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Malvageddon #26 Daniela Santanchè presidente delle malvestite
Il mascherone piatto e quadrato di plasticazza lucida stiracchiata insieme al parruccone sintetico stoppaccioso e fonatissimo da barbie (finalmente! dopo ken, shelley, il cane toby la roulotte e l’amica negra: la nonna di barbie!), quella sua boccona rossa informe tipo medusa spiaggiata morente, il truccazzo orrorifico-ittiano, i vestiti appariscenti coattissimi da cubista in pensione e gli atteggiamenti prepotenti qualunquistici e subculturali da volgare e arrogante cafoncella arricchita: mi sembrava che il colpo d’occhio fosse già sufficiente a nominare così su due piedi Daniela Santanchè candidata premier non solo dei postpostfascisti furbetti e maneggioni alla storace, ma direi anche e soprattutto dell’universo malvestito nel suo insieme; poi però ho fatto un giretto sul sito ufficiale, qui (Daniela Santanchè Story, come nei video commemorativi di Uomini e Donne), e mi sono letta di come Daniela in persona racconta certi episodi della sua tumultuosa e interessantissima esistenza (vedrete: quale incredibile, meravigliosa odissea malvestita!) e dunque mi sono detta che questa cosa di cui parliamo oggi, se ce n’era bisogno (e non ce n’era), spazza via ogni più piccolo minimo dubbio: Daniela Santanchè candidata premier delle malvestite, accipicchia, se lo stramerita.
Già dai suoi primissimi ricordi d’infanzia si capisce che Daniela Santanchè era una predestinata, dimostrava delle eccezionali malva-potenzialità per niente comuni: sua sorella, che era una bimbetta dalle normali inclinazioni malvestitine, era felice di giochicchiare con la casuccia delle bambole e le piaceva tanto vestirle pettinarle fargli prendere il tè e via dicendo, le solite cose, mentre invece Daniela si scocciava con le bambole e preferiva fare (a cinque anni, ci pensate? che incredibile precocità!) “la parte di quella povera e abbandonata, lasciata dal marito, che viveva in una soffitta e aveva tre figli”; grazie ai suoi più lontani ricordi è anche possibile spiegare gli scempi scarpari tipici del suo malva-equipaggiamento adulto, che sono la diretta conseguenza di un penoso episodio di maltrattamento infantile, “Il castigo peggiore era quando venivo chiusa al buio nello sgabuzzino. Stavo lì, con tutti quegli scaffali pieni di scarpe, che non so più quante volte ho contato. Ero morta di paura, con il buio, le scarpe diventavano fantasmi“; e certo il suo basso quoziente d’intelligenza l’ha aiutata non poco a intraprendere senza timore la strada che porta al lato oscuro del malvestitismo, “Non ero brava a scuola. Alle elementari mia mamma andava a parlare con i professori dei miei fratelli e le dicevano: due ragazzi intelligentissimi, ma non hanno la volontà, non si applicano. Poi andava a parlare con i miei professori e le dicevano: Daniela ha una volontà, un’applicazione! Ce la mette tutta!”.
In fondo si capisce, non è che i genitori fossero precisamente dei modelli ad alta concentrazione di collegamenti sinaptici, al contrario. Quando Daniela adolescente ambiziosa ma con le idee un tantinello confuse (”A diciassette anni volevo fare il ministro del tesoro. Nella vita è molto importante non essere un numero. Io volevo essere io: Daniela Santanchè e non Brambilla Mario Rossi… cioè, è noto che uno che fa il ministro del tesoro non è un cretino”) un bel giorno dice al daddy che vuole iscriversi a scienze politiche e lui incavolatissimo sbotta “allora sei una brigatista!” e Daniela poverina in difficoltà non sapendo cosa e come obbiettare (ah ce l’ho presente, la testa piena di scimmiette ballerine!) “quando mi ha detto che ero una brigatista, allora lì mi è crollato il mondo”: eh ma Daniela era una giovane così libera e anticonformista, è comprensibile che il papi (riccastro industrialotto di cuneo) si facesse delle strane idee, “Ero una ribelle. Non accettavo le regole della famiglia, il conformismo. Volevo fare sempre il contrario di tutto: andavo sui pattini a rotelle, una cosa per cui mio padre diventava pazzo”, come anche a diciotto anni quando tutti i rampolli della famiglie bbene del vicinato avevano in regalo una “A112 Elegant”, lei invece con rivoluzionaria determinazione pretese la “Renault due cavalli, una macchina libera, la macchina dei figli dei fiori! Fu una tragedia!”.
Alla fine Daniela ci si iscrive lo stesso a scienze politiche, e però il papi cocciuto non vuole darle i soldi necessari ed è una cosa di cui lei va molto fiera, d’essere riuscita con le sue sole forze a mantenersi (farci la figura della frivola scemina viziatissima pare brutto, se vuoi capeggiare branchi di fascistoni moralizzatori che inneggiano al mutuo sociale boicottando il grande fratello): questa parte qui della sua vita da studentessa lavoratrice è davvero commovente, Daniela ha faticato e sudato moltissimo, “ho fatto la dog-sitter di tre cani di una vicina che portavo al parco tutte le mattine e tutte le sere alle otto” e poi la notte quando non dormiva nel suo appartamento in centro (”mi ero rifiutata di fare come le altre mie amiche che si erano messe in due o tre nella stessa casa, io volevo stare da sola”: qui effettivamente sarebbe meglio se qualcuno le spiegasse che le studentesse si mettono assieme per risparmiare, mica altro - giusto per non far perdere veridicità alla storiella, sarebbe un peccato), di notte faceva “le collanine, che andavano tanto di moda in quel periodo. Quando non dormivo, perché avevo paura dei ladri, allora infilavo le palline e le perline”, ma non basta, Daniela era una vera lavoratrice instancabile, non si fermava mai, faceva anche il “door-to-door per portare le cose… [non si sa bene “cosa”: anche qui magari sarebbe meglio che qualcuno le suggerisca “cosa” portava] e la cameriera al bar, dove però lavoravo solo due ore: avevo il mio grembiulino e servivo ai tavoli” (ah il grembiulino! l’elemento irrilevante ma essenziale che serve a dare consistenza al racconto: brava), davvero una donna che si è fatta da sola Daniela, si pagava gli studi (e trovava il tempo per i libri: “all’Università ero pure brava, perché studiavo…”), l’affitto, i pasti (”Con i miei che non mi davano soldi mica potevo andare a fare la spesa e comprarmi quello che volevo: vivevo a cappuccini e brioche“) e dopo pochi mesi s’era pure comprata una seconda macchina, “la Mini Clubman, color panna con le righe marroncine, la macchina più di moda in assoluto a quei tempi”. Meno male che tutta sta gran faticaccia è andata avanti un anno appena (oh, intensissimo!): a ventanni infatti Daniela conosce il suo principe azzurro.
E’ il signor dottor Paolo Santanchè, chirurgo estetico ben impaccato di origini nobili, trentacinquenne, a cui Daniela si rivolge per dare una drastica ritoccata al nasone gobbo (operazione che s’è ovviamente finanziata in proprio facendo pure - tiè - “la modellina per Enrico Coveri che cercava ragazze da far sfilare nello show-room”); passa un po’ di tempo (quanto basta a togliersi le bende per sfoggiare l’insulso sgorbietto affilato con le narici a cuoricino) e Daniela porta dal dottor Santanchè “un’amica che si vuole rifare anche lei il naso, ed è lì che è scoppiato l’amore!”: pochi mesi e i due piccioncini decidono di sposarsi, ma Daniela all’ultimo momento si sente soffocare (che emozione, la parentesi Runaway bride! “Ma come faccio, ho ventanni e mi impegno per tutta la vita? Nella buona e nella cattiva sorte? E se magari, tra un po’, lui non mi piace più?”), un momento appena e le passa, tutto va alla grandissima, un matrimonio pomposamente bombonieristico come nelle migliori favolette bburine, “Mi ricordo l’ingresso in questa chiesa fantastica, il quartetto d’archi, l’Ave Maria di Schubert“.
Sono anni travolgenti quelli che aspettano Daniela, gli anni che l’hanno portata dov’è oggi, candidata premier: “conoscevo un sacco di gente, ero la più giovane di tutte, molto corteggiata da tutti, sempre in prima fila alle sfilate di moda”; il lavoro da cassiera per il marito era molto gratificante, “facevo il campionario, gestivo gli studi e le cliniche, tenevo la contabilità, incassavo i soldi”, Daniela è una donna così brillante e insostituibile che quando decide di confessare al marito il suo amore per un altro uomo (uno con dei “valori”: “Questo, mi sono detta, è un uomo che mi parla di cose [ancora delle non meglio identificate “cose”, non mi ci raccapezzo], non di sala operatoria, venti milioni, trenta milioni, il giornale, le fotografie, la festa, Hollywood, Cannes”) Daniela è distrutta al solo pensiero della separazione, sa bene quanto possa valere una gran donna come lei nella vita di un uomo, “Come farà senza di me? E’ un chirurgo eccezionale, ma non ha idea di come si paghi una fattura, non sa neppure cos’è l’Iva…”, e com’era prevedibile il marito straziato dal dolore della perdita ha un’ultima drammatica richiesta da farle: “Ah, va bene. Però ti chiedo solo una cosa. Potresti, prima di andare via, organizzare la festa dell’undici di agosto in Sardegna?”.
E credo sia giusto terminare così, con questa splendida citazione del dottor Santanchè che insomma mi sembra dia un quadro così perfettamente sintetico del personaggio, non avrei saputo immaginare di meglio. Vorrei aggiungere una cosina soltanto, come facevo sempre alla fine dei miei temini a scuola, una nota di positività e speranza - perché ok sono molto contenta che al gruppone delle fascio-bburinone s’è aggiunta Paola Ferrari (o almeno ciò che resta del suo corpo imbalsamato, che il marito riccone continua a portarsi appresso ovunque in grande stile weekend con il morto) - è tutto molto squallido e malvestito, ok, però io sogno qualcosina di più forte ancora, uno scontro al vertice Santanchè vs Michela Vittoria Brambilla, ohoh sì che goduria sarebbe! e chissà se un giorno prima o poi, tra qualche anno magari, be’ incrociamo le dita.
di Betty Moore Collezione: malvageddon, semo bburini, very important malvestite 208 Commenti
Malvageddon #25 - Sanremo 2008
Il festival di sanremo è un programma primaserata rai come ce ne sono tanti, la solita prevedibile pappetta brutta stupida incompetente e pallosissima a livelli cosmici - con quella sua tipica dosuccia fuori luogo di stucchevole pretenziosità provincialotta tvsorrisiecanzoni ogni volta sempre uguale (”quest’anno finalmente al passo coi tempi, il vero festival della musica italiana!”) - io lo guardo nella speranza del tuffo suicida di uno spettatore dalla piccionaia, e sarebbe pure ora (dopo il flop di quel tentativo là - che delusione - sogno una scena con Baudo che si sporge di sotto reggendo il suicida sospeso per mano e gli urla disperato “non mollare! non mollare!” ma piano piano la pelle mummificata di Baudo si strappa si strappa si strappa e via, giù!).
