E’ come una specie di legge di Murphy sulla fecondazione: se c’è qualcuno che sarebbe meglio non fosse mai nato, ecco, quello si moltiplicherà. Prendete i bburinoni, che stanno al sapiens sapiens come la morbida semplicioneria dell’uva passa sta alla labirintica complessità del cervello umano (e infatti da quella sono evoluti, da un’uvetta: c’ho proprio qui tra le mani uno schemino esemplificativo, ve lo scannerizzo), era inevitabile: qualcuno, migliaia di anni fa, magari uno scienziato pazzo o chissà chi – migliaia di anni fa quando ancora i bburinoni erano un gruppetto minoritario, e li si usava come schiavi e nelle fiere di paese si faceva il gioco del tiro-a-segno col bburinone sospeso sulla piscina piena di piranha – qualcuno dicevo, molto sconsideratamente, deve aver infranto la regola numero uno della prevenzione anti-bburinità, ovvero quella che dice Mai mai mai dare da mangiare ai bburinoni dopo la mezzanotte, e soprattutto Mai mai mai bagnarli nemmeno con una gocciolina d’acqua; tragedia delle tragedie! moltiplicatisi di milioni e milioni d’unità in un battibaleno, i bburinoni hanno costruito un mondo a loro immagine e somiglianza, bburinità e orrore e scemenza ovunque, sono diventati presidenti del consiglio, imprenditori potentissimi, governano nazioni atomiche (dio, che bburinità!) se la scoattano dappertutto e continuano del resto, imperterriti, a riprodursi e ad aumentare di generazione in generazione.
O almeno, sarebbe bello poterci credere, sognare ad occhi aperti un’età dell’oro in cui i bburinoni erano pochi e sottomessi: non è mai esistita! Non illudetevi, sono sempre stati lì a dominare il mondo, fecondandosi freneticamenti come piccioni – e per uno sfigatone sapiens sapiens che inventava la ruota, c’era già tutto intorno un accalcarsi di bburinoni esaltatissimi che facevano il gesto del volante con le mani e mugugnavano “brum brum brum” e “memmm memmm” (e ce n’è ancora oggi).
La malvacoppietta di oggi, per l’appunto. In una ideale listona di cose che dovrebbero squalificarti come potenziale genitore, obbligandoti per legge alla sterilizzazione, sfoggiano orgogliosi: pantalone trasparente gonfietto stile Aladino risucchiato tra le chiappe (1 – il buco nero che effetto volete che abbia, è come un mega aspirapolvere: il tanghino puoi ritrovarlo in un modo soltanto, con una colonscopia), chilata di braccialettini da caviglia (2) che pendantizzano con l’altra chilata al polso (3 – questi qua col loro ipnotico tintinnìo servono a rintontire ulteriormente il baby-bburino), cofana gobbo di Notre Dame (4), borsone della spazzatura con catenone gigantesco da ponte levatoio (5), magliettina glitterata d’oro con sensuali trippetti che spuntano di qua e di là (6), jeansaccio Dolce & Gabbana con strappi artistici (7) e cintura incorporata simil-elastico-mutandaro (8), scarpe anatomiche velcrate dal colore improbabile (9), pacchettino di Marlboro pronto all’uso (10 – che non si sa mai, il bambino potrebbe smettere di tossire da un momento all’altro), basettone quadrato da metalmeccanico (11) e t-shirt Braccio de Fero (12).
Quasi sempre con le malvestite lo si capisce a una prima occhiata che non c’è dubbio, sono tragicamente sceme (e in effetti non c’è dubbio nemmeno a una seconda e una terza occhiata, non ci sarebbe dubbio nemmeno facendole gareggiare contro uno scimpanzé al gioco del metti il solido geometrico nel buco giusto – finirebbero soltanto per strozzarsi col dodecaedro), ma osservandole con attenzione capita a volte che persino i casi più disperati rivelino insospettabili guizzetti d’ingegno simil-umano. Eccone un bell’esempio, la nostra malva trecentotrentuno – che ha passato tutta la giornata avanti e indietro per saldi e saldissimi (1), tra il caldone sahariano fuori in strada e il gelo condizionato di negozi e grandi magazzini; e però come sapete il dogma malvestivo prevede che ci si ignudizzi sempre e il più possibile – una felpa, un maglioncino? anche se volesse, nella microborsetta coi taschini spiattellati (2) non c’entra un bel niente (è un fake, le zip manco s’aprono) ed è impensabile che si leghi qualcosa in vita occultando il morbido sculettìo dello shortino attillato (3) – e poi c’è questo filo dorato bburinissimo che le taglia sorridente il pancino piatto (4) di cui la nostra malva va fierissima (col neo – 5 – e l’ombelico che completano l’emoticon addominale) e vuole mostrarlo a ogni costo; parrebbe quindi una inestricabile situazione di stallo (polmonite) ma invece no, la nostra malva ha escogitato una soluzione brillantissima, ispirandosi al mito classico del ciccione trasandato con la saracinesca alzata sul pancione etilico, tadàn, s’è inventata la magliettina arrotolabile (6) che si trasforma in toppino, ai saldi giù e in strada su.
E va be’, ho detto tutto? Il braccio espositore di donuts (7) e che altro, ah sì, le flip-flop sadomaso (8) col laccio annodato di pelle nera e la cordicella di pallini tra le dita, dolorosissima.
