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Malvestita #323 - battesimale

malvestita che per un pelo non raggiunge il QM della madonnina tempestata di pietre prezioseA una malvestita di stampo bburino doc le bastano pochi minuti appena di celebrazione religiosa che le prende a girare la testa, si sente disorientata confusa sopraffatta dal caotico allucinato sempre più vorticoso vortice di colonne candele marmi velluti ori argenti ninnoli putti acquasantiere, il sacro luogo di culto si trasfigura vertiginosamente al ritmo gioioso degli osanna nel salottone da ricevimento kitsch-malvestito dei sogni: la malvestita bburina doc ci prova a mantenersi contegnosa e composta, recita a memoria il copione preghieristico canta e amenizza al momento giusto, ma il suo piccolo avvizzito cuoricino leopardato batte soltanto per quell’enorme superostentato sfoggio incontrollato di bburinità, e l’unica cosa che le viene in mente - oh che invidia l’opulento drappeggio punteggiato di pietre preziose della sciccosa madonnina nel loculo là a destra - guarda il proprio tutto sommato modesto acchittìo bburino e si chiede: sarò all’altezza?

Magari all’altezza della madonnina no, ma comunque sì la nostra trecentoventitre (madrina battesimale) la sua porca figura se l’è guadagnata eccome: ha un tailleur di raso lucido azzurrino riflesso d’ostrica (1), composto dai pantaloncini bermuda attillati (2) e dalla giacchetta superspallinata con amplissima scollatura esibisci pizzo reggipettaro (3 - notate la sapiente posizione a braccia conserte, utile a spremere i tettoni tirandoli in su e in fuori); sul petto nudo, due chili di collanona multicatenata (4) con anellini di congiunzione zirconati e malizioso pendagliuccio con croce interna proprio lì tra i seni; gli orecchini lampadario etrusco con tendina di pendaglietti tintinnanti (5) e qualche altro pezzo di bigiotteria paola perego style, le solite inutili moleste propaggini scintillo-rumorose (6 - anellazzo smeraldifero, orologio gioiello placcato oro e tempestato di strass - che pendantizza con le cacchette strassate sui bottoncini - 7 - e sulle stanghette degli occhiali - 8); la borsa rosa metallizzata (9) con catenozza da motorino, una specie di versione macro per adulti del gadget giocattolo porta monete per bburinette in regalo su Cioè; e quale osceno abominio le gambone insaccate nella retina elasticizzata per fasciature (10) e i sandali laccati (11) che fanno scivolare il piedone genoveffiano in avanti a tal punto che i ditini terrorizzati sporgono pericolosamente oltre il ciglio del burrone plateau - il che poverini non mi sembra per niente cristiano.


Essere Giovanni Allevi: il manuale
(Mozart meets Ecce Bombo)

Ho scritto un po’ di tempo fa una cosa direi tutto sommato definitiva su Giovanni Allevi (se non l’avete letta: leggetela), non che sia spuntato qualcosa di importante da aggiungere, ma pensavo che potremmo sfruttare il suo libricino, La musica in testa, per vederne confermato quel perfetto ritrattino di patetica mediocrità - facendoci due risate.

essere Giovanni Allevi, la copertina del manualeLa musica in testa è un’opera capitale che inaugura il genere letterario dell’autovangelo: lo scrivente snocciola una sfilza interminabile di aneddoti fantastici che hanno lo scopo di esaltare le gesta miracolose di colui che venera di più al mondo, se stesso, soddisfacendo il proprio smodato desiderio di specchiarsi, adorarsi, masturbarsi. La struttura generale dell’autovangelo alleviano è evidente: Giovanni Allevi non ha superato quegli oltre trent’anni di anonimi fallimenti, non se li spiega, li rifiuta, tenta di giustificarli cucendosi addosso una storia in cui tutto - anche il più insignificante “chi cazzo è sto cretino” - assume un ruolo fondamentale e necessario nel quadro complessivo dell’enorme successone internazionale a cui la “capricciosa dea musica” l’aveva destinato già dai tempi dello spermatozoo (”una cospirazione divina”, definisce la sua vita).

Come nelle favolette col brutto sfigatello emarginato che ne subisce di tutti i colori [1] e però lo capisci subito che ha qualcosa di diverso e specialissimo - è stato morso da un ragno radioattivo coi capelloni cotonati! - Giovanni Allevi utilizza la chiave del lamento vittimista (nei toni di un falso modesto stupore) per rendere più sfavillante il proprio genio incompreso: quando racconta per esempio che da piccolo “passo il tempo chiuso in uno scatolone di cartone nel garage sotto casa, per sentirmi protetto dall’ansia” - e fin qui niente di eccezionale, è un cliché di alienazione infantile così sputtanato che lo canta pure Mondo Marcio, ma poi aggiunge - “per dirigere in piena libertà l’enorme orchestra sinfonica che ha iniziato a suonare ininterrottamente nella mia testa“: ecco, una bilanciata combinazione di triste sfigaggine e precoce incredibile genialità (non un’orchestra qualsiasi, un’orchestra enorme!) che è il tema dominante dell’autovangelo; perché la cosa che davvero interessa al quarantenne Giovanni Allevi è precisamente questa, sceneggiarsi a posteriori nei panni di ciò che avrebbe voluto essere più di ogni altra cosa, e che però non è mai stato: un ragazzo prodigio.

Giovanni Allevi la nuova mascotte del festivalbarGiovanni Allevi poveretto non desidera altro, vorrebbe averci venti anni in meno, vorrebbe poter essere celebrato come una giovanissima rivelazione - fa quel che può: si tinge i capelli, fa il giocherellone idiota, ricorre ad un look teenager concepito imitando (male) i più scemi modelli fiction-televisivi: pantaloni larghi, magliettine strette, occhialetti colorati, converse - vorrebbe tanto poter tornare ragazzino com’era ai tempi bui del conservatorio, sigh sob, là dov’era snobbato da tutti. Ah il conservatorio, che sofferenza, che pena, che umiliazioni! Magari non sarà possibile cancellare gli insuccessi passati, ok, ma ecco finalmente la soluzione - grazie alle possibilità di sfrenata ego-esaltazione dell’autovangelo si può magicamente tramutarli in predizioni di futura grandezza: Giovanni Allevi se ne stava ancora là ventottenne a perdere concorsi uno dietro l’altro non perché fosse una scarsa merdina, ma perché aveva “osato andare contro il sistema della musica contemporanea” e “come dice Hegel, in questi casi le possibilità sono due: o vinci e apri una nuova strada, o vieni allontanato perché sei una minaccia per il vecchio ordine“, insomma, il buon vecchio leit motiv del nessuno-mi-capisce sono-troppo-avanti [2].