Accanto a Indiana Pipps Baudo (azzeccatissimo il tentativo ringiovanente della biografia sul sito sanremiano, che raggiunge toni di altissimo pathos epico-avventuroso: “Il giorno prima della seduta di laurea va ad Erice a presentare il concorso di bellezza Miss Sicilia per poi ripartire all’alba, su un camioncino, sdraiato tra frutta e verdura, e arrivare a Catania appena in tempo.”) una valletta (ah no, pardon: “co-conduttrice”) che si chiama Bianca Guaccero, attrice sciapina col faccione banale e già-visto da comparsotta fictionaria (quante ce ne sono così, spiccicate? cosa sono, cloni?), al suo attivo lo strepitoso titolo di “Miss Bitonto” - c’ha la paginetta sul sito che è praticamente il riassunto del blog di una quindicenne logorroica iper-egocentrica che ci racconta della sua vita simpatichetta e frizzantina, di come venne ingaggiata come protagonista (Terra bruciata) al suo primo provino e senza esperienza recitativa “mi dissi che avrei puntato sulla spontaneità, senza gli artifizi della tecnica”, di quanto ha capito tutto del mestiere della reggimicrofono scosciata con tette e dentierone struccazzato in bella mostra “è la voglia di interagire con il pubblico che mi spinge ad andare avanti… e la magia più grande è stata vedere che qualcuno si commuoveva o sorrideva grazie ad una mia emozione”.
Ci sono sempre un mucchio di persone intelligenti che lavorano a sanremo. Per esempio dietro le quinte c’è un autore, Riccardo Cassini, che c’ha un cv di una sboronaggine che lascia di stucco (”I suoi linguaggi maccheronici, magnificati da Gian Carlo Oli, vengono studiati alla Sorbona di Parigi, citati dal New Yorker”): immagino sia il cervello (diciamo così) incaricato di dare al festival una parvenza di ritmo divertente ahah umoristico, peccato che lui sia il prototipo di quella odiosa comicità sciatta volgarotta facilmente doppiosensistica da diariuccio delle elementari che non fa ridere ma ti viene voglia di coprirti gli occhi per l’imbarazzo (e buttarti dalla piccionaia dell’Ariston - prima o poi, appunto) - non a caso è tra gli autori di zelig e colorado cafè, anche - per cui insomma ricordiamo qualche sua magnifica trovata (”Il libro Nutella Nutellae, sua opera d’esordio, è un caso letterario senza precedenti: vende un milione e mezzo di copie e resta in classifica tra i best sellers per quattro anni consecutivi”):
“Jean Jacques Dormì Jean Jacques Russò.”
“Nell’antico medioevo lo schiavo al volante era il servosterzo.”
“La mia entrata in teatro è molto bella perché ci sono 150 trombe che squillano alla mia destra e 150 squillo che trombano alla mia sinistra.”
“Le donne fanno meno errori: infatti possono fare le stesse cose degli uomini, ma senza fallo.”
“Perché per comunicarsi vicino Roma ci vuole il nulla Ostia?”
Anche nelle commissioni giudicanti, siccome la musica è la cosa più importante di tutte, è pieno di gente di qualità. Per esempio nella commissione giovani ci stanno un certo Bruno Biriaco (che si bulla di essere un jazzista d’avanguardia ma non solo, ha pure composto la sigla di importanti trasmissioni televisive tra cui spicca certamente “Io Jane tu Tarzan” - uh?), Stefano Mainetti (una specie di Roger Waters ciellino che è il genio responsabile di questa roba qua, discorso e preghiera di papa wojtyla su musica che non saprei come definire, un po’ neoromanticismo, un po’ world music, un po’ ascensore) e Mariolina Simone (ex viggèi che insomma, be’, basta dare un’occhiata alla sua foto).
Vediamo invece qualcosina tra i giovani artisti, ehm.
Ci sono i Melody Fall che sono la fotocopia brufolosa con troppa lacca dei Finley, cantano in inglese e c’hanno i nomi moccizzati, Mark Dave Pier e Fabry (il povero sfigato che non c’ha la variante inglese del nome e ha optato per l’abbreviazione da terza media con y finale). Cosa dicono di se stessi: il cantante ci fa quello dai gusti adulti e sofisticati, dice che è cresciuto a led zeppelin zappa e beethoven poi però confessa candidamente che la sua musica preferita è il pop-punk e il concerto più importante della sua vita è stato quello dei blink182; meglio ancora il bassista, che dice di leggere Blake Kerouak Sartre e d’essere stato allevato a pane e jazz, ma che ha scoperto la luce ascoltando una canzone dei blink182 (oh accipicchia i blink182 avrebbero fatto cambiare idea a Bach, persino!). E infatti è puro beat-esistenzialismo il testo di una delle loro canzoncine più famose, “I’m so Jerk I’m so Cadillac I’m so Loser I’m so Maniac I’m so Nerd I’m so Brilliant I’m so Wrong and I’m so genius I’m so me” (”I’m so Cadillac” però non è male). C’hanno il Myspace dove definiscono la loro musica “punk pop alternativo”, qualche migliaio di contatti a forza di spam, e c’hanno pure già un paio di carampane; vanno a dire in giro che sono molto famosi all’estero e fanno le tournee in Giappone: u-uh, “E’ tutto molto diverso, soprattutto la mentalità, in giappone alla fine di un pezzo stanno tutti zitti e immobili, stanno fermi, ti guardano fisso e aspettano che tu suoni, si può dire che sono molto educati” ma no, non è una questione di mentalità, è questione di quando non ti cagano perché sei uno sconosciuto che fa tre date farlocche (probabilmente ad ingresso gratuito) organizzate dalla casa discografica giusto perché così “hai fatto il tour in Giappone”.
Ci sono i due fratellini (non gemelli, ahimé, niente twincest) Sonohra, che in molti considerano gli eredi italiani dei Tokio Hotel: il nome, spiegano (ripetendo a memoria la storiella che gli ha raccontato il discografico fricchettone), “contiene molteplici significati: si chiama Sonora il deserto che confina con lo stato della California, rimanda al concetto della musica senza discriminazioni e se si pronuncia con stretta assonanza, significa “suono ora””. Sono un riciclo del classico schemino pop-giovanil-melodico alla backstreet boys, lovesongs chitarrine col ritmo gentile controcanto di terza e batteria finta, concedetegli sto poster centrale di KissMe e terminateli.
I Frank Head invece funzionano sull’io-sono-originalismo finto-tossicone, quello del gilet leopardato più codino finto spettinato su stempiatura galoppante del tizio col muso uuuh-irriverente che capeggia il gruppetto in foto. Della loro biografia c’è da apprezzare anzitutto l’intro, “Chi è FrankHead? FrankHead Siamo IO!” e più avanti “i testi, delle piccole pillole di cianuro ricoperte di miele da ingoiare tutte d’un fiato. FrankHead è tutto ciò che avresti voluto dire e non hai detto mai, tutto ciò che avresti voluto ascoltare eppure era lì accanto a te ma tu non lo sentivi, FrankHead eri tu e non lo sapevi”. Ci sono anche i due mediocrissimi “figli d’arte”, Francesco Rapetti figlio di Mogol e Daniele Battaglia, il successore di Francesco Facchinetti (io, fossi un pargolo Pooh, prenderei in considerazione come nome d’arte “Spoohto”, che mi sembra perfetto): il primo poverino fa quasi tenerezza quando nella sua bio parla della laurea con lode per affermare il suo status di “artista completo” che “si è conquistato un’indipendenza” e “non si culla sul nome del padre Mogol”; il secondo invece, già solo per il fatto che è iscritto al dams e perché fa parte del team di radio italia solo triste musica italiana, insomma, ecco.
Ci sono quelli che non importa come va, loro sono già dei veri artistoni affermati nel cuore: come Giua che canta, dipinge, fa le collaborazione coi musicisti veri che suonano gli strumenti veri (una cosa che si chiama violoncello, ci credereste?), oppure Valerio Sanzotta filologo classico (oh ma dev’esserci da qualche parte la sede del club dei filologi sanremesi, presieduto da Niccolò Fabi) che al barbiere gli porta le foto di Bob Dylan e gli dice “me li faccia ricciolini così”. Poi c’è il pischellino Jacopo Troiani, sedicenne, che tra tutti mi sa che è il mio preferito, non ha ancora imparato l’arte della pomposità malvestita e ingenuotto scrive “la passione per la musica, ed il canto in particolare, si manifesta già all’età di 6 anni quando, insieme al fratello maggiore inizia a cimentarsi al karaoke casalingo”.
Ah e non è che potevano farsi mancare la parentesi vomitevole sull’ipocrita celebrazione patriottarda quanto sono belle e utili le “missioni di pace”, quanto sono bravi belli eroici e superdotati i soldatini italiani, quanto siamo fieri che ci siano delle canzoni che parlano di argomenti così veri e commoventi alla faccia di chi dice che a sanremo solo canzonette blablabla, ed ecco allora il cantante che viene dall’esercito e sicuro vincitore di qualche premietto puzzolente Rosario Morisco: “Il suo progetto discografico, viaggia tra le corde del reportage/testo verità, dai luoghi di guerra, per passare, soprattutto, attraverso i sentimenti e le emozioni di vita reale e comune, vissute da un giovane trentenne” - io dico un paio di standing ovation, Baudo che fa la tiritera a petto gonfio con la lacrimuccia, e - tiè - premio della critica.
