feed

Annozero la puntata più imbecille di tutti i tempi, un remix

Per chi se l’è persa, per chi vuole rivedersene i pezzi più imbecilli - con Morgan Bonaga Celentano Palombelli Pagani Scurati Santoro: le tavole di Mosè, la fattanza, i miti di merda, i lolloni, le polveri sottili, David Bowie, l’abolizione dei burroni e dei pantaloni, la teoria antropologica Hänsel und Gretel, i coltelli dentro la pancia, l’anticonformismo (”eh!”), Mauro Pagani che se le beve tutte, Barbara Palombelli e i fucilini, inculare una battuta cogliona a un vecchio coglione (PWND! - ROTFL), Pasoliny su Youtube, Giovanardi imperatore del contrabbando,

Patrizia D’Addario, Gradisca presidente

Se ingenuamente vi aspettate le stesse cose che ingenuamente mi aspettavo io - illusi! sognatori! - e cioè tutto un inverecondo bellissimo turbinio di cazzetti, pompini, sodomia, ammucchiate, punture, cocaina e pasticche, questo genere di cose - magari un po’ ci sperate - allora vi dico subito che non c’è quasi niente, qualcosina c’è, sì, ma quasi niente, perché a leggersi questo libro di Patrizia D’Addario, Gradisca presidente, piuttosto che qualche inedito terribile segreto sulle depravazioni geriatriche di Silvio Berlusconi - quattro cosette appena (v. sotto): che è ossessionato dal cunnilingus, che quando è arrapato perde il senso tattile, che si vergogna a trombare con la luce accesa e che c’ha il cazzetto fallato con le perdite random - si scoprono piuttosto parecchie approfondite nozioncine burocratiche sul catasto e sul piano regolatore di Bari, ci sono persino le scansioni illeggibili di un malloppo di raccomandate e autorizzazioni e pratiche edilizie, tre quarti del libro sono i cazzi suoi di Patrizia D’Addario e di questa sua faccenda del residence che vorrebbe costruire ma c’ha i buffi coi mafiosi e coi truffatori e coi politici e sticazzi, insomma, ho buttato via tutto quanto e da quel poco che è rimasto ci ho strizzato fuori le cose più divertenti - un sommario:

- la schiava gladiatora, la Cenerentola dei mafiosi
- Dyo, Koka, Margaret Mazzantini, i negri rapaci di Los Angeles
- la escort analista, il cotto veneto, la torcia umana della De Filippi
- Palazzo Grazioli #1: le calze color carne e il senso tattile di Berlusconi
- Palazzo Grazioli #2: la pozione del druido e il cazzetto bucato
- la benefattrice pugliese, shake my ass

Prima di infilarci là sotto il piumone (”sofficissimo”) del talamo putiniano direi di cominciare con Patrizia D’Addario che parla di se stessa - si racconta più o meno così, stringendo: la coraggiosa anticonformista superfiga dal sensibile animo artistico che ha lottato contro mille avversità perché è stata sempre con gli uomini cattivi che la costringevano a fare le cose brutte e però ha continuato a lottare perché lei è una persona pura e innocente che crede ancora nelle favole e nel bene vittorioso anche se a volte, oh, l’aiuto di qualche maneggione mafioso, se capita, non è roba da sputarci sopra; c’è la giornalista che ha scritto il libro, Maddalena Tulanti (vicedirettrice Corriere del Mezzogiorno), che definisce Patrizia D’Addario

una schiava che diventa gladiatora, e una gladiatora che vuole sfidare l’impero, per parafrasare il promo del bellissimo film di Russell Crowe

e Patrizia D’Addario, dice Maddalena Tulanti, quella sera della scopata a Palazzo Grazioli c’era andata col Giampi cocchiere che guidava la zucca sotto forma di magica carrozza glitterata,
Continua a leggere »

Festival di Sanremo 2010: dall’autarchia alla Coppa Campioni

È stato un Festival di Sanremo memorabile che ha sancito un ulteriore decisivo aggravarsi della contagiosissima epidemia iper-televisiva di musica plop, di quel ciarpame usa-e-getta cioè che nasce - è pensato e appositamente impacchettato - si consuma e muore dentro la televisione: il Festival di Sanremo diventa da quest’anno la Coppa Campioni dei reality talent show generatori di musica plop.