E come nella pubblicità della carta di credito, quella che regalare il tuo primo romanzo a chi t’aveva detto che non ce l’avresti mai fatta non ha prezzo, nell’autovangelo di Giovanni Allevi c’è ovviamente spazio per la sciocca infantile rivalsa gne-gne-gne. Osavate non cagarmi? adesso ve la faccio vedere io. Da piccolo per esempio c’aveva un compagnuccio (M. lo chiama [3]) stra-adorato dai maestri di musica che suonava il piano divinamente, era il più bravo di tutti, “studia quasi otto ore al giorno! Pare che i genitori lo costringano con la forza” (traduzione: per forza suonava meglio di me, non è che io avessi meno talento, è solo che lui ci passava le giornate, sarei stato capace anche io così [4]), dovreste vedere che squallida fine ha fatto oggi quel ragazzino che amavano tutti, Giovanni Allevi non vede l’ora di prendersi la sua goduriosa vendetta super-orgasmica (notate come non si limiti a un meschino sfottò del fallimento altrui: si lascia andare ad una rabbiosa bullesca ostentazione dei propri successoni) “M. non suona più. Ha preferito un lavoro in banca. Io ho fatto concerti in Italia, Cina, Giappone, Stati Uniti, Europa, Russia, Canada. Ho suonato di fronte a platee immense, in dirette televisive e radiofoniche”.

giovanni allevi trionfale dopo il concerto alla casa di riposo sordomutiNon parliamo poi di quei sordi bacucchi reazionari del conservatorio, colpevoli di non averlo saputo apprezzare, per fortuna che la dea musica l’ha fatta pagare pure a loro, che alla fine sono stati costretti a inchinarsi al cospetto della sua strepitosa grandezza: c’è una scenetta molto buffa, ovviamente inventata di sana pianta (sembra l’epilogo di Rocky IV quando l’establishment sovietico è costretto ad applaudire il pugile nemico) “notai che in platea c’era una intera fila di ragazzi con le braccia conserte, che non concessero un applauso per tutta la durata del concerto. Studenti del conservatorio locale. Quando alla fine è venuto giù il teatro, con la gente che urlava dai palchetti e il resto del pubblico in platea tutto in piedi, si guardavano intorno smarriti e per non fare brutta figura hanno dovuto accennare anche loro un applauso”; dove le braccia conserte si riferiscono metaforicamente all’atteggiamento istituzionale di chiusura verso il “nuovo” che Giovanni Allevi dichiara impudicamente di rappresentare (non si contano le sparate del genere “la mia piccola grande rivoluzione culturale”, “ho alterato il sistema”, “un nuovo rinascimento è alle porte”). Se gli aridi dogmatici bacucchi del conservatorio non sono stati capaci di riconoscere la sua esplosiva portata rivoluzionaria, tiè, che schiattino d’invidia, c’è tutta una gigantesca mole di ridicoli aneddotucci che dimostra la piena ricettività del cuore puro e incontaminato dei poveri di spirito [5]: “il pubblico è attonito […] vedo occhi lucidi di commozione […] la mia musica ha investito tutti con la sua onda emotiva”, “sono tutti meravigliati dalla follia poetica del mio gesto”, la mia preferita (detta da un’ammiratrice) “questa bottiglia contiene aria che è stata attraversata dalle note di Giovanni Allevi”.

povero disgraziatoMa è soprattutto nell’ultimo capitolo, pomposamente intitolato L’era dell’emozione, che Giovanni Allevi dà il meglio di sé: è qui che tenta di fornire una base pseudo-filosofica alle sue composizioni musicali, infilando raccapriccianti dissertazioni da manualetto fricchettone new age sull’uomo l’anima il divino [6]. Ha un’idea stupida e adolescenziale della musica, le attribuisce una natura sovrannaturale, “misteriosa”, crede che derivi da un irrazionale abbandono alle sensazioni del momento (”il segreto è non pensare”); si rifugia nel “mistero” fine a se stesso, nell’insensato, non è in grado di capire le possibilità della ricerca, della curiosità attenta, dello studio, nega la ragione e l’intelligenza perché non ne possiede, è così tragicamente stupido che non ci arriva (”il novecento è stato il secolo della mitizzazione del pensiero scientifico, dell’idea che la ragione potesse spiegare tutto. Ma il mito della concettualità e del tecnicismo ha ingabbiato l’uomo in un eccesso di pensiero […] Il novecento è stato il secolo più violento della storia: è la ragione l’origine della violenza, perché da essa scaturiscono la differenza e la pretesa di conoscere ciò che in realtà è mistero“), tutto è ridotto a triti automatismi mentali, schemi di crescendo, diminuendo, staccati e fraseggi già sentiti mille e mille volte ancora. Lui la chiama emozione: è stupidità. E Giovanni Allevi è per l’appunto questo: un goffo stupidone buono solo a fare “oooh”, come i bambini scemi della canzoncina.

