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Contessina Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare
Che bella trovata questa del modesto pandino che aspetta fuori dalla chiesa Clementina Montezemolo (figlia di Luca e Bambi) raggiante nel suo preziosissimo abitino peschereccio addobbato di calamari lessi: sembra la sceneggiatura di una pubblicità televisiva confindustria-we-care tutta concordia sociale e semplicità e duecuorieunacapanna, ci manca soltanto un pianuccio strappalacrime e il capoccione pelato di gandhi in cgi che spunta benevolo tra Carlo Rossella e Diego Della Valle, c’è pure il maritino dall’aspetto molto popolar-televisivo sosia di Alberto Stasi da Garlasco, un diffuso mediocre acchittìo malvestito alta aristocrazia carrefouriana (Martina Mondadori col telo da spiaggia, la signora Jean Todt copridivanata, i pizzetti beige di Frankenstein Schiffer in Vanzina, Ludovica Andreoni in Montezemolo col completino arancione stabilo boss) e un mucchio di larghi cappelloni rotondi che a guardare la piazzetta dall’alto si direbbe un matrimonio a Città del Messico; e tanto chi lo verrà mai a sapere che là dentro la modesta macchinetta di cartapesta c’è una botola posizionata sopra un tombino e da lì un passaggio sotterraneo verso il retro della chiesa, dove ci sta parcheggiata la Rolls-Royce volante - quasi quasi mi stanno più simpatici i bburinoni che alla propria prepotente ottusità danno libero sfogo, ostentandola sfrenati e orgogliosi: eh sì, io già sto contando i giorni che ci separano dal tredici giugno.
di Betty Moore Collezione: alta moda, chiacchiericci vari, very important malvestite 76 Commenti
Costume Institute Gala 2008, il Malvacarpet
Forse ve lo ricordate dall’anno scorso, il Costume Institute Gala è questa festona esclusivissima a cui viene invitato solo chi sta simpatico ad Anna Wintour, la scheletrica bacucca regina della nullificanza cretino-fashionara: è lei che decide se sei abbastanza stilosamente coatto, dall’alto del suo mostruoso vestitino armatura con simmetriche estroflessioni spiraliformi che non ho ancora deciso se sono ispirate ai tradizionali corni caprini demoniaci, oppure se fanno riferimento alle conchigliette nautilus, il che mi sembra anche più appropriato, considerata la viscida molluschità della Wintour - provateci a mettere una parrucchetta ad un paguro, toh, è lei spiccicata.
Siccome al Costume Institute c’è in corso una mostra di orrendi accrocchi deformi, una specie di rilettura valeriomariniana del tradizionale abbigliamento supereroistico, mi sembrava d’aver letto che i festaioli dovevano indossare qualcosa che ricordasse quel mondo là dei fumetti, ma invece no, delusione, solo pochissime coraggiose hanno osato malvestitizzarsi in tema, e tutte allo stesso modo poi, che barba, appiccicandosi a casaccio una stirello-stellina capitanamerica: stirello posteriore sopraculare per Christina Ricci (bustino storto e cinturone, integralmente pendantizzata sullo stucchevole abbinamento raso rosso tulle e chiffon rosa); stirello addominale per Naomi Watts (tunicone candeggina plissettato con ali copritette e sciarpona chilometrica); stirello medaglia al valore per Tilda Swinton (fodera impolverata del divano in perfetto stile babbiona del moige); e poi va be’ la nostra gigantesca inimitabile Donatella Versace, che non ha dovuto manco faticare ad appiccicarsi lo stirello-stellina, sono vent’anni che porta su ininterrottamente il costume integrale del supereroe italiano numero uno, il Bukowski di torbellamonaca, Franco Califano.
In generale, mi pare che abbia furoreggiato il vestitone-fazzoletto fatto di un unico monocromatico chilometro quadrato di raso con spiegazzatura accroccata random: ce n’aveva uno Mary J. Blige, un coso nero annodato in vita con codone strascicoso (in più, giaciglio di paglia sul testone alla Simona Ventura e orecchinoni diamantosi a scimitarra); ce ne aveva uno Fergie, cupissimo fazzolettone monomanica con spermatina sulla spalla; e poi Allegra Versace, saccone lilla e golfino all’uncinetto sul petto anoressicamente concavo; anche la mediocrissima “papi da grande voglio fare la stilista” Stella McCartney (accompagnata da Kate Moss, con la quale fa a gara a chi c’ha la faccia ingrugnita più “london look” - leggi: scema viziatella annoiata), monofazzolettone ceruleo con spacco e fioccone amebico; e Venus Williams, classicissimo involucro cioccolatinesco marroncino-dorato (che pendantizza con la borsetta lingotto) e ciclopico megamantellone rosso toreador (ah, uh, forse una citazione kryptoniana?).
Niente male nemmeno lo stile arlecchinesco di opposta concezione, brandelli di tessuto che non c’entrano nulla l’uno con l’altro combinati secondo uno schema ottenuto lanciando i dadi del risiko: a tal proposito s’è distinta un’altra mediocrissima “papi da grande voglio fare la valletta” (”amore mio sei alta un metro e venti, che ne dici piuttosto della stilista?”), Margherita Missoni, campanone a strisce marroncine raso/lustrinate con tendina mantovana sulle tette e collanone piatto mosaicato; e guardate Mischa Barton, firmata appunto dalla Missoni (che talento visionario, che follia pendontizzante!), gonna lunga corsa dei sacchi color biscotto plasmon, corpetto scagazzato bianco e nero con pseudopodi che colano schifidi verso il basso, due ammassi medusiformi fanghigliosi usati come spalline, e borsettina scrotale con braccialino di sicurezza; oppure Michelle Trachtenberg (chi è? boh), grezzissimo canottierone attillato sopra il tendone dorato che usa come gonna (ma sul serio è un tendone, davvero: ha pure usato il cordone intrecciato nappinato come cintura); e non perdetevi Kimora Lee Simmons col campionario per pennarelli, e Charlotte Gainsbourg vera fricchetton-chic io-sono-originale che se la redcarpettizza scalza tutta contenta coi sandali in mano.
