Rolling Stone ha di straordinario che nell’ultima pagina - quando ci si arriva esausti e mezzi storditi per via del nulla vaporoso come zucchero filato che riempie le precedenti duecento pagine - nell’ultima pagina c’è la rubrica m’hai-cagato-il-cazzo di Pino Scotto e succede una cosa incredibile, lo stato allucinatorio da avvelenamento cerebrale è così profondo che l’impressione è quella di trovarsi davanti a un gigante del pensiero, e un suo
ho visto Asia Argento che proponeva un corto di 40 secondi dove si vedevano dei trans che ballavano facendo un girotondo. Ma che cazzo vorrà dire questa cazzata?
sembra abbia la sostanza e la consistenza, l’altissima qualità intellettuale capace di rovesciare il mondo; e invece non proprio, è soltanto un’illusione, è il nulla tutt’intorno che scombussola e inganna, Rolling Stone è una stanza di Ames sotto forma di rivistaccia (dove Pino Scotto è il buffo nanetto metallaro coi palloncini, toh, che diventa grande grande). E dunque io in genere Rolling Stone cerco di evitarlo e avrei continuato a evitarlo, non fosse che quattro pagine negli ultimi due numeri m’hanno attirata inesorabilmente, due foto in particolare che puntano su certe crudissime oscenità, grottesche e un po’ ripugnanti,

i pulsanti della valigetta nucleare fine-del-mondo, qua sopra, avvitati sul petto di una tizia che considera la propria foto ignuda “un potente statement politico da parte mia” (un altro statement politico: “uso soltanto borse di tela e scarpe di seconda mano”); e la flaccidità senza vita malinconicamente spiaggiata tra le cosce pallide di un tizio, qua sotto (cliccateci), che di mestiere fa il musicista ma da un po’ fa anche le “installazioni d’arte” (lui stesso, qui, col pene spiaggiato, va preso per una installazione)(che volete: di solito butta anche peggio, è uno che confonde la nostalgia di Bim Bum Bam e qualche misero ricordino liceale pop-dada per undergroundità artistiche - ci ha la factory ci ha);
non vi dico chi sono tanto è facile, si capisce subito, giusto un paio di citazioni come indizio, lei che dice
avevo la tendenza a fare nicchia, a sentirmi alternativa perché venivo dai centri sociali [...] mi hanno consigliato smetti di leggere, guarda le figure [...] smetti di parlare a quelli come te, che sanno di cosa stai parlando [...] è venuto il momento di lasciarmi andare un attimo
e lui invece che risponde al brillante teorema dell’intervistatore (”Capelli elaborati. Bowie. Pattinaggio artistico. Ti avranno dato del gay”)
Di continuo. Ho anche l’amico gay che mi dice sempre: “Tu sei frocio e non lo sai”. Non so come dire, sono etero. Tanti etero fanno pattinaggio artistico: si trovano gran belle ragazze…
sempre lui che condanna il complottone ipnotico-tecnologico globale: parte serissimo e poi però s’infrivolizza
una connotazione tecnologica devastante e virale. Penso che sia stato messo in piedi un sistema molto complesso di manipolazione, di controllo sull’individuo [...] però mi interessa la generazione cresciuta coi Game Boy, ho visto un duo tedesco utilizzare il videogame come strumento: notevole!
e lei - l’intervistatore che le domanda “come ti immagini tra vent’anni? cosa dirà tuo figlio da grande vedendo le foto della mamma ignuda?” - tra vent’anni si immagina così
coi capelli bianchi come una baba cool del rock [...] fiera di mio figlio ventenne che mostra ai compagni della sua band le vecchie foto di sua mamma
Ma a parte questo, poi - uh ok: sono lui e lei - nell’ultimo numero di Rolling Stone ho trovato un articolo molto divertente che fa da perfetta appendice alla mega-recensione Bossari/Battiato: ci spiega e risolve l’enigma dei quadri di casa Battiato, quelli che a Daniele Bossari non piacevano, quelli che gli sembravano misteriosi e raccapriccianti ma allo stesso tempo ne riconosceva umilmente “l’intensità”; ebbene, dopo che l’intervistatore (Luca Caminati) ci ha raccontato con commovente slancio enfatico il pittoresco paesaggio siciliano
una stradina di campagna tra due muri a secco: è il Mediterraneo arso, fatto di olivi e pietre [...] un pervasivo odore di limoni, che non sai più se c’è davvero o se a forza di leggere poesie l’olfatto è ingannato
eccolo a casa di Franco Battiato, che lo attende
seduto alla maniera degli americani su una sedia super-ergonomica su cui dondolarsi
un’ammirata ricognizione del bellissimo salottone - un intero scaffale della libreria riempito dei bollettini parrocchiali e delle offertissime dei supermercati locali,
volumi da parete a parete, di musica, arte, enciclopedie, manuali, dizionari, opuscoli
il televisore grande delle riunioni cineforum anti-borghesi,
un grande schermo al plasma da teenager appassionato di videogiochi (ma guarda soprattutto il canale Classica)
e dunque a questo punto ormai è palese, vi sarà di sicuro venuto in mente - come pure all’intervistatore, che riflette
questa è più la casa di un intellettuale berlinese
e finalmente i quadri,
alcune esperienze primitive, come le definisce Battiato. Piccole tempere in oro, con volti mediorientali e fondali di colorate terrecotte.
li ha fatti lui!, li ha fatti Battiato! - e già: come mai a Daniele Bossari non gliel’ha confessato? non lo sapremo mai - Franco Battiato fa vedere al suo ospite cos’è che lo ispira
sul suo iPhone, Battiato mi mostra un quadro [...] un gruppo di 17 dervisci nell’atto di cominciare il ballo
e poi gli spiega com’è che ha cominciato
Durante la mia prima opera, lo scenografo mi chiese di fare uno schizzo e quando vide il risultato mi disse che suo figlio di 3 anni poteva fare molto meglio!
e conclude meravigliosamente:
Perché ho cominciato a dipingere? Perché ero assolutamente negato!
il che è così, davvero, come dire, così meravigliosamente Franco Battiato.
di Betty Moore, 8 febbraio 2010
Categoria: io sono originale, very important malvestite
Tag: Franco Battiato, Fricchettonismi, rivistacce
82 CommentiChe nome dareste voi a una cosa così, a un pirla cogli occhiali grossi colorati da pirla e coi vestiti alta-moda eccentrichetti da pirla che se ne va in giro per l’Europa sponsorizzato da una fabbrica di automobili per pubblicizzare un catorcio da parvenu vorrei-ma-non-posso immortalando con la sua inseparabile reflex ergo sum (pirla) un mucchio di altri pirla stranieri vestiti da pirla,

