Coppia malvestita #48 – Bigfoot e caccone di dinosauro

21 gennaio 2009

Be’, che coppietta orripilante. L’ho scovata per caso addentrandomi coraggiosamente nella fittissima fauna di coppiette e gruppetti malvestiti che s’affollavano davanti al bar-pausa-pranzo, tutti super azzimati e olezzanti litrate di deodorantacci stordenti Eau de Fleur Decompostè, tutti che sfumacchiavano frenetici un’ultima sigaretta (lui: su gusto caffè e paninazzo con cotoletta-pantofola; lei: su gusto decaffeinato e barretta monopasto) prima di tornarsene nel loro ufficio-serra-di-ficus-benjamin nel palazzo là davanti (lui: lavora nello studio del padre avvocato del migliore amico – il suo grande interesse e unico pensiero fisso sono i calci di punizione tirati fortissimo di punta contro la barriera indifesa durante la partita di calcetto del sabato pomeriggio; lei: lavora come assistente tuttofare dal commercialista dei suoi genitori – ha due intense passioni a cui dedicare il suo tempo, lamentarsi dolentemente di qualsiasi cosa e spruzzarsi i punti neri) – sfumacchiare ma non solo: sfumacchiare e testare in modo autistico bibip-bibip-bibip (1) il telecomandino della macchina (un mega-gippone con lo sportello-ponte-levatoio parcheggiato sulla strada in quarta fila; lei no, c’ha la Smart coupé infilata pelo pelo tra i secchioni della spazzatura); sfumacchiare e cianciare vanamente di qualcosa – come scusa per starsene là in bella mostra, mica per altro – contemporaneamente lanciando occhiate di impietoso biasimo a tutte quelle altre malvestite, poverette, molto molto meno stilose di lei.

Pensateci: se lui indossasse il poncho pellicciato di lei (2 – carino: se ti ci accucci e tiri dentro le mani e la testa sembri un caccone di dinosauro) e quegli stivaloni flaccidi scamosciati (3), col suo selvaggio codino di peli pubici che si ritrova (4 – apprezzate vi prego i tre lunghissimi capelli singoli che gli sono rimasti sulla fronte, tirati indietro – e stoppati con gli occhialetti ganzi, 5 – per simulare una parvenza di non-calvizie), con quel faccione mascelluto da primitivo, non so, secondo me a fargli una foto lo si potrebbe tranquillamente spacciare per un Bigfoot (va be’, un Bigfoot calvetto); vorrei che notaste, poi, l’orrenda attuale modaiolità delle giacche (qui un cappotto, ma va be’ – 6) coi margini cicciotti di tessuto differente dal resto (lucidi, possibilmente), i dieci metri quadri di sciarpone portato a mo’ di cravatta casalinga Lord Fauntleroy (7 – infilato nell’inamidatissimo colletto gigante della camicia bianca), i pantaloni stretti a sigaretta gessati da boss mafioso fighetto (8) e le scarpe apppuntite lucide (9), la gonnellona geometrica (10) in tinta col maglione e i leggings che spuntano sotto (11), pendantizzati pure quelli.

Malvestita #342 – il bello del pattinare

7 gennaio 2009

malvestita sui pattiniLa malvestita di oggi s’è concessa una breve pausa relax dallo snervante su e giù per saldissimi: non ha saputo resistere al richiamo della simpatica freccia appiccicata con lo scotch sul lampione che c’aveva su scritto “Chamonix” (oh, incanto!) e indicava la minuscola pista di pattinaggio montata per le feste nel bel mezzo del trafficato centro cittadino, una di quelle pedane stortignaccole di tubi arrugginiti dieci metri per dieci, super-affollatissime, in cui si pattina lenti lenti appiccicati l’uno sull’altro scavalcando i cadaveri degli adolescentelli che fanno finta di inciampare e coi bimbetti indaffarati che ti aprono le gambe per passarci sotto, coi provoloni che mettono in pratica la mossa del biliardo-a-pecora (cioè si piazzano alle spalle della morosa cingendole la vita con la scusa “non aver paura, Samantha, ti guido io”) e coi reietti che hanno affittato i pattini indossati il turno precedente dall’Uomo-Verruca I-Calzini-Mi-Fanno-Allergia e si lasciano dietro una scia mortale di fetecchia gorgonzolica asfissiante, il che è proprio il caso della nostra malva, guardatela (1), ha appena abbattuto a colpi di miasma un’altra innocente bburinetta (cliccate qua – scusate, non ho fatto in tempo a colorarla).