[1] “alle medie non mi invitavano alle feste”
[2] e però un bel giorno è successo che il direttore del conservatorio non ha potuto trattenersi dal riconoscere che la sua musica è “geniale, a metà strada tra la musica classica e il jazz”, paragonandolo a Keith Jarrett con “un’eco di Chick Corea e Béla Bartók”: se ve lo state chiedendo sì, non c’è dubbio, soltanto nella mente di Giovanni Allevi può esistere un direttore di conservatorio così terribilmente incompetente
[3] non è una questione di riservatezza, semplicemente non è mai esistito
[4] ah, l’Allevi esecutore! che titanico scontro di personalità, esecutore contro compositore: “il Giovanni esecutore deve rendere conto al Giovanni compositore, ma anche l’esecutore scopre nuove sfumature nella partitura, e mi accorgo di essere continuamente dilaniato da questo conflitto” (dilaniato!); a volte timido (sono un compositore troppo figo) “temo di non essere all’altezza di ciò che ho scritto” a volte sborone “scopro che la musica che esce dalle mie dita è ancora più bella e intesa di quella che il compositore sentiva nella sua mente” (come esecutore sono ancora più figo)
[5] “come è bello scoprire intorno a me una nuova generazione di poeti, visionari, sognatori, che hanno deciso spontaneamente di rendersi emotivamente vulnerabili alla mia musica classica contemporanea
[6] ne ha avuto di tempo per pensarci: “all’università mi sono chiuso sempre di più, arrampicato nelle vette rarefatte del pensiero filosofico. Mentre gli altri si organizzavano per fare viaggi, vacanze o feste, io passavo le estati a studiare Aristotele come un pazzo!”


La battona e il maledetto
(non è l’ultimo di sepulveda)

anna tatangelo e i suoi capezzoli azzeratiVa bene allora quello che ci insegnano le foto di Anna Tatangelo su Max, la morale, è che puoi stuccarti come una volgare bburinissima battona cinquantenne in gita al club privé per scambisti, puoi adulterinamente trombare con il più inetto brutto pelato vanamente tronfio capetto della più instupidente ignorante correntuccia musicale nostrana, puoi raccontare di raggelanti scenette di te e il viscido che limonate allegri e di quanto trovi sexy l’odore della sua pelle, puoi partecipare a sanremo svestita da discinta starlette alla fiera del porno e puntare sul melensismo sensodicolpista della facile denuncia povero - gay - ebreo - negro - paraplegico - accettatelo, puoi vantarti delle tue tette nuove di zecca e farti fotografare coperta solo di una canottierina trasparente nell’esecuzione assolo di un paio di capitoli a caso del kamasutra [1] - cioè praticamente puoi macchiarti di ogni più assurdo infame crudele splatter antiumano crimine sulla faccia della terra ma no, mai e poi mai assolutamente mai mostrare i capezzoli: piuttosto al limite anche nelle foto in cui inequivocabilmente dovrebbero comparire no, meglio una cancellatina fotoscioppara, meglio rischiare che qualcuno pensi ad una dimenticanza del chirurgo [2] - i capezzoli mai, che può sembrare di cattivo gusto.

nicolas vaporidis il pete doherty di settebagniE ok è vero che ci sono sì, è pieno il mondo di queste squallide tipette vim che farebbero di tutto per cucirsi addosso quell’atavico stupido personaggino di banale perfezione bellonesca da fotoromanzo, liscie cigliose labbrute sinuose sfocate e tettone come bambolette sexy del paginone centrale da pippa - ma c’è anche un nutrito gruppone di vim che s’ispira invece a prototipi di pari vuotezza cerebrale ma meno universali più di tendenza, specifiche correnti di fighettaggine all’ultimo grido, roba cioè oh di posti in cui manco se parla l’italiano, robba cioè oh una cifra particolare: per esempio lui, l’eroe protagonista di tutti quei recenti filmetti amatoriali il cui soggetto è deciso estraendo a caso una frasetta dalle profondissime canzoncine di venditti (io non vedo l’ora che si decidano a fare un film da “La barba lunga è sintomatica di un grave virus postatomico” [3]), lui che c’ha il nome e la faccia di un elettrodomestico e se la fa col generale in comando del corpo disperate mignottone televisive d’assalto (tale Ilaria Spada - categoria siamo-pure-discretamente-cesse), lui, il patetico nicolas vaporidis, si fa vedere in giro col ciuffo unticcio il cappello ergo sum vintage io-sono-originale [4], la barbetta incolta e la giacca di pelle lucida da spacciatore moldavo, la sigaretta pendente in bocca e quello sguardo ebete un po’ rintronato che gli viene naturale, non c’è dubbio, flirta pure con quel catorcio bburino-aerofagico di gabbana, è ovvio che sta tentando di immedesimarsi nel modello di dissolutezza barbona tossica e maledetta brit-decadence alla pete doherty, e accidenti gli riesce benissimo! secondo me passa pure i pomeriggi al verano scrivendo strazianti distici sulla vita e sulla morte:

ahò,
amò.

tiè,
mbè?

[1] ma quasi solo dalla vita in su, ché il culone e le gambotte informi ancora non hanno inventato un modo facile per sistemarli al bisturi, e col photoshop è una noia
[2] e sul forum appunto AnLi si chiede “Scusate ma questa donna non ha i capezzoli!?” (e se non vi pare abbastanza, SaintJust sospetta che c’abbia pure le “le sopraciglia smontabili”, o forse delle extension)
[3] o anche “Come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati”, o “Santa Brigida mia divina nun fa’ piover alle castagne”, o “Che ti succede amico estetico?”, o il più sputtanato “Tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto” (un blockbuster!)
[4] e però Eleonora nei commenti contesta la sua ergosummitudine: “Tutto parte da un problema di calvizie che gli va a inficiare l’immagine di giovinetto eterno. Da qui la trovata del cappello. Ma come fai a giustificare un capello? Semplice: ti vesti come Pete Doherty/ Johnny Depp de noantri. E tutta ’sta pagliacciata per un ciuffo di capelli in meno. E’ dura la vita del teen idol.”


Malvestita #317

malvestita pesce d'aprile? magariVisto che oggi è il giorno degli scherzoni divertentissimi ah ah ho pensato di proporvi questo stupendo malvone io-sono-originale (regina del creativismo finto-straccione clown-accazzodicanesco) così non vi angosciate troppo, potete pensare che me la sono inventata io per prendervi in giro e via tranquilli, senza che state col fiato sospeso ogni volta che girate l’angolo.