Non potevano mancare i prezzemolini coniugi Beckham, Boccuccia Anale Victoria e Big Jim David, lui in smoking col farfallone gonfio ipertiroideo (è chiaramente di quelli pieni d’acqua simpatichetti che ti spruzzano), la mano elegantemente adagiata sul culo rinsecchito della moglie, lei coi capelli a banana in vestagliona da notte semitrasparente con ricami floreali sbriluccicanti e megaspacco frontale a pochi millimetri dall’area cinquantuno (leggi: pisella). E non potevano mancare le prezzemoline Gemelle Olsen: se Ashley c’ha una robetta nera piuttosto banale, con orridi oblò ovoidali sui fianchi, come sempre la migliore è Mary-Kate, che impersona il ruolo della smilza barbona senzatetto che è finita per sbaglio nel dietro le quinte di un circo e s’è fregata il tunicone e le scarpone numero cinquanta della donna colosso; e notate vi prego lo sconosciuto accompagnatore delle gemelle, che per farci il buffo originalone s’è appiccicato sul petto un foglio di carta con scritto “bang” - che insomma con quelle pantofoline perlinate, accidenti, suona alle mie orecchie come una felice premonizione.
Per concludere, non tralasciamo di riservare un pochetto di biasimo per Gisele Bundchen, col suo bustino di fasci intrecciati che le schiantano le tette dandogli una strana forma pagnottesca a sviluppo laterale; un pochetto di biasimo per Eva Mendes, peep-toe perlacee con inspiegabile plateau rosso e involucro oversize caramella per la gola già parzialmente scartato (basta tirare il pezzo di stoffa più chiaro); un pochetto per Eva Longoria, delirio di volant arricciolati; un pochetto per Scarlett Johansson, che povera disgraziata s’è messa nelle mani dei sovrani di Bburinolandia Dolce & Gabbana, e così ha rimediato un robo rigido strizzaseno (mai strizzaseno quanto quello dell’anno scorso) e un gonnellone multistrato di tulle vaporoso, tutta dorata ovunque epidermide compresa (dev’essersi spalmata qualche sostanza cancerogena che la fa luccicare tutta, o forse è semplicemente sudata, è il colorito che ti viene a traspirare Cristal); e poi alla fine soprattutto dedichiamo un ultimo speciale conato a Katie Holmes (insieme al marito rotondetto, azzimatissimo nella sua divisa bburina da testimone di nozze): è tutto il pomeriggio che mi ci scervello ma davvero non so come definire questo suo coso di plastica impermeabile (trucco spray in tinta) demenzialmente pendontizzato con le scarpine blu, proprio non saprei, mi ha messo ko.
di Betty Moore Collezione: alta moda, malvacarpet, very important malvestite 226 Commenti
Essere Giovanni Allevi: il manuale (Mozart meets Ecce Bombo)
Ho scritto un po’ di tempo fa una cosa direi tutto sommato definitiva su Giovanni Allevi (se non l’avete letta: leggetela), non che sia spuntato qualcosa di importante da aggiungere, ma pensavo che potremmo sfruttare il suo libricino, La musica in testa, per vederne confermato quel perfetto ritrattino di patetica mediocrità - facendoci due risate.
La musica in testa è un’opera capitale che inaugura il genere letterario dell’autovangelo: lo scrivente snocciola una sfilza interminabile di aneddoti fantastici che hanno lo scopo di esaltare le gesta miracolose di colui che venera di più al mondo, se stesso, soddisfacendo il proprio smodato desiderio di specchiarsi, adorarsi, masturbarsi. La struttura generale dell’autovangelo alleviano è evidente: Giovanni Allevi non ha superato quegli oltre trent’anni di anonimi fallimenti, non se li spiega, li rifiuta, tenta di giustificarli cucendosi addosso una storia in cui tutto - anche il più insignificante “chi cazzo è sto cretino” - assume un ruolo fondamentale e necessario nel quadro complessivo dell’enorme successone internazionale a cui la “capricciosa dea musica” l’aveva destinato già dai tempi dello spermatozoo (”una cospirazione divina”, definisce la sua vita).
Come nelle favolette col brutto sfigatello emarginato che ne subisce di tutti i colori [1] e però lo capisci subito che ha qualcosa di diverso e specialissimo - è stato morso da un ragno radioattivo coi capelloni cotonati! - Giovanni Allevi utilizza la chiave del lamento vittimista (nei toni di un falso modesto stupore) per rendere più sfavillante il proprio genio incompreso: quando racconta per esempio che da piccolo “passo il tempo chiuso in uno scatolone di cartone nel garage sotto casa, per sentirmi protetto dall’ansia” - e fin qui niente di eccezionale, è un cliché di alienazione infantile così sputtanato che lo canta pure Mondo Marcio, ma poi aggiunge - “per dirigere in piena libertà l’enorme orchestra sinfonica che ha iniziato a suonare ininterrottamente nella mia testa“: ecco, una bilanciata combinazione di triste sfigaggine e precoce incredibile genialità (non un’orchestra qualsiasi, un’orchestra enorme!) che è il tema dominante dell’autovangelo; perché la cosa che davvero interessa al quarantenne Giovanni Allevi è precisamente questa, sceneggiarsi a posteriori nei panni di ciò che avrebbe voluto essere più di ogni altra cosa, e che però non è mai stato: un ragazzo prodigio.
Giovanni Allevi poveretto non desidera altro, vorrebbe averci venti anni in meno, vorrebbe poter essere celebrato come una giovanissima rivelazione - fa quel che può: si tinge i capelli, fa il giocherellone idiota, ricorre ad un look teenager concepito imitando (male) i più scemi modelli fiction-televisivi: pantaloni larghi, magliettine strette, occhialetti colorati, converse - vorrebbe tanto poter tornare ragazzino com’era ai tempi bui del conservatorio, sigh sob, là dov’era snobbato da tutti. Ah il conservatorio, che sofferenza, che pena, che umiliazioni! Magari non sarà possibile cancellare gli insuccessi passati, ok, ma ecco finalmente la soluzione - grazie alle possibilità di sfrenata ego-esaltazione dell’autovangelo si può magicamente tramutarli in predizioni di futura grandezza: Giovanni Allevi se ne stava ancora là ventottenne a perdere concorsi uno dietro l’altro non perché fosse una scarsa merdina, ma perché aveva “osato andare contro il sistema della musica contemporanea” e “come dice Hegel, in questi casi le possibilità sono due: o vinci e apri una nuova strada, o vieni allontanato perché sei una minaccia per il vecchio ordine“, insomma, il buon vecchio leit motiv del nessuno-mi-capisce sono-troppo-avanti [2].