Grazie alla fetecchia stagionata la nostra malva fila via relativamente liscia e spedita (le si apre davanti uno spontaneo varco di pattinatori inorriditi), procede con nochalance in stile spazzaneve ingolfato messaggiando (2) l’amica a bordo pista che le sta reggendo la borsa Gucci e gli stivaloni Fendi (“ciau – le scrive – c ved ogg pom?” – e l’altra “guard k sn qui a bordo pista” – e lei “ah scs, k stpd!”), fierissima del suo giubbottone giallo canarino lucido fatto con la plastica dei palloncini (3), il multicinturino borchiettato (4), le calze a raggi cosmici (5) e la gonnella che le svolazza per via della velocità effetto Marilyn meteoropatica (6 – ne risente anche la cotonatura, un po’ arruffata – 7).

Malvestita #341 – aeroplanini natalizi

5 gennaio 2009 /

mamma e figlia alla messa di NataleIn periodi come questo, col tenero frugoletto appena nato che sgambetta tra il bue e l’asinello e la cometa che punta dritta sulla stalla (cioè Senti chi parla che incontra Mucche alla riscossa che incontra Deep Impact), la caccia grossa vado a farla nelle affollatissime chiese cristiane, che straripano di tante belle famigliole di bburinoni malvestiti in stato semi-incosciente da pennichella digestiva, coi poveri figlioletti al rimorchio che s’adoperano in qualche modo per rendere un po’ meno micidiale quell’infinito stillicidio di noia micidiale:

la bimbetta qui a sinistra, per esempio, ha costruito un aeroplanino (1 – in rampa di lancio, stava mirando l’alopecia della vecchia zoppa col cestone della questua) usando le fotocopie spillate che c’erano esposte all’ingresso, quelle col titolo Frammenti di verità cattolica – bignamini in forma domanda/risposta che spiegano all’ignorantone bifolco come vincere il Diavolo (“che inganna gli uomini diminuendo, anzi facendo scomparire il senso del peccato”), come imparare a non preoccuparsi della scienza e amare l’embrione (“è il più debole di tutte le creature umane, ha un rapporto speciale con Dio”), come votare (“non aderire né appoggiare forze politiche e sociali che si oppongano o non prestino attenzione ai principi e ai contenuti della dottrina sociale della Chiesa”) e come essere omosessuale ma senza dirlo a nessuno (“l’orientamento omosessuale, pur essendo oggettivamente un disordine morale, non va considerato peccaminoso in se stesso: lo è nel senso che può condurre a un atto sessuale” [*]);

e però la mammona malvestita bburinissima – col pitone pellicciato (2) sul giubbotto enorme di pellazza trapuntata (3) taschinato con le zip dorate (4), la micro-borsetta con le nappine (5), la gonnella floscia (6) e gli stivalazzi cowgirl fuori tempo massimo (7) – lei non l’ha gradito per niente lo sforzo ingegneristico della figliola e s’è irritata mica poco (si capisce: la dormitina scomoda a occhi aperti, l’eccesso di zuccheri, la figlia della vicina di casa che se ne sta buona immobile e dritta come un fuso – in realtà è stata sedata – il pensiero vergognoso un po’ blasfemo che se non ci fosse Dio quella panca là sarebbe il divano del salotto – sfido io, a non diventare facilmente irritabili), per fortuna ha subito agito nel bene – appena in tempo! – e ha riportato la giovane peccatrice sulla retta via.

[*] la mia preferita in assoluto è: “non possono essere ammessi agli Ordini Sacri quanti compiono atti omosessuali (negli ultimi tre anni prima dell’Ordinazione sacerdotale)” – questa ultima parte tra parentesi, che suona come le specifiche che si leggono velocissime nelle pubblicità dei medicinali, mi fa schiantare

Il matrimonio di Marina Berlusconi e Maurizio Vanadia

cioè i bambini sonnambuli, la ranocchia ustionata, la testa di Silvio vista di profilo, la foto del neonato dal chirurgo estetico, la benedizione papale portatile, Cicci e le bomboniere di plexiglas, l’università brianzola, la merenda con Silvia Toffanin e Ilary Blasi – e poi la sorpresona fantastica che non v’aspettate, non posso scrivervela qua nel sottotitolo sennò ve la rovino

Io Chi non me l’ero mai comprato e devo dire che non m’aspettavo granché, le solite cretinerie lessate televisivo-vipparole (senza contare l’eccezionalità sboronetta del mega-servizio matrimoniale – padronale), ma poi invece dentro c’ho trovato una cosa talmente inaspettata e meravigliosa, be’, quasi quasi mi fa venire voglia di liquidare subito con un “‘sti cazzi” Marina Berlusconi e compagnia per buttarmi direttamente su quell’altra meraviglia là, però no, ok, c’avete ragione, mi trattengo, vediamo prima di spendere due parole a proposito della rana mascelluta anoressica che si sposa col cripto-gay, magari vi interessa.