Dei cosiddetti Big non è che ci sia molto da dire. A parte le solite vecchie ciofeche giustamente mortificate dal mercato discografico che per magia riacquistano vita a Sanremo, vediamo, c’è il ridicolo baffetto (più sciarpa più capello spettinato) ergo sum Sergio Cammariere (ficco un paio di blue notes per dare una camuffatura jazz alle mie caccoline neomelodiche), c’è quell’altro panzetta e occhialone nerdoso ergo sum Frankie Hi NRG, c’è la io-non-sono-orginale-sono-pazza Loredana Bertè, gli incommentabili festivalbaristi Finley Meneguzzi Grignani, Anna Tatangelo che punta sull’amore omosessuale per battere il soldato Morisco in fatto di patetico civil-sentimentalismo (”siamo figli dello stesso dio l’amore non ha sesso”) - e poi due tizi che non ho idea di chi siano: Giò di Tonno e Lola Ponce. Chi? Cosa? Eh? Lui è stato il primo Quasimodo del patetico e vergognoso riadattamento musical di Cocciante; la biografia di lei invece è tutta un tripudio di “grandissima” “talentuosissima” “bravissima” “eccezionale successo” “sacro fuoco dell’arte”, ma poi però si scopre che la cosa più ganza che abbia mai fatto è la protagonista di una soap sudamericana (sul serio: la soap si intitola ”Sin Codigo”). Ho capito: i due emeriti iper-sconosciutissimi che poi se gli dice bene, chissà, si fanno una decina di sanremo uno dietro l’altro e potranno entrare di diritto nella categoria “vecchie ciofeche magicamente resuscitate”.
di Betty Moore Collezione: malvageddon, very important malvestite 95 Commenti
Malvageddon #24 La genìa delle tshirt spaghetti mmerigani vintage
Sappiamo già che i produttori di magliettacce mono-cretinata [1] sono la muffa pelosa viscida e schifosetta che si riproduce allegramente nel luridume analfabeta delle più squallide periferie dell’universo malvestito: ne spuntano ovunque senza sosta, campano qualche mese caccheggiando ridicole pubblicità televisivo-rotocalchiche [2], magliettizzano un paio di vipparoli scarsi ma di quelli scarsi veramente e poi alla fine spariscono così, flop! nel nulla - salvo poi ripresentarsi verginelli con un nuovo nome e un nuovo marchio poco tempo dopo, felici di reinvestire sugli stessi vipparoli scarsi e sulle stesse ridicole pubblicità.
Capita spesso che nascano delle vere e proprie famiglie di marchi malva-tiscertari che approfittano tutti insieme di un’unica miserrimma micro-ideuzza, un spunticino qualsiasi da cui deriva uno sconfinato esercito di cloni. E’ successo con Monella Vagabonda & Figlie (mono-cretinata: l’animaletto e/o l’oggettino antropomorfo tenerello col nome sbiruleggiante [3]), sta succedendo coi marchi ipermalvestiti che proliferano ultimamente, ispirati tutti quanti al medesimo scombussolato modello dell’italo-mmerigano da filmetto spaghetti vintage con implicazioni più o meno marcate che riguardano lo spaccio la mafia la discoteca la violenza il vandalismo le scemate poliziottesche la spacconeria gratuita - esaminiamone qualcuno nel dettaglio.
Il primo della serie, l’innocente adamo ed eva, l’ideale progenitore di tutto il triste ambaradan del genere spaghetti mmerigani vintage, credo sia stato Frankie Morello: non c’entra granché con le altre marcacce usa-e-getta perché Frankie Morello si occupa più o meno di abbigliamento “vero” (passatemi il termine), fa collezioni complete e non solo magliettine da copisteria col logo-simboletto (non ce l’ha neanche, un logo-simboletto) da incollare ogni dieci centimetri quadrati di polivinilcloruro cinese; ma d’altra parte il suo nome da ristorantino little italy, così come del resto la fiction-storiella del marchio, creato da due italiani wannabe cosmopolitan-newyorkesi (frankie è un cane italiano immigrato in america: il padre clandestino è stato rispedito in italia, lui è solo in terra straniera che aspetta la partenza dalla sicilia della promessa sposa cagnetta, carmela), son state di sicuro le scariche elettriche che zappando ripetutamente il malva-brodo primordiale hanno dato vita alle originarie molecole di idiozia spaghetti mmerigani vintage.
Nasce così Joe Rivetto, che è ad oggi la marca leader delle suggestioni “anni settanta centrifugati in un video trendy di Mtv” (ne abbiamo già parlato, ricordate? malva 248): la scrittona cicciosetta dai credits di austin powers e il logo di marrabbio imparruccato afro basettoni e occhiali a goccia che ha lanciato la moda del faccione stencilizzato da graffitaro cittadino; nasce così anche Fred Mello, che c’ha il logo ricalcato sugli stereotipi grafici da college mmerigano, la data in bella vista 1982 (wow, retrò!) che richiama the very glorious yuppies age e la scrittona “established in new york city” la cui provincialotta pretenziosità è sputtanata e ha un effetto comicissimo in homepage, quando leggi poco sotto “padana superiore, cernusco sul naviglio”.
E poi quel capolavoro malvestito che è Frankie Garage: il nome che rivela chiaramente il suo debito frankiemorelliano, il logo chiaramente scopiazzato da Joe Rivetto (ma Joe è molto più raffinato come tipo, frankie è piuttosto un trucido matto alla hulk hogan - o meglio, enrico montesano che imita hulk hogan: nasone grosso, basette mammut, baffoni vichinghi, occhialozzi da discotecaro ipertamarro), gli slogan macchine alcool pupe che sono tanto simpatici e irriverenti. Per dire del suo enorme successo (strano però, mi segnalano che a Roma è pieno di autobus brandizzati Frankie Garage) sul sito c’è una sezione che si chiama “Frankie’s Friends”: compri una cosa di Frankie Garage, ti fai la foto e gliela mandi (si sono messi d’impegno a scattare foto che sembrassero vere, di gente vera, non è che ci sono riusciti tanto bene); c’è una sezione direi identica nel sito di Joe Rivetto, solo che qui le foto sembrano quasi vere, incredibile (sarà che non è necessario fotografarsi con qualcosa di JR indosso, basta un pezzo di carta).
E poi da non crederci c’è persino di meglio, Joe Marmellata (”moda per… quei bravi ragazzi”), un miracolo malvestito a tutti gli effetti: la scopiazzatura di Joe Rivetto è palese, il faccione stampato sulle magliette è a colori e non stencilizzato, ma il capello afro e gli occhialoni a goccia non mentono. E’ evidente dunque che dal punto di vista strettamente vestiario Joe Marmellata è un semplice banale caso di clonaggio [4]; è invece nella fiction-storiella del personaggio - progettata da un vero genio del crimine che ha operato una fusione nucleare di elementi malvestiti per riscuotere consenso dalle più varie frange della popolazione di coattolandia - è là che troviamo alcune malva-prelibatezze davvero superstraordinarie. Joe Marmellata è una specie di mezzo gangster scagnozzo del boss (per i coattoni bulli mafia style), ma è pure un nero che gioca a basket e fa musica rap (per i coattoni hippoppari), s’acchitta come John Travolta in saturday night fever (per i coattoni disco vintage) e si ossigena i capelli (per i coattoni io-sono-originale), il grosso della sua carriera malavitosa si svolge tra i 13 e i 17 anni (l’utenza è pur sempre quella, pischelli idiotini undersedici): nel sito, “la vita di Joe”, potete leggervi la sua biografia (abbassate le casse ché lo speaker finto siculo è un impulso assassino). Le cose più divertenti sono: 1) Joe che si chiama così, Marmellata, perché lui “consuma chili di marmellata”, un mmeriganismo ingenuotto da quartiere popolare anni cinquanta “marmellata, latte, mostarda” (del resto la cameretta di Joe, come si vede nel filmatino, è uguale a quella di Nando, piena di gagliardetti I love NY); 2) Joe che a un certo punto della storia, dopo che c’hanno raccontato di sparatorie e avventure pericolosissime di tutti i tipi, si scopre di punto in bianco che è un megaobeso (e subito, come lo scopri, ti dicono che è riuscito a dimagrire cinquanta chili - quale categoria di coattoni volessero sedurre con questo particolare non l’ho capito, gli ex ciccioni fanatici di pesi e steroidi forse, boh); 3) la pubblicità del profumo di Joe Marmellata qui a sinistra, in-su-pe-ra-bi-le, che si chiama “Bronx” dove “Bronx” però è anche un’onomatopea, “Bronx” è il rumore che fa il deodorante quando te lo spruzzi.
Infine, sempre a proposito di malva-marche che tentano di cavalcare la medesima tendenza vintage anni settanta un po’ bulla e stronzettina io-sono-originale anticonformista (in questo senso sì c’è una parentela, seppure no non c’entra niente con la famiglia dei faccioni spaghetti-mmeriganici) vorrei sottoporvi la neonata malvestitissima Arancia Meccanica (sito - non vi dico le decine di segnalazioni). Lo sfoggio di ultraviolenza è ovviamente molto annacquato per non scatenare le ire delle associazioni moigesche (le magliette c’hanno su dei disegni osceni, Alex e i drughi che diventano inoffensive superchicche manga con gli occhioni luccicosi grossi così): si parla di “ragazzate”, “Alex e i suoi compagni teppistelli” e ci tengono a sottolineare che “Arancia Meccanica non vuole dare un cattivo esempio di vita; ma in fondo ognuno di noi è stato almeno una volta ragazzaccio di strada”, e nell’animazione flash iniziale, per favore, gustatevi che spettacolosa giravolta di ipocrita paraculite da pubblicità progresso: i cinque drughi [5] entrano nel bar (ai manichini hanno messo le mutande, che ridere) e ordinano “Latte +” il primo “Latte +” il secondo “Latte +” il terzo “Latte +” il quarto e poi l’ultimo “A me solo latte senza +… stasera tocca a me riportarvi a casa sani e salvi”. Stupendo! E che dire della pischelletta che, in un forum, si intromette nella discussione kubrickiana ed esclama con gran candore e tanto di faccine perplesse auto-martellantesi “ma arancia meccanica nn era una marca d vestiti o qualcosa del genere??????”
[1] mono-cretinata perché basta una singola minuscola cretinata e ci si costruisce su un’itera azienducola malvestita: la ranocchia zoppa? perfetta! stampate la ranocchia zoppa sopra un milione di magliette tutte uguali! uhm cos’altro… la foca miope? ottima! stampate due milioni di magliette con la foca miope! la chiameremo Oftalmofokyna!
[2] nei programmacci di maria defilippi e nelle riviste sandromayeriane vanno alla grandissima: dove trovino i soldi e cosa ci guadagnino, boh, resta un mistero
[3] il tutto disegnato da un bambino di sei anni con le mani legate dietro la schiena che tiene i pennarelli con la bocca, durante un terremoto
[4] eppure, chissà come, la Dollar Line (che è il nome sobrio sobrio dell’azienda proprietaria di JM) c’ha tanti soldi da sponsorizzare addirittura una squadra di calcio
[5] certo ne hanno aggiunto uno, ragazza, per sedurre malvestiti maschi e femmine - che intelligentoni
di Betty Moore Collezione: io sono originale, malvageddon, semo bburini 80 Commenti
Malvageddon #23 - Amici (ma non dei froci)
Abbiamo parlato un po’ di Uomini e Donne, che nel criminale progetto di defilippizzazione della galassia è l’arma destinata a spostare all’indietro il percorso evolutivo dei malva-erectus tra i diciotto e i cinquanta anni; oggi parliamo un po’ di Amici ex Saranno Famosi, il cui obiettivo sono i teneri e malleabili (appetitosissimi!) cervelli dei malvestitini pubero-sconvolti, un fondamentale campo di conquista perché crescano e prosperino defilippizzati come si deve [1].