E come nella pubblicità della carta di credito, quella che regalare il tuo primo romanzo a chi t’aveva detto che non ce l’avresti mai fatta non ha prezzo, nell’autovangelo di Giovanni Allevi c’è ovviamente spazio per la sciocca infantile rivalsa gne-gne-gne. Osavate non cagarmi? adesso ve la faccio vedere io. Da piccolo per esempio c’aveva un compagnuccio (M. lo chiama [3]) stra-adorato dai maestri di musica che suonava il piano divinamente, era il più bravo di tutti, “studia quasi otto ore al giorno! Pare che i genitori lo costringano con la forza” (traduzione: per forza suonava meglio di me, non è che io avessi meno talento, è solo che lui ci passava le giornate, sarei stato capace anche io così [4]), dovreste vedere che squallida fine ha fatto oggi quel ragazzino che amavano tutti, Giovanni Allevi non vede l’ora di prendersi la sua goduriosa vendetta super-orgasmica (notate come non si limiti a un meschino sfottò del fallimento altrui: si lascia andare ad una rabbiosa bullesca ostentazione dei propri successoni) “M. non suona più. Ha preferito un lavoro in banca. Io ho fatto concerti in Italia, Cina, Giappone, Stati Uniti, Europa, Russia, Canada. Ho suonato di fronte a platee immense, in dirette televisive e radiofoniche”.
Non parliamo poi di quei sordi bacucchi reazionari del conservatorio, colpevoli di non averlo saputo apprezzare, per fortuna che la dea musica l’ha fatta pagare pure a loro, che alla fine sono stati costretti a inchinarsi al cospetto della sua strepitosa grandezza: c’è una scenetta molto buffa, ovviamente inventata di sana pianta (sembra l’epilogo di Rocky IV quando l’establishment sovietico è costretto ad applaudire il pugile nemico) “notai che in platea c’era una intera fila di ragazzi con le braccia conserte, che non concessero un applauso per tutta la durata del concerto. Studenti del conservatorio locale. Quando alla fine è venuto giù il teatro, con la gente che urlava dai palchetti e il resto del pubblico in platea tutto in piedi, si guardavano intorno smarriti e per non fare brutta figura hanno dovuto accennare anche loro un applauso”; dove le braccia conserte si riferiscono metaforicamente all’atteggiamento istituzionale di chiusura verso il “nuovo” che Giovanni Allevi dichiara impudicamente di rappresentare (non si contano le sparate del genere “la mia piccola grande rivoluzione culturale”, “ho alterato il sistema”, “un nuovo rinascimento è alle porte”). Se gli aridi dogmatici bacucchi del conservatorio non sono stati capaci di riconoscere la sua esplosiva portata rivoluzionaria, tiè, che schiattino d’invidia, c’è tutta una gigantesca mole di ridicoli aneddotucci che dimostra la piena ricettività del cuore puro e incontaminato dei poveri di spirito [5]: “il pubblico è attonito […] vedo occhi lucidi di commozione […] la mia musica ha investito tutti con la sua onda emotiva”, “sono tutti meravigliati dalla follia poetica del mio gesto”, la mia preferita (detta da un’ammiratrice) “questa bottiglia contiene aria che è stata attraversata dalle note di Giovanni Allevi”.
Ma è soprattutto nell’ultimo capitolo, pomposamente intitolato L’era dell’emozione, che Giovanni Allevi dà il meglio di sé: è qui che tenta di fornire una base pseudo-filosofica alle sue composizioni musicali, infilando raccapriccianti dissertazioni da manualetto fricchettone new age sull’uomo l’anima il divino [6]. Ha un’idea stupida e adolescenziale della musica, le attribuisce una natura sovrannaturale, “misteriosa”, crede che derivi da un irrazionale abbandono alle sensazioni del momento (”il segreto è non pensare”); si rifugia nel “mistero” fine a se stesso, nell’insensato, non è in grado di capire le possibilità della ricerca, della curiosità attenta, dello studio, nega la ragione e l’intelligenza perché non ne possiede, è così tragicamente stupido che non ci arriva (”il novecento è stato il secolo della mitizzazione del pensiero scientifico, dell’idea che la ragione potesse spiegare tutto. Ma il mito della concettualità e del tecnicismo ha ingabbiato l’uomo in un eccesso di pensiero […] Il novecento è stato il secolo più violento della storia: è la ragione l’origine della violenza, perché da essa scaturiscono la differenza e la pretesa di conoscere ciò che in realtà è mistero“), tutto è ridotto a triti automatismi mentali, schemi di crescendo, diminuendo, staccati e fraseggi già sentiti mille e mille volte ancora. Lui la chiama emozione: è stupidità. E Giovanni Allevi è per l’appunto questo: un goffo stupidone buono solo a fare “oooh”, come i bambini scemi della canzoncina.
[1] “alle medie non mi invitavano alle feste”
[2] e però un bel giorno è successo che il direttore del conservatorio non ha potuto trattenersi dal riconoscere che la sua musica è “geniale, a metà strada tra la musica classica e il jazz”, paragonandolo a Keith Jarrett con “un’eco di Chick Corea e Béla Bartók”: se ve lo state chiedendo sì, non c’è dubbio, soltanto nella mente di Giovanni Allevi può esistere un direttore di conservatorio così terribilmente incompetente
[3] non è una questione di riservatezza, semplicemente non è mai esistito
[4] ah, l’Allevi esecutore! che titanico scontro di personalità, esecutore contro compositore: “il Giovanni esecutore deve rendere conto al Giovanni compositore, ma anche l’esecutore scopre nuove sfumature nella partitura, e mi accorgo di essere continuamente dilaniato da questo conflitto” (dilaniato!); a volte timido (sono un compositore troppo figo) “temo di non essere all’altezza di ciò che ho scritto” a volte sborone “scopro che la musica che esce dalle mie dita è ancora più bella e intesa di quella che il compositore sentiva nella sua mente” (come esecutore sono ancora più figo)
[5] “come è bello scoprire intorno a me una nuova generazione di poeti, visionari, sognatori, che hanno deciso spontaneamente di rendersi emotivamente vulnerabili alla mia musica classica contemporanea”
[6] ne ha avuto di tempo per pensarci: “all’università mi sono chiuso sempre di più, arrampicato nelle vette rarefatte del pensiero filosofico. Mentre gli altri si organizzavano per fare viaggi, vacanze o feste, io passavo le estati a studiare Aristotele come un pazzo!”
