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Essere Giovanni Allevi: il manuale (Mozart meets Ecce Bombo)
Ho scritto un po’ di tempo fa una cosa direi tutto sommato definitiva su Giovanni Allevi (se non l’avete letta: leggetela), non che sia spuntato qualcosa di importante da aggiungere, ma pensavo che potremmo sfruttare il suo libricino, La musica in testa, per vederne confermato quel perfetto ritrattino di patetica mediocrità - facendoci due risate.
La musica in testa è un’opera capitale che inaugura il genere letterario dell’autovangelo: lo scrivente snocciola una sfilza interminabile di aneddoti fantastici che hanno lo scopo di esaltare le gesta miracolose di colui che venera di più al mondo, se stesso, soddisfacendo il proprio smodato desiderio di specchiarsi, adorarsi, masturbarsi. La struttura generale dell’autovangelo alleviano è evidente: Giovanni Allevi non ha superato quegli oltre trent’anni di anonimi fallimenti, non se li spiega, li rifiuta, tenta di giustificarli cucendosi addosso una storia in cui tutto - anche il più insignificante “chi cazzo è sto cretino” - assume un ruolo fondamentale e necessario nel quadro complessivo dell’enorme successone internazionale a cui la “capricciosa dea musica” l’aveva destinato già dai tempi dello spermatozoo (”una cospirazione divina”, definisce la sua vita).
Come nelle favolette col brutto sfigatello emarginato che ne subisce di tutti i colori [1] e però lo capisci subito che ha qualcosa di diverso e specialissimo - è stato morso da un ragno radioattivo coi capelloni cotonati! - Giovanni Allevi utilizza la chiave del lamento vittimista (nei toni di un falso modesto stupore) per rendere più sfavillante il proprio genio incompreso: quando racconta per esempio che da piccolo “passo il tempo chiuso in uno scatolone di cartone nel garage sotto casa, per sentirmi protetto dall’ansia” - e fin qui niente di eccezionale, è un cliché di alienazione infantile così sputtanato che lo canta pure Mondo Marcio, ma poi aggiunge - “per dirigere in piena libertà l’enorme orchestra sinfonica che ha iniziato a suonare ininterrottamente nella mia testa“: ecco, una bilanciata combinazione di triste sfigaggine e precoce incredibile genialità (non un’orchestra qualsiasi, un’orchestra enorme!) che è il tema dominante dell’autovangelo; perché la cosa che davvero interessa al quarantenne Giovanni Allevi è precisamente questa, sceneggiarsi a posteriori nei panni di ciò che avrebbe voluto essere più di ogni altra cosa, e che però non è mai stato: un ragazzo prodigio.
Giovanni Allevi poveretto non desidera altro, vorrebbe averci venti anni in meno, vorrebbe poter essere celebrato come una giovanissima rivelazione - fa quel che può: si tinge i capelli, fa il giocherellone idiota, ricorre ad un look teenager concepito imitando (male) i più scemi modelli fiction-televisivi: pantaloni larghi, magliettine strette, occhialetti colorati, converse - vorrebbe tanto poter tornare ragazzino com’era ai tempi bui del conservatorio, sigh sob, là dov’era snobbato da tutti. Ah il conservatorio, che sofferenza, che pena, che umiliazioni! Magari non sarà possibile cancellare gli insuccessi passati, ok, ma ecco finalmente la soluzione - grazie alle possibilità di sfrenata ego-esaltazione dell’autovangelo si può magicamente tramutarli in predizioni di futura grandezza: Giovanni Allevi se ne stava ancora là ventottenne a perdere concorsi uno dietro l’altro non perché fosse una scarsa merdina, ma perché aveva “osato andare contro il sistema della musica contemporanea” e “come dice Hegel, in questi casi le possibilità sono due: o vinci e apri una nuova strada, o vieni allontanato perché sei una minaccia per il vecchio ordine“, insomma, il buon vecchio leit motiv del nessuno-mi-capisce sono-troppo-avanti [2].
E come nella pubblicità della carta di credito, quella che regalare il tuo primo romanzo a chi t’aveva detto che non ce l’avresti mai fatta non ha prezzo, nell’autovangelo di Giovanni Allevi c’è ovviamente spazio per la sciocca infantile rivalsa gne-gne-gne. Osavate non cagarmi? adesso ve la faccio vedere io. Da piccolo per esempio c’aveva un compagnuccio (M. lo chiama [3]) stra-adorato dai maestri di musica che suonava il piano divinamente, era il più bravo di tutti, “studia quasi otto ore al giorno! Pare che i genitori lo costringano con la forza” (traduzione: per forza suonava meglio di me, non è che io avessi meno talento, è solo che lui ci passava le giornate, sarei stato capace anche io così [4]), dovreste vedere che squallida fine ha fatto oggi quel ragazzino che amavano tutti, Giovanni Allevi non vede l’ora di prendersi la sua goduriosa vendetta super-orgasmica (notate come non si limiti a un meschino sfottò del fallimento altrui: si lascia andare ad una rabbiosa bullesca ostentazione dei propri successoni) “M. non suona più. Ha preferito un lavoro in banca. Io ho fatto concerti in Italia, Cina, Giappone, Stati Uniti, Europa, Russia, Canada. Ho suonato di fronte a platee immense, in dirette televisive e radiofoniche”.