E non poteva andare diversamente. Sanremo è da sempre un monumentale cimitero di musica plop, e non solo, è in un certo senso il padre (il nonno) degli attuali reality talent show televisivi: coi suoi protagonisti semi-decomposti colanti formaldeide e le sue marcite pataccacce musicali, tutto quanto dentro Sanremo è progettato per resistere ai vermi e alle muffe appena appena quelle poche ore di esposizione televisiva; e con i suoi pettegolezzi, le rivalità, le interviste, i dopofestival, gli isterismi vipparoli, i dietro le quinte, con tutto questo suo spettacolo collaterale di terrificante subumanità pseudo-realitara, Sanremo va considerato non soltanto un primo storico generatore di musica plop, ma anche e soprattutto il progenitore delle attuali più potenti macchine generatrici di musica plop, i reality talent show televisivi.

E se fino a poche edizioni fa la musica plop di Sanremo sopravviveva in una condizione direi tutto sommato autarchica - la musica plop e i cantanti plop nascevano prosperavano morivano e resuscitavano esclusivamente dentro la bolla sanremese - quest’anno il Festival ha abdicato definitivamente al proprio status di mini-reality plop-autarchico e si è spalancato una volta per tutte alla concorrenza più solida aggiornata e remunerativa - super sanremoni anabolizzati contro i quali l’obsoleta formula autarchica non ha la minima speranza di competere - trasformandosi così in una specie di abominevole campionato trasversale dei reality musicali televisivi.

È una trasformazione già in buona parte celebrata l’anno scorso - vittoria del cripto-gay afono defilippiano - che ha avuto degli effetti evidentissimi sulla gara di quest’anno, per cui nella finalissima sono state rappresentate le due principali varianti della musica plop, quelle realitare,

- la musica plop per adolescentelli bimbominkia (e quindi: inebetiti pischelletti bellocci con la data di scadenza - brevissima - tatuata con l’inchiostro simpatico sulla fronte, pilotati da un qualche scaltro bavoso specialista del riciclo di appiccicume sentimentalista), variante incarnata da Valerio Scanu;
- la musica plop per trentenni rincoglioniti wannabe (e quindi: fallitoni impomatati con gli occhiali grossi vestiti come buffi pirla del villaggio vacanze che strepitano convintissimi qualche stupido accrocco di cliché musicali roccherolle-autoriali), variante incarnata da Marco Mengoni;

e l’unica possibile alternativa alla musica plop dei fuoriusciti realitari diventa: il piccolo scandaletto e il prezzemolismo televisivo, quindi ancora una ragione extra-sanremese, extra-musicale, ma tutta televisiva, tutta plop,

- la musica plop d’occasione per anziani teledipendenti (e quindi, nel caso specifico: reduci parrucchinati del melodismo d’antan più deteriore, viscidissimi cartoni salottiero-televisivi, stentati urlatori da varietà della domenica pomeriggio), ovvero il Trio Merda;

e nonostante il Festival sia stato sempre tradizionalmente orientato verso la sponda anziani teledipendenti - ma chi se li incula, ovvio, ché manco sanno televotare (”nonna non è il cellulare è il cazzo di salvavita Beghelli!”) - è stato schiacciante il calcolato predominio delle due varianti realitare Adolescentelli bimbominkia e Trentenni rincoglioniti (a cominciare del resto dalla selezione dei concorrenti); e l’impostazione coppa dei campioni s’è fatta sentire pure sulle reazioni parossistiche del pubblico e dell’orchestra in rivolta, che sono naturalmente - secondo sceneggiatura (i ribelli incazzatissimi che protestavano schiantandosi dal ridere) - la versione sanremese delle irritanti tifoserie dopate e aizzate a orologeria sugli spalti dei reality talent show (c’era la scimmia con le bretelle in prima fila, c’era); e tra le varianti plop, bimbominkia adolescenti vs trentenni rincoglioniti vs anziani teledipendenti, chi pensavate potesse spuntarla, la mostruosa chimera plop a tre teste non aveva speranze.

Sarà anche colpa mia che non sono riuscita a raccogliere abbastanza funz del Trio Merda (e tremila commenti in due serate di forum non sono stati sufficienti, va be’ - ma ci siamo divertiti tantissimo).