I malvestiti che sono protagonisti di Amici soffrono in stadio terminale di quella forma di malvestitismo tipicamente adolescenziale che si manifesta attraverso comportamenti artistico - diarroico - esibizionistici: appartengono più o meno alla stessa categoria subumana dei corteggiatori e tronisti U&D (in quanto ad età, pure, ci siamo), con l’unica differenza che questi qua di Amici sono di solito più bassi e magrolini, meno palestrati e parecchio più cozzetti, forse giusto un tantino meno analfabeti (ma un tantino appena) e poi, certo, possono essere nell’ordine, a) vagamente intonati, b) vagamente molleggiati oppure c) vagamente niente, i requisiti cioè che dovrebbero consentirgli da un momento all’altro di sfondare nel mondo dello show business per diventare nell’ordine a) la prossima Anna Tatangelo b) il prossimo Gianni Sperti e c) il prossimo quello là con la faccia da pesce lesso di una fiction qualsiasi in prima serata su canale cinque.
Se corteggiatori e tronisti hanno in testa una cosa sola, sbottonarsi il più possibile la camicetta attillata per farci vedere il pettorale liscio e unto con la S di Superscemo sopra, i malvestiti di Amici puntano ad altro - del resto, oh, con quegli orridi pigiamini kidult e quel pelatone testa-a-cubo di Chicco Sfondrini sempre tra le scatole, non c’è stimolo sessuale che tenga - sono ancora là, bloccati nella delirante vertigine di egocentrismo adolescenziale che gli fa credere che sì sì sì, loro sono unici ed inimitabili: e siccome sono unici e inimitabili, quale miglior modo di impegnare la loro inimitabile unicità se non l’esibizione artistica, esprimiamo noi stessi, trasmettiamo (bzzzz!) emozioni, nel modo ovviamente più infantile enfatico e stereotipato, quella dimensione piatta e plastificata da telefilm d’appendice che è così facile da scimmiottare - unici e inimitabili come le dozzine di unici e inimitabili che se la godono per un annetto scarso, e poi forse forse se gli dice bene finiscono nel coro di Buona Domenica (ma neanche, poveretti, ora che non è più un feudo costanzo-defilippiano) - il che si traduce in uno squallido teatrino di ometti minuscoli e rabbiosi che si muovono falsissimamente, con l’unico scopo di strapparsi vicendevolmente un brandelluccio di televisione.
Siccome Amici è be’ sì un laboratorio di artistume e creatività, un talent show lo chiamano - la De Filippi ci tiene molto a specificarlo, che è l’unico talent show della televisione italiana [2] - ma anche soprattutto una “scuola”, ai malvestiti di Amici gli tocca pure sorbirsi qualche lezioncina. E da chi, se non dalle loro stesse controfigure di venti, trent’anni più anziane: bacucchi mezzi falliti che si danno arie da grandi esperti il cui ruolo è proprio questo, tramandare ai pischelletti le migliori tecniche per rintuzzare e mantenere in vita ad libitum l’idiota scintilla di wannabe-artisticità. L’insegnante di recitazione è quella che mi piace di più, si chiama Fioretta Mari e si crede attrice perché s’è imparata da brava la dizione quella per-fet-ta, povera cara, è solo un triste donnino centenario col vezzo delle sciarpette da hostess, inutili sbadiglievoli capacità attoriali e un mediocre repertorio di sciocchezze e luoghi comuni assortiti.
La Fioretta Mari, siccome è anche un po’ fricchettona, sottopone i ragazzi a delle lezioni cosiddette di introspezione: in pratica, una via di mezzo tra un incontro degli Alcolisti Anonimi da cartone animato e un corso di meditazione mentecatta come lo improvviserebbe una casalinga scema che s’è appena letta il manuale L’arte di capire se stessi e come si svita un rubinetto di Raffaele Morelli, in regalo in esclusiva su donna moderna. Sono siparietti ridicolissimi, l’esibizionismo isterico di Fioretta Mari (che sbraita ogni due secondi cose tipo “immagina di essere una sedia! fai la sedia! tu, interagisci con la sedia! descrivimi come ci si sente ad essere una sedia!”) contro l’esibizionismo entusiasta dei pischelletti (che non vogliono perdere l’occasione per mettersi in mostra: c’è chi fa il sofferente e fa finta di piangere, chi fa il problematico “io c’ho la fobbbia delle sedie”, chi fa l’intenso “quannnto vorrrei spezzzare le gambe a quesssta sssedia”). E a proposito di una lezione del genere, per l’appunto, voglio raccontarvi una storia che bene descrive la reale impalcatura pavida, bigotta, stupida e conformista di Amici.
E’ la storia molto divertente di un ragazzo che partecipava a questa edizione di Amici, si chiama Sebastiano Formica. Durante una delle lezioncine di Fioretta Mari, una di queste qua d’introspezione, è venuto fuori che Sebastiano è gay - cosa?! gay? hai detto gay? orrore! sconcerto! panico! E’ andata così: Sebastiano doveva interpretare un palo - sì, un palo - e una tenera cretinetti (tale Cassandra, cantantucola da pianobar, aspirazione: wannabe umanitarismo alla AngiOlina Jolie), che aveva il compito di sfogare su di lui in forma di palo la propria “negatività”, non ha trovato di meglio che urlargli in faccia (con un afflato sincerissimo che manco il più zoppo tra gli attori di Centovetrine) “Perché! Perché amiamo la stessa persona!”. Catastrofe: professori che vanno in palla, tagli alla diretta, microfoni che si spengono, telecamere che si spostano, autori che intimano di silenziare il fattaccio, il sito di Amici che tace per un’intera giornata (qui, se vi va: la cronaca della vicenda). Dico, non scherziamo: un frocione dichiarato nella trasmissione di punta dell’indottrinamento defilippesco per bimbetti del sabato pomeriggio? E com’è che si concilierebbe con “Uomini e Donne”? Eh no che non si concilia.
Sebastiano viene messo in sfida il giorno dopo, su decisione inappellabile della commissione, con motivazioni direi debolucce, e due giorni dopo, com’era prevedibile, eliminato e cacciato via in tutta fretta. Nella assoluta tristissima e insopportabile finzione defilippiana - là dove abbondano i protagonisti gay, forse pure gli autori gay, sempre però ehi che non lo si dichiari esplicitamente, o che al massimo gli si faccia fare i buffoni, li si travesta da platinette - e va be’, non ci si lascia comunque scappare l’occasione per umiliare un ragazzo qualsiasi.
[1] la terza fascia d’età, quella over over, è coperta dalla morte nera dei programmi televisivi aka C’è posta per te, ma ok, dai, di questo ne parliamo un’altra volta - se i miei poteri jedi saranno mai così potenti da consentirmi di vederne almeno cinque minuti
[2] se c’è una cosa davvero odiosa tra tutte le cose odiose di Maria De Filippi, è questo suo impassibile e invulnerabile facciadiculismo: ricordo l’anno scorso che quasi aggrediva un giornalista reo d’aver seminato il dubbio che Amici non fosse precisamente un talent show, perché da casa col televoto ci sono le bimbette che premiano il più bono, non il più bravo; ricordo le sue furiose reprimende per cui se tu osi dire che un programma dei suoi è stupido, oh ma come ti permetti, “stai forse dicendo che sette milioni di persone sono stupide?” (nessuno che abbia mai avuto il coraggio di risponderle “sì” - posso dirlo io? sì.)
di Betty Moore Collezione: allucinazioni, malvageddon, very important malvestite 129 Commenti
Malvageddon #22 La velocità della luce dell’idiozia: invalicabile
I tipi e le tipe che partecipano alle trasmissioni di Maria De Filippi sono cavernicoli subumani con un cervello piccolo così situato nei microtubuli di un centriolo di una cellula dell’unghia di un mignoletto: questo è palese, ok, lo sanno tutti. Se c’è una cosa però che forse ignorate - niente paura, ci penso io - è il sottobosco di ammiratori scatenati che ai suddetti cavernicoli subumani nanoencefalici ha dedicato dozzine di osceni altarini internettiani.
I web-fan dei protagonisti defilippici sono subumani pure loro, più sub ancora dei loro idioli [1], tanto che a prima vista ti viene da scambiarli per fake: dici ma no dài impossibile, sono parodie, troppo cretini, ahah che buffo quasi ci cascavo molto divertente. Guardatevi questo, o questo, o questo.
Ce n’è un po’ per tutti, tronisti più o meno popolari ma anche semplici corteggiatori (ok che la venerazione monoteistica da tronista defilippiano è sì abominevole e contronatura, ma insomma, il tronista è pur sempre al vertice della gerarchia lelemoriano-vipparola - il corteggiatore invece bleah, una mezza calzetta), maschi o femmine non fa differenza (i web-fan, loro, sono al 99.9% di sesso femminile), non soltanto quindi sbavicchi di incontrollabile passione groupie per il muscoloso figaccione analfabeta, no no e anzi, tra le più attive ed esaltate ci sono le ammiratrici adoranti che si riconoscono e rivivono nei panni della bburinetta defilippica di turno il sogno di un amore romanticamente pacchiano tra serate in discoteca, macchinozze grandi, rose rosse, frasette idiote da terza elementare e sbaciucchiamenti con lo scimpanzè (sullo stesso genere, romantico “tutto-è-bene-la-storia-coatta-che-finisce-bene”, hanno un gran successo i siti dedicati alle coppie, quelli che stanno ancora insieme e quelli che non ci stanno più, ma speriamo che ci tornano, ehhh, secondo me ancora si amano).