Perché insomma non è che davvero a qualcuno può venire in mente di mettersi quattro calze diverse una sull’altra (1), o meglio diciamo una calza tutta intera a rigoni verde fosforescente, sotto, e tre calzette sopra sbrindellate bucatissime (di cui una a rete ridotta a pochi straccettini) che formano insieme una specie di ragnatelone moccioloso che cola giù dal reggicalze agganciato alla gonnellina rosa shocking smangiucchiata (2 - Cercasi sheena disperatamente).

Guardate là il coso, il collanone a bavaglino fatto di anellozzi viti bulloni e un marasma di graffette incatenate (3 - che pendantizzano con le cascatelle metalliche più in basso - 4 - sul doppio cinturone borchiato - 5), guardate la canottiera maculata color blu-violetto (6 - come anche per il verde fosforescente, il rosa della minigonna, i lacci spaiati delle scarpe - 7 - e i capelli tinti con lo spray - 8 - la sua io-sono-originalità da accozzaglia casuale è studiatamente esaltata dalla pendontizzazione allucinata di colori insoliti), ma sì dev’essere uno scherzo della Betty: non è che sta vanitoseggiando rettilianamente il piercing sulla lingua, è proprio che ci sta facendo la linguaccia (9).


Malvestita #314 - Multidimensionale

malvestita a cinque dimensioniL’altro giorno alla carrefour leggevo su focus questa storia della superficie delle padelle antiaderenti, che c’ha una configurazione atomica tutta incasinata che non si capisce bene da dove esce fuori, per cui secondo certi cervelloni potrebbe essere la proiezione tridimensionale di una struttura cristallina a più dimensioni che a noi miseri mortali non ci riesce di percepire: ecco - un’illuminazione! - allo stesso modo delle padelle antiaderenti la mia ipotesi è che questa malvestita qui, che nel nostro universo tridimensionale fa la figura di un’impossibile caotica accozzaglia attorciglia-occhi, sia in realtà la proiezione 3D di una benvestita carinissima da un universo multi-dimensionale inaccessibile ai nostri sensi (il che del resto è perfettamente in accordo col Primo teorema inconfutabile di Betty: “non esistono benvestite, almeno non in questo universo”).

Lo so che è un’ipotesi azzardata, ma come spiegare altrimenti il cappottone vestaglia tweeddato a spina di pesce da pavimento maldimare dell’ascensore (1 - coi bottoni inutili disposti a casaccio sul collettone a bavaglino), il baschetto rosso montmartre col pirulicchio melinda (2 - pendantizzato con le calze - 3), i capelli sciolti artisticamente disordinati con l’abbozzo (un nonfinito malva-michelangiolesco) delle treccine tirolesi (4), gli stivaloni di pelle con quegli strani laccettini scubidù che le pendono qua e là (5) e i guanti di lana sditati fricchetton-chic così che possiamo ammirare la sua creativissima manicure marziana (6).

Ma sopratutto, dico, come spiegare altrimenti quel coso là, il borsone artistoide-patchworkato (7) composto da un illogico astratto insieme di rattoppamenti in feltro colorato e pezzettoni di tweed (ah, forse un’astuta triplice pendantizzazione cromatica con unghie, calze-baschetto e vestaglia); come spiegare altrimenti la gonna mutaforma (8), un cosone lungo fino a metà polpaccio a cui basta dare un’annodata un’arrotolatina laterale e via, diventa una longuette gonfiona dal disegno deliziosamente irregolare (effetto corsa dei sacchi) - possibile? non è possibile: è multidimensionale.


Coppia malvestita #23 - Mimì metallurgico

coppietta metallurgicaHo ancora la testa con gli uccellini che mi ci svolazzano intorno per queste brutte due settimane: scusate se non ho risposto alle mail, se non ho manutenzionato a dovere il forum, se per ricominciare mi butto su questo argomento facile facile, un genere di malvestitismo evergreen a cui in fondo, mi pare, non abbiamo mai dedicato un posticino tutto per sé - e se lo merita.

Devo averlo già scritto da qualche parte che a me i metallari stanno simpatici, mi fanno tenerezza: quelli di una certa età perlomeno, a cui la fase passeggera della modaiolità cretino-ribellista malvadolescenziale gli s’è incancrenita addosso e non possono più sbarazzarsene, quelli che a novantanni conservano il manto radissimo e sbrindellato di capelloni pubici, le cassettine metal vecchia-scuola nel cruscotto della peugeot centosei, i vestitini attillati con l’allacciatura a bustino impiglia-peli (1), gli amici sodali che si danno i nomignoli in tema col mondo delle acciaierie e degli impianti siderurgici tipo ErCatena, ErPuleggia, ErCric, ErMarmitta, tutti iperconvintissimi nei loro identici costumini che si rifanno alla microgamma di variazioni sul nero-gotico-biker-alcolizzato, tutti che non vedono l’ora di staccare al callcenter per il settimanale rito dello scapocciamento annoiato da capannone zozzo di periferia, lo sbatacchiar su e giù il parruccone-metronomo intanto che la birra tiepida gli si rovescia sui pantaloni: questo genere di metallaro qui mi riempie il cuore di tenerezza.

Il malvestito di destra ci somiglia un pochino, anche se è un tantino troppo giovane e non saprei, potrebbe darsi che il virus metallurgico non abbia ancora cominciato a sgranocchiargli per benino la corteccia cerebrale - di questi tempi poi che ogni minima malva-tendenzucola è sdoganata riciclata e remixata modaiolamente, c’è da dubitare persino di una ex-immutabile costante newtoniana come questa, l’ingenua sincera stupefatta idiozia del metallaro - comunque sì quello a destra è più sul genere che mi sta simpatico a me, col suo gilettino jeans postbellico dalle maniche strappate a morsi e gli stirelli dei suoi gruppi preferiti (2), la maglietta (3) del concertone live di tanti anni fa quando per la prima volta ha provato i funghetti magici, mitici! (erano champignon del todis), i boschetti ricci spelacchiati del pizzo e delle basette vintage trapezoidali (4), gli anfibioni (5) e la sigarettina rigorosamente rollata col tabacco sfuso (6).

