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Quello che viene dopo X-Factor, che è molto peggio di X-Factor (e ci credo, che noia: senza il buffone, senza le galline, senza il pirla)

il figlio naturale di Franco Battiato e Austin PowersOh ecco, adesso che ci siamo liberati - e da un bel pezzo - di tutto il suo rincitrullente contorno di estenuanti battibecchi prima-l’uovo-o-la-gallina, delle comiche bretelline della scimmietta pirla e delle trivialità della vegliarda sboccata e poi sì soprattutto di quell’eco entusiasta di ridicoli esserini sommamente gratificati dal citazionismo discount del figlio naturale di Battiato e Austin Powers (gli occhiali si semplificano nel processo di fusione), ecco, direi che adesso possiamo considerare X-Factor per quello che è stato e nient’altro: l’ennesima squallidoneria realitara glassata di retorichetta filantropico-caritatevole (noi - cerchiamo - i - talenti - veri) che sputacchia fuori un manipolo di mediocri sfigatoni imbrillantinati di fascinosissima allure televisiva da consumare nel più breve tempo possibile (prima che certo, ehi! prima che se ne partorisca una nuova generazione) tra paccottiglia instant cd e serate e discoteche e sagre e concertini - il solito, no? la medesima deriva delle porcheriole defilippiane cogli uomini primitivi che si fanno qualche mese di mugugni tronistici e poi di corsa in giro a monetizzare il muscolone e il sorrisino ebete e il ciuffetto ingelatinato: è quello che capita del resto ai reduci del “talent show” coveristico-musicale numero uno [1], di cui X-Factor tenta di presentare una versione più matura e musicalmente competente (per la qual cosa, facile: basta buttarci a casaccio qua e là Yes, Who, Pachelbel e varie altre banalità altisonanti) allo scopo d’attrarre un pubblico non esclusivamente composto da branchi di impazzite minorenni cioèizzate.

E accidenti ci sono riusciti, ok, un successone - l’abbiamo già detto - grazie alle sceneggiate trash di quel pipparolo dams merlettato [2] hanno fregato un mucchio di idiotini pretenziosetti a cui evidentemente basta pochissimo (sfottere la Ventura e Facchinetti) per bearsi della propria minuscola superiorità pseudoculturale; ma adesso che Morgan s’è dato [3] e con lui di conseguenza sono venuti meno l’hype della trasmissione e tutto il mucchione di idiotini, adesso che è stata avviata la fase due dell’operazione (vendere vendere vendere prima che qualcuno cominci a tornare in sé e scuotendo la testa alla cassa del mediastore si ritrovi tra le mani il cd di Giusy Ferreri e si chieda raccapricciato “eh? cosa? chi? come?”), adesso che questo dozzinale spettacolone che sproloquiava di musica e talento e originalità s’è concluso, be’, cosa ne rimane? Cosa rimane di X-Factor? Oh, è buffo, ne rimane la stessa cosa che rimane di Amici: un gruppetto di poveri disgraziati e inutili canzoncine che sbiadiscono piano piano e tutt’intorno una terrificante poltiglia di dementi adoranti con la data di scadenza (nella stragrande maggioranza dei casi - e va be’ dai, giustificabili - minorenni).

