La coppia numero cinquanta serve a dimostrarci che ormai c’è speranza per tutti e a qualsiasi latitudine, evviva!, pure da un banale comunissimo grande magazzino in Via dei Puccettoni si può uscirne con quel grugnetto scontroso che lampeggia altezzosità sofisticata e satollo io-sono-originalismo, il baschetto per la cura dell’occhio pigro (1) e il cervello che è sbocciato nel fiorellone di carta da cocktail (2), che stile!, come a uscirsene dal più esclusivo negozietto boho-vintage-eccentrichetto londinese.

Mi fanno un po’ pena le malvestite così, che si capisce, meriterebbero ben altro d’un cappuccino (col cuore di cioccolato sulla schiuma che però sembra un culo raggrinzito) nelle tazze sbrecciate del bar tavola calda Sgommarello, si meriterebbero due passi a Kensington, per dire, un bel bicchierone di caffè fumante take away e qualche fotografo alle calcagna magari, che bellezza sarebbe; guardatele qua come si sono impegnate a pendantizzarsi l’una con l’altra: ce n’è una – dicevamo – che c’ha il baschetto accecante (che le sta spaparanzato sulla faccia come una grossa bistecca anti-ematoma) e l’altra che c’ha il cervello primaverile; una c’ha la sciarpona lunghissima tutta macchiata (3 – in realtà, uhm, credo c’abbia cucite su quelle frittelline di vomito fatto di plastica che si usano a carnevale) l’altra c’ha una maglietta foulardata piena di macchie pure quella (4 – rosee: spruzzare di candeggina e infornare in lavatrice con le mutande di capodanno); tutte e due con gli arti inferiori dai colori allucinanti; una col borsone frangettato di lombrichi ornamentali (5) e l’altra col robo etnico che fa saltellare i testicoletti multicolor (6); una c’ha il pellicciotto-scalpo del capo anziano (quello brizzolato e saggio) d’un villaggio Ewok (7) e l’altra – invidiosa, perché non ha saputo pendantizzarsi in tono – cerca di non pensarci troppo (che noia, il suo cappottino coi baveri alettonati! – 8) e s’accende una salutare sigarettina da passeggio (9).
Be’, che coppietta orripilante. L’ho scovata per caso addentrandomi coraggiosamente nella fittissima fauna di coppiette e gruppetti malvestiti che s’affollavano davanti al bar-pausa-pranzo, tutti super azzimati e olezzanti litrate di deodorantacci stordenti Eau de Fleur Decompostè, tutti che sfumacchiavano frenetici un’ultima sigaretta (lui: su gusto caffè e paninazzo con cotoletta-pantofola; lei: su gusto decaffeinato e barretta monopasto) prima di tornarsene nel loro ufficio-serra-di-ficus-benjamin nel palazzo là davanti (lui: lavora nello studio del padre avvocato del migliore amico – il suo grande interesse e unico pensiero fisso sono i calci di punizione tirati fortissimo di punta contro la barriera indifesa durante la partita di calcetto del sabato pomeriggio; lei: lavora come assistente tuttofare dal commercialista dei suoi genitori – ha due intense passioni a cui dedicare il suo tempo, lamentarsi dolentemente di qualsiasi cosa e spruzzarsi i punti neri) – sfumacchiare ma non solo: sfumacchiare e testare in modo autistico bibip-bibip-bibip (1) il telecomandino della macchina (un mega-gippone con lo sportello-ponte-levatoio parcheggiato sulla strada in quarta fila; lei no, c’ha la Smart coupé infilata pelo pelo tra i secchioni della spazzatura); sfumacchiare e cianciare vanamente di qualcosa – come scusa per starsene là in bella mostra, mica per altro – contemporaneamente lanciando occhiate di impietoso biasimo a tutte quelle altre malvestite, poverette, molto molto meno stilose di lei.
Pensateci: se lui indossasse il poncho pellicciato di lei (2 – carino: se ti ci accucci e tiri dentro le mani e la testa sembri un caccone di dinosauro) e quegli stivaloni flaccidi scamosciati (3), col suo selvaggio codino di peli pubici che si ritrova (4 – apprezzate vi prego i tre lunghissimi capelli singoli che gli sono rimasti sulla fronte, tirati indietro – e stoppati con gli occhialetti ganzi, 5 – per simulare una parvenza di non-calvizie), con quel faccione mascelluto da primitivo, non so, secondo me a fargli una foto lo si potrebbe tranquillamente spacciare per un Bigfoot (va be’, un Bigfoot calvetto); vorrei che notaste, poi, l’orrenda attuale modaiolità delle giacche (qui un cappotto, ma va be’ – 6) coi margini cicciotti di tessuto differente dal resto (lucidi, possibilmente), i dieci metri quadri di sciarpone portato a mo’ di cravatta casalinga Lord Fauntleroy (7 – infilato nell’inamidatissimo colletto gigante della camicia bianca), i pantaloni stretti a sigaretta gessati da boss mafioso fighetto (8) e le scarpe apppuntite lucide (9), la gonnellona geometrica (10) in tinta col maglione e i leggings che spuntano sotto (11), pendantizzati pure quelli.