Allora, dunque, potete vederli nella selezione di immagini qua sopra (e sotto), sono i pezzi forti del matrimonio di Marina Berlusconi: i bimbetti dall’aria sveglia (quello boccoluto, in particolare, ha preso un tragico mix dell’intensità sonnambolica degli occhietti a mezz’asta materni e paterni) fotografati in posa arrogantella con le gambe larghe da piccoli boss coi testicoli troppo grossi; il nipotino piccolissimo (figlio di Barbara) che c’ha i tratti del faccino uguali spiccicati a quelli pneumatici della nonna Veronica Lario (guardate là che zigomi rotondetti! e le labbrotte piene e sporgenti! guardate Veronica come digrigna studiandoselo con invidia – al chirurgo la prossima volta gli porta la foto del bamboccio); il vestito Dolce e Gabbana della ranocchia mascelluta, dotato di manicotti garzoidali da ricovero grandi ustionati e balconcino di sacchetti grinzosi per simulare un’ombra di prugnette secche per incontinenti (leggi: tette);

la testa di Silvio Berlusconi vista di profilo – io non l’avevo mai vista così, voi? – che mi fa venire il dubbio si tratti non d’un classico trapianto (oltre all’evidente spennarellata marrone, dico) ma proprio d’una coltivazione biologica di muffa e/o di una qualche strana mucilla e/o alga geneticamente modificata (sul pattino, al mare, mi ci rimaneva sempre una roba così sui pedali, molle e viscidina, di quel colore); Marina e il marito che cantano “Soledad, la canzone con la quale si sono innamorati” come due piccioncini bburinetti durante un’esterna defilippiana; le raffinatissime “bomboniere di plexiglas con orchidea”; gli invitati famosoni che è tutta gente potentissima e super-influente in modo inversamente proporzionale al proprio corredo intellettivo e culturale (sessantenni rifattone che si fanno chiamare “Cicci”, per dire); la testa di Paolo Berlusconi, che invece i capelli li acconcia come i giocatori neri di basket fighetti, quelli che si fanno le file di treccine appiccicate sulla testa, lui invece ogni filetto è un singolo capello, opportunamente unto; “la benedizione del Papa agli sposi, portata da Gianni Letta” (cioè ma in che senso, che è, un oggetto, com’è che si fa a portarsela dietro?); la pubblicità alla “Università del Pensiero liberale di Lesmo, voluta da Silvio Berlusconi e arredata da artigiani della Brianza“, verso la quale (sapete cos’è, no?) sono andati “tutti in visita, dopo pranzo” (e sai che due scatole, ad ammirare l’arredamento brianzolo, che bellezza!); e l’epilogo, una luna di miele travolgente:

Maurizio e Marina sono partiti per Londra, per una luna di miele di tre giorni, che hanno iniziato cercando un ristorante italiano per gustare dei tagliolini

(qui secondo me c’è un errore di stampa: volevano scrivere “tovagliolini”) e poi (dopo una nottata di sesso selvaggio)

il lunedì, tè delle cinque very british con due amiche d’eccezione: Silvia Toffanin e Ilary Blasi

Proprio niente male, lo so, ma aspettate di vedere quell’altra cosa meravigliosa che vi dicevo. Scorro poche pagine appena e cosa non mi trovo davanti – allacciate le cinture – “NATALE CHEZ CAVALLI”, ben sei paginazze tutte dedicate agli addobbi natalizi in casa di Roberto Cavalli. Ci credereste? Non mi vengono le parole per descrivervelo, dateci un’occhiata – questo è il salotto (“il living” lo chiamano loro):

vi manca il fiato, eh?, m’è successo lo stesso: tutto un diluvio di pellicciume e maculato sui divani trapuntati con le nappine e sulle poltrone ghepardate, l’albero al contrario che pende dal soffitto coi cornetti dorati che sembrano dildo giganteschi, tre misteriose pallettone rosse, l’orrendo orsacchiottone di velluto, il crocifisso ligneo e le anticaglie da esposizione (nella stanza accanto, se ci sbirciate, s’intravvede una lunga e minacciosa zanna d’elefante); e poi la tavolata del cenone, e la cameretta della figliuola, i due caminetti e l’albero di famiglia, tutti riuniti assieme,

un incredibile confusione di candelabri, chincaglierie metalliche d’ogni genere, una misteriosa pallettona rossa (ancora!), gabbiette coi pappagalli esotici, candele e cornucopie, gli orsi rapper coi catenoni al collo, la moquette alta venti centimetri da cui spuntano delle isolate radure zebrate, il caminetto monumentale incorniciato tematizzato bburin-fantasy cogli unicorni e le palle di cristallo (l’altro caminetto, quello più piccolo, tempestato di cornetti-dildo rosso fuoco); e poi sopratutto lui, il magico Roberto Cavalli in piedi sulla scaletta che svetta più in alto di tutti, tenendo saldo tra le braccia il suo primo e inseparabile compagno di vita, il suo migliore amico e braccio destro – chi altri? – his humble creative assistant, Cubo Leopardato.