Non parliamo poi di quei sordi bacucchi reazionari del conservatorio, colpevoli di non averlo saputo apprezzare, per fortuna che la dea musica l’ha fatta pagare pure a loro, che alla fine sono stati costretti a inchinarsi al cospetto della sua strepitosa grandezza: c’è una scenetta molto buffa, ovviamente inventata di sana pianta (sembra l’epilogo di Rocky IV quando l’establishment sovietico è costretto ad applaudire il pugile nemico) “notai che in platea c’era una intera fila di ragazzi con le braccia conserte, che non concessero un applauso per tutta la durata del concerto. Studenti del conservatorio locale. Quando alla fine è venuto giù il teatro, con la gente che urlava dai palchetti e il resto del pubblico in platea tutto in piedi, si guardavano intorno smarriti e per non fare brutta figura hanno dovuto accennare anche loro un applauso”; dove le braccia conserte si riferiscono metaforicamente all’atteggiamento istituzionale di chiusura verso il “nuovo” che Giovanni Allevi dichiara impudicamente di rappresentare (non si contano le sparate del genere “la mia piccola grande rivoluzione culturale”, “ho alterato il sistema”, “un nuovo rinascimento è alle porte”). Se gli aridi dogmatici bacucchi del conservatorio non sono stati capaci di riconoscere la sua esplosiva portata rivoluzionaria, tiè, che schiattino d’invidia, c’è tutta una gigantesca mole di ridicoli aneddotucci che dimostra la piena ricettività del cuore puro e incontaminato dei poveri di spirito [5]: “il pubblico è attonito […] vedo occhi lucidi di commozione […] la mia musica ha investito tutti con la sua onda emotiva”, “sono tutti meravigliati dalla follia poetica del mio gesto”, la mia preferita (detta da un’ammiratrice) “questa bottiglia contiene aria che è stata attraversata dalle note di Giovanni Allevi”.
Ma è soprattutto nell’ultimo capitolo, pomposamente intitolato L’era dell’emozione, che Giovanni Allevi dà il meglio di sé: è qui che tenta di fornire una base pseudo-filosofica alle sue composizioni musicali, infilando raccapriccianti dissertazioni da manualetto fricchettone new age sull’uomo l’anima il divino [6]. Ha un’idea stupida e adolescenziale della musica, le attribuisce una natura sovrannaturale, “misteriosa”, crede che derivi da un irrazionale abbandono alle sensazioni del momento (”il segreto è non pensare”); si rifugia nel “mistero” fine a se stesso, nell’insensato, non è in grado di capire le possibilità della ricerca, della curiosità attenta, dello studio, nega la ragione e l’intelligenza perché non ne possiede, è così tragicamente stupido che non ci arriva (”il novecento è stato il secolo della mitizzazione del pensiero scientifico, dell’idea che la ragione potesse spiegare tutto. Ma il mito della concettualità e del tecnicismo ha ingabbiato l’uomo in un eccesso di pensiero […] Il novecento è stato il secolo più violento della storia: è la ragione l’origine della violenza, perché da essa scaturiscono la differenza e la pretesa di conoscere ciò che in realtà è mistero“), tutto è ridotto a triti automatismi mentali, schemi di crescendo, diminuendo, staccati e fraseggi già sentiti mille e mille volte ancora. Lui la chiama emozione: è stupidità. E Giovanni Allevi è per l’appunto questo: un goffo stupidone buono solo a fare “oooh”, come i bambini scemi della canzoncina.