I siti internet degli ammiratori defilippiani hanno spesso la forma di un blog, e sono tutti molto simili: il titolo è quasi sempre “il blog di”, dove il “di” è seguito dal nome della divinità prescelta (il che causa spesso un antipatico fraintendimento nell’avventore occasionale, che lascia commenti emozionatissimi credendosi in diretto contatto col suo idiolo, “ciao sei bello come il sole vieni mai dalle parti di Fossombrone?” - ma l’idiolo non sa manco che esiste, il blog [2]). Alcune interessanti coincidenze strutturali:
1) finestrella di benvenuto stile errore di windows che esorta a votare il blog in una cosiddetta top cento di uomini e donne;
2) homepage pesantissima che ci mette un’ora e mezza a caricarsi intanto che effettacci flash popup e java di ogni genere [3] ti impallano il pc e qualsiasi altro elettrodomestico in un raggio di cento metri;
3) immagini bitmap da duemila terabaits infiocchettate al di là di ogni limite di saturazione visiva da un profluvio di glitteramenti, fuochi d’artificio, scritte e scrittine luminescenti, una tempesta di riflessi lampi e luccichii ovunque;
4) header gigantesco composto da un collage fotografico bestof;
5) tre colonne, una centrale per i post e due laterali zeppe all’inverosimile di qualsiasi possibile immagine esistente al mondo dell’idiolo in questione [4].
Oltre alle millemiliardi di immagini, le colonne laterali contengono:
a) la scheda del tronista copiaincollata dal sito di uomini e donne;
b) una tagboard che funge da spamboard per promotori di iniziative similmente cretine (”ciao! lo sapevi che abbiamo aperto un blog su quel gran pezzo d’un ubaldo col tatuaggio del drago che sta sullo sgabello in terza fila a corteggiare Angela? vieni a trovarci!”);
c) il numero di telefono e gli indirizzi email di programmi televisivi e riviste spazzatura a cui il bravo fan dovrebbe costantemente rompere le balle lamentando le poche apparizioni del suo protetto, non è giusto (sono davvero commoventi, sigh sob, i messaggi di incitamento “dai ragazze, forza! aiutiamo Serena a realizzare il suo sogno!”);
d) la pubblicità cubitale - senza alcuna indicazione sui costi - della chat line telefonica del tronista/corteggiatore (eh sì, quasi tutti i tronisti/corteggiatori c’hanno il numero 899, paghi uno sproposito ma loro in cambio ti concedono una chiacchieratina in diretta, non è meraviglioso?);
e) il sondaggio, forse in effetti un tantinello di parte (”secondo te Giovanni è più supermegameravigliosamente bello, iperstupendamente bello, stradecisamente bello, o bello e basta?”);
f) esposizione del trashfeticcio numero uno: la dedica autografata su fazzoletto da naso usato;
g) esposizione del trashfeticcio numero due: la foto delle webfans, tutte rosse per l’eccitazione, avvinghiate all’idiolo che poveretto non è riuscito a scappare.
A leggere i post [5], poi, si imparano un mucchio di cose. Per esempio, io ho capito finalmente per cosa è che li pagano, questi tizi, quando vanno a fare le “serate in discoteca” [6]. Funziona così: allestiscono un palchetto abborracciato alla meno peggio, con una tovaglia da sfondo sulla quale vengono proiettate diapositive del tronista o spezzoni di Uomini e Donne, e nel frattempo il boss della discoteca, microfono alla mano, fa un paio di domande al tronista, tutte sul filone “parlaci dei tuoi progetti, di quello che stai a fà”; siparietto-intervista che dura sì e no cinque minuti, il tronista allora saluta e balla un pochetto, si fa offrire qualche drink, smollica da tutte le parti, sbadiglia in console. Non male, eh? Fa venir voglia di cedere al lato oscuro.
Ah, e poi ho imparato - finalmente! - qual è una delle principali fonti di sostentamento di monella vagabonda e figlie: i webfan dei buzzurri defilippiani, ma certo!, che stanno sempre là prontissimi a interpellare il tronista/corteggiatore sulla marca di questo e quello, “cos’era quell’orologio che avevi oggi? E i jeans di ieri? E il portachiavi? Che assorbenti usi? Il ciondolo di karina dell’ultima puntata è di Facco Gioielli, wow!”.
Il mio preferito è “Il blog di Paola Frizziero“: ex corteggiatrice (ma ehi, si vocifera di una sua prossima promozione a tronista), ex pupa del tronista (questo coso qui, Salvatore Angelucci, lungimirante sponsor della lussuosa oro 24 carati), una bburinotta napoletana doc, sguaiata massaia cicciottella, con una simpatica vocetta gracchiante dall’accento marcatissimo - anche per questo, per la sua fiera ignoranza da bassa-popolanità partenopea, adoratissima dalle compatriote (il blog non c’ha nulla di originale, ma va studiato appunto nelle sue peculiarità folkloristiche: “Paola si o sole nostro”). Segnalo inoltre le chattate di Paola con le fan, strabilianti (es. 1 - Paola, ringraziandole per un regalo [7]: “Ragà, grazie per la waterman! Era stupenda!”; le fan, scaltrissime, che hanno comprato la penna sborona ma della marca non hanno idea: “Cheeeeee????” “Per cooosaaaaaa??” “Eeeeehhh??” “Marooooooo, scrivi italiano Paolèèèèèèèèè” “Che stai a dìììììììì” “Boooohhhhhh”; es. 2 - Paola: “Ragazze, mi dispiace ma la serata del due novembre mi sa che salta”; le fan, disperate: “Nnnoooooo!” “Maròòòòò” “Suicidio di massa!” “Io avevo pure convinto mio marito” “Io avevo prenotato l’aereo!”).
Un altro blog fantastico, geniale, è quello dedicato a “Maurizio, l’amico sballone di Paola” (la Frizziero, di cui sopra), che per il solo fatto di essere amico di una vipparola scarsa, per una sorta di incredibile fenomeno di contagio osmotico della vipparolità, c’ha il fanclub pure lui. Ah ma certo, non fatevi ingannare dal titolo, “Il blog di Maurizio”: no che non è il suo blog, come tutti gli altri è in realtà “il blog delle fan di maurizio”, ma non prendetevela, che cavolo, vorrete mica che colgano certe sottilissime finezze.
[1] “idiolo” è un mio brevetto che deriva dalla fusione di “idolo” con “idiota”
[2] nel migliore dei casi, quando il defilippiano sa del blog e non vuole farci la figura di quello che non gliene frega niente (ma in realtà sì, non gliene frega niente), invia una tantum alle fan-sgallettate qualche simpatico messaggio tipo “oh tutto bene un bacione forte e domani serata a gabicce, veniateci!”
[3] scritte scorrevoli, puntatori animati che lasciano scie chilometriche di cuoricini, musica di sottofondo così pesante che si carica dieci minuti dopo che tutto il resto ha già finito (occhio che io, ieri, m’ero dimenticata un sito di questi qua aperto, minimizzato, e all’improvviso mi sento la voce di Eros Ramazzotti che starnazza dal pc, m’è preso un colpo)
[4] immagini a volte enormi, non ridimensionate, che provocano un abnorme gonfiaggio delle colonne e di conseguenza della pagina, che va scrollata in orizzontale
[5] sempre che si abbia la pazienza di setacciare, alla ricerca di un articolo scritto, l’infinità di post tutti uguali con l’ennesima fan-art photoshoppatura glitterata
[6] che ad un certo punto, se raggiungi un buon livello di popolarità, puoi farne il tuo primo lavoro, “le serate”
[7] eh sì, da non crederci: i fan squattrinati organizzano collettone fantozziane perché all’idiolo non manchino il regalo di natale e quello per il compleanno e quello della befana e quello di pasqua e quello dell’onomastico e via dicendo; mica roba da niente, macchinette digitali, cellulari, gioiellume, abbigliamento di marca
di Betty Moore Collezione: l'amore ai tempi delle malvestite, malvageddon, very important malvestite 265 Commenti
Malvageddon #21 - Beth Ditto
Quando uno è pischello gli piacciono i gruppi che da grande, poi, li usa come argomento per raccontare le storielle simpatiche agli amici in pizzeria [1]. Ma dai, pure tu c’avevi il poster dei backstreet boys! Oh Oh Oh, ma che buffo, che ingenuotti eravamo a farci piacere sti scemi ridicolissimi, Oh Oh, e tu pensa ce le bevevamo tutte!, a credere che quello coatto dei bb fosse la trasgressività personificata - e mica ci voleva tanto, bastavano un paio di tatuaggi, un due tre piercing e i vestiti strani - quello biondino invece era la tenerezza amorosa per sempre pucci-ci-cì - bastava il suo candido caschetto a scodella - quello mascellone con la faccia rettangolare, be’, lui era il lavavetri dell’est - bastava la faccia rettangolare.
Il tempo passa, uno cresce (bleah), e adesso non è che ci facciamo infinocchiare gratis, mo’ che siamo adulti e scafati le cose le vediamo per quelle che sono davvero, c’abbiamo l’occhio clinico. E invece, sarà che piace a tutti rimanere un po’ cretin.. uops, bambini, ma via via che si abbandona ufficialmente - e con gran fanfara di pizzerie - la robetta stile cuscino a forma di lavavetri fregola prepuberale, si finisce spesso per collezionare una sfilza di altra robetta che, di fatto, non è che ai tatuaggi impertinenti del backstreet boy coatto gli sia tanto lontana. Anzi.
A me Beth Ditto sta indifferente, lei e il suo corpo, la musica e tutto il resto. Quello che mi sembra interessante piuttosto è il discorso che alcuni hanno appiccicato su Beth Ditto (e che lei, saggiamente, alimenta - ehm): che in Beth Ditto com’è fatta e quello che dice e come si comporta ci sia un messaggio femminist-anti-discriminatorio di una qualche rilevanza per noi altre casalinghe unite di tutto il mondo - c’è?
A parlare di femminismo nel caso di Beth Ditto, ovviamente, si parla di una cosa che - in quanto a spessore culturale - sta più o meno sullo stesso piano delle direttrici da rotocalco che si fanno fotografare nell’editoriale di prima pagina coi capelli sciolti, il vestitino da lavoro sobrio ma femminile, un filo di trucco appena e la smorfia sorridente ma ferma di una che è molto sicura di sé [2]. Una etichetta blandamente appariscente e niente altro, che stuzzica le primitive sinapsi della malvestita con minuscole pretese d’intellettualità “di genere”, tanto più che Beth Ditto risponde ad uno standard che, agli occhi della malvestita - soprattutto se orientata musicalmente verso il penultimo gradino dell’evoluzione della specie aka la scena indie-underground (e allora magari non legge Grazia, legge il Mucchio: fa differenza?) - gli dà quel qualcosina in più che lo rende eccezionale, un femminismo originalissimo, non solo è cicciona ma si tiene le ascelle nature, che dire, anfatti.