e intanto che immortala i suoi simili pirla stranieri contorcendosi per strada col culo pallido e le mutandone di fuori, annota e registra il tutto sui diari di bordo che sono un Twitter e un canale Youtube che totalizzano rispettivamente tredici e diciannove iscritti con una media per video di trecento visualizzazioni in due mesi - com’è che la chiamereste una cosa così, uhm, non so, una stronzata?, un’idea del cazzo?, una figura di merda?,
il think tank dei pirla creAttivi capitanati da Lapo Elkann che formano la squadra di Independent Ideas, loro che ne sono i responsabili, che questa cosa l’hanno “creata”, loro la chiamano Viral Marketing, o meglio,
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di Betty Moore, 18 gennaio 2010
Categoria: alta moda, io sono originale
Tag: blogger, cappello ergo sum, internet, io fotografo, Lapo Elkann, morte cerebrale, papponcini rampanti, pubblicità, wannabismi
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Jovanotti dice che Mozart, in questo libretto che si chiama La parrucca di Mozart, è solo un pretesto per raccontare qualcos’altro - l’Arte, l’Emozione, il Genio; e così allo stesso modo, per me, La parrucca di Mozart è solo un pretesto per raccontarvi che cos’è Jovanotti, vale a dire - riassumendo - un cialtrone superficialissimo, svogliato e ignorante, confuso, fricchettone, incontinente e complessato - ascoltare Jovanotti è come leggersi Federico Moccia dentro l’ascensore di un albergo sudamericano con la musichetta posticciamente turistica di sottofondo. Adesso ve lo faccio vedere - questo è il sommario,
1) Non so niente, evviva
2) Pinocchio Skywalker
3) Mozart a X-Factor
4) Mozart autistico
5) La cacca dura di Mozart, la diarrea di Jovanotti
6) Giovanni Amadeus Allevi
7) Mozart contro la scienza
8) Mozart il pazzerello
9) Mozart attraverso lo specchio
10) Mozart lo sciamano strafatto
11) La canzone elenco della spesa
12) Jovanotti corteggiatore di Uomini e Donne
La parrucca di Mozart è un libretto d’opera, una cosa per bambini che è stata commissionata a un tale Bruno De Franceschi, compositore, che ha chiesto all’amichetto Jovanotti di lavorarci assieme,
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di Betty Moore, 8 ottobre 2009
Categoria: io sono originale, malvageddon, very important malvestite
Tag: Giovanni Allevi, Jovanotti, Libri, Mozart, Musica, recensioni
165 CommentiSi capisce che c’hai l’animo artistico, l’urgenza artistica di esprimere qualcosa d’artistico che c’è dentro di te da qualche parte, non importa precisamente cosa e come, se quando t’è capitato per la prima volta di guardare sotto il tavolo dove lavori te ne sei rimasto là a bocca aperta davanti alla intrippantissima artisticità astratta del reticolo di caccole che c’hai appiccicato in tutti questi anni [*] - e parliamo di My secret life, per l’appunto, che è la mostra itinerante di caccole celebri che nasce dalla brillante intuizione - il pollice opponibile! - di tale Massimo Cotto (giornalista e autore di Sanremo),
Molto spesso chi sa tenere in mano uno strumento ed un microfono sa, in genere, usare anche pennelli e matite.
Alla manica di cialtronazzi coinvolti - che me li immagino, tutti a rovesciare tavoli, a tirare fuori dagli scatoloni gli Argan delle scuole medie, a spruzzare tempera colle pistolette giocattolo - non dev’essergli sembrato vero: poter ostentare in pubblico, per una volta, la parvenza di una disposizione artistica più colta e sofisticata, difficile e turbolenta, lontana lontana dalle scemenze omogeneizzate con cui campano - e che ci vuole?, adesso vi faccio vedere (oh, e ve lo dico, ci sono quattro caccole che sono dei falsi, le ho tolte io dal mio naso: ai primi che indovinano quali sono - uhm, arduo! - gli regalo i preziosissimi originali)(tutte le citazioni e le immagini sono prese da qui):

