come Aram Quartet), gli piace ficcare negli arrangiamenti un sacco di accordi dissonanti (non soltanto i soliti accordi rotondi per terze), sono capaci di variare da tempo semplice a tempo composto e di fare tante simili cosette che si imparano in buona parte al secondo anno di solfeggio (età media dei partecipanti: otto anni). E così non poteva essere altrimenti - c’hanno pure uno stronzo che canta facendo i salti della morte! - per Morgan è stato colpo di fulmine. Ovviamente l’armonia dissonante le stramberie ritmiche e tutto il resto non sono pregi di per sé, devono avere un senso, ma vaglielo a spiegare a Morgan: il sei ottavi che hanno infilato a forza in Enjoy the silence, o l’effetto disco che si inceppa alla fine di Il pescatore, erano stupidamente piazzati a casaccio, totalmente fuori luogo, pure e semplici esibizioni di tecnicismo che servono a sbulleggiarsela attirando l’applauso del pubblico e l’ammirazione dei gonzi (le melodrammatiche fioriture vocali di Giggi D’Alessio hanno esattamente la stessa ragione, l’ooooh del pubblico, cambia soltanto la fauna gonzistica: casalinghe cotonate per Giggi, fighettini io-sono-originale per i Cluster).

Ah, e scommetto che vorreste tanto sapere cosa ne penso dei partecipanti. Ok, be’, come c’era da aspettarsi: delle cagatine, non c’è molto da dire. C’è Ilaria Porceddu, quella che si malignava che avrebbe vinto perché c’ha già il contratto con la Sony, inascoltabile, che spara fuori le corde vocali su tutti gli acuti, ha la voce insicura tremolante sui piano e fa il vocione grosso sui forte per tentare di rendere corposa quella voce da sopranino sciapo che si ritrova; c’è Giusy Ferreri che mi fa un po’ pena, è quella che fa la voce a citofono coi disturbi sincopati di radio vaticana per imitare Amy Winehouse; c’è Tony Maiello che è il ragazzetto napoletano totalmente inespressivo con la faccina carina da ubergay della scuola di Amici (e infatti aveva provato ad entrare pure lì: trombato) che si becca i televoti delle carampanette ululanti under dodici; c’è Emanuele Dabbono che è una specie di incarnazione dell’anti-xfactor, la mediocrità; ci sono gli Aram Quartet (per metà composti da un duo di contabili cinquantenni che fanno karaoke) che semplicemente stonano, quando armonizzano a quattro voci c’è sempre qualcuno che sbaglia le note di frazioni di tono e l’effetto è da brividi (nel senso proprio delle unghie che strisciano sulla lavagna), c’hanno i volumi costantemente sballati, sono irritanti, fastidiosi, un puzzle coi pezzi che non combaciano mai, fanno schifo: e hanno vinto.

[1] in giro se ne trovano parecchi che si dicono entusiasti di questo Morgan alfiere della Musica Vera con la M e la V maiuscole contro l’ipocrisia becera e omologante del popolo bue: ah ah che teneri minchioni
[2] come sapete sono i pilastri della trashitudine, incongruità e massimalismo, secondo la celeberrima lezione labranchiana
[3] Morgan era l’unico che ogni tanto, pur con mille cautele (”senza togliere che hai una voce eccezionale” “fermo restando che sei bravissima” “non è che non mi sei piaciuto eh”), aveva il coraggio di non ridurre i propri interventi a sciocchi complimentucci di circostanza (”sei così bravo, preparato, hai un talento che è veramente qualcosa di unico, insuperabile, eccezionale, e per questo ti elimino”)
[4] ah be’, poi certo, Morgan era l’unico che disprezzava apertamente quella scimmietta ammaestrata con le bretelle, DJ Francesco [7] (che poveraccio ha pur provato a crearci un qualche rapporto di amicizia apparente, ma Morgan spietato usava gli intervalli quando parlava lui per pensare ai cavoli suoi, e non so quante dozzine di volte gli ha dovuto rispondere ”scusa non ti stavo ascoltando”)
[5] non per niente, oh, sono un paio d’anni che la pratica pure la sua ex, Asia Argento, ‘na cifra ironica anche lei
[6] al che la Ventura - che nella sua ingenua sempliciotteria bburina è meno cretina di centomila cialtroncelli sboronetti stile Morgan - “e chi se ne frega che è di Baudelaire! a me mi fa ridere”
[7] un disastro: non capisce niente, è moscio, non ha i tempi, fa commenti imbarazzanti (”Nancy Sinatra… e chi è? la Nancy di Sid Vicious?”), è sempre lui, il coglione Bella di padella, solo che a forza di noccioline gli hanno insegnato ad essere meno sguaiato e a non strapparsi i vestiti di dosso