Beth Ditto non è colpa sua, fa il suo lavoro (la popstar): nasce nel solco della più sputtanata tradizione riot e là rimane [3], fa un po’ quel che cavolo che le pare, s’atteggia da sbroccata in regime di pressoché totale esibitissima punk decadente sozzeria e se qualcuno le chiede qualcosa lei con estrema noncuranza sturandosi l’orecchio col tampax gli spara tutta fiera il suo bel “femminista”, come da copione, e non credo sappia neanche bene cosa vuol dire, se tralasciamo - tralasciamoli - certi suoi vaghi rigurgiti da scuola media sul sapersi accettare e il non curarsi di quello che pensano gli altri e l’essere se stessi e blabla [4]. Sia mai del resto che si tira indietro, quando le viene offerta l’occasione, e ci risparmia quel meccanismo di auto-esegesi a fine auto-esaltativi che è tipico della starlette nullificante che vuole darsi arie di straordinarietà; da buona grrrl, come da copione, è tutto molto crudo ed esplicito (a proposito di un servizio fotografico):
“It was kind of a radical thing to do. I got my period just 10 minutes before we got there, and I was totally bleeding. I was doing it with my tranny boyfriend, who I’m in love with, and I was totally bleeding — how radical is that? — and I’m a fat person, and I’m a femme. It felt really good.”
Eh sì, un radicalismo femminista quello di Beth Ditto che è davvero un pugno nello stomaco di questo marcio mondo malato tutto sbrilluccicante di perfezione fisica e correttezza politica, e che risalta luminosissimo attraverso tre cose fondamentali, 1) che è grassa; e siccome si sa che le ragazzine ossessionate dal proprio corpo desiderano conformarsi al modello imperante dello showbiz che vuole la donna magrissima e finiscono così per slumare carotine e sedanini e diventano anoressiche - da cui quindi la facile equazione magre uguale conformismo - allora immaginate che dirompente portata anticonformista una cantante obesa che obesa dichiara di volerlo essere e si impegna per mantenercisi (”sometimes I’ll eat a whole bucket of chicken or two ice cream cartons, just to make sure I stay the way I am”) e si danna l’anima per farlo notare, caso mai non fosse chiaro che lei con la ciccia ci fa la rivoluzione (il prossimo album, dice, s’intitolerà Fat Bitch), parlandone ripetutamente ad ogni intervista e denudandosi ad ogni concerto, un vero schiaffo in faccia al conformismo di sto mondo bigotto ossessionato dalla forma fisica; 2) che sbandiera soddisfatta il suo lesbismo attivo e dice di essere fidanzata con una che si acchitta da uomo, e immagino pure questo fornisca un suo provocatorio contributo alla causa dell’anticonformismo io-sono-originalità liberamo-er-monno, anche se poi quando ne parla la cosa non è che sembra tanto più stuzzicante di una puntata del Bivio di Enrico Ruggeri (”e come mai, cara Betta, il comune di Canicattì non vuole permettervi di sposarvi?”); 3) che è una portabandiera assatanata del movimento antideodorante e le piace che rimaniamo tutti a bocca aperta per quanto è brutta sporca e non-me-ne-frega-niente-di-esserlo, si dimena sudatissima in mutande con la birra in una mano la sigaretta nell’altra e questo in effetti fa pensare, sì, al pericolo che corrono quelli nelle prime file.
E un’altra cosa che letteralmente fa impazzire i fan è che Beth Ditto va a spasso ed è amica di sua maestà della boho-anoressia Kate Moss, e non soltanto non si sente inferiore o invidiosa o che, non le passa nemmeno per la testa di voler essere come Kate Moss. Andarsene a spasso con la propria nemesi, ci pensate? Che coraggio, che faccia tosta, che tempra, che spirito adamantino: ecco una donna che sa quello che vuole, ecco una donna che sta bene con se stessa. Ma c’è un fraintendimento: ci credo io che Beth Ditto non vuole essere come Kate Moss, perché già lo è, come Kate Moss. Una femminella con un cervello molto piccolo che si crede una ganza supercoolissima e si dà un sacco di arie di io-sono-originalità cavalcando la tendenza dell’eccentrismo trasandato casaccio-made pazzerello e un po’ mentecatto. Beth Ditto è un’icona in questo senso, nel senso che sta surfando sul punto più all’alto della recente ondata malvestita - secondo il classico ruolo della snob fighetta boho, tra la Kate Moss e Sienna Miller, Beth Ditto ciancia di una qualità superiore al semplice sapersi vestire, che si chiama “Stile” con la esse maiuscola e ti permette di rendere fashion pure le sflanellature di tua nonna, il che è all’incirca il principio cardine del boho-chic (ed è in uscita appunto una sua “guida di Stile”, So Crazy) - Beth Ditto è la Moss incinta di venti gemelli, senza quel suo glamour da passerella (togliamoci anche il fidanzato tossico, che i musicisti tossici non ci vanno con le ciccione), un vocabolario un tantino più ampio e quell’essenziale pizzico di messianismo pseudo-femminista da copertina patinata.
E chissà quali splendide sorprese malvestite ci aspettano dal suo imminente sbarco nel (altrimenti nocivo) mondo del fashionismo discount. Ci sta provando da un pezzo a candidarsi come stilista qua e là, perché finalmente grazie a lei anche le donne in carne ci possano avere i vestitini sghici e irriverenti da sfoggiare senza che gli stiano larghi o mezzi storti: per Topshop ad esempio, poi per New Look (coi quali s’è capita male), e c’è da scommetterci che al più presto - considerando la presa mediatica che hanno ultimamente tutte queste tirate sulle modelle più grossine e quanto son belle le taglie forti - qualcuno fiuterà l’affarone.
Io nel frattempo preferisco riguardarmi il vecchio video di Leslie and the Ly’s, qua sotto. I’m like a fireball!
[1] e di che volete parlare sennò? io le adoro le storielle nostalgiche dei miei amici sulla loro sciocca fanciullezza, non vedo l’ora di andare in pizzeria (tra una pizza e l’altra, mi rifaccio coi blog)
[2] “professionalità è anche femmina, anzi no è in particolar modo femmina, toh, ciappa qua come sto a mio agio, per trovare questa posizione così consiglio d’amministrazione in piedi accanto alla scrivania con le gambe lievemente accavallate c’ho messo due ore e mezza”
[3] una così poteva uscir fuori forse già qualche anno fa, ma i tempi che volete non erano maturi (ancora nessun trendissimo tatuaggio da scaricatore sulle copertine), e poi non dev’essere stato facile trovarne una che facesse musica orecchiabile, che avesse quel minimo di personsalità sufficiente a tenere su la baracca e che comunque, pur nella sua necessaria mostruosità, non fosse poi sto cessone colossale (ve la immaginate, una cantante che si vanta di averci l’acne perforante? e un porro peloso sul naso, come la vedete? eeeeh ma troppa provocazione, fantascientifiche frontiere del pop, in onda il decennio prossimo)
[4] lo so, lo so, sono delle verità all’apparenza banali ma verissime, “toccano corde dentro di noi che sono le più profonde” (cit. un biscotto della fortuna che ho aperto un minuto fa)
di Betty Moore Collezione: boho chic, io sono originale, malvageddon, very important malvestite 126 Commenti
Malvageddon #20 - Giovanni Allevi
Vedi anche Essere Giovanni Allevi, il manuale (Mozart meets Ecce Bombo).
Esistono degli individui che sono malvestiti totali, tristi e mediocri individui che ci provano in tutti modi a farsi vedere in un certo modo, individui che si studiano e ci si impegnano con tutte le loro energie, che vogliono essere interessanti, originali, persino brillanti, che si guardano e si parlano e si ascoltano addosso continuamente, e però gli vien fuori sempre loffa, poveretti, è un tentativo che non gli riesce proprio, e finiscono soltanto per apparirti più tristi, e più mediocri. Uno di questi individui, ad esempio, è Giovanni Allevi.
Giovanni Allevi è come quei personaggi di Verdone che si esibiscono in racconti enfaticissimi sulle loro avventure coi serpenti mortali, o che fumano davanti allo specchio provando il discorso del cargo liberiano. Giovanni Allevi è, prima di tutto, un instancabile apologeta di Giovanni Allevi. E’ un esibizionista sfrenato che non aspetta altro che mostrarsi e far sfoggio di se stesso, lustrando per benino la figura di questo Signor Geniale Compositore che c’è solo nella sua testa, il protagonista delle ridicole storielle che spara via una dietro l’altra, sicuro ed allenato, preparatissimo, senza alcun imbarazzo (pur mantenendo i segnali esteriori della Timidezza, che è forma inevitabile del Geniale Compositore). Giovanni Allevi, se fosse il personaggio di una fiction sulla vita di un musicista, guardereste cinque minuti e poi, sopraffatti dalla suprema melensità di un tale pendulo accrocco di luoghi comuni, girereste su Ballando con le stelle.
Le storielle e gli aneddoti di Giovanni Allevi sono i mattoncini che servono a tirar su questo simulacro d’eroe mitologico, gran sacerdote e tramite tra l’Iperuranio della Musica e il Pianeta Terra, genio sì ma un po’ folle e pazzerello, come del resto sono folli e pazzerelli tutti i grandi artisti; felice e gioioso perché possiede e gode della vera fede (nella Dea Musica) e che però allo stesso tempo, nonostante questi doni di immensa grandezza, e anzi proprio a causa della sua grandezza, è anche modestissimo, un po’ schivo, scanzonato e timiduccio.
L’infantile procedimento di auto-mitizzazione di Giovanni Allevi annovera soddisfatti complimenti a se stesso di stampo spiritual-esegetico (”la mia musica va a toccare le corde profonde dell’emotività collettiva” - non c’è niente da fare, si adora) e aneddoti da primo della classe sborone che vogliono far risaltare le sue evidenti capacità di genio musicale (la storia del commissario che, di fronte alla prova di ammissione per il primo anno di composizione al conservatorio, esclama “o ha copiato la fuga, oppure è Brahms redivivo”; ma questo a Giovanni Allevi non basta - non sia mai che a qualcuno la cosa non dica nulla - lui gongolante chiosa: “eh, sì, ho portato una fuga, che è la composizione più difficile di tutte, si studia appena al settimo anno!”).
Le storielle di Giovanni Allevi hanno un’impostazione banalmente fiabesca, che può essere sovrapposta ad alcuni schemi della teoria Proppiana. Prendete la storia che racconta sempre, quella di lui a cinque anni che vuole giocare col pianoforte che i genitori cattivi tengono lucchettato [1]; un bel giorno Giovannino trova la chiave, lo apre, preme un tasto e - tadàn - rivelazione! Un faro gli si accende addosso (ipse dixit - nel video con Fazio, arrivate fino in fondo) e capisce cosa vuole fare nella vita: suonare. Ma il piccolo Giovannino è avversato dalla crudele matrign… ehm, volevo dire, dai genitori che non sentono ragioni e gli proibiscono di stare al piano. Lui se ne frega e lo suona di nascosto, finché a dieci anni durante una recita scolastica, guarda caso, trova un piano sul palchetto. Giovannino non può frenarsi, la musica lo chiama e lui le cede, siede al piano e suona [2] destando la meraviglia degli astanti. Perfetto dunque: c’è un eroe (lui) avversato da un antagonista (i genitori), c’è la situazione di divieto (il piano lucchettato), ci sono l’infrazione e la reazione (lui che apre il piano, e poi lo suona), c’è il trionfo finale dell’eroe (lui che si incammina sulla strada della mediocrità).