E’ molto istruttivo in questo senso farsi una navigatina nei forum dedicati ai due finalisti, Aram Quartet e Giusy Ferreri. Gli Aram Quartet, lo sapete, sono quel gruppetto di stonatoni male assortiti composto dal truzzino fighino aspirante provinista di Amici, il capellone originaletto ma non troppo (l’occhialetto bianco nerdarolo è la sua ultima trovatina), un extracomunitario clandestino che fa i kebab di ratto alle feste dell’unità e uno gnomo storto cinquantenne che fa il venditore porta a porta di sciampo anticalvizie; oltre a soffrire dunque una formazione chiaramente destinata al fallimento (i due orridoni, tra l’altro, non sono manco niente di speciale come cantanti, e il kebabbaro in particolare sembra registrato per sbaglio mentre fa la doccia - insaponandosi le palle) non si capisce bene cosa cavolo dovrebbero essere, una via di mezzo [4] tra lo sciapume melenso della boy band per carampanine (la loro naturale disposizione pre X-Factor) e la compiaciuta sboroneria bizzarretta alla Bluvertigo (l’impronta morganiana). I fan - per lo più ragazzine infregolate - li adorano per due motivi, o perché 1) il truzzino e l’originaletto sono boni, e allora “avete mai sognato gli Aram?” (risposte: baci, pomiciate, matrimoni, apparizioni in classe durante l’ora di filosofia) e “ma Antonio vi piace perché è bello o perché è bravo?” (”beh perché è bravo e poi è anche bello che non guasta”), oppure perché 2) sono rimasti conquistati dal loro io-sono-originalismo annacquato a prova di deficiente, ed è significativo (ed esemplare dell’interesse suscitato da Morgan) l’atteggiamento di molti aramquarteristi che si vantano d’ascoltare certe cose secondo loro esotiche e molto fuori dal comune (oltre ai citatissimi - chissà perché - Yes e Who, c’è persino chi vanta esoterismi del calibro di Strokes, Tenco, De André e Battisti - eh, Battisti). Il disco appena uscito (che contiene il best of degli urletti da cover più il singolo ineditissimo [5] firmato Morgan) non è importante che venda milioni di copie, perché nel carampanismo aramquarteriano spicca un forte sentimento di rassegnazione siamo troppo avanti e nessuno ci capisce [6] per cui non è che le canzoni fanno schifo, è il mondo stupido e ignorante che non è ancora pronto (”Bellissimo brano, purtroppo non per le masse”, “è un genere di musica ricercato… di certo non la hit da kantikkiare sotto la doccia”, “fanno riflettere… stimolano dissertazioni filosofiche”, “chi nn capire qst genere e qll di Morgan è xkè ha poco orecchio e di strada ne ha da fare…. ftti un pò di cultura musicale!”), e immagino sia quello che continueranno a ripetersi gli stessi AQ, tra ventanni (ma no, anche solo tra sei mesi), fischiettando Chi (Who) intanto che cacciano le pantegane nel retrobottega del bussolotto Kebab Vero Agnello.

E Giusy Ferreri, che meraviglia, l’ex cassiera che per imitare il vocione di Amy Winehouse - a cui non s’avvicinava minimamente, prima che la Winehouse facesse il botto [7]) - canta con tutto il reparto trombette da carnevale dell’Esselunga ficcato in gola (e il risultato è pessimo, forzato e sgradevole); e nonostante l’imitazione smaccatissima e l’evidente furbetteria degli arrangiamenti (sempre lì lì a un passo dal plagio di Back to Black), nonostante tutti i suoi irritanti artificiosi espedienti per rendersi più interessante (che tra qualche annetto, sicuro, c’avrà le corde vocali decomposte) nonostante il singolo sia banale e prevedibile come la fake-canzoncina che trovereste cantata dal personaggio di un cartone animato [8], i suoi ammiratori entusiasti ripetono ottusamente che “in Italia non abbiamo cantanti con questo timbro di voce e se ce ne sono ne abbiamo uno su un milione” e che “siamo stufi delle solite vocette insulse alla Giorgia” e che “ha una voce originale e un grande timbro…. ce la vedrei molto bene in un film di Almodovar vero?” e il suo disco e il suo Non ti scordar mai di me sbancano un po’ dappertutto (primi su iTunes, primi su ibs) come succede di solito ai taroccacci scadenti delle robe firmate, sempre popolarissimi: perché Giusy Ferreri è così, c’ha il futuro ristretto delle Crocs tarocche di plasticaccia biodegradabile che si trovano sulle bancarelle dei cinesi, verrà dimenticata in fretta e sostituita da qualche altro taroccaccio senza valore; i suoi ammiratori se possibile sono addirittura più cretini di quelli degli AQ e c’hanno spesso da ridire sul pigmalione avversario, “tenetevelo il vostro morgan…. non sapete tante cose su di lui… sul suo passato… cercate su internet e troverete notizie poco gradevoli!… morgan ha dei precedenti penali molto gravi e fossi al vostro posto mi vergognerei anche solo a vederlo…” e poi se gli si rinfaccia la sconfitta “non vi permettete a dire che non abbiamo votato perchè io ho fumato tantissime ricariche… se non sono servite mi dispiace” (al che gli aramquarteristi di solito rispondono sibillini “chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere!!!”).