La malvestita di oggi s’è concessa una breve pausa relax dallo snervante su e giù per saldissimi: non ha saputo resistere al richiamo della simpatica freccia appiccicata con lo scotch sul lampione che c’aveva su scritto “Chamonix” (oh, incanto!) e indicava la minuscola pista di pattinaggio montata per le feste nel bel mezzo del trafficato centro cittadino, una di quelle pedane stortignaccole di tubi arrugginiti dieci metri per dieci, super-affollatissime, in cui si pattina lenti lenti appiccicati l’uno sull’altro scavalcando i cadaveri degli adolescentelli che fanno finta di inciampare e coi bimbetti indaffarati che ti aprono le gambe per passarci sotto, coi provoloni che mettono in pratica la mossa del biliardo-a-pecora (cioè si piazzano alle spalle della morosa cingendole la vita con la scusa “non aver paura, Samantha, ti guido io”) e coi reietti che hanno affittato i pattini indossati il turno precedente dall’Uomo-Verruca I-Calzini-Mi-Fanno-Allergia e si lasciano dietro una scia mortale di fetecchia gorgonzolica asfissiante, il che è proprio il caso della nostra malva, guardatela (1), ha appena abbattuto a colpi di miasma un’altra innocente bburinetta (cliccate qua – scusate, non ho fatto in tempo a colorarla).
Grazie alla fetecchia stagionata la nostra malva fila via relativamente liscia e spedita (le si apre davanti uno spontaneo varco di pattinatori inorriditi), procede con nochalance in stile spazzaneve ingolfato messaggiando (2) l’amica a bordo pista che le sta reggendo la borsa Gucci e gli stivaloni Fendi (“ciau – le scrive – c ved ogg pom?” – e l’altra “guard k sn qui a bordo pista” – e lei “ah scs, k stpd!”), fierissima del suo giubbottone giallo canarino lucido fatto con la plastica dei palloncini (3), il multicinturino borchiettato (4), le calze a raggi cosmici (5) e la gonnella che le svolazza per via della velocità effetto Marilyn meteoropatica (6 – ne risente anche la cotonatura, un po’ arruffata – 7).
Date una letta alle istruzioni per l’imminente malvapride, se ancora non l’avete fatto – e passiamo alla malva di oggi, che segna un nuovo inaspettato traguardo della mania bburinazza di timbrare a più non posso con scrittine e numeretti vari qualsiasi cosa dalle magliette ai calzini alla bigiotteria all’elastico delle mutande eccetera: ed ecco qui che c’abbiamo, pensate, il nostro primo caso di décolleté multi-timbrata (1), uau eccezionale, sulla punta fiocchettosa troviamo la marca in corsivetto (Replay), il giovanilissimo “Rock” (che risplende di verde neon-marziano) che va a braccetto coll’altro giovanilissimo numeretto (2 – “70″) tipo decalcomania sborona sulla carena del motorino truccato, e gli strambi geroglifici a trilobite fossile stilizzato (3 – che se li vedesse Roberto Giacobbo, mamma mia, ci farebbe su un puntatone di quelli indimenticabili: a quanti milioni di anni fa risalgono queste scarpette? e sono poi davvero delle scarpette? e quel settanta, rovesciato, non sembra qualcos’altro? oh porc!).
Però sì, non è niente male anche la cascata di specchietti grandi e piccoli che le pende dal collo (4 – ci scommetto che è uno di quei cosi che si attaccano fuori sulla veranda così quando soffia il vento – o quando arrivano i fantasmi, direbbe Giacobbo – fanno dlìn dlìn dlìn), così come non sono niente male la camicetta Magnum P.I. (5), il bracciale e l’anellone (6) fatti coi frutti di bosco, la borsona etnica fricchetton-chic di pelle intrecciata (7) e poi sopratutto mi piace un sacco la sciarpona soffice e grumosa verde azzurra e viola (8) che mi ricorda uno di quei cangianti ammassi di mucilla che mi capita di pescar su dallo scarico della doccia – la pulisco raramente, uhm.
Lo spasimante della trecentoventidue ha visto su retequattro la valletta analfabeta ex viados che raccontava della tresca col sessantenne lucertolone obeso multimilionario e di quanto lo ama tantissimo perché lui sì che la fa ridere, e poi anche sull’ultimo numero di men’s health nella rubrica L’ultima scians (firmata Max Drago – alterego viagrizzato di Francesco Alberoni) c’era scritto che l’umorismo è la bomba h della seduzione (meglio se combinato ad un completo nero di satin con la camicia spalancata sul petto depilato, cocktail esotico con olivetta più ombrellino e pied-à-terre superattico arredamento minimal smaltato nero lucidissimo), e così lui per il secondo appuntamento con la trecentoventidue ha scelto un film che già solo il titolo è una roba da sbellicarsi, 3ciento.
Gli è andata bene: la trecentoventidue se n’è uscita dal cinema che rideva come una matta, lui che le farfugliava appresso di questa o quella scenetta tanto tanto buffa (“e… e… e serse che è ciccione e si strappa il capezzolo? e… e… efialte che è paris hilton handicappata?”) lei che faceva sì sì entusiasta trattenendo maliziosamente la risatina con la linguetta all’insù (1 – mossa difficilissima! ci vogliono ore e ore di addestramento al simulatore; ancora più difficile con la manina melliflua fintotimidina davanti alla bocca – posizione impossibile però in questo caso, ché la nostra malva c’aveva da reggere il cilindrone dei popcorn – 2 – e doveva scostarsi continuamente la palandrana-cardigan di lanetta cappucciata – 3 – che rischiava di coprirle quella meraviglia di leggero vestitino inguinal-sbarazzino di finto chiffon – 4 – con fantasia floreale e scollatura arricciata).
E a parte le suddette malvaschifezzuole, se vi interessa, c’aveva un borsone guess multilaccettato coi monogrammini bburinetti dappertutto (5), gli stivalazzi cowgirl (6) sulle calze color fesa di tacchino (7 – due giorni fuori dal frigorifero), l’inutil-cinturone collage di quadratini dorati (8) il cui unico scopo è evidenziare la cascante moscezza addominale e il cui fibbione metallico rotondo pendantizza gli orecchini-doblone dei pirati dei caraibi (9 – e quindi forse si spiega tutto, poverina, è maledetta).