da sinistra (clic per ingrandire): c’è quello dei Pooh, Red Canzian, che s’è ispirato a “scene realmente viste nella palude dietro casa mia”, l’opera si chiama Caccia in palude e appartiene al suo “periodo naïf di fine anni Settanta”, roba vecchia, “ora sono dentro al post impressionismo del primo Novecento”; al centro c’è Jovanotti col suo “inno alle diversità e alla creatività, perché il confronto non deve essere per forza uno scontro, ma un’unione nella forza universale dell’arte e delle emozioni”, si chiama Goccia di pace; e poi c’è Rock evolution di Laura Pausini, “Red and Black Revisited, rosso e nero, stendhalianamente”;

sempre da sinistra, il Camposanto del “superbo oste della confraternita del chianti, Waits dello stivale” aka Vinicio Capossela, “un personaggio bussa alla porta, lo fa entrare, lo presenta alle note”; c’è il Casa dolce casa firmato dal “più grande fenomeno di costume emerso dal Festival di Sanremo negli ultimi vent’anni”, Arisa, che è così spontanea e intimamente se stessa che “è ingenua sulla tela proprio come uno se l’aspetterebbe”; c’è Franco Battiato che presenta il suo Autoritratto con Stockhausen, tuba di Paperon de’ Paperoni, tovaglia coi cuoricini, quadro di papaveri, sole dei teletubbies e scritta in sanscrito che significa “Briscola, stronzo!”- il titolo da solo dice tutto; c’è Paola Turci che ha “soffiato sulla tela colore liquido”, e quindi - coerenza artistica! - ha battezzato la caccola Il soffio della vita;