[1] ma gli Amici defilippici almeno c’hanno un paio d’annetti di lavoro sicuro negli spettacolini teatrali creati ad hoc, a cazzeggiare con Platinette e gli attori decaduti ex-cocainomani - e poi insomma alla fine c’è pur sempre quel canile di Buona Domenica che prende su un po’ tutti i peggio scartoni Mediaset, beati loro
[2] ah c’è una cosa sul ridicolo buffoncello che m’ero scordata di raccontarvi la volta scorsa: c’avete presente questa sua mania - chissà da chi l’ha orecchiata, poveraccio - di darsi l’aria d’averci qualcosa di molto complicato e fantasioso nella testa per cui ogni volta che non c’ha niente da dire prende una frasetta che ha appena sentito e la ripete invertendone le parti, oppure prende una parola e la trasforma in un altra, aggiungendo o trasformando qualche lettera, il tutto producendo dei nonsense idioti che non c’entrano niente con quello di cui si sta parlando, sempre però accompagnati da quella sua faccetta soddisfatta e un po’ sorniona di chi la sa lunga e chissà cosa voleva intendere; ecco, mi ricordo una volta ad X-Factor che è stata memorabile, la Ventura lo sfotte per la sua pignoleria dicendogli “ti chiamerò Magda” e lui che si vede, non capisce il riferimento verdoniano e si risente, vuole ribattere umiliando la Ventura col raffinato colpo di scena del giochino nonsense idiota - qualcosa che lei non capirà mai! mai! - e però non gli viene in mente come cavolo fare, si mette a balbettare “e io… io… io…” finché poi la scimmietta ammaestrata gli toglie la parola proprio quando sembrava aver capitolato su un geniale nonsense automobilistico, s’è sentito appena: “e io invece ti chiamerà maZda”
[3] e si gode il meritato feedback pubblicitario scoattandosela coi vecchi compagni di mentecattaggine - che cominciano ad approfittare per giunta di una ripugnante ondata revival anni novanta - e suonando con la sigarettina che non è facile ma è FIGHISSIMO
[4] delle due direzioni, per miracolo, riescono a prendere il peggio dell’una e dell’altra (così che non convincono del tutto le carampanine - troppo strambi - e non convincono del tutto gli indie-scemi -troppo poco strambi).
[5] ah sì, la storia “questo pezzo l’ho scritto su misura per gli Aram” era una stronzata: il testo l’ha tirato fuori da una roba scritta dieci anni fa - sono gli stessi fan di Morgan perplessi che si chiedono “ma è una presa per i fondelli?”
[6] alimentato dalle cretinate fuori luogo che sparava Morgan in trasmissione del tipo - alla Maionchi, che c’aveva qualcosa da obiettare - “tu non avresti mai prodotto i Pink Floyd!”
[7] quando ancora si faceva chiamare Gaetana (eh?) e cantava Il party (a me piace un sacco il pezzo delirante in cui dice “dove si fa l’amore anche in tre, dove ci si ama anche in tre, dove si ama anche in più di tre”) - grazie Mattia
[8] è interessante notare che tutti i singoli donati ai concorrenti dagli “artisti affermati” non contengono mezza - dico mezza - buona idea: sono tutte risciacquature di risciacquature di robine già sentite


La gonzo-imprenditorialità del Papponcino Rampante:
Matteo Cambi, Raffaello Follieri

Accipicchia che settimane di passione per l’Associazione Italiana Papponcini Rampanti. Raffaello Follieri prima e Matteo Cambi poi: giovani promesse di categoria spazzate via così, in un soffio. Va be’ che ormai c’abbiamo fatto l’abitudine, ogni tanto si sa cascano un paio di teste, sono cose che capitano in un settore rischioso come il loro, quello della gonzo-imprenditorialità truffaldina e facciadiculista costruita su smisurate quantità di nulla ricoperte e impreziosite da una crosticina sottile sottile di cacca al sapore di cioccolato, e quindi sì insomma, il gabbio è un imprevisto da tenere sempre in considerazione, ogni tanto uops si pesca la carta “andate in prigione direttamente e senza passare dal Via” - non c’è niente da fare, su millemila Papponcini che ci provano magari sì in parecchi finiscono per godersela qualche annetto sulla cresta dell’onda, ma ce ne sono pochissimi che riescono a cavarsela più o meno indenni fino alla pensione, fino al grado di P.A. Papponcione Anziano (e che cavolo mica è una cosa da niente, diventare uno come Flavio Briatore).

Matteo Cambi e Raffaello Follieri l’hanno capito perfettamente come funzionano le cose e wow sono stati portentosi nella pratica: le attività i luoghi e i giri più in voga nello sfoggio coatto d’arricchimento sballone, qualche P.A. cogli agganci giusti che fa da protettore e chaperon, una o più starlettine al guinzaglio da scarrozzare ai giardinetti, le gossippate copulatorie in combine sulle rivistucce parrucchieristiche, un’eccessiva sfacciata ostentazione di ricchezza e successo; e poi certo il prodotto, quel qualcosa da vendere che t’ha fruttato i milionazzi di euro, la fake-azienda di cartapesta con la nonna amministratore delegato che ti permette di vanitoseggiartela da imprenditore vincente sono-un-modello-per-i-ragazzi mi-sono-fatto-da-solo tutto-questo-me-lo-sono-meritato: il prodotto in sé ovviamente ha pochissima importanza, anzi è un fattore direi quasi trascurabile, ciò che conta è la reputazione del marchio, il mondo in cui lo si racconta - la crosticina al sapore di cioccolato! - sono le pubblicità strombazzevoli “leader nel settore” e il pierringume scatenato e il suo grado di pervasività sponsorizzante in quello stesso universo parallelo di esibizionistico squallore vipparolo.