Malvestito #28

notate come le mani in tasca sostengono e rimpolpano la massa paccaleLa posa di calibrata figacciosità di questo ventottesimo malvo (ginocchietto floscio - 1 - gambina tesa inturgida chiappa - 2 - dita strozzate nelle tasche minuscole - 3 - testone inclinato e sorrisetto monnaliso - 4) emanava un tale grado di devastante iperconvinzione che per un nanosecondo ho vacillato, ho pensato che forse è tutta colpa mia, che sono io rozza insensibile arida incapace di percepire la straordinaria evidente stilosità forsegaia di un attrezzo così, che sono io colpevolmente cieca di fronte alle meraviglie di questo coattume casual-depilato con spruzzatine di chic-eccentricità io-sono-originale da wannabe riccastro perdigiorno (di quelli cialtronissimi che cercano di dare un senso alla propria vita sgangherata cazzeggiando per Manhattan, tatuandosi come fossero il telecomando di un lettore dvd e firmando linee di inutili occhialacci di molibdeno) - ma va be’ insomma è durato un fugacissimo nanosecondo, dev’esser stata la vista di quei cosi che mai avrei immaginato di vedere dal vivo su un essere umano in carne ed ossa (Lapo non vale, è fatto di mollica), sono stai loro, i mocassini scamosciati viola (5 - portati a nudo, senza calzini: dunque immagino - spero - usa e getta) che devono avermi un po’ scombussolata.

Subito mi sono ripresa, e subito mi s’è riattivato il tremito di naturale raccapriccio. E che cavolo, guardate là cos’è che gli pende sulla scollatura macha minuziosamente arata (6 - come le braccia del resto - 7 - che risplendono lisce come pongo abbrustolito) una specie di lungo collanone-spiedino Club Med costruito con degli etnicissimi pezzetti di pasta (8 - al centro c’è una mezza manica, i cosetti piccoli sono ditalini, quelli che pendono in basso credo siano fusilli); e poi insomma che altro, la cintura con le tre righe gucciane scolorite in lavatrice (9 - giallo verde blu: forse uhm qualche malvamarca che mi sfugge?), l’orologio ultrapiatto anatomico (10) e la borsetta Fendi, una di quelle schiacciasassi porta sottilette (11).


Malvestita #323 - battesimale

malvestita che per un pelo non raggiunge il QM della madonnina tempestata di pietre prezioseA una malvestita di stampo bburino doc le bastano pochi minuti appena di celebrazione religiosa che le prende a girare la testa, si sente disorientata confusa sopraffatta dal caotico allucinato sempre più vorticoso vortice di colonne candele marmi velluti ori argenti ninnoli putti acquasantiere, il sacro luogo di culto si trasfigura vertiginosamente al ritmo gioioso degli osanna nel salottone da ricevimento kitsch-malvestito dei sogni: la malvestita bburina doc ci prova a mantenersi contegnosa e composta, recita a memoria il copione preghieristico canta e amenizza al momento giusto, ma il suo piccolo avvizzito cuoricino leopardato batte soltanto per quell’enorme superostentato sfoggio incontrollato di bburinità, e l’unica cosa che le viene in mente - oh che invidia l’opulento drappeggio punteggiato di pietre preziose della sciccosa madonnina nel loculo là a destra - guarda il proprio tutto sommato modesto acchittìo bburino e si chiede: sarò all’altezza?