[1] “alle medie non mi invitavano alle feste”
[2] e però un bel giorno è successo che il direttore del conservatorio non ha potuto trattenersi dal riconoscere che la sua musica è “geniale, a metà strada tra la musica classica e il jazz”, paragonandolo a Keith Jarrett con “un’eco di Chick Corea e Béla Bartók”: se ve lo state chiedendo sì, non c’è dubbio, soltanto nella mente di Giovanni Allevi può esistere un direttore di conservatorio così terribilmente incompetente
[3] non è una questione di riservatezza, semplicemente non è mai esistito
[4] ah, l’Allevi esecutore! che titanico scontro di personalità, esecutore contro compositore: “il Giovanni esecutore deve rendere conto al Giovanni compositore, ma anche l’esecutore scopre nuove sfumature nella partitura, e mi accorgo di essere continuamente dilaniato da questo conflitto” (dilaniato!); a volte timido (sono un compositore troppo figo) “temo di non essere all’altezza di ciò che ho scritto” a volte sborone “scopro che la musica che esce dalle mie dita è ancora più bella e intesa di quella che il compositore sentiva nella sua mente” (come esecutore sono ancora più figo)
[5] “come è bello scoprire intorno a me una nuova generazione di poeti, visionari, sognatori, che hanno deciso spontaneamente di rendersi emotivamente vulnerabili alla mia musica classica contemporanea”
[6] ne ha avuto di tempo per pensarci: “all’università mi sono chiuso sempre di più, arrampicato nelle vette rarefatte del pensiero filosofico. Mentre gli altri si organizzavano per fare viaggi, vacanze o feste, io passavo le estati a studiare Aristotele come un pazzo!”
di Betty Moore Collezione: io sono originale, maschioni, very important malvestite 419 Commenti
Malvestito #27 - duemilatredici
Non mi piacerebbe per nulla essere così viscidamente corretta rispettosa gentile nedflanderina ptciùpctiù come walter veltroni, che è ovvio crede di essere il coprotagonista del finale enfaticissimo di un filmone spielberghiano (è così entusiasta, così soddisfatto così commosso dal proprio stesso ostentato fairplay, immagino che si aspetti che adesso silvio se lo metta nel cestino della bicicletta sotto una copertina e lo porti a svolazzare sullo sfondo di una intensa luna piena); non mi piacerebbe neanche essere uno di quegli astuti barbosi analisti salotto-realpoliticari che adesso “bisogna riflettere sui motivi profondi di malessere che hanno generato una tale netta affermazione del centrodestra e in particolare della lega nord”; vorrei invece proporre una drastica definitiva soluzione al problema, niente altro che un banale quizzuccio da stampare in cima alle future schede, una robina facile facile tipo collega questa figura geometrica ad un’altra con lo stesso numero di lati - e solo se lo risolvi ti validiamo il voto, sennò t’attacchi: non vi sembra brillante? per la lega non riuscirebbe a votare più nessuno, nemmeno i suoi dirigenti, e il pdl tutto avrebbe le percentuali del partito autonomista free poggibonsi.
La figura geometrica magari disegnata piccolina, così funziona pure da esame della vista per i catorci pluricentenari che votano al seguito dei nipotazzi bburinoni in quota centodestra, tipo questo malvo qua numero ventisette, che al nonnetto (1) un po’ svanito in fila dietro di lui gli ripeteva di continuo “sta attento a non farla fuori” (che sì in effetti sembrava più che altro una raccomandazione di natura igienico-urologica, ma no si riferiva alla crocetta da fare sul simbolino della lega) e il nonnetto nel frattempo del tutto indifferente giocava a esaminare con la lente d’ingrandimento (2) le liste elettorali e i disegni dei bambini appesi al muro (”cos’è, il nuovo simbolo dei comunisti quello?” “no nonno è una lumaca”).
Il bburinazzo qua presente non sarebbe neanche da fare entrare in cabina, a dire il vero: il quoziente d’intelligenza ce l’ha bello in vista stampato sulla coscia (3 - ma lui oh dev’essere una cima in paese, ne va fierissimo, l’ha fatto tutto infiorettare di fiamme esplosive), non che ce ne fosse bisogno, perché certi eccessi di bburinità malvestita sono sempre di per sé un certificato sicurissimo di mentecattaggine: il profluvio di insensate decorazioni, numeri simboli scritte toppe di ogni genere (4 - un grosso numero uno sul fegato, una specie di dragone da insegna medievale sul petto - 5), il tutone stile gangsta-casual col bavero sparato trucidissimo (6 - il collo aperto sulla maglietta della salute sotto) le zip fini a se stesse puramente ornamentali (7) e le tascone multiple macgyver (8), le strane scarpette borchiate con il simbolino creative commons (9 - uhm, in realtà credo siano una roba chiamata costume national); coi soldini del bollo auto - incrociamo le dita - ha già deciso, ci si compra le lucette al neon da mettere sopra il parafango anteriore come supercar, che fanno su e giù.
di Betty Moore Collezione: maschioni, semo bburini 451 Commenti
Malvestito #26 - Popolo della libertà
Adesso che ci sono in giro le bandierine i banchetti e i camioncini della campagna elettorale il brutto è che come meno te l’aspetti puoi averci l’incontro ravvicinato con un esemplare in carne ed ossa a tre dimensioni di quella fauna subumana di entusiasti scimmioni caricati a molla che nei comizi berlusconiani stanno tutti in tiro nelle prime file ad applaudire commossi con l’impomatatura luccicante e la bavetta con le bollicine che gli cola giù sul nodo ciclopico del cravattone rosa.