E di certo tra la folla sgomitante di Papponcini in carriera Matteo Cambi e Raffaello Follieri fanno la loro porca figura: perché in fondo sì, sono stati degli innovatori mica da niente, unici e persino geniali, a modo loro. Matteo Cambi per cominciare, faccione ebete stempiatura ingelatinata coi rivoletti di blob che gli scorrono sulla fronte e profilo da ratto - tipico physique du rôle del corteggiatore uomini e donne respinto alla prima puntata - è stato non soltanto uno dei fondatori e dei primi protagonisti del neo-yuppismo defilippiano tutto discoteche agenzie petti depilati promozioni televisive ed escort-vallettine, ma è stato soprattutto il grand’uomo che ha partorito questa trovata della schifezzetta magliettara mono-idea (”toh, prendiamo una Fruit of the Loom qualsiasi e c’appiccichiamo sopra col ferro da stiro uno schifo di simboletto qualsiasi”), è stato il mister Hula Hoop di questa generazione finto-fashionaria di inutili t-shirt coi mostriciattoli sopra (rane zoppe e famiglia) che campano in simbiosi coi più immondi e subumani programmacci televisivi - un miracolo di idiozia attira idioti attraverso idioti - per cui tutte le oscenità malvestite che si moltiplicano a vista d’occhio su fuoriusciti realitari e tettine da calendario e comparsate buonadomenicali e spottini infra-defilippari (senza del resto alcun apparente tornaconto economico - ehi, chi se le compra? nessuno se le compra), be’, sono merito suo (e chissà che il processo per bancarotta fraudolenta in arrivo, forse, non ci sveli il trucchetto magico che c’è dietro).

Molta meno spudoratezza bburino-blingbling per Raffaello Follieri, ok, ma secondo me non c’è storia, ha dalla sua qualcosa di perversamente grandioso che non si batte. Dai, parliamo di un ex studente d’economia col testone lunare da pacioccone buono (una specie di Ricucci disintossicato e de-culettizzato) che dopo aver tentato la strada dell’industria cosmetica (pronti partenza fallita) se n’è andato negli USA facendosi passare per un ammanicatissimo potentone vaticano: seguendo alla lettera i dettami del manuale delle Giovani Marmotte Papponcine (1, se vuoi farti credere un grand’uomo di successo, raccontalo) s’è preso a scrocco l’appartamentone stratosferico e i macchinoni stratosferici e la fidanzatina stratosferica, andava cianciando dei suoi incredibili traguardi filantropico-finanziari (2, qualsiasi cosa ti chiedano, tu ripeti “leader nel settore”), s’è viscidamente slumacato qualche importante riccastro a cui inculare l’agendina coi numeri di telefono, si portava a spasso l’amichetto delle elementari omonimo del mega-cardinalone Lupp-Mannar (3, guarda i primi trenta minuti de Il distinto gentiluomo) e a colpi di smargiassate colossali tipo “diecimila bambini vaccinati in Africa” e “io il Papa lo chiamo Drugo” è riuscito a farci cascare un po’ tutti, Bill Clinton e un mucchio di altri pezzoni grossi. Una variante su scala mondiale della gonzo-imprenditorialità da Papponcino Rampante, che sostituisce alla commercializzazione rincoglionita della tivvì spazzatura la smania all’investimento facile facile e i più cretini meccanismi d’umanitarismo wannabe delle fondazioni passatempo di questo o quel Papponcione mmerigano: e non si tratta più nemmeno di magliettine paravento, di uno stupido marchietto da appiccicare qua e là, Raffaello Follieri semplicemente non vendeva un bel niente se non la sua immagine da riccastro impomatato e la sua storia di finti successoni professionali, ovviamente certificati dalle amicizie showbizzare e dalle Bentley e dall’attico grattacielaro e dalla topa figosa e dai viaggioni sugli aerei privati. Incredibile che un Papponcino Rampante così abile e truffaldinamente globalizzato sia partito da uno stortignaccolo modestissimo paesino di provincia, no? O no, anche no, considerato quel suo illustre ben più noto concittadino ad honorem: San Sòla.