e poi, sì, da sinistra!, Alberto Fortis e Anna, che si chiama così perché Anna è la “essenza del palindromo”, ed è “ispirato alle icone ebraiche e bizantine ma anche alle figure dell’India orientale”; Francesco Bianconi e il suo “amaro ma allo stesso tempo nostalgico collage di tracce culturali contemporanee”, dal titolo Sein und Zeit, me stesso o forse della civiltà occidentale (sicuramente con mattone del muro di Berlino); il Green Man di Mark Owen, “meglio come pittore che come cantante, azzarda qualcuno”; Marco Fabi che non ce l’ha fatta (come dice Massimo Cotto: “in genere” hanno il pollice opponibile, non sempre), “ho preso il pennello in mano, poi ho capito che dipingevo meglio con le dita”, in fondo la pittura è “un modo primordiale per imprimere ed esprimere emozioni”, e appunto è la citazione di un focherello rupestre Cro-Magnon, intitolata Non è un fuoco di paglia;

e Giorgia, opera omonima, che dice “Il disegno è come il canto, porta fuori quello che risiede nel nostro centro più profondo, io mi limito a seguire un istinto”; il raffinato tenore Andrea Bocelli con la composizione fotografica AHIO!, il cui significato devo dire mi è abbastanza oscuro (l’artista s’è rifiutato di fornire spiegazioni); e poi infine Angel in disguise, firmato Tiziano Ferro, che “si spaccia per debuttante”, ci fa il modesto, ma “ha un tratto molto riconoscibile”, già già; e infine di questi tre qua sotto, Syria/Airys a sinistra e un tizio dei Negrita a destra (quale, boh, sono tutti uguali - fessi), vorrei soltanto riportarvi qualche parola su quello al centro, Occhio di Simone Cristicchi, che è frutto di “un esperimento tipo anni sessanta”, sentite, “Quando gli parlo della mia idea, mi propone un esperimento, tipo anni Sessanta. Prendiamo un tavolo e una bottiglia di rosso. Guardiamo il concerto, quando arriva l’idea, prova a metterla su carta”, ah.

[*] perché l’animo artistico si rivela così, inaspettatamente, nell’ozio e nel cazzeggio, nel disordine grossolano e irrazionale, nell’inconscio!, cioè come dire: a fare le cose pensandoci su fai schifo, fai proprio cagare, ma invece guarda un po’!, ti stupisci sempre della sublime originalità che c’hanno quei tuoi “bozzetti da telefonata lunga o da caricatura scolastica, che mi sono più congeniali” (cit. Max Manfredi - poveraccio, qualcuno gli linki la wiki dei doodle)
di Betty Moore, 28 settembre 2009
Categoria: allucinazioni, io sono originale
Tag: Arisa, Baustelle, Daniela Santanchè, Jovanotti, Laura Pausini, Pooh, Vinicio Capossela
96 CommentiC’è Simo nei commenti che mi segnala un “corso breve” chiamato Dress Your Talents che si terrà tra un mesetto alla Domus Academy (cos’è, boh, questa cosa), protagonisti Marco Castoldi aka Morgan, alcuni cervelli di Just Cavalli e qualche sfaccendato giornalista settore fèscio (ehilà, Gattermayer!); il corso dura un paio di settimane, si paga novecentosessanta euro e “rappresenta il connubio perfetto tra comunicazione d’immagine ed espressione estetica e stilistica”, ci si fa i picnic alla Roberto Cavalli S.p.A. e “i partecipanti saranno invitati a progettare la comunicazione strategica e di immagine relativa al personaggio televisivo Marco Castoldi in arte Morgan”, wow!, io ho già inviato il curriculum e ho mandato i bozzetti qua sotto (i tre a destra - l’altro, quello brutto a sinistra, è made in Just Cavalli, l’ha disegnato Cubo Leopardato)

che si capisce, no?, rappresentano fescionisticamente le tre anime del Morgy, l’anima quella speculativa e intellettuale (Mr. Bean), quella cupa e trasgressiva (Dark Helmet), quella creativa e artistica (squadra blu di Amici) - chissà, sono sicura che gli piaceranno!, magari vinco una borsa di studio (le immagini, se volete, cliccandoci sopra s’aprono più grandi).
(oh e già che ci sono - occhio! - non perdetevi domani la prima puntata del secondo romanzo della Twilight saga, New Moon)
di Betty Moore, 2 settembre 2009
Categoria: allucinazioni, alta moda, io sono originale
Tag: Morgan, Roberto Cavalli
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