Questo qua sì che è un vero encomiabile esempio di dedizione malvestita, andarsene tranquillamente a passeggio sull’asfalto illiquidito dalla supernova equatoriale (l’equatore di Mercurio) degli ultimi giorni coi fettoni lessati in un brodino di sudorazza bollente dentro un paio di ermetici stivaloni a pressione, tornarsene a casa e dover estrarre coi guanti da forno e poi scolare nel bidet i moncherini fumanti con le unghiette evaporate; per quale motivo poi, be’, per una semplice questione di armonia pendantizzante: cosa altro vorreste metterci sotto lo spesso cinturone di cuoio reggi-ernia da sollevamento pesi (1 – con due tre chili di fibbione in ferro battuto), una smilza flip-flop? una ballerina? ma per favore, è chiaro che ci vuole una altrettanto massiccia masochistissima coppia di gringo stivalazzi in pelle (2 – con cinturino cavigliare che richiama il reggi-ernia e multiborchiatura dorata a pioggia).
Tenete anche presente il raffinato contrasto boho-chic (cowgirl col velo da sposa – ah sì, e coi fuseaux – 3) che si stabilisce tra l’acchittamento greve da saloon (a cui partecipa il braccialettazzo pendulo a etno-pallettoni arrotolato in modo studiatamente disordinato – 4) e la pretenziosa eleganteria della sottoveste leggera svolazzosa con le candide tramature floreali da copriletto estivo (5) e il mini borsino Louis Vuitton porta saponette (6); gli occhialoni insettoidali a specchio (7)? ah va be’ quelli servono per nascondere le lacrimucce di dolore (guardate la bocca lassù come le sta sublimemente sfinterizzata in un broncetto di sciccosa superiorità: perché sì, lessarsi dà carattere).
Con tutte le noie che deve sopportare, mi sembra giusto che una malvamammina come la nostra trecentoventotto sfrutti al massimo le rare occasioni che ha di godersi questa sua stupida appiccicosa creaturina codinata, che quelle due tre volte mensili di scorrazzìo negoziaro possa scegliere e comprare e metterle addosso precisamente quello che si metterebbe addosso lei stessa fosse alta mezzo metro in meno, realizzando così il primo più alto desiderio malvamaterno: trasformare la marmocchietta rompiscatole in una propria assurda versione naniforme, una specie di smorfioso mini-me malvestito – e sì è ovvio che un bambolotto sarebbe molto più pratico (per portarselo in macchina là fino al centro commerciale te lo ficchi dietro nel portabagagli e sai che bello, niente chiacchiericci “mamma guarda questo mamma guarda quello” niente irritante giochicchiare coll’autoradio niente suonerie trapana-timpani e sopratutto una bella sigarettina tranquilla senza che qualche schifoso moralista al semaforo stia a guardarti storto), ma a parte il fatto che non glielo aveva raccontato lei al buzzurrone col gilet Ferrari e i mutandoni Uomo Anderuer (ora signor marito) che il salto della quaglia era sicurissimo al cento per cento, insomma, sarebbe anche potuta andar peggio (e se nasceva con tre gambe? Miss Sixty li fa i leggings perlinati con tre gambe?).
La felpina di raso rosa con le manichette flosce è la stessa per tutte e due (1), come sono identiche la magliettina a righine col bordo inferiore sfrangettato (2) la collana a pallettoni (3) la cinturona borchiata (4) e le ballerine cuoci-piede intagliate nei copertoni d’auto (5: dei megatarocchi crocs, immagino); i jeans della malvamammina (6) pendantizzano soltanto con la gonnelluccia della marmocchia (7 – con sottocoperta pizzettata e leggings incorporati) e per pareggiare il fattore borsetta (8 – un obbrobriazzo kidult ricoperto di vetrini, col disegno dell’uccellino capoccione e la scritta glitterata tweety) le ha prestato il pacchetto di sigarette (9).
Come quelli che per cambiare una ruota di notte si mettono il giubbino catarifrangente, così le malvestite per non passare inosservate prediligono un abbigliamento ad albedo zero virgola nove che col buio basta la candelina sul banchetto del bar-aperitivaro che son capaci di rischiararti mezzo quartiere, e se c’è il sole a picco meglio ancora, si trasformano in malvatizzoni ardenti superluminosissimi che il sabato pomeriggio quando sul corso risplende il sole gli astronauti della ISS passano il tempo a contarle (“Vedi Anatolij quella più luminosa di tutte? Secondo me c’ha una Luis Vuitton mirror. Oppure è cicciona”).
La malva di oggi (in fase di preserata, consuma litrate di vomitevoli intrugli dolciastri – 1) è appunto tra queste accecanti esibizioniste: ha scelto di tematizzarsi su uno dei più amati stili luminescenza-semobburini, quello ispirato alle leggendarie miniere d’oro di Re Salomone, per cui a parte i jeans attillati neri (2 – bianchi ci volevano, accidenti!) il braccialetto schiavistico (3) non proprio perfettamente pendantizzato (metallico e luminoso sì, ma grigio latta) e la noiosa anziana opacissima speedy (4), abbiamo la canottierazza moscia col classico elasticone sotto-tettico (5) le spalline catenate (6) la fibbia doblone della cintura di sottobicchieri medievali sovrapposti (7) la collanina di tarzanelli (8) e le scarpe velcrate (9), tutto immancabilmente doratissimo.