Malvestita #322

solo per chi è capace di fare la linguetta a imbutoLo spasimante della trecentoventidue ha visto su retequattro la valletta analfabeta ex viados che raccontava della tresca col sessantenne lucertolone obeso multimilionario e di quanto lo ama tantissimo perché lui sì che la fa ridere, e poi anche sull’ultimo numero di men’s health nella rubrica L’ultima scians (firmata Max Drago - alterego viagrizzato di Francesco Alberoni) c’era scritto che l’umorismo è la bomba h della seduzione (meglio se combinato ad un completo nero di satin con la camicia spalancata sul petto depilato, cocktail esotico con olivetta più ombrellino e pied-à-terre superattico arredamento minimal smaltato nero lucidissimo), e così lui per il secondo appuntamento con la trecentoventidue ha scelto un film che già solo il titolo è una roba da sbellicarsi, 3ciento.

Gli è andata bene: la trecentoventidue se n’è uscita dal cinema che rideva come una matta, lui che le farfugliava appresso di questa o quella scenetta tanto tanto buffa (”e… e… e serse che è ciccione e si strappa il capezzolo? e… e… efialte che è paris hilton handicappata?”) lei che faceva sì sì entusiasta trattenendo maliziosamente la risatina con la linguetta all’insù (1 - mossa difficilissima! ci vogliono ore e ore di addestramento al simulatore; ancora più difficile con la manina melliflua fintotimidina davanti alla bocca - posizione impossibile però in questo caso, ché la nostra malva c’aveva da reggere il cilindrone dei popcorn - 2 - e doveva scostarsi continuamente la palandrana-cardigan di lanetta cappucciata - 3 - che rischiava di coprirle quella meraviglia di leggero vestitino inguinal-sbarazzino di finto chiffon - 4 - con fantasia floreale e scollatura arricciata).

E a parte le suddette malvaschifezzuole, se vi interessa, c’aveva un borsone guess multilaccettato coi monogrammini bburinetti dappertutto (5), gli stivalazzi cowgirl (6) sulle calze color fesa di tacchino (7 - due giorni fuori dal frigorifero), l’inutil-cinturone collage di quadratini dorati (8) il cui unico scopo è evidenziare la cascante moscezza addominale e il cui fibbione metallico rotondo pendantizza gli orecchini-doblone dei pirati dei caraibi (9 - e quindi forse si spiega tutto, poverina, è maledetta).


Malvestita #321

le cosce di una malvestita possono avvisarti di un terremoto in arrivoE poi però ci sono calamità pendontizzanti così spaventose che nemmeno il caos meteorologico mezzostagionale basta a spiegarle, ma soltanto l’esistenza e l’intervento di una malvadivinità cattiva dispettosa e assettata di bruttume - guardate qua per esempio la nostra trecentoventuno - una malvadivinità maneggiona e mezza scema che funziona uguale al bimbetto stronzo di toy story, quello che se la godeva da matti a smontare i giocattoli per ricombinarli insieme appiccicandoli un pezzo qua e uno là nel modo più assurdo e disgustoso possibile, tiè, per metà lady oscar bburin-chiccheria e per metà casalinga bburin-sciattona.

La metà di sopra - lady oscar bburin-chiccheria - c’ha questa camicetta a righe verticali (simile a quella già vista sulla #281) col retro bianco candido a mo’ di magliettina superelasticizzata resistente diecimila atmosfere (1 - che fa pendant col profilo sismico dei fianchi più in basso - 2), le larghe inamidatissime manicozze a vela (3) e una cascata pettorale di svolazzoni settecenteschi fermati al colletto da un testicolone madreperlaceo (4 - il cui luccicume bigiotterioso richiama i vetrini sulle orecchie e sulle maniche del giubbottone pellicciato - 5).

La metà di sotto - casalinga bburin-sciattona - c’ha i fuseaux neri a metà polpaccio (6), i cosi vecchi consumatissimi da aerobica che si usano per stare comode mentre si passa l’aspirapolvere (ammirate - 7 - il segno bassorilievato segachiappa del mutandone contenitivo - manco tanto), e le scarpazze da ginnastica nike casual-borgatare (8) verniciate d’oro con gli ammortizzatori per autotreno sul tallone che espletano l’utile funzione di tacco rialzante; ah be’ poi sì, in effetti ora che ci penso anche la testolona mesciatissima (9) con sfilacciature nere e ricrescita galoppante ringoboys rientra nella categoria (dunque direi più che metà, due terzi casalinga bburin-sciattona).