Magari all’altezza della madonnina no, ma comunque sì la nostra trecentoventitre (madrina battesimale) la sua porca figura se l’è guadagnata eccome: ha un tailleur di raso lucido azzurrino riflesso d’ostrica (1), composto dai pantaloncini bermuda attillati (2) e dalla giacchetta superspallinata con amplissima scollatura esibisci pizzo reggipettaro (3 - notate la sapiente posizione a braccia conserte, utile a spremere i tettoni tirandoli in su e in fuori); sul petto nudo, due chili di collanona multicatenata (4) con anellini di congiunzione zirconati e malizioso pendagliuccio con croce interna proprio lì tra i seni; gli orecchini lampadario etrusco con tendina di pendaglietti tintinnanti (5) e qualche altro pezzo di bigiotteria paola perego style, le solite inutili moleste propaggini scintillo-rumorose (6 - anellazzo smeraldifero, orologio gioiello placcato oro e tempestato di strass - che pendantizza con le cacchette strassate sui bottoncini - 7 - e sulle stanghette degli occhiali - 8); la borsa rosa metallizzata (9) con catenozza da motorino, una specie di versione macro per adulti del gadget giocattolo porta monete per bburinette in regalo su Cioè; e quale osceno abominio le gambone insaccate nella retina elasticizzata per fasciature (10) e i sandali laccati (11) che fanno scivolare il piedone genoveffiano in avanti a tal punto che i ditini terrorizzati sporgono pericolosamente oltre il ciglio del burrone plateau - il che poverini non mi sembra per niente cristiano.


Essere Giovanni Allevi: il manuale
(Mozart meets Ecce Bombo)

Ho scritto un po’ di tempo fa una cosa direi tutto sommato definitiva su Giovanni Allevi (se non l’avete letta: leggetela), non che sia spuntato qualcosa di importante da aggiungere, ma pensavo che potremmo sfruttare il suo libricino, La musica in testa, per vederne confermato quel perfetto ritrattino di patetica mediocrità - facendoci due risate.

essere Giovanni Allevi, la copertina del manualeLa musica in testa è un’opera capitale che inaugura il genere letterario dell’autovangelo: lo scrivente snocciola una sfilza interminabile di aneddoti fantastici che hanno lo scopo di esaltare le gesta miracolose di colui che venera di più al mondo, se stesso, soddisfacendo il proprio smodato desiderio di specchiarsi, adorarsi, masturbarsi. La struttura generale dell’autovangelo alleviano è evidente: Giovanni Allevi non ha superato quegli oltre trent’anni di anonimi fallimenti, non se li spiega, li rifiuta, tenta di giustificarli cucendosi addosso una storia in cui tutto - anche il più insignificante “chi cazzo è sto cretino” - assume un ruolo fondamentale e necessario nel quadro complessivo dell’enorme successone internazionale a cui la “capricciosa dea musica” l’aveva destinato già dai tempi dello spermatozoo (”una cospirazione divina”, definisce la sua vita).

Come nelle favolette col brutto sfigatello emarginato che ne subisce di tutti i colori [1] e però lo capisci subito che ha qualcosa di diverso e specialissimo - è stato morso da un ragno radioattivo coi capelloni cotonati! - Giovanni Allevi utilizza la chiave del lamento vittimista (nei toni di un falso modesto stupore) per rendere più sfavillante il proprio genio incompreso: quando racconta per esempio che da piccolo “passo il tempo chiuso in uno scatolone di cartone nel garage sotto casa, per sentirmi protetto dall’ansia” - e fin qui niente di eccezionale, è un cliché di alienazione infantile così sputtanato che lo canta pure Mondo Marcio, ma poi aggiunge - “per dirigere in piena libertà l’enorme orchestra sinfonica che ha iniziato a suonare ininterrottamente nella mia testa“: ecco, una bilanciata combinazione di triste sfigaggine e precoce incredibile genialità (non un’orchestra qualsiasi, un’orchestra enorme!) che è il tema dominante dell’autovangelo; perché la cosa che davvero interessa al quarantenne Giovanni Allevi è precisamente questa, sceneggiarsi a posteriori nei panni di ciò che avrebbe voluto essere più di ogni altra cosa, e che però non è mai stato: un ragazzo prodigio.