Il malvestito di sinistra invece ricalca la versione più darketton-robotica del recente metallarismo, meno trasandatezza-bikeriana e più death-omogeneità da enfatico pierrot neilgaimaniano, tutto sapientemente pendantizzato: dai capelli inerti liscissimi (7) alla maglietta con lo sgorbio demoniaco (8) ai pantaloni depilatori da carabiniere sadomanso che ho già detto (1), la borsetta tracollata di pelle nera lucida (9), l’anello copridito di latta con cerniera da armatura medievale (10 - oh, come alan moore!) e i classicissimi stivalozzi inconfondibili con le loro mega-borchione da androide zombie che va a sciare, i new rock o simili (11) - ah, e per darsi una espressiva tragica impallidita, una inevitabile bottarella di farina sul faccione ebete (12).


Malvestita #308 - Punkabbestia love

Seguendo scrupolosamente da buona malva-documentarista le norme superquarkiane di non-interferenza ecologica (ero surgelata sottoforma di stalagmite in un angolo buio di strada), ho potuto ammirare dal vivo quel miracolo naturalistico che sono le fasi preliminari di un tenerissimo corteggiamento fricchetton-malvestito. Eccovene uno stringato resoconto.

La femmina di specie Arte Povera in ricognizione solitaria si avvicina con una certa decisione al maschio di specie Punkabbestia, dedito in quel mentre ad attività di tipo sostentario-igienico-intrattenitive, vale a dire che contemporaneamente elemosinava monetine (1) sorseggiando birra discount herrfritz (2) strizzando e arrotolandosi i cappelli sporchi intorno alle dita; la femmina intraprendente rompe il ghiaccio utilizzando la tattica tipicamente arspauperistica della carezzina sul cadavere dell’animaletto pulcioso (3): “che carino come si chiama?” - al che il maschio un po’ scocciato ferma l’arrotolamento capellaro si stropiccia l’occhio incisposito con l’unghia lercia di verde smeraldo e grugnisce “u-uh ganja”, al che la femmina “oooh ganja ciao ganja eh eh” ridacchia, fiera d’aver colto la dotta citazione.

malvestita punkabbestia love

Il tappetino etnico da doccia XL reingegnerizzato in poncho (4), come del resto l’ex strofinaccio per piatti (5) e i jeans godzilliani che le ricoprono integralmente gli arti inferiori (6) rendono palese il carattere anarchico-sballone-raggamuffa dell’attrattiva esercitata sulla femmina artepovera dal maschio punkabbestia. Il corteggiamento procede: il maschio ostentando una calcolata indifferenza aperitiveggia con alcune prelibate molliche di schifezze e ricciolini di polvere pescati dal marciapiede, e la femmina allora osservandolo affascinata domanda piena di curiosità: “ah, sei vegano anche tu?” - lui, che ormai ce l’ha in pugno, si concede un secco “u-uh”.

Siamo ormai nel cuore del balletto preliminar-corteggiatorio: è il momento di verificare il che-c’abbiamo-in-comune, di scambiarsi importanti piccoli aneddoti di vita privata e sagaci pensierini sull’universo e tutto. E’ la femmina, che si sente frivola sobria artificiosamente-artepovera e forse un tantino troppo mughettata in confronto al maschio, è lei che vuole dimostrarsi all’altezza e saltella incessantemente da un argomento all’altro cercando nell’occhietto crostoloso e spiritato di lui un qualche luccichio di approvazione: gli argomenti fricchetton-malvestiti vanno dall’amore per il barbonismo più estremo “che coraggio ci vuole se avessi anche io il coraggio ah! l’anno scorso ho fatto a mano delle collanine con le graffette che trovavo per terra” alla meraviglia per quell’acconciatura così audace “che belli i rastini (7) ma li hai fatti apposta o ti sono venuti su così per il lercio sai sembrano le antenne di un marziano” alle dritte da massaia biologica “io non uso i detersivi normali che inquinano solo bicarbonato e limone che sono naturali” alla rivelazione anti-calzolaio “quando non fa freddo io vado sempre in giro scalza anche per strada mi sento libera scalza” - ed è evidente il brividino gioioso della femmina quando il maschio le concede un molto interessato “u-uh”.

Ho dovuto interrompere ahimé durante la fase subito successiva del “a proposito scusa non è che c’hai du spiccioli”, quando il maschio s’è voltato a guardarmi con una strana smorfia cattiva tipo diarrea fulminante che ho interpretato come Sospetto e allora ho temuto che la mia copertura fosse saltata, già mi vedevo fare la fine di Steve Irwin, poi per fortuna il maschio pacifico se n’è tornato a contare le righe sul poncho di lei, “u-uh” - io, in ogni caso, mi sono scongelata e sono filata via.


Tremila bimbominkia!

Non è che voglio mettervi ansia ma dovete sapere che ci sono intere regioni di questo blog che c’hanno la bandierina che sventola e tutto un mega-contingente di carroarmatini bimbominkia dominanti - per esempio il post sui take that, che ormai lo chiamano “il nostro forum” - continuano ad aggiungersi rinforzi e rinforzi bimbominkia che già premono minacciosi ai confini e io mi sento come il giocatore di risiko che gli fregano una carta alla volta finché poi alla fine gli rimane solo un dadino blu e lo stupido accerchiatissimo Kamchakta.

Ieri, nel cuore dell’area cinquantuno delle forze bimbominkia, l’inaccessibile post sui tokio hotel, s’è superata la quota dei tremila commenti (è stata Idraelen a raggiungere la vetta - e senza ossigeno, in solitaria!), una quota terribile che ben dimostra la natura disumana dei nostri nemici (solo dei selvaggi cannibali senza dio possono forumizzare una pagina che a ricaricarsi ci mette un quarto d’ora), per cui ho pensato di dedicare al tragico evento questo piccolo post: gruppo di bimbominkia super-in-tiro nel bel mezzo di una riunione sabato pomeridiana.

tremila bimbominkia!