Come le fiabe della tradizione orale, anche le storielle di Giovanni Allevi su se stesso cambiano nel tempo, modificandosi, arricchendosi di particolari. La storiella qui sopra, le prime volte che veniva raccontata, era una roba molto semplice del tipo “c’era il piano chiuso a chiave e io desideravo suonarlo, si desidera sempre ciò che non si può avere, bla bla, punto”. In un secondo momento si sono aggiunti i cinque anni di suonate clandestine (un vero gesto di eroica sfida contro il bieco oscurantismo parentale); poi si è aggiunto il fenomeno ultraterreno della rivelazione, lui che tocca il tasto quella prima volta e viene investito dal “fascio di luce” (il che gli conferisce una misticissima aura da investitura divina); poi, negli ultimi tempi, pare che l’età del piccolo Giovannino stia abbassandosi dai cinque ai quattro anni - ma va be’, siamo ancora in una fase di trepida mutevolezza (credo sia anche già uscito il trailer che annuncia l’imminente Come sconfissi il drago che custodiva la chiave).
Il destino avverso è in agguato, ma Giovanni Allevi non molla e gli riesce sempre di sconfiggerlo, guidato com’è (implicito) dalla saggia mano della Dea Musica, che ha in serbo per lui un futuro di meraviglie musicali da raggiungere a tutti i costi. Eh, che lotta durissima e senza quartiere. Ma lui è fortunosamente creativo anche in questo, nell’aggirar la sfiga. Pensate a quando un giorno - lui, squattrinato compositore di belle speranza - s’è messo a suonare (sul solito palchetto con piano incustodito - è una mania) e una signora che per caso passava di là, rimasta annichilita dalla bravura di quel giovine talento, gli propone di far arrivare una demo a Riccardo Muti; la signora guarda tu la coincidenza è quella che organizza la cena d’inaugurazione alla scala, e stabilisce così un piano astutissimo perché lui, intrufolatosi alla cena come cameriere, possa dare sto cd al sommo maestro (leggete come la racconta Giovanni Allevi [3], è un incrocio tra ratatouille e james bond - anche se dimentica sempre di raccontare il finale, che Muti cioè a fine serata ha miseramente abbandonato il cd sulla sedia vuota). Oppure pensate a quando, stroncato da un attacco di panico (qui), sull’ambulanza che lo portava in ospedale, in una situazione dunque di così grande pericolosa avversità e disagio, ha trovato motivo d’ispirazione ed ha potuto gettare le basi per il suo ultimo capolavoro, Joy.
Folle e pazzerello, dicevo. Giovanni Allevi la follia se la immagina così, del genere più vistoso e facilmente riconoscibile, la follia cinematografica di un tizio un po’ autistico alla Rainman [4]. Giovanni Allevi, per aderire al personaggio, oscilla tatticamente avanti indietro quando sta in piedi, racconta di essere affetto da disturbi ossessivo compulsivi (va a nuotare in piscina e si ripassa mentalmente tutte le note mentre sta ammollo - non può suonare se prima d’ogni concerto non gli danno una torta al cioccolato - per un anno di fila s’è nutrito di sola pasta al tonno), cerca penosamente di stupire gli intervistatori con sciocche rivelazione matematiche (del tipo: “ho calcolato che in un ora di concerto le mie dita compiono all’incirca 36.000 movimenti” oppure “il pianoforte ha 88 tasti, li ho contati” - brrravooo, clap clap, e quante corde? a-ha! non le hai contate quelle, eh? gne gne), pubblicizza bizzarre trovate domestiche (il gatto che aveva da piccolo, che si chiamava Bemolle - il suo attuale animale domestico, un gamberetto che, per amplificare l’effetto paradossale, ha ribattezzato Maciste: io me lo immagino Giovanni Allevi oscillante al negozio di esche, mentre paga il gamberetto, che già pensava come e quando avrebbe raccontato del gamberetto la prima volta, suscitando ilarità ed ammirazione), è sempre istericamente entusiasta di qualsiasi cosa e oscenamente fiero del suo minuscolo intellettualismo da dizionario d’aforismi (”come dice Platone - frase fatta”, “come dice Heidegger - frase fatta”), è sempre lì lì ad un passo dal ruolo dell’eroe romantico in preda a gravi tormenti (soffre di insonnia perché ogni notte è assalito da tumultuosi pensieri musicali che subito trascrive su un foglietto pentagrammato provvidenzialmente tenuto accanto al letto), ed esibisce quello scontato repertorio di atteggiamenti timidoni - occhi bassi, postura gobbetta, movimenti goffi, gestualità nevrotica, i sorrisetti schivi - che si vede nei telefilm per teenager del diseny channel la domenica mattina. Il tutto, come detto, per creare questo effettaccio Genio Fuori Dal Mondo, un po’ folle ma simpatico e alla mano, confortante e familiare, con una testa piena piena di cose buffe e interessanti.
Per essere accettato, il genio musicale Giovanni Allevi deve darsi l’aria di prendersi alla leggera, per niente sul serio, deve essere semplice e scanzonato, alla portata di tutti (il che, a ben pensarci, è davvero difficile da realizzare, per uno che si crede depositario di un soffio artistico d’emanazione divina, “Non sono io che compongo ma è la musica che fa tutto da sola e utilizza il mio corpo e il mio essere per fluire fuori, sul mio pianoforte”): ciò lo si realizza attraverso un abbigliamento da allegro giovanotto qualunque, indossando abiti casual nella direzione che genericamente prende la moda giovane del momento: felpone belle grosse, jeans belli larghi, camicia di fuori, converse all star, occhialoni nerdy. L’interpretazione è improntata ad una impersonale e anonima figuretta da manichino Oviesse del reparto under quattordici. Immagino che l’intento sia anche blandamente provocatorio, a presentarsi così ridotto ad un concerto, in teatro. Accidenti. E’ chiarissimo purtroppo che sono cose di cui non sa niente, di cui non capisce niente (la felpa è troppo corta, gli tira sulla pancia, le maniche gli salgono, i jeans pure, troppo stretti, un po’ informi), messe insieme a casaccio al solo scopo di completare il quadretto, poveraccio [5], questo suo naufragato tentativo di giovanil-io-sono-originalesimo risulta niente altro che una spaventosa e ridicolissima frittata di cattivo gusto.
Ah, la musica, pffft. E certo, mi dimenticavo la musica. La solita robetta giocata sulla riuscita di suggestioni melodiche, facilona e abborracciata - basso e voci mediane praticamente inesistenti, ideucce piccine picciò in gran parte scopiazzate, un po’ al tardo-romanticismo, un po’ a quell’usuratissimo e ormai infinito bacino di minimalismo annacquato stile Nyman - banali melodie non sempre riuscite e, anzi, spesso insulse e pure lagnosette (Panic ad esempio, la canzone cardine del suo ultimo album, è la sigla di Mio Mini Pony, non si discute [6]); quando cerca di cimentarsi su strutture un minimo più complesse, ahilui, la butta tragicamente in caciara. Sono pezzi che sembrano improvvisati al momento: non c’è ricerca, l’elaborazione tematica è ridotta al minimo, non c’è un cavolo di studio, una serie di (vanamente accattivanti) luoghi comuni impilati uno sull’altro. Giovanni Allevi stesso, del resto, conferma queste impressioni uscendosene con stupidaggini altisonanti come “Suonare è non pensare” - nell’elogio all’abbandono che compare sul sito, nella sua fissazione per l’acqua, l’acqua come metafora di vita, di musica e bla bla, il che è davvero emblematico, perché rende alla perfezione l’idea di Giovanni Allevi e della sua musica: un flusso appariscente e senza controllo di inutili conati.
[1] perché mai i genitori, entrambi musicisti, impediscono al pargolo di suonare il piano? si tratta forse della solita lacrimosa trama degli artisti falliti che soffrono per i propri fallimenti e non vogliono dare al figlio le stesse sofferenze? (Allevi: consideralo un suggerimento)
[2] il preludio in La maggiore di Chopin, dice lui - e uno (il patito di Giovanni Allevi, che ovviamente non sa niente di musica) pensa mamma mia, il preludio in la maggiore, chissà che cosa difficilissima, e si immagina una cosa così, mentre invece è questa puzzetta qua (nulla di cui bullarsi, neppure a dieci anni)
[3] nella pagina degli “scritti”, clic su “la cena di muti” - anche questa storia qui la raccontava diversa, all’inizio: non c’era la signora che lo ascolta per caso rimanendo annichilita e non c’era la missione segreta all’inaugurazione della Scala; c’era soltanto lui che un giorno facendo il cameriere ha servito Muti al ristorante, punto
[4] oh, si potrebbe fare uno studio comparativo tra la sua, e l’idiota rappresentazione del picchiatello promossa da quell’altro simpatico originalone di Simone Cristicchi - a volersi far del male, dico
[5] ah certo, i capelloni sbarazzini, un tasto per capello (eh eh): consiglio, tra un paio d’anni, di rinnovarsi - maturizzandosi - con un paio di baffoni alla Frank Zappa
[6] ovviamente non c’è storia: Mio Mini Pony batte Giovanni Allevi un milione a zero
di Betty Moore Collezione: io sono originale, malvageddon, maschioni, very important malvestite 461 Commenti
Malvageddon #17 - W.I.T.C.H.
Se duemila anni fa le bimbette preistoriche venivano a conoscenza e apprendevano i fondamenti del malvestitismo attraverso le pagine del mitologico Cioè, oggi come oggi il più popolare sussidiario malvestito per bimbette dell’era atomica è un giornalino di nome W.i.t.c.h., che sarebbe l’acronimo di Will, Irma, Taranee, Cornelia e Hay Lin, cinque insipide sgallettate adolescenti (praticamente, delle Bratz bene) dotate di poteri magici e, ovviamente, sempre alla modissima.