di Betty Moore Collezione: io sono originale, maschioni, very important malvestite 447 Commenti
La battona e il maledetto (non è l’ultimo di sepulveda)
Va bene allora quello che ci insegnano le foto di Anna Tatangelo su Max, la morale, è che puoi stuccarti come una volgare bburinissima battona cinquantenne in gita al club privé per scambisti, puoi adulterinamente trombare con il più inetto brutto pelato vanamente tronfio capetto della più instupidente ignorante correntuccia musicale nostrana, puoi raccontare di raggelanti scenette di te e il viscido che limonate allegri e di quanto trovi sexy l’odore della sua pelle, puoi partecipare a sanremo svestita da discinta starlette alla fiera del porno e puntare sul melensismo sensodicolpista della facile denuncia povero - gay - ebreo - negro - paraplegico - accettatelo, puoi vantarti delle tue tette nuove di zecca e farti fotografare coperta solo di una canottierina trasparente nell’esecuzione assolo di un paio di capitoli a caso del kamasutra [1] - cioè praticamente puoi macchiarti di ogni più assurdo infame crudele splatter antiumano crimine sulla faccia della terra ma no, mai e poi mai assolutamente mai mostrare i capezzoli: piuttosto al limite anche nelle foto in cui inequivocabilmente dovrebbero comparire no, meglio una cancellatina fotoscioppara, meglio rischiare che qualcuno pensi ad una dimenticanza del chirurgo [2] - i capezzoli mai, che può sembrare di cattivo gusto.
E ok è vero che ci sono sì, è pieno il mondo di queste squallide tipette vim che farebbero di tutto per cucirsi addosso quell’atavico stupido personaggino di banale perfezione bellonesca da fotoromanzo, liscie cigliose labbrute sinuose sfocate e tettone come bambolette sexy del paginone centrale da pippa - ma c’è anche un nutrito gruppone di vim che s’ispira invece a prototipi di pari vuotezza cerebrale ma meno universali più di tendenza, specifiche correnti di fighettaggine all’ultimo grido, roba cioè oh di posti in cui manco se parla l’italiano, robba cioè oh una cifra particolare: per esempio lui, l’eroe protagonista di tutti quei recenti filmetti amatoriali il cui soggetto è deciso estraendo a caso una frasetta dalle profondissime canzoncine di venditti (io non vedo l’ora che si decidano a fare un film da “La barba lunga è sintomatica di un grave virus postatomico” [3]), lui che c’ha il nome e la faccia di un elettrodomestico e se la fa col generale in comando del corpo disperate mignottone televisive d’assalto (tale Ilaria Spada - categoria siamo-pure-discretamente-cesse), lui, il patetico nicolas vaporidis, si fa vedere in giro col ciuffo unticcio il cappello ergo sum vintage io-sono-originale [4], la barbetta incolta e la giacca di pelle lucida da spacciatore moldavo, la sigaretta pendente in bocca e quello sguardo ebete un po’ rintronato che gli viene naturale, non c’è dubbio, flirta pure con quel catorcio bburino-aerofagico di gabbana, è ovvio che sta tentando di immedesimarsi nel modello di dissolutezza barbona tossica e maledetta brit-decadence alla pete doherty, e accidenti gli riesce benissimo! secondo me passa pure i pomeriggi al verano scrivendo strazianti distici sulla vita e sulla morte:
ahò,
amò.
tiè,
mbè?
[1] ma quasi solo dalla vita in su, ché il culone e le gambotte informi ancora non hanno inventato un modo facile per sistemarli al bisturi, e col photoshop è una noia
[2] e sul forum appunto AnLi si chiede “Scusate ma questa donna non ha i capezzoli!?” (e se non vi pare abbastanza, SaintJust sospetta che c’abbia pure le “le sopraciglia smontabili”, o forse delle extension)
[3] o anche “Come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati”, o “Santa Brigida mia divina nun fa’ piover alle castagne”, o “Che ti succede amico estetico?”, o il più sputtanato “Tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto” (un blockbuster!)
[4] e però Eleonora nei commenti contesta la sua ergosummitudine: “Tutto parte da un problema di calvizie che gli va a inficiare l’immagine di giovinetto eterno. Da qui la trovata del cappello. Ma come fai a giustificare un capello? Semplice: ti vesti come Pete Doherty/ Johnny Depp de noantri. E tutta ’sta pagliacciata per un ciuffo di capelli in meno. E’ dura la vita del teen idol.”
di Betty Moore Collezione: io sono originale, semo bburini, very important malvestite 101 Commenti
Piersilvio e Marina Berlusconi (dalla collana: Taken by the millionaire)
Mi sembra giusto: il papi li usa in campagna elettorale per stuzzicare i nostri conturbanti desideri infantil-principazzurreschi (dove l’aristocratico cavaliere coll’armatura e il caschetto biondo, al passo coi tempi, s’è trasformato in un palestrato imprenditorotto brianzolo col cravattone e mezzo chilo di gel), dobbiamo ringraziare questi utili giornaletti che tempestivi ci consentono di farci un’idea precisa su quanto son belli bravi fighi e intelligenti Piersilvio e Marina, così possiamo sospirare più sospirosamente sognando ad occhi aperti che un giorno chissà forse in una prossima vita, nascere figli di una bodyguard di un autista di una domestica o di un giardiniere, oh sì! e PierLui bellissimo col petto nudo oliato che riflette la calda luce del tramonto joggingando distrattamente davanti la stalla, vedendoti frustata dal capomaggiordomo perché non hai spolverato a dovere il plasma in cripta, accorrerà in tuo soccorso ordinando “ehi tu fermo! perché frusti questa incantevole creatura? come ti chiami, incantevole creatura?” - oppure certo, sì, la timida e impacciata segretaria-appendino cocopro ignorata da tutti e che però a un certo punto il boss scoprirà sotto gli occhialoni i brufoli i baffi le vene varicose lo strabismo la pancetta l’alito pesante…un cuore grande grande che palpita d’amore! Ah, che sogno.