Per esempio il malvo di oggi, che non è soltanto un virtuoso del molesto volantinaggio propagandistico - bravissimo! cambiava la frasuccia aizzante di incoraggiamento anticomunista ogni due tre passanti (noextracomunitari notasse sìfamiglia): a me appunto, siccome sono di quel genere con le uova, mi ha spiegato caritatevole che “se fai er figlio c’hai le detrazioni” - dovrebbero mettercene a presidiare ogni banchetto di malvi così, che sono molto meglio dei volantini (1): guardate qua che meraviglia, non riesco a immaginare una più completa aderenza vestiaria agli ideali pidiellari, come dire, è una specie di malvestito programmatico.
Toh: il faccione idiota strafottente col broncio carcerario, il nasone spiaccicato da pestaggio, l’occhialazzo da sceriffo e il capello mezzo rasato da sergente istruttore (2); la giaccozza nera gonfietta con le fibbione enormi e il bavero zerbinato (3); lo sciarpone burberry tarocco (4) il padellone di latta multicronometro-altimetro-barometro-acceleratorediparticelle (5) e le scarpette trendy con l’acca smaltata hogan (6 - tarocche pure loro); la cintura poi soprattutto, di questa malva-marcaccia gangsta-pop che non avevo mai sentito prima (ma ho controllato, non è stata un’allucinazione, esiste davvero), John Gotti Jeans, john gotti come john gotti sì; e insomma, un malvestito-manifesto che combina la greve analfabeta prepotente volgarità di purissimo stile bburino-neoclassico col patetico wannabismo minuscolo-imprenditoriale (negoziuccio ferramenta dei genitori) fiat barchetta deodorante axe africa sulla lingua e mutandone elasticizzato calvinklein.
di Betty Moore Collezione: maschioni, semo bburini 195 Commenti
Malvestita #319 - scrotale
A volte succede che il maschio malvestito quello doc al centopercento sia travolto da un improvviso incontenibile raptus bogartiano-ormonale: abbranca rudemente la femmina malvestita (che reagisce svogliata, con uno squittio finto sottomesso-scandalizzato), la strizza, le dà un colpo di clacson (1 - lei sbadigliando: “e daje amo’ che ce vedono tutti”), la poveretta non fa neanche in tempo a sputare la gomma (che non è una gomma, è un omino esploratore microscopizzato in balia del maremoto salivoso) le si avventa addosso (approfittando dello sbadiglio) col boccone umido sturalavandini e le fa un lungo dettagliatissimo esame ortodontico, lì per lì, in mezzo alla strada.
Sono disgustosi spettacolini di ravanaggio apnoico coi quali è soddisfatto il desiderio bburino d’affermazione pubblica della propria piena attività sessual-passionaria, che viene ostentata attraverso un meccanico frigido ma vistoso slinguazzare e qualche annoiato struscio-palpeggìo da manuale del viril-pomiciamento. Insomma, un classicone dell’amorosità iperbburina. E può sembrare il caso banale normalissimo di questa nostra malva trecentodiciannove - nella fase di clacson-slinguazzo - ma invece no.
Fosse stato un lettore delle malvestite chissà magari se ne accorgeva anche lui, il maschio doc centopercento, avrebbe scrutinato pezzo per pezzo l’abbigliamento della malva, il giaccone gonfio salvagente (2) la palandrana sottoveste moscia (3) i fuseaux pizzettati (4) lo stivale coi festoni stesi fuori dagli oblò (5), e poi alla fine perplesso si sarebbe fermato là, sulla borsetta saccoccia monocellulare (6 - “portacriceti”, la chiama SaintJust): e così la volta dopo c’avrebbe pensato per benino prima di farle da dentista, perché la forma fiacca bipartita e non solo pure il colorino pelle mummificata e i pochi ricciolini superstiti alla concia sono inequivocabili, è evidente, si tratta dello scroto del suo ex.
di Betty Moore Collezione: l'amore ai tempi delle malvestite, maschioni, semo bburini 80 Commenti
Coppia malvestita #25
Eh sì che le donne vanno fuori di testa quando vedono dei veri fighissimi così: ti becchi il sorrisino compiaciuto spara-bburinità di quello (1), l’impenetrabile misteriosa specchiatura topguniana di quell’altro (2), lo scintillìo ipnotico in codice morse (”sono fighissimo”) del doppio orecchino dorato (3), l’appuntita palizzata storpia-piccioni di gel calcestruzzato (4), l’evocativa cuffietta condom (5), le chiavi del macchinone turbo con le cinture professional da rally (6 - una smart testa rossa con la pubblicità “Barbarah Estetista” sulle fiancate); come si fa a resistere? sei colta da un mancamento improvviso e giù con una piroetta sospirosa e i cuoricini tutto intorno ti afflosci stordita al loro passaggio.