Può mica reggere il paragone, Marina Berlusconi. Forse forse, piuttosto, il servizio sulla casa londinese di Elisabetta Gregoraci e Flavio Briatore, ecco, fosse stato un tantino più nutrito, forse – perché una foto soltanto dei cuscini da divano con le loro faccione stampate sopra, be’, non è poi molto – questi due sì che avrebbero potuto reggere il paragone. Come dite? Qualche altra succosa cretineria vipparola: ne volete ancora? Uhm, un altro paio e poi basta: la rubrica della posta (“del cuore”) di Carlo Rossella, con la foto di lui che legge accigliato la biografia di Churchill e c’ha il tavolino in primo piano zeppo di libri io-la-so-lunga (ovviamente intonsi, alcuni mi sa pure incellofanati) e scrive “Confessa tutto a Lucy davanti a Tommaso. Che scena alla Almodóvar! Vorrei esserci, ma starò a Sharm el-Sheikh“; la notiziona del secolo, Dolce e Gabbano che firmano la maglia rosa del prossimo Giro d’Italia, ma proprio letteralmente, ci piazzano il marchio sul colletto e via, fatta (prendono dei soldi per questa cosa, vero?); e infine Ainett Stephens che difende Berlusconi per la storia di Obama abbronzato, che inutili paturnie!, era solo una battutina innocente e non c’è da prendersela, anzi, a lei gli amici la chiamano “negra favolosa”, non è un “simpatico nomignolo”?, e poi in fondo, ehi ma che c’entra, (dice all’intervistatore) “se le dicessi bianco non credo che lei si offenderebbe”.

Malvestita #340 – upgrade ungulare

10 dicembre 2008

Anche le malvestite s’aggiornano, cosa credete, gli ci vuole giusto un po’ di tempo per fiutare il cambiamento di rotta (bisogna averci pazienza, è che non sono tanto sveglie e fanno fatica: alcune poverette proprio non c’arrivano, passano gli anni e ancora si strizzano nelle salopette attillatissime a zampa – col pannolone per incontinenti compreso tutt’in uno alla Raffaella Carrà – credendosi all’ultimo grido) ma poi alla fine quasi tutte si rimettono in riga, s’aggiornano; ecco, per esempio, guardate questa nostra malva numero trecentoquaranta: è entrata dal manicuraro con venti centimetri di artigliazzo french e – dopo un paio d’ore di forsennato trattamento mani e piedi, esposta in vetrina davanti a decine e decine di ignari passanti orripilati (perché sì, sapete, era uno di quegli avamposti manicurari che son fatti come acquari [*] – orrore! dovrebbero essere tenuti per legge ad averci la stanzetta da lavoro sul retro con le veneziane abbassate come i tatuatori, e il cartello bene in vista sulla porta a tenuta stagna Biohazard) ne è uscita con un aggiornamento ungulare attualissimo, una pittatura rosso bordeaux sull’unghietta di media lunghezza (1), e guardatela lì, come se le rimira tutta contenta, “era proprio l’ora!” (appena una settimana prima andava in giro alitandosi sulla french e tromboneggiando “non potrei mai fare a meno della french! cosa c’è di più distinto del rosa e del bianco della french? ah sì sì! la french è l’unghiazza definitiva!“).

E vediamo se ci riesce di metterle intorno qualche altro numeretto: la giacca a vento è il solito must malvestito di stagione (2 – mi viene la nausea), corta e stretta con le estremità elasticizzate; la camicia azzurrina attillata (3 – le spunta un pezzetto d’adipe peloso sotto l’ombelico – si sa, d’inverno la ceretta va in letargo); la sciarpona chilometrica arroncinata e cicciotta che è fatta con lo scalpo lessato di un rastone (4); il capello tirato all’indietro con bozzo rialzato sul cucuzzolo (5); pantaloni jeans attillati (6) e stivali col nastrino che fa dentro e fuori dai piccoli oblò (7).

[*] promemoria per quando mi compro la valigetta nucleare: raderli al suolo (sempre che la Grossa Crisi non m’anticipi e li spazzi via dalla faccia della terra già per conto suo [**], costringendo i manicurari a lavorare per due spiccioli in strada coi tavolini di plastica da campeggio vicino alle zingare che fanno i tarocchi)
[**] ma io lo so, me lo sento, che è come per il Superenalotto e i telefonini, le malve venderebbero i figlioletti a tranci surgelati sul mercato degli organi, piuttosto che lasciar fallire il manicuraro di fiducia

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