Coppia malvestita #27

malvestite meteoropatiche in delirio di pendontizzazioneQueste settimane di scombussolio meteorologico pre-estivo hanno sulle malvestite un terribile penosissimo effetto: la pioggia e il vento freddo le costringe a ravanare ancora una volta nel cassettone della roba pesante, e però allo stesso tempo le rondinelle in k-way che già stazionano sotto le tettoie alimentano e provocano la loro naturale istintiva pulsione al denudamento stagionale; l’effetto è un po’ quello flipper in tilt lucette impazzite ding-ding-ding di una moglie stepfordiana quando le vanno in corto i transistor: la malvestita disorientata reagisce confusamente ai due opposti imperativi (non prendere la polmonite / spogliati), il che può generare clamorosi eccessi di pendontizzazione - da cui la nostra malvacoppia numero ventisette.

A sinistra possiamo ammirare la codazza alta con cascata posteriore (1) e mega-frangettone marmoreo spiaccicato iperlaccatissimo (2 - a giudicare dalla consistenza, più che capelli, sembrano extension fatte con le striscette di cartoncino); la tendina della doccia con fantasia azzurro-verdolina infondoalmar (3) bordata di pelle e stretta in vita dalla classica cinturona ornamentale (4); i jeans attillati strizzachiapponi e le decolleté rosa confetto rifinite col pennarello nero (5 - tipica rivisitazione bburina dell’equipaggiamento boho skinny-ballerina).

A destra invece abbiamo gli occhiali con le stanghette più grosse del mondo ricavate dal femore di un mammut (6); la maglietta col collettone salvagente sgonfio (7 - che segue la tendenza del già visto cappotto salvagente sgonfio) dall’innovativo stile emo-flamenco; la borsetta ritagliata da un serrandone per garage (8) con la placchetta d’oro copri serratura e il manicone rigido di legno per tirarla su e giù; e infine l’allucinante atroce pendontissima combinazione shortino bianco costa azzurra (9) più collant nero coprente mickeymouse (10) più texano bianco bullonato saturday night fever in rio bravo (11): capolavoro.


Malvestita #320

malvestita gazza ladraSoltanto i selvaggi primitivi mezzi nudi con gli straccetti di pelle e le foglioline di acacia al posto delle mutande possono pareggiare l’attrazione irresistibile che ogni vera malvestita prova nei confronti dello sbrilluccichio lampeggiante dei pezzettini di vetro colorati. Così come l’indigeno mezzo nudo avrebbe dato qualsiasi cosa in cambio dei preziosissimi cocci trasparenti della bottiglia che il conquistatore barbuto gli aveva appena spaccato sulla testa, così una vera malvestita sarebbe pronta a sborsare un patrimonio per accaparrarsi quegli stessi banali pantaloni jeans (1) che ha snobbato un minuto fa, prima che alla commessa furba le venisse l’idea di spaccarsi sulla testa lo specchietto della cipria per spargerne sui pantaloni i resti sbrilluccicosi.

La malvestita di oggi combina questa immortale tendenza malvestito-gazzaladresca (là, sulla cima di questi inqualificabili jeans risvoltati beverlyhills 90210) con alcuni più recenti malvaobbrobri: la scrittona bburinissima enorme su tre piani (2 - “dream tomorrow”) che avvolge tutta la magliettona boho pigiama-gonnellina, combinata al classico dolcevita (3) e alla forca di perline annodate (4), e poi giù in fondo i sandali peep toe (5 - le dita livide accatastate a piramide) con tacco zepposo e scagazzatina floreale sulla punta.

Ah sì poi c’è il borsone, il grosso spicchiettone sono-proprio-donna spy bag fendi (6) candido autenticissimo affarone irripetibile (”non ci crederai incrediiiibileeee l’ho trovato su ebay nuovo originale a cinquanta euro!” - una settimana e fa la fine del culo di charlize theron), e poi certo gli occhialoni da sole poligonali (7), come quelli che usava alberto tomba trentanni fa nello slalom gigante (cioè i cosini squadrati usaegetta che ti danno al cinema 3D, ma con le lenti a specchio).