Mi piacciono un sacco i malvoni di questo genere qua, che ci fanno i vanitosetti un po’ bburino-sofisticati, che si capisce quanto c’hanno studiato su, quanto si sono impegnati a darsi un’aria di così alta fighissimità, con quell’equilibrata dose di malvestitismo io-sono-originale che rende il tutto irresistibilmente rubacuori: perché il gilettino attilla-panzetta a rombetti viola (7 - rivisitazione viggèiara del classicissimo modello montezemolo-gioca-a-golf), la felpina vintage anni ottanta con le righette dissenteriche (8 - una trendy rivisitazione pure questa: del classicissimo modello idraulico-in-tuta-da-lavoro), ma anche la cinturina militare col fibbione metallico (9) e la raffinatissima toppa anale di pelle borchiata col monogramma D&G (10): non è mica roba messa là a casaccio, si vede che c’è dietro tutto un lavorio intellettual-malvestito di primissima classe (guardate bene il malvo a destra: c’ha pure le adidas daltoniche - 11 - quante possibilità ci sono di azzeccare casualmente una tale assoluta completezza pendontizzante? meno possibilità ancora dell’origine della vita biologica! oh be’ per forza, in fatto di malvestitismo sono creazionista).
Il pezzo davvero pregiato dallo stratosferico valore malvestito sono ovviamente le scarpe del fighissimo di sinistra, le bikkembergs (12) tutte d’oro massiccio con lo strappone velcrato gigantesco e il marchio scrittonizzato cucito sopra in bella vista: anatomico-fascianti dall’aspetto calcettistico, sono il tipico esempio di emulazione malvestita della divinità bburina per eccellenza, l’idiota truzzone da campionato (non a caso i testimonial di questo simpatico tentativo di bigiotterizzare i piedoni sono sempre calciatori: Cannavaro fratello l’anno scorso, un certo Andreoli adesso). E per concludere - che direi sancisce perfettamente la loro iperconvinzione bburina - il malvo a destra sulla maglietta azzurra (13) sotto il gilettino simil-trapuntato (che s’è tolto per ficcarsi nello smart-jet) c’aveva stampato lo slogan in stile gotico che sentenziava così: “Fashion”.
di Betty Moore Collezione: maschioni, regine del pendon't, semo bburini 87 Commenti
Coppia malvestita #23 - Mimì metallurgico
Ho ancora la testa con gli uccellini che mi ci svolazzano intorno per queste brutte due settimane: scusate se non ho risposto alle mail, se non ho manutenzionato a dovere il forum, se per ricominciare mi butto su questo argomento facile facile, un genere di malvestitismo evergreen a cui in fondo, mi pare, non abbiamo mai dedicato un posticino tutto per sé - e se lo merita.
Devo averlo già scritto da qualche parte che a me i metallari stanno simpatici, mi fanno tenerezza: quelli di una certa età perlomeno, a cui la fase passeggera della modaiolità cretino-ribellista malvadolescenziale gli s’è incancrenita addosso e non possono più sbarazzarsene, quelli che a novantanni conservano il manto radissimo e sbrindellato di capelloni pubici, le cassettine metal vecchia-scuola nel cruscotto della peugeot centosei, i vestitini attillati con l’allacciatura a bustino impiglia-peli (1), gli amici sodali che si danno i nomignoli in tema col mondo delle acciaierie e degli impianti siderurgici tipo ErCatena, ErPuleggia, ErCric, ErMarmitta, tutti iperconvintissimi nei loro identici costumini che si rifanno alla microgamma di variazioni sul nero-gotico-biker-alcolizzato, tutti che non vedono l’ora di staccare al callcenter per il settimanale rito dello scapocciamento annoiato da capannone zozzo di periferia, lo sbatacchiar su e giù il parruccone-metronomo intanto che la birra tiepida gli si rovescia sui pantaloni: questo genere di metallaro qui mi riempie il cuore di tenerezza.