W.i.t.c.h. (qui il sito) è una geniale fusione tra Cioè - vale a dire lo stereotipo della rivista con la foto del cantante pop belloccio in copertina e gli orecchini coi finti smeraldi di plastica in allegato - e Topolino (non a caso, per l’appunto, la matrice è quella, la Disney). Un paio di piccole storie a fumetti (niente di che, una specie di plagio disneianizzato di Sailor Moon) inframmezzate dalle tipiche malvarubriche da giornale per ragazzine: c’è quindi il servizio sul divo fighetto del momento (nel numero di maggio: Johnny Depp e Orlando Bloom), servizi sui vari programmi alla saranno famosi (High school musical, Amici di maria), l’angolo della posta (”mi ha lasciato, come faccio?”) e quello della esperta in sentimologia (”trovatene un altro”), l’immancabile oroscopo (ma qui, con uno sforzo davvero meritorio di creatività, lo chiamano Stellario) e la parte che più ci interessa: i consigli di stile delle care streghette.
Nel numero di maggio, per dire, siccome va lanciato il nuovo film di casa Disney, ci si concentra nell’insegnare alle malvestitine come ottenere un perfetto look piratesco-caraibico. Elementi chiave di una vera piratessa in erba sono, secondo le redattrici di Witch: ballerine (ma guarda!), leggings a tre quarti (ma pensa!), braccialoni sui toni del rosa e del bianco e un’enorme spilla a forma di fiore ricoperta di strass. A voi risulta? A me, boh, non tanto. I consigli per il giovin Long John Silver sono già più convincenti, anche se un po’ banalmente puntano tutto su accessori come teschi e tibie in ogni salsa su bracciali e ciondoli, persino stampati su di un paio di Converse All Star (è tutto un fiorir di Converse, comunque, piratesche e non).
Ma le dritte modiaiole non sono mica sufficienti. Il malvestitismo è ancor più abilmente insegnato tramite le vignette delle storie a fumetti, dove le cinque sgallettate protagoniste si presentano agghindate in modo a dir poco iper-malvestito, sempre scimmiottando qualche attuale stilosità (qui e qui due esempi), e sempre avversate dalle due studentesse stronzette ed altezzose (come manco nel più usurato teen movie) tutte e due coi capelli neri (neri?!? bleah! cattive! buuuu!). L’ultima storia del numero di maggio racconta di una sfilata organizzata dalle quattro sgallettate (sfilata il cui ricavato va in beneficenza, ottima lezione di umanitarismo wannabe): la “io sono originale” del gruppo, quella che risponde allo stereotipo “artista eccentrica un po’ new age”, dà sfogo ai suoi impulsi creativi disegnando gli abiti (osceni!), mentre la sgallettata “alta moda”, quella che risponde allo stereotipo “trend setter stilossima figa alta bionda” può finalmente realizzare il suo sogno di diventare top model.
Del resto, altri due malvastereotipi che vanno per la maggiore sono il “saranno famosi”, la malvestita che crede in sé, scaltra aggressiva e sportiva (indossa pantaloni di tuta Dimensione Danza), e la “kidult”, bambinona vivacissima un po’ scema e goffa che dice un sacco di cretinate ma che tutti in fondo trovano simpatica e divertente (indossa tenere magliettine Fiorucci). C’è anche spazio per i maschietti, che sono quasi esclusivamente dei figaccioni palestrati che fungono da oggetti sessuali delle cinque sgallettate (tutte fidanzate tranne la sfigata kidult, ovviamente, che non si depila le sopracciglia ed è pure paffutella - le altre sono magrissime e con delle sopracciglia filiformi quasi invisibili), maschietti che esprimono il loro altissimo potenziale intellettivo salutandosi tra loro con degli inequivocabili “bella zì” (vedere per credere).
In allegato una strana fascetta per capelli, tripartita, che sembra fatta con i lacci da scarpe. Sono due giorni che la porto, mi si è annodata ai capelli e non ho il coraggio di tagliarla via.
di Betty Moore Collezione: chiacchiericci vari, infanzia perduta, malvageddon 127 Commenti
Monella Vagabonda & Figlie III, la clonazione
le puntate precedenti: uno e due
Volete che la miracolosa, esponenziale, in crescendo clonazione di marche magliettare tutte simili tra loro, oscene e malvestitissime, tutte similmente sponsorizzate da vipparoli televisivi di terza categoria, oggetto di orride e insensate pubblicità che costellano programmacci della peggior specie, volete che un fenomeno così grandiosamente e squallidamente malvestito mi lasci quieta ed indifferente? Per favore.
Ne abbiamo parlato l’ultima volta, forse ricordate, che era ottobre: le figlie di Monella Vagabonda prosperavano facendo bella mostra di sé sul petto di vipparole più o meno scarse (puntando in particolar modo sulla spazzatura umana usa e getta da reality - grande fratello e Defilippate in testa). Ci eravamo interrogati sullo strano fenomeno per cui, in un quadro di complessiva crisi del settore tessile italiano, proliferassero allegramente aziende su aziende, tutte concentrate sullo stesso tipo di prodotto, qualcosa che riunisse in modo piuttosto contraddittorio una pessima qualità (standard meno che cinesi) e allo stesso tempo uno sbandieratissimo made in italy. Ci eravamo interrogati sulla strana coincidenza per cui tante di queste aziende sono di fatto legate l’una all’altra, copie su copie di un unico prototipo, tutte con sede a Barletta, e tutte con un padrone che, nella maggior parte dei casi, sembra sempre il medesimo.
Ma l’interrogativo più cocente, basato sulla semplice constatazione del loro oggettivo e schiacciante flop commerciale, e sul parallelo e continuo sfornare nuove marche (e, be’, anche sulla valanga di denaro necessaria a cotanti spot televisivi), l’interrogativo rimane: come fanno a guadagnarci? E ancora: perché tante marche?
Sarete sicuramente curiosi di sapere come sta oggi l’allegra famigliola: ebbene, c’è qualche nuova pargoletta, e le figlie grandi hanno avuto destini differenti. La progenitrice Monella Vagabonda ha decisamente alzato il tiro. Giusto un pochettino però, non fatevi strane idee. Nuova testimonial, Anna Tatangelo, vipparola scarsina anche lei, ok, ma almeno sulla carta d’identità, alla voce professione, non ha scritto “boh” (Eva Henger, la vecchia testimonial, una volta abbandonato il porno cos’è che poteva scriverci, “spalla del gabibbo”?): ultimamente poi - non dimentichiamolo - è salita di un gradino nella scala vipparola grazie alla strombazzatissima liaison con il boss neomelodico Giggi D’Alessio (il figlio del quale, Claudio, è impegnato anch’egli - pensate un po’ - nel lancio di una marca d’abbigliamento, dal nome tipicamente partenopeo, Playa Nevada - sito). C’è anche un lieve innalzamento dei prezzi, come testimoniato da ebay, dove le orrorifiche magliette con la rana amorfa sono in asta intorno ai 25 euro, a fronte dei 10 dell’anno scorso (non che l’aumento di prezzo le abbia rese più appetibili, eh, non se le compra nessuno uguale).
Tra le figliole, Follettina Girl ha ingaggiato una testimonial perfettamente in tema con la totale desertificazione del gusto di cui è portatrice, Sara Tommasi, mentre Miss Ribellina, che solo qualche mese fa, appena nata, poteva a malapena permettersi una economicissima ex corteggiatrice, è riuscita a convincere la gatta nera Ainette Stephens. Bambolita, neonata orfanella in attesa di adozione, si piglia una mezza calzetta senz’arte né parte, Linda Santaguida, il cui picco di artisticità televisiva consiste nell’aver dato del frocio ad un suo ex collega dell’isola dei famosi (ah sì, giusto, è anche la fidanzata di Costantino, ma chi se lo fila più Costantino?).
C’è anche chi è rimasto tale e quale, come ad ottobre scorso, un pezzettino di nulla cosmico. Miss Pirù, ad esempio, e il maschile Partito Preso, i cui siti (qui e qui) stanno lì ad ammuffire, con le stesse foto della Radchenko e Rannisi in home; ma anche Miss Clò e Ampollina Jeans (qui e qui), che manco si son potuti permettere una testimonial di quelle che accarezzano i materassi nella televendita di Aspettando Beautiful. Va detto però che all’Ampollina, almeno, sembrano essersi accorti che quell’orrido frullato di incongruenze che gli faceva da mascotte, il pinguino col papillon, una corona sulla testa e un cuore sulla pancia, era davvero troppo al di là della comprensione umana, e l’hanno quindi soppiantato con una più sobria e originalissima “a” stilizzata. Quelli di Furbetta (sito), furbetti, tentano invece di gabbare l’occhio dell’incauta cliente miope prendendo come testimonial una delle più insipide ex-troniste defilippiche, tale Flora, il cui viso ricorda lontanamente la ben più costosa Elisabetta Canalis (diciamo: Elisabetta Canalis appena uscita da una terapia al cortisone).
La neonata Fragolita (sito), contro la cui odiosa musichetta in midi avrete forse bestemmiato prima dell’inizio di Uomini e Donne, ci offre per la prima volta una mascotte ortofrutticola (una fragola, appunto, cosa altro). Testimonial ufficiale è la storica trainatrice di monella vagabonda, Eva Henger. Nulla di nuovo, le solite noiose magliette piene di scrittine di paillette luccicanti in inglese maccheronico (”for only vip”), con la mascotte (la fragola appunto) che fa capolino qui e là, e qualche deprimente tentativo di riciclare attuali tendenze (v. la felpa stellata in foto). Ma la giocosa e bambinesca Fragolita nasconde una seconda identità, più cupa e trasgressiva, che risponde al nome di Exen Jeans (qui). Nonostante il patetico tentativo di celarsi dietro il nome di due diverse società barlettane (CF group s.r.l. Fragolita, NICOS s.r.l. Exen Jeans), si son fatti fregare sia dai numeri di telefono, che coincidono, sia dalla presentazione delle aziende (sulle rispettive homepage), identica per entrambe, persino con lo stesso copiaincollato errore di punteggiatura (1 e 2 - non è una meraviglia, Nina Moric in preda ad un attacco di diarrea?).
Del resto, si tratta della ormai conclamata pigrizia dei creativi barlettani (eh sì, perché non c’è una di queste marche che non sia di Barletta), per cui anche Miss Pirù e Six Shout (sito) sono entrambe identicamente “griffe di moda e tendenza. Puro Made in Italy da indossare”, come si legge sui rispettivi siti.
Ma non è finita. Alcuni nuovi marchi Monella Vagabonda Style sono nati negli ultimi tempi persino nella ricca e industriosa Padania (eh, che volete, le cattive idee si diffondono facilmente). Quanto a banalità, squallore e potenziale malvestito non hanno nulla da invidiare alla famiglia Monella Vagabonda; rispetto alla quale però risultano un tantino più tollerabili, se non altro perché evitano le amorfe e improponibili mascotte animali e ort | | |