Coppia malvestita #25

Eh sì che le donne vanno fuori di testa quando vedono dei veri fighissimi così: ti becchi il sorrisino compiaciuto spara-bburinità di quello (1), l’impenetrabile misteriosa specchiatura topguniana di quell’altro (2), lo scintillìo ipnotico in codice morse (”sono fighissimo”) del doppio orecchino dorato (3), l’appuntita palizzata storpia-piccioni di gel calcestruzzato (4), l’evocativa cuffietta condom (5), le chiavi del macchinone turbo con le cinture professional da rally (6 - una smart testa rossa con la pubblicità “Barbarah Estetista” sulle fiancate); come si fa a resistere? sei colta da un mancamento improvviso e giù con una piroetta sospirosa e i cuoricini tutto intorno ti afflosci stordita al loro passaggio.

coppia malvestita numero venticinque, i fighissimi bburinoni irresistibili

Mi piacciono un sacco i malvoni di questo genere qua, che ci fanno i vanitosetti un po’ bburino-sofisticati, che si capisce quanto c’hanno studiato su, quanto si sono impegnati a darsi un’aria di così alta fighissimità, con quell’equilibrata dose di malvestitismo io-sono-originale che rende il tutto irresistibilmente rubacuori: perché il gilettino attilla-panzetta a rombetti viola (7 - rivisitazione viggèiara del classicissimo modello montezemolo-gioca-a-golf), la felpina vintage anni ottanta con le righette dissenteriche (8 - una trendy rivisitazione pure questa: del classicissimo modello idraulico-in-tuta-da-lavoro), ma anche la cinturina militare col fibbione metallico (9) e la raffinatissima toppa anale di pelle borchiata col monogramma D&G (10): non è mica roba messa là a casaccio, si vede che c’è dietro tutto un lavorio intellettual-malvestito di primissima classe (guardate bene il malvo a destra: c’ha pure le adidas daltoniche - 11 - quante possibilità ci sono di azzeccare casualmente una tale assoluta completezza pendontizzante? meno possibilità ancora dell’origine della vita biologica! oh be’ per forza, in fatto di malvestitismo sono creazionista).

Il pezzo davvero pregiato dallo stratosferico valore malvestito sono ovviamente le scarpe del fighissimo di sinistra, le bikkembergs (12) tutte d’oro massiccio con lo strappone velcrato gigantesco e il marchio scrittonizzato cucito sopra in bella vista: anatomico-fascianti dall’aspetto calcettistico, sono il tipico esempio di emulazione malvestita della divinità bburina per eccellenza, l’idiota truzzone da campionato (non a caso i testimonial di questo simpatico tentativo di bigiotterizzare i piedoni sono sempre calciatori: Cannavaro fratello l’anno scorso, un certo Andreoli adesso). E per concludere - che direi sancisce perfettamente la loro iperconvinzione bburina - il malvo a destra sulla maglietta azzurra (13) sotto il gilettino simil-trapuntato (che s’è tolto per ficcarsi nello smart-jet) c’aveva stampato lo slogan in stile gotico che sentenziava così: “Fashion”.


Malvestita #317

malvestita pesce d'aprile? magariVisto che oggi è il giorno degli scherzoni divertentissimi ah ah ho pensato di proporvi questo stupendo malvone io-sono-originale (regina del creativismo finto-straccione clown-accazzodicanesco) così non vi angosciate troppo, potete pensare che me la sono inventata io per prendervi in giro e via tranquilli, senza che state col fiato sospeso ogni volta che girate l’angolo.

Perché insomma non è che davvero a qualcuno può venire in mente di mettersi quattro calze diverse una sull’altra (1), o meglio diciamo una calza tutta intera a rigoni verde fosforescente, sotto, e tre calzette sopra sbrindellate bucatissime (di cui una a rete ridotta a pochi straccettini) che formano insieme una specie di ragnatelone moccioloso che cola giù dal reggicalze agganciato alla gonnellina rosa shocking smangiucchiata (2 - Cercasi sheena disperatamente).

Guardate là il coso, il collanone a bavaglino fatto di anellozzi viti bulloni e un marasma di graffette incatenate (3 - che pendantizzano con le cascatelle metalliche più in basso - 4 - sul doppio cinturone borchiato - 5), guardate la canottiera maculata color blu-violetto (6 - come anche per il verde fosforescente, il rosa della minigonna, i lacci spaiati delle scarpe - 7 - e i capelli tinti con lo spray - 8 - la sua io-sono-originalità da accozzaglia casuale è studiatamente esaltata dalla pendontizzazione allucinata di colori insoliti), ma sì dev’essere uno scherzo della Betty: non è che sta vanitoseggiando rettilianamente il piercing sulla lingua, è proprio che ci sta facendo la linguaccia (9).