Il malvestito di destra ci somiglia un pochino, anche se è un tantino troppo giovane e non saprei, potrebbe darsi che il virus metallurgico non abbia ancora cominciato a sgranocchiargli per benino la corteccia cerebrale - di questi tempi poi che ogni minima malva-tendenzucola è sdoganata riciclata e remixata modaiolamente, c’è da dubitare persino di una ex-immutabile costante newtoniana come questa, l’ingenua sincera stupefatta idiozia del metallaro - comunque sì quello a destra è più sul genere che mi sta simpatico a me, col suo gilettino jeans postbellico dalle maniche strappate a morsi e gli stirelli dei suoi gruppi preferiti (2), la maglietta (3) del concertone live di tanti anni fa quando per la prima volta ha provato i funghetti magici, mitici! (erano champignon del todis), i boschetti ricci spelacchiati del pizzo e delle basette vintage trapezoidali (4), gli anfibioni (5) e la sigarettina rigorosamente rollata col tabacco sfuso (6).
Il malvestito di sinistra invece ricalca la versione più darketton-robotica del recente metallarismo, meno trasandatezza-bikeriana e più death-omogeneità da enfatico pierrot neilgaimaniano, tutto sapientemente pendantizzato: dai capelli inerti liscissimi (7) alla maglietta con lo sgorbio demoniaco (8) ai pantaloni depilatori da carabiniere sadomanso che ho già detto (1), la borsetta tracollata di pelle nera lucida (9), l’anello copridito di latta con cerniera da armatura medievale (10 - oh, come alan moore!) e i classicissimi stivalozzi inconfondibili con le loro mega-borchione da androide zombie che va a sciare, i new rock o simili (11) - ah, e per darsi una espressiva tragica impallidita, una inevitabile bottarella di farina sul faccione ebete (12).
di Betty Moore Collezione: arte povera, io sono originale, maschioni 66 Commenti
Rocco Siffredi e le magliette da copisteria (coi cazzetti però)
Lo aveva preannunciato Idraelen sul forum qualche settimana fa: Rocco Siffredi nientemeno, proprio lui, firma una collezione malvestita tutta sua. Non se ne sapeva ancora niente, soltanto che il simbolino sarebbe stato ispirato ad un pene. Adesso che la presentazione ufficiale s’è consumata (pitti uomo, ieri) e al mondo son svelate le meraviglie del brand Rocco Rocks - e s’è inaugurato lo scandaloso simbolino (uno sgorbio a forma di R minuscola in comic sans), e ci sta pure la scritta gotica che fa molto nasty sesso sporcaccione pimp my ride, possiamo già emettere un giudizio definitivo: la Rocco Rocks si iscrive con tutti gli onori nel gruppone di marche malvestite capeggiato da Monella Vagabonda (& figlie). L’anti-stile da cestone bancarellaro è quello lì, inimitabile: nulla che sia anche solo vagamente originale, le inutili t-shirt coi trasferelli da copisteria (al posto di ranocchie, coccinelle e tartarughe, i giochi di parole sessual-maliziosetti e i faccioni di rocco e porno amici) e gli inutili banalissimi abitini con lo sgorbio in comic sans appiccicato sopra alla meno peggio. Capisco che il mercato buco-nero delle tshirt malamente brandizzate faccia gola (e sì, lo so, non c’è poi bisogno di sto grande sforzo creativo - anzi), con tutti i bburinoni in fregola che non vedono l’ora di accattarsi l’ultimo ritrovato della scienza magliettaro-malvestita, ma che cavolo, Rocco, se vuoi provarci anche con l’intimo non rischiare vai sul sicuro, fatti una bella joint venture con Valeria Marini.
di Betty Moore Collezione: allucinazioni, maschioni, very important malvestite 42 Commenti
Padre Pio malvestito
Se la religione è malvestita e il cattolicesimo tra le tante una delle più malvestite, Padre Pio è il suo indiscusso Roberto Cavalli: padre pio sta alla religione cattolica come Cavalli a quell’altro inutile corpus di favolette mentecatte cosiddetto mondo della moda, cioè praticamente l’ignorantello gasato non proprio brillantissimo che vive d’espedienti teatrali e che però (anzi: proprio per questo) suscita la simpatia della gente povera di cultura e spesso di cervello, che in uno così platealmente baraccone ci si rivede, si riconosce e prega.
Accantonando la questione religiosa - su cui comunque sappiatelo non ho alcun pregiudizio, come non ne ho riguardo gli elfetti verdi che sotterrano le pentole d’oro sotto gli arcobaleni - direi d’affrontare un pochetto l’argomento padre pio nella sua forma più rilevante, Padre Pio come gadget.