Giovanni Allevi la nuova mascotte del festivalbarGiovanni Allevi poveretto non desidera altro, vorrebbe averci venti anni in meno, vorrebbe poter essere celebrato come una giovanissima rivelazione - fa quel che può: si tinge i capelli, fa il giocherellone idiota, ricorre ad un look teenager concepito imitando (male) i più scemi modelli fiction-televisivi: pantaloni larghi, magliettine strette, occhialetti colorati, converse - vorrebbe tanto poter tornare ragazzino com’era ai tempi bui del conservatorio, sigh sob, là dov’era snobbato da tutti. Ah il conservatorio, che sofferenza, che pena, che umiliazioni! Magari non sarà possibile cancellare gli insuccessi passati, ok, ma ecco finalmente la soluzione - grazie alle possibilità di sfrenata ego-esaltazione dell’autovangelo si può magicamente tramutarli in predizioni di futura grandezza: Giovanni Allevi se ne stava ancora là ventottenne a perdere concorsi uno dietro l’altro non perché fosse una scarsa merdina, ma perché aveva “osato andare contro il sistema della musica contemporanea” e “come dice Hegel, in questi casi le possibilità sono due: o vinci e apri una nuova strada, o vieni allontanato perché sei una minaccia per il vecchio ordine“, insomma, il buon vecchio leit motiv del nessuno-mi-capisce sono-troppo-avanti [2].

E come nella pubblicità della carta di credito, quella che regalare il tuo primo romanzo a chi t’aveva detto che non ce l’avresti mai fatta non ha prezzo, nell’autovangelo di Giovanni Allevi c’è ovviamente spazio per la sciocca infantile rivalsa gne-gne-gne. Osavate non cagarmi? adesso ve la faccio vedere io. Da piccolo per esempio c’aveva un compagnuccio (M. lo chiama [3]) stra-adorato dai maestri di musica che suonava il piano divinamente, era il più bravo di tutti, “studia quasi otto ore al giorno! Pare che i genitori lo costringano con la forza” (traduzione: per forza suonava meglio di me, non è che io avessi meno talento, è solo che lui ci passava le giornate, sarei stato capace anche io così [4]), dovreste vedere che squallida fine ha fatto oggi quel ragazzino che amavano tutti, Giovanni Allevi non vede l’ora di prendersi la sua goduriosa vendetta super-orgasmica (notate come non si limiti a un meschino sfottò del fallimento altrui: si lascia andare ad una rabbiosa bullesca ostentazione dei propri successoni) “M. non suona più. Ha preferito un lavoro in banca. Io ho fatto concerti in Italia, Cina, Giappone, Stati Uniti, Europa, Russia, Canada. Ho suonato di fronte a platee immense, in dirette televisive e radiofoniche”.

giovanni allevi trionfale dopo il concerto alla casa di riposo sordomutiNon parliamo poi di quei sordi bacucchi reazionari del conservatorio, colpevoli di non averlo saputo apprezzare, per fortuna che la dea musica l’ha fatta pagare pure a loro, che alla fine sono stati costretti a inchinarsi al cospetto della sua strepitosa grandezza: c’è una scenetta molto buffa, ovviamente inventata di sana pianta (sembra l’epilogo di Rocky IV quando l’establishment sovietico è costretto ad applaudire il pugile nemico) “notai che in platea c’era una intera fila di ragazzi con le braccia conserte, che non concessero un applauso per tutta la durata del concerto. Studenti del conservatorio locale. Quando alla fine è venuto giù il teatro, con la gente che urlava dai palchetti e il resto del pubblico in platea tutto in piedi, si guardavano intorno smarriti e per non fare brutta figura hanno dovuto accennare anche loro un applauso”; dove le braccia conserte si riferiscono metaforicamente all’atteggiamento istituzionale di chiusura verso il “nuovo” che Giovanni Allevi dichiara impudicamente di rappresentare (non si contano le sparate del genere “la mia piccola grande rivoluzione culturale”, “ho alterato il sistema”, “un nuovo rinascimento è alle porte”). Se gli aridi dogmatici bacucchi del conservatorio non sono stati capaci di riconoscere la sua esplosiva portata rivoluzionaria, tiè, che schiattino d’invidia, c’è tutta una gigantesca mole di ridicoli aneddotucci che dimostra la piena ricettività del cuore puro e incontaminato dei poveri di spirito [5]: “il pubblico è attonito […] vedo occhi lucidi di commozione […] la mia musica ha investito tutti con la sua onda emotiva”, “sono tutti meravigliati dalla follia poetica del mio gesto”, la mia preferita (detta da un’ammiratrice) “questa bottiglia contiene aria che è stata attraversata dalle note di Giovanni Allevi”.