Spero non abbiate mancato le interviste di Piersilvio su Vanity Fair, di Marina su Anna: non che ci sia alcun buon motivo per mettersi a leggerle, anzi, sono quasi per intero il solito concentrato di noiose innocue banalità studiate rivedute e corrette dalle cavie peruviane laureate in lettere che gli fanno da ghostwriter, a loro e non solo, pure al giornalista intervistante (che nella migliore delle ipotesi è un pupazzo gonfiabile con la parrucca, tipo Maria Latella). A parte le foto, che meritano sì, qualcosina divertente nel testo delle interviste qua e là si trova, nel loro comune noioso ridicolissimo tentativo di montare un’immagine che risponda ai requisiti di grandelavoratore - grandeumiltà - grandepassione - non-è-stato-facile (ce-lo-meritiamo-dove-siamo): per esempio è da spanciarsi quando in apertura c’è descritto il salotto di Marina, “il coffee table non allinea soltanto i prevedibili cataloghi d’arte, ci sono invece un po’ di romanzi sparsi e in cima alla pila uno di Alice Munro”, che simpatica messinscena (s’è pure preparata - cioè, la cavia peruviana le ha preparato - il commentino da antologia scolastica: “storie quasi sempre tristissime, vite di donne complicate che finiscono male” uh ma che intrigante, una donna così di successo che legge di donne complicate e infelici!), ricorda un po’ il woody allen disperato che per far colpo sulla tipa sistema riviste dischi e medagliette in giro per casa; povera Marina, si fa fotografare in pose miaaaaaoooo stile book bburino da matrimonio, guardatela, è così orrendamente attaccata a quel banale prototipo paterno di ostentata bellezza malvestita da volgare scosciatona televisiva, lei ci prova coi suoi vestitozzi attillati le pere strizzate di fuori il suo strano faccione trapezoidale rigorosamente trequarti (e mica si deve notare, oh, che ce l’ha più largo del giro vita), una ranocchia mascelluta con le labbra appaperate e gli occhioni tiratissimi da catalogo estremo di chirurgia estetica, accidenti, dev’essere dura essere la figlia cessa di uno così, che se non fossi sua figlia ti prenderebbe per il culo - e che se non fossi sua figlia, forse forse a esagerare, in mediaset potevi appena farci la concorrente del grande fratello che tutti dicono “ma sì dai, il travestito è quella”
Piersilvio invece, che così a occhio lo si direbbe spiccicato al cento per cento il tipico modello del maschio lesso da palinsesto mediaset in salsa alta managerialità yuppie (praticamente il commercialista vice-pappone di Lele Mora), vale a dire il gay camuffato che si veste firmatissimo col capello plasticoso il mascellone selvaggio la lampadatura perenne il fisico scolpito e la fake-fidanzata dal cervello leguminoso - Piersilvio è sopratutto questo sì, l’ebete bonazzo in bianco e nero da reclame del dopobarba che fa rimorchiare, ma scopriamo che no non soltanto, nasconde alcune sue superfascinose stramberie che non t’aspetti, per esempio quando corre nel megaparco del villone arcoriano c’ha il riflesso autistico-giovannialleviano di salutare “per nome i miei alberi preferiti”, e guardate qua sopra che foto (grazie Pam), straordinarie!, dopo il culturista nano sudaticcio con l’addominale storto scombinato adesso Piersilvio vuole presentarsi allo stesso tempo come biker sfrontato a metà tra renegade e un baffuto frequentatore del blue oyster bar, il tronista calciatore col bicipite gonfio e poi be’ questa ultima eccezionale personalità new entry, lo spacciatore tossico senzatetto minaccioso con l’occhietto vitreo che sta aspettando gli acquirenti in un angolo appartato del parchetto pubblico (che appunto in realtà è il praticello dietro la depandance adibita a sauna per Princi, il cane di Marina), e con questa mi sa che almeno in quanto a sexy intriganza e problematicità e Merito gli dà dieci a zero - lui che viene dalla strada, dallo spaccio, dal retro della sauna di Princi! - alla sorella-ranocchio e ai suoi stupidi libretti da coffee table.
di Betty Moore Collezione: chiacchiericci vari, very important malvestite 102 Commenti
Madonna nella Hall of fame? Head museum, piuttosto
C’è un breve intervallo di tempo nella splendente carriera da pubblica sgambettatrice di una very important malvestita - che sarebbe più o meno il momento quando comincia ad ammosciartisi e a venir via la punta muffita del naso - è il momento che bisogna decidere cosa farsene del proprio corpicino che non è più quello di una volta: c’hai le vene sulle braccia che sembrano gasdotti sottomarini, le palpebre che colano giù come cera calda, la limpida purezza dermatologica del toxic avenger e ogni mattina, con le fette di cetriolo che ti guarniscono un po’ dappertutto il brodino di cremine, devi spararti una litrata di flebo con coctèil di nicotina e prugnette della california per stappar fuori un dolorosissimo stronzetto magrolino con la densità di una nana bianca; è il momento che bisogna decidere cosa farsene di se stessi prima che qualcuno in strada corra verso di te gridando “signora Loren! signora Loren! un autografo!”, prima che s’accorgano che nel tempo libero sviti la mano e ci metti l’uncino.
Rarissimamente succede che una vim si rassegni ad abbandonare il ruolo che tanto le donava della zoccoletta minorenne in reggicalze che ancheggia provocante slumando un lecca lecca a forma di pene, e in fondo c’è da capirlo, dopo tutta una vita passata a confondere la propria vera identità (il nullificatore universale) con gli imbellettamenti bburinissimi di questa tonica bambolina plasticosa stra-adorata da mucchioni giganteschi di entusiasti adolescentelli, come si fa ad accettare l’inevitabile oscuro sopraggiungere della fase cosiddetta Silvana Pamapanini (aka: il mostro della laguna nera meets l’esplosione nucleare di uno stabilimento max factor), ovvio che no, non si può accettare: ed ecco così che le very important malvestite preferiscono di gran lunga stiracchiare la scadenza del loro giovanil personaggino sulla strada del bisturi e dell’intruglio radioattivo.