I capezzoli doomsday della baba cool del rock, il pene malinconico tra le installazioni di Bim Bum Bam e il mistero (risolto) delle pitture rupestri nel salotto di Franco Battiato

Rolling Stone ha di straordinario che nell’ultima pagina - quando ci si arriva esausti e mezzi storditi per via del nulla vaporoso come zucchero filato che riempie le precedenti duecento pagine - nell’ultima pagina c’è la rubrica m’hai-cagato-il-cazzo di Pino Scotto e succede una cosa incredibile, lo stato allucinatorio da avvelenamento cerebrale è così profondo che l’impressione è quella di trovarsi davanti a un gigante del pensiero, e un suo

ho visto Asia Argento che proponeva un corto di 40 secondi dove si vedevano dei trans che ballavano facendo un girotondo. Ma che cazzo vorrà dire questa cazzata?

sembra abbia la sostanza e la consistenza, l’altissima qualità intellettuale capace di rovesciare il mondo; e invece non proprio, è soltanto un’illusione, è il nulla tutt’intorno che scombussola e inganna, Rolling Stone è una stanza di Ames sotto forma di rivistaccia (dove Pino Scotto è il buffo nanetto metallaro coi palloncini, toh, che diventa grande grande). E dunque io in genere Rolling Stone cerco di evitarlo e avrei continuato a evitarlo, non fosse che quattro pagine negli ultimi due numeri m’hanno attirata inesorabilmente, due foto in particolare che puntano su certe crudissime oscenità, grottesche e un po’ ripugnanti,

i pulsanti della valigetta nucleare fine-del-mondo, qua sopra, avvitati sul petto di una tizia che considera la propria foto ignuda “un potente statement politico da parte mia” (un altro statement politico: “uso soltanto borse di tela e scarpe di seconda mano”); e la flaccidità senza vita malinconicamente spiaggiata tra le cosce pallide di un tizio, qua sotto (cliccateci), che di mestiere fa il musicista ma da un po’ fa anche le “installazioni d’arte” (lui stesso, qui, col pene spiaggiato, va preso per una installazione)(che volete: di solito butta anche peggio, è uno che confonde la nostalgia di Bim Bum Bam e qualche misero ricordino liceale pop-dada per undergroundità artistiche - ci ha la factory ci ha);

non vi dico chi sono tanto è facile, si capisce subito, giusto un paio di citazioni come indizio, lei che dice
Continua a leggere »

Morgan: in fondo ci è andata bene che di recente non s’è letto qualche fumetto erotico sui filosofi greci

Be’ ma che volete era solo questione di tempo, sono anni che lo sciagurato non fa altro che raccontare cazzate e cazzate a manetta su qualsiasi - dico qualsiasi - argomento, e tutti là beati a premiarlo e a ridacchiarsela e a paccargli sulle spalle uhuhuh che eccentrico artista burlone; era inevitabile, a forza di cazzarare istericamente a vanvera qua e là avrebbe imbroccato prima o poi la cazzatona epic fail su qualche argomento davvero sensibile; e adesso per l’appunto ha fatto semplicemente ciò che ha sempre fatto, la stessa identica cosa di sempre, raccontare cazzate: è stata la cazzata della coca ma poteva essere, che so, qualsiasi altra inopportunità delirante (ehi, dipende anche dalle citazioni a fumetti che ha letto negli ultimi tempi sulle etichette del vino rosso), poteva essere la pederastia (”è una costrizione capitalistica borghese, un mio amico poeta neo-neoplatonico che stimo molto la pratica secondo gli insegnamenti di Socrate e degli antichi greci, un ragazzino biondo tutti i giorni con regolarità, e negli intervalli molta frutta che fa bene”) oppure che so la rapina a mano armata (”rapinare è una attività legittima e anzi è alla base della società anarchica come diceva Proudhon, poiché la proprietà privata essa stessa è un furto e dunque il capitalismo è un paradosso che si autocondanna, e io nel frattempo al mercato rapino molta frutta che fa bene”); e allora ecco che per la prima volta le compiacenti bignardette che si bevevano allegre e ridacchianti qualsiasi cazzatona musical-filosofico-letterario-politicheggiante ecco che drizzano le antennine scandalizzate e percepiscono la Cazzatona e stringono le chiappe e gli urlano contro un (meritatissimo) COSA CAZZO HAI DETTO - ma lui è sempre lo stesso, non è cambiato di una virgola, ha continuato a fare quello che sa fare meglio (sa fare poco altro), ha fatto quello per cui l’avete sempre ammirato e coccolato, raccontar cazzate, è sempre lui,

e pensare che adesso se ne va, che lo scaricano e ce lo buttano fuori da qualsiasi posto a calci nel sedere, devo dirlo: è un cazzaro imperdonabile ma a me un po’ già mi manca.

« Post precedenti