Nel mare magnum della paccottiglia cattolica da arredamento malvestito, senza contare l’onnipresente crocifisso all’ingresso (con rametto d’ulivo rinsecchito sotto l’ascella) e lo scudetto della madonnina (da voltare durante l’amplesso non procreativo) in camera da letto, padre pio fa la sua porca figura più o meno in tutte le case del regno, quasi: compare spesso nelle spoglie porcellanee della statua da esposizione salottiera, in tutte le dimensioni (più grande è più s’è devoti), dalle minute fattezze degli omini da tavolinetto di cristallo (così la si può aggiungere alla collezione di putti angelici col flauto) alle colossali misure della statua da giardino comunale, in scala 1:1 così la si può spostare vicino al divano e ci si può guardare la televisione assieme.
Per quelli che non c’hanno granché da spendere, per quelli che al mercatone di sangiovannirotondo ci sono andati in pullman (e gli hanno detto che il padre pio colosso di rodi non c’entra nel portabagagli), ci si può pur sempre accontentare di un santino, di una riproduzione fotografica, di un piatto liscio o fondo (sai che emozione mentre mangi che piano piano ti appare la faccia di padre pio tra i rigatoni - miracolo!): il santino poi ehi è utilissimo ché lo tieni sempre con te, puoi mettertelo nel portafogli così che ti protegge sempre ovunque vai, come un talismano vudù, oppure te lo fai incorniciare e te lo inchiodi da qualche parte accanto allo scudetto della madonna, oppure anche gli dai una sleccazzata di colla dietro e te lo appiccichi sul cruscotto, giusto per amplificare il potere salvifico del rosario che già c’hai appeso allo specchietto retrovisore - per una quattroruote malvestita velocissima e invulnerabile.
Soluzione gettonatissima questa qui del padre pio copilota, il che direi è abbastanza comprensibile, se pensate all’importanza capitale che ha un’autovettura nella misera esistenza altrimenti desertificata di un bburinone malvestito qualsiasi. Pensate al caso eccezionale degli autotrasportatori, categoria notoriamente popolatissima di coattoni allo stadio terminale: basta farsi un giretto notturno in autostrada per vederne di tutti i colori, letteralmente, padrepii al neon in tutte le salse che scintillano intermittenti, lasvegasseggiando dai parabrezza di due camion su tre - roba che farebbe impallidire il pork chop express.
E tutta una serie sterminata di gadget incredibili. Posate, orologi, accendini, tshirt col faccione in negativo alla che guevara - padre pio s’è fatto strada anche nel campo della deodorazione, sull’onda di quella leggenda là, sapete, che quando si manifesta the magic touch of padre pio ci sono nell’aria questi strani odori che non si capisce da dove vengono, così che per sognarsi d’avercelo sempre accanto basta comprarsi l’arbre magique fatto apposta. E immaginatevi che gran ritorno di popolarità adesso che pare vogliano riesumarlo pubblicamente, si potrà finalmente verificare se è più o meno decomposto di Keith Richards - ma io ci scommetto di no, miracolo!
di Betty Moore Collezione: allucinazioni, maschioni, semo bburini 361 Commenti
Malvestito #25 - buon natale
Caro Babbo Natale qualche giorno fa ho visto una cosa così malvestita che non credevo ai miei occhi, mi ha fatto cambiare idea per il regalo - ora ti spiego - tu intanto cancella dalla lista il camper spaziale delle winx. Stavo gironzolando sovrappensiero qua e là e senza accorgermene sono finita nel cuore della zona accademiadibellearti, che io considero la zona rossa offlimits numero uno, mai entrarci per nessun motivo mai: accidenti però mi sono svegliata troppo tardi e infatti, appunto, cos’è che mi capita? l’incontro ravvicinato del terzo tipo con questo malvo numero venticinque.
Caro Babbo Natale lo so che stai facendo spallucce, e va be’ starai pensando, niente di speciale, un classicone malvestito: l’io-sono-originalità declinata nella sua forma artistico-sudicio-fattona, il cappello ergo sum (1), la t-shirt sbrindellata (2 - a cinque gradi sotto zero - perché il catarro l’occhio lucido il moccolo, morire di polmonite: c’è niente di più originale?), gli spruzzi di colore ovunque perché lui fa le opere (3), i pantaloni flosci a tre quarti di chiappa (4 - la mutanda che fa ciao ciao) gli stivaletti mocassinati di pelle scena brit-heroin-underground (5 - be’, in realtà sono le pantofole del padre in pensione) e la boccia discount di vino rosso bene in vista (6) ché lo stordimento artistico è un must irrinunciabile; un classicone così senza niente di speciale, starai pensando, non lo vale mica il camper spaziale delle winx.