Prendete Madonna, ah lei santissima protettrice dell’esagerazione malvestita, ah lei dizionario vivente di insensata bburinità che le ha provate tutte dai completini di latex ai vestitini da geisha ai cappelli muccati da cowboy, ah lei vuoto cartellone pubblicitario da riempire di volta in volta secondo le future stime di malva-tendenza, ah lei gioia suprema di tanti adulti chic-pop-vintage-revisionisti (tempo mezzo secolo: “eh ma che eccezionale trasformista madonna che inventa le mode”, in topten tra “rosso di sera” e “cielo a pecorelle”), prendete Madonna: che sta succedendo a Madonna? A parte il fatto, dico, che il suo ultimo album sia una ciofeca colossale, tristissimamente ricalcato su questo stile finto-rappettuccio bianco fighetto (faccio un po’ il negro ma senza esagerare: con le cravatte e gli urlettini), a parte questo: sta succedendo che Madonna ha passato da poco il punto di non ritorno, quello che si chiama in gergo (dei carpentieri) il Confine Madame Tussauds, il punto cioè che per fronteggiare l’imminente naufragio biologico si è ormai dipendenti dall’applicazione di una folle strategia chirurgico-cosmetico-fitnessara i cui risultati - già ben visibili (qui, qui e qui) - consistono nella non molto seducente trasformazione delle proprie membra in cavicchi di nervi tesissimi e carne secca da masticare, più qualche marmorea pallina di silicone appiccicata nei posti quelli là; e se dal collo in giù non è che si possano fare questi gran miracoli, chissenefrega, la cosa più importante di tutte è la testa, e quella insomma davvero la si può tenere in vita senza problemi per millenni, basta convertirla in una rotonda liscia tavolozza da campionario di stucchi graffette e vernici vari, le luci giuste e le fotografie mi raccomando mai troppo da vicino, evviva! il gioco del maliziosume pischellino può andare avanti all’infinito, e magari chissà nella boccia all’Head Museum - “guarda papà, è madonna!”, “me la ricordo, figliolo, era una grande trasformista che inventava le mode” - ti ci lasciano dentro pure il lecca lecca a forma di pene.
di Betty Moore Collezione: chiacchiericci vari, very important malvestite 260 Commenti
Malvageddon #26 Daniela Santanchè presidente delle malvestite
Il mascherone piatto e quadrato di plasticazza lucida stiracchiata insieme al parruccone sintetico stoppaccioso e fonatissimo da barbie (finalmente! dopo ken, shelley, il cane toby la roulotte e l’amica negra: la nonna di barbie!), quella sua boccona rossa informe tipo medusa spiaggiata morente, il truccazzo orrorifico-ittiano, i vestiti appariscenti coattissimi da cubista in pensione e gli atteggiamenti prepotenti qualunquistici e subculturali da volgare e arrogante cafoncella arricchita: mi sembrava che il colpo d’occhio fosse già sufficiente a nominare così su due piedi Daniela Santanchè candidata premier non solo dei postpostfascisti furbetti e maneggioni alla storace, ma direi anche e soprattutto dell’universo malvestito nel suo insieme; poi però ho fatto un giretto sul sito ufficiale, qui (Daniela Santanchè Story, come nei video commemorativi di Uomini e Donne), e mi sono letta di come Daniela in persona racconta certi episodi della sua tumultuosa e interessantissima esistenza (vedrete: quale incredibile, meravigliosa odissea malvestita!) e dunque mi sono detta che questa cosa di cui parliamo oggi, se ce n’era bisogno (e non ce n’era), spazza via ogni più piccolo minimo dubbio: Daniela Santanchè candidata premier delle malvestite, accipicchia, se lo stramerita.
Già dai suoi primissimi ricordi d’infanzia si capisce che Daniela Santanchè era una predestinata, dimostrava delle eccezionali malva-potenzialità per niente comuni: sua sorella, che era una bimbetta dalle normali inclinazioni malvestitine, era felice di giochicchiare con la casuccia delle bambole e le piaceva tanto vestirle pettinarle fargli prendere il tè e via dicendo, le solite cose, mentre invece Daniela si scocciava con le bambole e preferiva fare (a cinque anni, ci pensate? che incredibile precocità!) “la parte di quella povera e abbandonata, lasciata dal marito, che viveva in una soffitta e aveva tre figli”; grazie ai suoi più lontani ricordi è anche possibile spiegare gli scempi scarpari tipici del suo malva-equipaggiamento adulto, che sono la diretta conseguenza di un penoso episodio di maltrattamento infantile, “Il castigo peggiore era quando venivo chiusa al buio nello sgabuzzino. Stavo lì, con tutti quegli scaffali pieni di scarpe, che non so più quante volte ho contato. Ero morta di paura, con il buio, le scarpe diventavano fantasmi“; e certo il suo basso quoziente d’intelligenza l’ha aiutata non poco a intraprendere senza timore la strada che porta al lato oscuro del malvestitismo, “Non ero brava a scuola. Alle elementari mia mamma andava a parlare con i professori dei miei fratelli e le dicevano: due ragazzi intelligentissimi, ma non hanno la volontà, non si applicano. Poi andava a parlare con i miei professori e le dicevano: Daniela ha una volontà, un’applicazione! Ce la mette tutta!”.
In fondo si capisce, non è che i genitori fossero precisamente dei modelli ad alta concentrazione di collegamenti sinaptici, al contrario. Quando Daniela adolescente ambiziosa ma con le idee un tantinello confuse (”A diciassette anni volevo fare il ministro del tesoro. Nella vita è molto importante non essere un numero. Io volevo essere io: Daniela Santanchè e non Brambilla Mario Rossi… cioè, è noto che uno che fa il ministro del tesoro non è un cretino”) un bel giorno dice al daddy che vuole iscriversi a scienze politiche e lui incavolatissimo sbotta “allora sei una brigatista!” e Daniela poverina in difficoltà non sapendo cosa e come obbiettare (ah ce l’ho presente, la testa piena di scimmiette ballerine!) “quando mi ha detto che ero una brigatista, allora lì mi è crollato il mondo”: eh ma Daniela era una giovane così libera e anticonformista, è comprensibile che il papi (riccastro industrialotto di cuneo) si facesse delle strane idee, “Ero una ribelle. Non accettavo le regole della famiglia, il conformismo. Volevo fare sempre il contrario di tutto: andavo sui pattini a rotelle, una cosa per cui mio padre diventava pazzo”, come anche a diciotto anni quando tutti i rampolli della famiglie bbene del vicinato avevano in regalo una “A112 Elegant”, lei invece con rivoluzionaria determinazione pretese la “Renault due cavalli, una macchina libera, la macchina dei figli dei fiori! Fu una tragedia!”.