Malva-trittico pasquale

E’ bello starsene fuori ad aspettare la fine della messa per vedere quelli che se ne escono frettolosi con l’aria stravolta e la sigaretta già piazzata tra le labbra, come tabagisti esasperati che hanno appena messo piede a terra dopo qualche ora in autobus bloccati nel traffico. E se a qualcuno magari può sembrare teologicamente sconveniente fumare così sul divino gusto ostia, d’altra parte in coincidenza di questi giorni qui c’è da dire che pure Gesù Cristo terminator secondo me dopo settantadue ore di sepolcro una paglia se la sarebbe fatta - fischiettando.

alleluja è finita

Poverine le nostre tre malvestite post-eucarestia, tutte intirizzite per il freddo, che devono ripararsi dalla pioggia sotto la tettucciuola dell’ingresso parrocchiale per farsi una intelligentissima spippetto-chiacchierata casalingo-dietologica (”è una settimana che mi preparo all’abbacchio arrosto mangiando soltanto unghie”) prima di correre a casa che c’è il pranzone di famiglia che le aspetta (”tanto da stasera mi rifaccio con una settimana di sole tisane - e unghie”). Capisco che a prima vista si potrebbe ritenerle non adeguatamente acconciate al mega-evento resurrezionale, ma insomma - fermo restando che io sono dell’opinione che certi cose non si meritino poi sta grande enfasi (in fondo tutti i supereroi sono resuscitati una o più volte, persino taylor di beautiful è resuscitata, non è che stiamo ogni anno a celebrarne la ricorrenza) - comunque no, non è vero, sono tutte e tre cristianamente malva-adeguatissime.

Basta guardare per esempio il marchio dal simbolino ortofrutto-biblico del giubbotto rosso a sinistra, perfettamente in tema d’universale caritatevolezza (1 - Baci e abbracci), la borsa con la scrittona borchiata a destra (2 - Love), oppure anche - soprattutto direi - il monogramma del cinturone dedicato al santo patrono di secondigliano (3 - Luigi Vuittone); non fate caso ai catenoni infernali della borsetta in mezzo (4), alla lingua di fiamma sciccosamente adagiata sul cappotto doppiopettato della biondina (5), agli stivalozzi luciferin-dundee di pelle serpentata (6); e non fate caso nemmeno a tutto quel mucchio di purgatoriali noiosità malvestite, i soliti classicissimi colletti pellicciati (7 e 8), i pantaloni bburini arrotolati da palafitta (9), i moscioni col frangettino svolazzante (10) e via dicendo - com’è che si dice, chi è senza peccato eccetera.


Malvestita #314 - Multidimensionale

malvestita a cinque dimensioniL’altro giorno alla carrefour leggevo su focus questa storia della superficie delle padelle antiaderenti, che c’ha una configurazione atomica tutta incasinata che non si capisce bene da dove esce fuori, per cui secondo certi cervelloni potrebbe essere la proiezione tridimensionale di una struttura cristallina a più dimensioni che a noi miseri mortali non ci riesce di percepire: ecco - un’illuminazione! - allo stesso modo delle padelle antiaderenti la mia ipotesi è che questa malvestita qui, che nel nostro universo tridimensionale fa la figura di un’impossibile caotica accozzaglia attorciglia-occhi, sia in realtà la proiezione 3D di una benvestita carinissima da un universo multi-dimensionale inaccessibile ai nostri sensi (il che del resto è perfettamente in accordo col Primo teorema inconfutabile di Betty: “non esistono benvestite, almeno non in questo universo”).

Lo so che è un’ipotesi azzardata, ma come spiegare altrimenti il cappottone vestaglia tweeddato a spina di pesce da pavimento maldimare dell’ascensore (1 - coi bottoni inutili disposti a casaccio sul collettone a bavaglino), il baschetto rosso montmartre col pirulicchio melinda (2 - pendantizzato con le calze - 3), i capelli sciolti artisticamente disordinati con l’abbozzo (un nonfinito malva-michelangiolesco) delle treccine tirolesi (4), gli stivaloni di pelle con quegli strani laccettini scubidù che le pendono qua e là (5) e i guanti di lana sditati fricchetton-chic così che possiamo ammirare la sua creativissima manicure marziana (6).

Ma sopratutto, dico, come spiegare altrimenti quel coso là, il borsone artistoide-patchworkato (7) composto da un illogico astratto insieme di rattoppamenti in feltro colorato e pezzettoni di tweed (ah, forse un’astuta triplice pendantizzazione cromatica con unghie, calze-baschetto e vestaglia); come spiegare altrimenti la gonna mutaforma (8), un cosone lungo fino a metà polpaccio a cui basta dare un’annodata un’arrotolatina laterale e via, diventa una longuette gonfiona dal disegno deliziosamente irregolare (effetto corsa dei sacchi) - possibile? non è possibile: è multidimensionale.