povero disgraziatoMa è soprattutto nell’ultimo capitolo, pomposamente intitolato L’era dell’emozione, che Giovanni Allevi dà il meglio di sé: è qui che tenta di fornire una base pseudo-filosofica alle sue composizioni musicali, infilando raccapriccianti dissertazioni da manualetto fricchettone new age sull’uomo l’anima il divino [6]. Ha un’idea stupida e adolescenziale della musica, le attribuisce una natura sovrannaturale, “misteriosa”, crede che derivi da un irrazionale abbandono alle sensazioni del momento (”il segreto è non pensare”); si rifugia nel “mistero” fine a se stesso, nell’insensato, non è in grado di capire le possibilità della ricerca, della curiosità attenta, dello studio, nega la ragione e l’intelligenza perché non ne possiede, è così tragicamente stupido che non ci arriva (”il novecento è stato il secolo della mitizzazione del pensiero scientifico, dell’idea che la ragione potesse spiegare tutto. Ma il mito della concettualità e del tecnicismo ha ingabbiato l’uomo in un eccesso di pensiero […] Il novecento è stato il secolo più violento della storia: è la ragione l’origine della violenza, perché da essa scaturiscono la differenza e la pretesa di conoscere ciò che in realtà è mistero“), tutto è ridotto a triti automatismi mentali, schemi di crescendo, diminuendo, staccati e fraseggi già sentiti mille e mille volte ancora. Lui la chiama emozione: è stupidità. E Giovanni Allevi è per l’appunto questo: un goffo stupidone buono solo a fare “oooh”, come i bambini scemi della canzoncina.

[1] “alle medie non mi invitavano alle feste”
[2] e però un bel giorno è successo che il direttore del conservatorio non ha potuto trattenersi dal riconoscere che la sua musica è “geniale, a metà strada tra la musica classica e il jazz”, paragonandolo a Keith Jarrett con “un’eco di Chick Corea e Béla Bartók”: se ve lo state chiedendo sì, non c’è dubbio, soltanto nella mente di Giovanni Allevi può esistere un direttore di conservatorio così terribilmente incompetente
[3] non è una questione di riservatezza, semplicemente non è mai esistito
[4] ah, l’Allevi esecutore! che titanico scontro di personalità, esecutore contro compositore: “il Giovanni esecutore deve rendere conto al Giovanni compositore, ma anche l’esecutore scopre nuove sfumature nella partitura, e mi accorgo di essere continuamente dilaniato da questo conflitto” (dilaniato!); a volte timido (sono un compositore troppo figo) “temo di non essere all’altezza di ciò che ho scritto” a volte sborone “scopro che la musica che esce dalle mie dita è ancora più bella e intesa di quella che il compositore sentiva nella sua mente” (come esecutore sono ancora più figo)
[5] “come è bello scoprire intorno a me una nuova generazione di poeti, visionari, sognatori, che hanno deciso spontaneamente di rendersi emotivamente vulnerabili alla mia musica classica contemporanea
[6] ne ha avuto di tempo per pensarci: “all’università mi sono chiuso sempre di più, arrampicato nelle vette rarefatte del pensiero filosofico. Mentre gli altri si organizzavano per fare viaggi, vacanze o feste, io passavo le estati a studiare Aristotele come un pazzo!”