Alla fine Daniela ci si iscrive lo stesso a scienze politiche, e però il papi cocciuto non vuole darle i soldi necessari ed è una cosa di cui lei va molto fiera, d’essere riuscita con le sue sole forze a mantenersi (farci la figura della frivola scemina viziatissima pare brutto, se vuoi capeggiare branchi di fascistoni moralizzatori che inneggiano al mutuo sociale boicottando il grande fratello): questa parte qui della sua vita da studentessa lavoratrice è davvero commovente, Daniela ha faticato e sudato moltissimo, “ho fatto la dog-sitter di tre cani di una vicina che portavo al parco tutte le mattine e tutte le sere alle otto” e poi la notte quando non dormiva nel suo appartamento in centro (”mi ero rifiutata di fare come le altre mie amiche che si erano messe in due o tre nella stessa casa, io volevo stare da sola”: qui effettivamente sarebbe meglio se qualcuno le spiegasse che le studentesse si mettono assieme per risparmiare, mica altro - giusto per non far perdere veridicità alla storiella, sarebbe un peccato), di notte faceva “le collanine, che andavano tanto di moda in quel periodo. Quando non dormivo, perché avevo paura dei ladri, allora infilavo le palline e le perline”, ma non basta, Daniela era una vera lavoratrice instancabile, non si fermava mai, faceva anche il “door-to-door per portare le cose… [non si sa bene “cosa”: anche qui magari sarebbe meglio che qualcuno le suggerisca “cosa” portava] e la cameriera al bar, dove però lavoravo solo due ore: avevo il mio grembiulino e servivo ai tavoli” (ah il grembiulino! l’elemento irrilevante ma essenziale che serve a dare consistenza al racconto: brava), davvero una donna che si è fatta da sola Daniela, si pagava gli studi (e trovava il tempo per i libri: “all’Università ero pure brava, perché studiavo…”), l’affitto, i pasti (”Con i miei che non mi davano soldi mica potevo andare a fare la spesa e comprarmi quello che volevo: vivevo a cappuccini e brioche“) e dopo pochi mesi s’era pure comprata una seconda macchina, “la Mini Clubman, color panna con le righe marroncine, la macchina più di moda in assoluto a quei tempi”. Meno male che tutta sta gran faticaccia è andata avanti un anno appena (oh, intensissimo!): a ventanni infatti Daniela conosce il suo principe azzurro.
E’ il signor dottor Paolo Santanchè, chirurgo estetico ben impaccato di origini nobili, trentacinquenne, a cui Daniela si rivolge per dare una drastica ritoccata al nasone gobbo (operazione che s’è ovviamente finanziata in proprio facendo pure - tiè - “la modellina per Enrico Coveri che cercava ragazze da far sfilare nello show-room”); passa un po’ di tempo (quanto basta a togliersi le bende per sfoggiare l’insulso sgorbietto affilato con le narici a cuoricino) e Daniela porta dal dottor Santanchè “un’amica che si vuole rifare anche lei il naso, ed è lì che è scoppiato l’amore!”: pochi mesi e i due piccioncini decidono di sposarsi, ma Daniela all’ultimo momento si sente soffocare (che emozione, la parentesi Runaway bride! “Ma come faccio, ho ventanni e mi impegno per tutta la vita? Nella buona e nella cattiva sorte? E se magari, tra un po’, lui non mi piace più?”), un momento appena e le passa, tutto va alla grandissima, un matrimonio pomposamente bombonieristico come nelle migliori favolette bburine, “Mi ricordo l’ingresso in questa chiesa fantastica, il quartetto d’archi, l’Ave Maria di Schubert“.
Sono anni travolgenti quelli che aspettano Daniela, gli anni che l’hanno portata dov’è oggi, candidata premier: “conoscevo un sacco di gente, ero la più giovane di tutte, molto corteggiata da tutti, sempre in prima fila alle sfilate di moda”; il lavoro da cassiera per il marito era molto gratificante, “facevo il campionario, gestivo gli studi e le cliniche, tenevo la contabilità, incassavo i soldi”, Daniela è una donna così brillante e insostituibile che quando decide di confessare al marito il suo amore per un altro uomo (uno con dei “valori”: “Questo, mi sono detta, è un uomo che mi parla di cose [ancora delle non meglio identificate “cose”, non mi ci raccapezzo], non di sala operatoria, venti milioni, trenta milioni, il giornale, le fotografie, la festa, Hollywood, Cannes”) Daniela è distrutta al solo pensiero della separazione, sa bene quanto possa valere una gran donna come lei nella vita di un uomo, “Come farà senza di me? E’ un chirurgo eccezionale, ma non ha idea di come si paghi una fattura, non sa neppure cos’è l’Iva…”, e com’era prevedibile il marito straziato dal dolore della perdita ha un’ultima drammatica richiesta da farle: “Ah, va bene. Però ti chiedo solo una cosa. Potresti, prima di andare via, organizzare la festa dell’undici di agosto in Sardegna?”.
E credo sia giusto terminare così, con questa splendida citazione del dottor Santanchè che insomma mi sembra dia un quadro così perfettamente sintetico del personaggio, non avrei saputo immaginare di meglio. Vorrei aggiungere una cosina soltanto, come facevo sempre alla fine dei miei temini a scuola, una nota di positività e speranza - perché ok sono molto contenta che al gruppone delle fascio-bburinone s’è aggiunta Paola Ferrari (o almeno ciò che resta del suo corpo imbalsamato, che il marito riccone continua a portarsi appresso ovunque in grande stile weekend con il morto) - è tutto molto squallido e malvestito, ok, però io sogno qualcosina di più forte ancora, uno scontro al vertice Santanchè vs Michela Vittoria Brambilla, ohoh sì che goduria sarebbe! e chissà se un giorno prima o poi, tra qualche anno magari, be’ incrociamo le dita.
di Betty Moore Collezione: malvageddon, semo bburini, very important malvestite 208 Commenti
Malvestita #312 - Tatangelo Style
A questa malva qui mi sembrava appropriato disegnarle un musino (1) di quelli pesantemente calcestruzzati da una squadra di ferramenta astrattisti innamorati del rumore che fa spalmare su e giù il pennellone cinghiale - sul genere cioè del mascherone puttantour sfoggiato ieri sera dalla wannabe-cinquantenne-strappona Anna Tatangelo: una chilata di fondotinta un po’ dappertutto, fard color suolo marziano sfumato sugli zigomotti gonfi, occhioni giganti allungati con autostrade quattro corsie di eyeliner sopra e sotto, ombretto cangiante effetto arcobaleno, sopracciglia microscopiche, ciglia-liane mascaratissime e poi soprattutto una bella passata di matita sulla boccona di un tono più scuro del rossetto interno (che insomma a parte la Tatangelo, chi altri c’è al mondo che ancora si pittura la boccona così - riflettono SaintJust Siminsen e Crocodile - la D’Eusanio e Moira Orfei, appena).