Il disegno m’ha stremata dunque sarò breve nella descrizione, partiamo da sinistra. (Siparietto romantico-bimbominkia) bimbominkia maschio seduce con cappellino sdrucito (1) zippo tarocco (2) e calzino-portadolci-della-befana la bimbominkia femmina con borsa classicissima emily the strange (3) mèches evidenziatore (4 - manicure pendantizzata) e canottierona moscia con fantasia ad alfabeto cuneiforme. Poi: emo-ciuffo laccato (5), doppia catenozza e stivalone robzombie che va a sciare (6); scozzesume con spille da balia finto-punk avril lavigne (7) e cinturozza borchiata larghissima a mo’ di hula hoop (8); manette che ornano la tracolla (9), due chili di peluche e gadget vari appesi (10); felpona marca nirvana (ah no, non era una marca di magliette?) e occhialoni paris hilton (11); frisettatura schiarita del ciuffo davanti (12), ciocche sul cucuzzolo durissime sparate per aria (13 - ancora sanguinolente dell’ultimo piccione infilzato), borsetta quadrata nightmare before christmas (14), gonna a balze rosa leopardata con rifiniture pellacee lucide (15) e felpona balloonara (16); scaldamuscoli (17 - ricavato dal pantalone stesso - basta tagliarlo a metà e lasciar cadere il pezzo di sotto) e rosario di dadini da specchietto retrovisore (18).


Malvageddon #24
La genìa delle tshirt spaghetti mmerigani vintage

Sappiamo già che i produttori di magliettacce mono-cretinata [1] sono la muffa pelosa viscida e schifosetta che si riproduce allegramente nel luridume analfabeta delle più squallide periferie dell’universo malvestito: ne spuntano ovunque senza sosta, campano qualche mese caccheggiando ridicole pubblicità televisivo-rotocalchiche [2], magliettizzano un paio di vipparoli scarsi ma di quelli scarsi veramente e poi alla fine spariscono così, flop! nel nulla - salvo poi ripresentarsi verginelli con un nuovo nome e un nuovo marchio poco tempo dopo, felici di reinvestire sugli stessi vipparoli scarsi e sulle stesse ridicole pubblicità.

Capita spesso che nascano delle vere e proprie famiglie di marchi malva-tiscertari che approfittano tutti insieme di un’unica miserrimma micro-ideuzza, un spunticino qualsiasi da cui deriva uno sconfinato esercito di cloni. E’ successo con Monella Vagabonda & Figlie (mono-cretinata: l’animaletto e/o l’oggettino antropomorfo tenerello col nome sbiruleggiante [3]), sta succedendo coi marchi ipermalvestiti che proliferano ultimamente, ispirati tutti quanti al medesimo scombussolato modello dell’italo-mmerigano da filmetto spaghetti vintage con implicazioni più o meno marcate che riguardano lo spaccio la mafia la discoteca la violenza il vandalismo le scemate poliziottesche la spacconeria gratuita - esaminiamone qualcuno nel dettaglio.

joe rivetto, il re del trendy spaghetti mmerigani vintageIl primo della serie, l’innocente adamo ed eva, l’ideale progenitore di tutto il triste ambaradan del genere spaghetti mmerigani vintage, credo sia stato Frankie Morello: non c’entra granché con le altre marcacce usa-e-getta perché Frankie Morello si occupa più o meno di abbigliamento “vero” (passatemi il termine), fa collezioni complete e non solo magliettine da copisteria col logo-simboletto (non ce l’ha neanche, un logo-simboletto) da incollare ogni dieci centimetri quadrati di polivinilcloruro cinese; ma d’altra parte il suo nome da ristorantino little italy, così come del resto la fiction-storiella del marchio, creato da due italiani wannabe cosmopolitan-newyorkesi (frankie è un cane italiano immigrato in america: il padre clandestino è stato rispedito in italia, lui è solo in terra straniera che aspetta la partenza dalla sicilia della promessa sposa cagnetta, carmela), son state di sicuro le scariche elettriche che zappando ripetutamente il malva-brodo primordiale hanno dato vita alle originarie molecole di idiozia spaghetti mmerigani vintage.

Nasce così Joe Rivetto, che è ad oggi la marca leader delle suggestioni “anni settanta centrifugati in un video trendy di Mtv” (ne abbiamo già parlato, ricordate? malva 248): la scrittona cicciosetta dai credits di austin powers e il logo di marrabbio imparruccato afro basettoni e occhiali a goccia che ha lanciato la moda del faccione stencilizzato da graffitaro cittadino; nasce così anche Fred Mello, che c’ha il logo ricalcato sugli stereotipi grafici da college mmerigano, la data in bella vista 1982 (wow, retrò!) che richiama the very glorious yuppies age e la scrittona “established in new york city” la cui provincialotta pretenziosità è sputtanata e ha un effetto comicissimo in homepage, quando leggi poco sotto “padana superiore, cernusco sul naviglio”.

frankie garage, enrico montesano che imita hulk hoganE poi quel capolavoro malvestito che è Frankie Garage: il nome che rivela chiaramente il suo debito frankiemorelliano, il logo chiaramente scopiazzato da Joe Rivetto (ma Joe è molto più raffinato come tipo, frankie è piuttosto un trucido matto alla hulk hogan - o meglio, enrico montesano che imita hulk hogan: nasone grosso, basette mammut, baffoni vichinghi, occhialozzi da discotecaro ipertamarro), gli slogan macchine alcool pupe che sono tanto simpatici e irriverenti. Per dire del suo enorme successo (strano però, mi segnalano che a Roma è pieno di autobus brandizzati Frankie Garage) sul sito c’è una sezione che si chiama “Frankie’s Friends”: compri una cosa di Frankie Garage, ti fai la foto e gliela mandi (si sono messi d’impegno a scattare foto che sembrassero vere, di gente vera, non è che ci sono riusciti tanto bene); c’è una sezione direi identica nel sito di Joe Rivetto, solo che qui le foto sembrano quasi vere, incredibile (sarà che non è necessario fotografarsi con qualcosa di JR indosso, basta un pezzo di carta).