Caro Babbo Natale aspetta, non è tutto: quando l’ho avvistato - senti qua - il malvo se n’era appena uscito dall’accademiadibellearti ed è sceso in strada che c’eravamo soltanto io e altri due tizi; c’ha lanciato una lunga occhiata di compassionevole derisoria disapprovazione (”ahah, sciocchi normali con normali cappottini”) prima di mettersi in marcia davanti a noi, e stai un po’ a sentire che è successo. E’ successo che nel suo microcervellino dev’essere scattato il BipBipBip dell’allarme rivela possibilità di autogratificazione-io-sono-originale, per cui esaltatissimo ha subito approfittato di noi altri modesto pubblichetto e ha dato inizio allo spettacolo malvestito dal titolo Io sono originale eccentrico strano artista un po’ folle la mia testa è complicata e piena di cose complicate e superiori a voi poveretti normali che non riuscite neanche a capire perché faccio certe cose che a voi sembrano soltanto stronzate da stronzi (che titolone lungo): e così è cominciata, una vergogna che non ti dico, procedeva sulla strada che era tutto un fischiettar danzante, saltellii, piroette, il cappello che faceva su e giù, passettini ubriachi di tip-tap. Che immenso piacere doveva dargli la certezza dei nostri occhietti spaventati a forma di punto interrogativo (io manco dieci secondi e ho fatto dietrofront, me la sono data a gambe). Accidenti però se non era una straordinaria incarnazione di quella equivalenza harmonyosa da cui Diversità uguale Anticonformismo uguale Artisticume (e la principessa se la fa con lo stalliere!), un capolavoro di esibizionismo malvestito, la stupida banalità io-sono-originale ai suoi massimi storici.
Caro Babbo Natale insomma come vedi meritava, e io quindi avrei pensato al posto del camper spaziale delle winx, appunto, se ti è possibile: i malvestiti io-sono-originale di questo genere qua, che ne pensi, ti riesce di dargli come dire, una sterminatina veloce?
di Betty Moore Collezione: allucinazioni, io sono originale, maschioni 57 Commenti
Provini GF #4 - Gnomo da fiction
Ciao mi chiamo Jack e sono un imprenditore, mi piace molto investire e fare crescere la mia impresa ma il mio sogno è diventare attore magari di fiction, da anni studio recitazione e faccio teatro. Che sarebbe: ciao mi chiamo Giangiacomo e il daddy c’ha una ditta di protesi dentarie, io odio le protesi dentarie e non vedo l’ora che il daddy schiatta per rivendere la ditta e comprarmici il cayenne, non faccio un cazzo ma nel frattempo dato che sono bello farei quelle cagate di filmetti con le ex-veline e gli ex-tronisti, da piccolo alle elementari recitai il piccolo tamburino.
I film preferiti di Giangiacomo - dice - sono quelli di Kubrick e di Muccino, il suo attore preferito è Edoardo Costa però anche Riccardo Scamarcio e Tiberio Timperi. Edoardo Costa soprattutto perché è uno che viene dal nulla, s’è fatto da solo e guardalo oggi dov’è arrivato, che va a puttane con Bruce Willis. E siccome Giangiacomo vuole fare l’attore magari di fiction, s’è già imparato e mette splendidamente in pratica alcuni fondamentali trucchi del mestiere: per esempio ha capito che quelli come lui con l’occhietto rotondo da piccione non vanno da nessuna parte, e così allora fedele alla lectio magistralis del suo idiolo Edoardo Costa, grazie a lunghi faticosi mesi e anni di allenamento, è capace di trattenere sul viso un mostruoso ghignone spalancato coast to coast che gli fa strizzare l’occhietto aviario in queste due micro fessurine rettangolari (1) colle rughette intorno che, diciamolo, sono il massimo dell’espressività, magneticissime. Il che poi è utile per sfoderare un altro suo pezzo forte, i quindici anni di ingessatura ortodontica che oh, saranno pur serviti a qualcosa, tiè, guarda qua come splendono (2 - blink!).
La camicia azzurra wall street (3), polsini e colletto bianchi e maglioncino d’ordinanza cucito sopra (4), i pantaloni da yacht-man daltonico (5) e il leggiadro movimento col quale rotea gli occhiali da sole (6 - avete notato che disgraziato, non solo soffre di gnomismo, pure di polidattilia), tutto concorre a darci una precisa idea del personaggio, l’imprenditore benestante casual ma di classe - nonostante a dire il vero alcuni particolari un po’ eccessivi, l’anellazzo da magnaccia al mignolo (7) e le scarpette da ginnastica col velcro doratissime (8), be’, ne rivelano l’indole irrimediabilmente plebea e sborona.
Perfetto comunque per ruoli da mezzo busto, tipo il barista o l’impiegato di banca (che ne so, nella scena dove c’è Bruce Willis che sventa una rapina).
di Betty Moore Collezione: alta moda, maschioni 32 Commenti
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