frankie garage, enrico montesano che imita hulk hoganE poi da non crederci c’è persino di meglio, Joe Marmellata (”moda per… quei bravi ragazzi”), un miracolo malvestito a tutti gli effetti: la scopiazzatura di Joe Rivetto è palese, il faccione stampato sulle magliette è a colori e non stencilizzato, ma il capello afro e gli occhialoni a goccia non mentono. E’ evidente dunque che dal punto di vista strettamente vestiario Joe Marmellata è un semplice banale caso di clonaggio [4]; è invece nella fiction-storiella del personaggio - progettata da un vero genio del crimine che ha operato una fusione nucleare di elementi malvestiti per riscuotere consenso dalle più varie frange della popolazione di coattolandia - è là che troviamo alcune malva-prelibatezze davvero superstraordinarie. Joe Marmellata è una specie di mezzo gangster scagnozzo del boss (per i coattoni bulli mafia style), ma è pure un nero che gioca a basket e fa musica rap (per i coattoni hippoppari), s’acchitta come John Travolta in saturday night fever (per i coattoni disco vintage) e si ossigena i capelli (per i coattoni io-sono-originale), il grosso della sua carriera malavitosa si svolge tra i 13 e i 17 anni (l’utenza è pur sempre quella, pischelli idiotini undersedici): nel sito, “la vita di Joe”, potete leggervi la sua biografia (abbassate le casse ché lo speaker finto siculo è un impulso assassino). joe marmellata se te lo spruzzi fa Le cose più divertenti sono: 1) Joe che si chiama così, Marmellata, perché lui “consuma chili di marmellata”, un mmeriganismo ingenuotto da quartiere popolare anni cinquanta “marmellata, latte, mostarda” (del resto la cameretta di Joe, come si vede nel filmatino, è uguale a quella di Nando, piena di gagliardetti I love NY); 2) Joe che a un certo punto della storia, dopo che c’hanno raccontato di sparatorie e avventure pericolosissime di tutti i tipi, si scopre di punto in bianco che è un megaobeso (e subito, come lo scopri, ti dicono che è riuscito a dimagrire cinquanta chili - quale categoria di coattoni volessero sedurre con questo particolare non l’ho capito, gli ex ciccioni fanatici di pesi e steroidi forse, boh); 3) la pubblicità del profumo di Joe Marmellata qui a sinistra, in-su-pe-ra-bi-le, che si chiama “Bronx” dove “Bronx” però è anche un’onomatopea, “Bronx” è il rumore che fa il deodorante quando te lo spruzzi.

Infine, sempre a proposito di malva-marche che tentano di cavalcare la medesima tendenza vintage anni settanta un po’ bulla e stronzettina io-sono-originale anticonformista (in questo senso sì c’è una parentela, seppure no non c’entra niente con la famiglia dei faccioni spaghetti-mmeriganici) vorrei sottoporvi la neonata malvestitissima Arancia Meccanica (sito - non vi dico le decine di segnalazioni). arancia meccanica ma c'è sempre il drugo astemio che ci riporta a casa sani e salviLo sfoggio di ultraviolenza è ovviamente molto annacquato per non scatenare le ire delle associazioni moigesche (le magliette c’hanno su dei disegni osceni, Alex e i drughi che diventano inoffensive superchicche manga con gli occhioni luccicosi grossi così): si parla di “ragazzate”, “Alex e i suoi compagni teppistelli” e ci tengono a sottolineare che “Arancia Meccanica non vuole dare un cattivo esempio di vita; ma in fondo ognuno di noi è stato almeno una volta ragazzaccio di strada”, e nell’animazione flash iniziale, per favore, gustatevi che spettacolosa giravolta di ipocrita paraculite da pubblicità progresso: i cinque drughi [5] entrano nel bar (ai manichini hanno messo le mutande, che ridere) e ordinano “Latte +” il primo “Latte +” il secondo “Latte +” il terzo “Latte +” il quarto e poi l’ultimo “A me solo latte senza +… stasera tocca a me riportarvi a casa sani e salvi”. Stupendo! E che dire della pischelletta che, in un forum, si intromette nella discussione kubrickiana ed esclama con gran candore e tanto di faccine perplesse auto-martellantesi “ma arancia meccanica nn era una marca d vestiti o qualcosa del genere??????”

[1] mono-cretinata perché basta una singola minuscola cretinata e ci si costruisce su un’itera azienducola malvestita: la ranocchia zoppa? perfetta! stampate la ranocchia zoppa sopra un milione di magliette tutte uguali! uhm cos’altro… la foca miope? ottima! stampate due milioni di magliette con la foca miope! la chiameremo Oftalmofokyna!
[2] nei programmacci di maria defilippi e nelle riviste sandromayeriane vanno alla grandissima: dove trovino i soldi e cosa ci guadagnino, boh, resta un mistero
[3] il tutto disegnato da un bambino di sei anni con le mani legate dietro la schiena che tiene i pennarelli con la bocca, durante un terremoto
[4] eppure, chissà come, la Dollar Line (che è il nome sobrio sobrio dell’azienda proprietaria di JM) c’ha tanti soldi da sponsorizzare addirittura una squadra di calcio
[5] certo ne hanno aggiunto uno, ragazza, per sedurre malvestiti maschi e femmine - che intelligentoni


Eufemismo malvestito del millennio:
Carla Bruni Terminator

E’ buffo che tentino di sostituire quella parola là che in tivvì non si può dire con un altra che meglio s’adatta alla boccuccia virginale dei conduttori di questa o quella trasmissione pomerdiana [1]: “Carla Bruni nell’ambiente della moda era soprannominata Terminator” dicono, ridacchiando sotto i baffi - e ti viene il dubbio che in realtà sia una ingegnosa trovata criptico-enigmistica per fartelo capire: figurarsi se un branco di anoressiche ignorantelle e strafattone potrebbe mai raggiungere certi picchi di metaforica letterarietà [2], e poi la parola quella vera impronunciabile che pure lei comincia per T le sue altre quattro letterine dentro Terminator c’è l’ha tutte - provateci a indovinarla.

il salotto di carla bruni è proprio così vero veroNon voglio essere cattiva però ché a me Carla Bruni piace molto: mi piace che ad un certo punto quando s’è troppo anzianottizzata per sculettare in passerella ha avuto l’ideona di riciclarsi nell’unica maniera che conosce, posando per questo personaggio qui della cantautrice mollemente artistico-sofisticata che è rotondo pulito e perfettino come lo trovereste interpretato da una qualsiasi modella sul set fotografico di un giornaletto fashion-modaiolo, lo stilista che ha ordinato al fotografo un atmosfera poetico neoesistenzialista un po’ malinconico arruffata salotto buono parigino [3]. E a Carla le riesce così bene! Deve aver studiato e dev’essersi impegnata un sacco fin da piccina, perché questo suo dolce oscillar la testolina quadrata e gli occhietti cerbiattici che ammiccano di qua e di là ingenui e sognanti, questa sua fascinazione folk-afonica dalle melodie melenso-nostalgiche, le viene tutto benissimo accidenti - siamo al cospetto di una maestra malvestita di prima classe [4].

Mi piace molto vederla che performa scampoli del suo privato fatto d’artificiosa ovattata semplicità [5], con il sorrisone alla skeletor che si schiude quasi imbarazzato, il suo voler suggerire con ipocrita modestia una vita temprata da piaceri profondamente intellettuali. Questo video qui accanto per dire mi sembra esemplare, dateci un’occhiata: notate con quale suprema malva-abilità ha pendatizzato lo smalto delle unghie alla copertina del libricino; notate il negozietto vintage-chic con taaanti libri dappertutto e la Bruni in divisa baschettata che tra tutti quei libroni rarissimi contempla con grande attenzione un sussidiario di letteratura inglese da terza media (”ehi ma questo tizio calvo col caschetto era sull’insegna qua fuori!”); notate il calibratissimo disordine della scrivania e le foto rigorosamente b/n di grandi studiosi e artisti sulla parete (che poveretti sono come i soggetti dei quadri di Hogwarts, appena lei distoglie lo sguardo tentano di darsela a gambe); notate con quale folle convinzione intona il ferroviario Cic-Cicù-Cic-Cic-Cicù; notate il tour da cartolina lungo la Senna la torre Eiffel e la Citroën anni sessanta, la passeggiata sotto i ponti (”ammazza che puzza di piscio, ce n’abbiamo ancora per molto?”) e poi ancora la chitarrina bisbigliando con simulata timidezza quei tre quattro nomi che si ricorda dal sussidiario e così via carlabrunizzandosi fino ai mmmmh mmmmh finali delicatissimi con gli occhioni che ammiccano impazziti come radiofari.

Mi sorprende del resto quanta gente ci caschi [6] e si dichiari ammaliata dall’eterea seduttività di Carla Bruni: possibile che il suo piccolo personaggino non risenta del macignoso background sentimental-sessuale che si porta appresso? Capirei si trattasse di un semplice orgiastico multi-intreccio di incestuosità senza controllo da soap sudamericana [7] - il che aggiungerebbe quel nonsoché di trasgressività ninfomaniacale antimonogamica JulesetJim che ci sta sempre bene - ma la Bruni va oltre molto oltre, c’ha un curriculum di conquiste groupistiche davvero da far venire i brividi, roba che quasi quasi fa mangiare la polvere alla Gregoraci (ah be’ in effetti questa forse è un tantino azzardata, ma insomma, avete colto). Voglio dire, Donald Trump ed Emily Dickinson? Ah! Siamo seri.

secondo me altro che scarface, somiglia allo stallone iperbburinissimo di cobraPer quanto riguarda invece la sua ultima fiamma che dire, comprensibile ok ma lo stesso m’ha dato una mezza delusione Sarkozy (oh dicono tutti Scarface, uhm, a me ricorda lo Stallone di Cobra): che cavolo, sembrava tanto il tipo che da pischello si metteva coi bastoni chiodati ad aspettare i fricchettoni basco-muniti che s’andavano a comprare i sottoascella di Marcuse nelle librerie dell’usato - e invece no va be’, una mezza delusione, ok che ormai è un vecchiarello sbrodoloso e una ex topmodel è pur sempre una ex topmodel (avete visto che corpo? sembra nuovo); e poi va be’, dai, in fondo è divertente vedere l’afona artistucola che fa la concubina del capetto bburinone nel bel mezzo di una egitto-settimana vacanziera di gran poesia stile alpitour [8]. Ma sì dai, è stato divertente - è una tipa buffa Carla Bruni.

[1] ah questa m’è venuta oggi mentre facevo la pupù - all rights reserved
[2] Terminator alla Bruni gliel’ha appiccicato Justine Lévy (che della foga terminizzatrice della Bruni è stata vittima) nel suo Niente di Grave
[3] la copertina di No Promises, che è quella foto là sopra, racconta la Bruni che è casa sua proprio così vera vera (clic per un jpg più grosso): “il fotografo m’ha detto di lasciare il salotto così com’è, di non toccare niente”
[4] c’è un video della Bruni che fuma che è un capolavoro malvestito, questo qui - ah e a proposito, della Bruni ne abbiamo parlato anche sul forum
[5] immagino si possa in qualche modo ricollegare, dal punto di vista della storia della filosofia occidentale, al classico concetto barbarapalombelliano “the eleganz is in the semplicity” (”but with profondity too”)
[6] qui invece trovate l’intervista che le ha fatto quell’eunuco di fabio fazio
[7] peccato che la Bruni non sia nata una decina d’anni prima, mi sarebbe piaciuto vederla limonare col Sartre settantenne
[8] incrociamo le dita che pare possa venirne fuori una tendenza malvestita di quelle toste: la topmodel bollitona che non sa più cosa inventarsi poveretta, che di menare le cameriere e sturarsi gli squallidoni s’è stufata, e allora passa ai capi di stato (ah sì, parlo di Naomi e Chavez)