Stesso discorso per i capelloni cotonati (2), un parruccone marmoreo doppia onda laccatissima da mezzobusto anni novanta; mi sembra che un capoccione tatangeliano del genere ci calzi a pennello, per esempio con la giacchetta di pelle bianca (3) piena di cuciture zip e cinghie linguettate (che pendantizzano con il penzolar della cintura - 4), il borsone enorme marrone lucido (7), la camiciazza bianca con il mega colletto tirato su alla bburina (5) e i bottoni slacciati perché sia bene in vista la canottiera gondolara e la crociazza gioiellata luccicosa (ah a proposito di croci, stavo giusto pensando al vero atroce mistero del festival di sanremo: la tatangelo aveva dichiarato “porterò la foto di padre pio con me sul palco dell’ariston” - ieri sera però c’aveva la magliettina trasparente la gonnella aderentissima e manco un taschino da nessuna parte, forse mi sfugge qualcosa, c’era un posto soltanto dove mettersela).
Le ballerine peep toe, ho visto bene? Ho visto bene (6): per supermalvestite fusion che non possono fare a meno di indossare contemporaneamente i modelli di scarpetta più alla moda, meno male che ci sono dei santissimi stilisti che praticano certe fenomenali ibridizzazioni (che bella pensata, si prendono gli scarti della produzione ballerinesca, magari quelle che c’hanno degli sbreghini sulla punta, un paio di forbici e zac - puoi mettere la ballerina leopardata e dare aria ai cinquanta euro di french sul pollicione allo stesso tempo, che lusso).
di Betty Moore Collezione: semo bburini, very important malvestite 51 Commenti
Academy Awards 2008 - il Malvacarpet
Juno lo devo ancora vedere e non saprei dire, però intanto ho letto qualcosina in giro della sceneggiatrice Diablo Cody (che abbiamo già visto al festival de roma) e posso dire che a me, pure se le piace tanto stupire con questo suo accroccarsi coatto ultra-malvestito sul maculato teschietti un po’ zoccola punk-chic andante (ma, mi sembra, messo in atto con una lodevole dose di consapevole giocosa demenzialità), pure se questo premio oscar qui sicurissimo ce lo sentiremo rinfacciare alla nausea nelle prossime settimane da quella disgustosa spregevole mongolfiera pompata di idiota e primitiva ideologia catto-reazionaria di Giuliano Ferrara (alla faccia delle intenzioni dell’autrice - il che sarebbe anche ininfluente - alla faccia di ciò che davvero c’è nel racconto), pure se ieri c’aveva un mega palandranone animalier coi rinforzi diamantati il gioiellume turchese coordinato gli orecchini a triangolo pirateschi le pantofole e la manicure french funeraria, be’, devo dire che a me Diablo Cody sta molto simpatica e quindi sì sono contenta che ha vinto (ah, e sono contenta anche per Ratatouille - ma insomma era scontato no?).
Forse la cosa che prima di tutte salta all’occhio dell’oscar malvacarpet duemilaotto è il coso qua sopra di Jennifer Hudson, una specie di tunicone kleenex stretto sotto le tette da robusti tiranti di alligatore la cui responsabilità non poteva che essere del crocodile dundee numero uno al mondo Roberto Cavalli (presente al party post-premiazione di Elton John - non si smentisce mai - occhialetto da saldatore e collarino da sacerdote malvestito [1]). Faceva la sua bella malva-figura la statuina di zucchero per torte nuziali Anne Hathaway, cadavericamente esangue nel suo vestitone megastrascicato spruzzato di rose rosse; e a proposito di cadaveri non era male neanche Nicole Kidman, che per l’occasione ha scelto un indefinito coso nero di raso con la collanona pendagliata lampadariesca perfettamente identica davanti e didietro, così che può risparmiarsi la fatica di voltarsi con tutto il corpo - tu guarda i vantaggi dello zombismo - ruotando di centottantagradi soltanto la testolina botulino-formalinizzata.
Scoppiano invece di salute Cameron Diaz (che ha scelto un bel fazzolettone da ristorante stretto stretto in modo che dalla scollatura le spruzzi fuori della povera carne sofferente), Penelope Cruz (che già l’anno scorso c’aveva deliziato col riciclo della trippa; quest’anno tenta un ornamento ancora più eccentrico - altro che banale piumaggio alla Jessica Alba - una doppia fila di baffoni neri originali di zitellazze andaluse) e ancora Jennifer Garner (ricoperta da una colata di catrame, la borsetta parallelepipedica di vellutino per lo shangai e il ciondolo porta cellulare verde pisello: geniale) - mentre invece sempre sul fronte autoptico-cimiteriale, accidenti, quasi mi dimenticavo Tilda Swinton (un rettangolo oscuro e spezzato di pura malvagità, la vera regina cattiva delle malva-tenebre) e la deppiana Vanessa Paradis (che ha senza dubbio il vestito più schifido della serata, un coso storto frankensteiniano realizzato mettendo insieme pezzi a caso di altri vestitacci - la gonna a saccoccia, in particolare, si sono sbagliati e l’hanno montata al contrario) - a metà invece tra la vita e la morte l’androide Helen Mirren con le sue braccia bioniche (una nuova nanotecnologia che prevede la sostituzione dei circuiti in selenio con quelli in centrino da divano).
Lo so che è un bel colpaccio il filetto di platessa indossato dalla trionfante sirenetta Marion Cotillard (firmato Jean Paul Gaultier - collanina lunga con lo zircone e borsettina porta shangai anche per lei), certo che è un bel colpaccio, ma dai non può seriamente competere per il titolo di malvestita assoluta della serata che indiscutibilmente spetta alla moglie del petroliere Daniel Day Lewis, Rebecca Miller, che c’ha un tale assurdo disastro malvestito addosso - la gonna lunga trasparente damascata (sotto si intravede il pigiamone casalingo a pois), la giacchettina di velluto nero coi bottoni enormi floreali di plastica, le spalline infiocchettate e le scarpe appuntite zebra-vertiginose - l’oscar for the best malvestita of the malvacarpet duemilaotto non c’è niente da fare, goes to lei.
[1] responsabile tra l’altro del delirio monocromatico della scientologa travoltiana Kelly Preston
[2] certo che è straordinaria la Swinton, trova sempre qualcosa di nuovamente osceno da mettersi (mi segnalava Maria, qualche settimana fa, questo suo stupenderrimo completino ai Bafta Awards)
di Betty Moore Collezione: alta moda, malvacarpet, very important malvestite 74 Commenti
Malvageddon #25 - Sanremo 2008
Il festival di sanremo è un programma primaserata rai come ce ne sono tanti, la solita prevedibile pappetta brutta stupida incompetente e pallosissima a livelli cosmici - con quella sua tipica dosuccia fuori luogo di stucchevole pretenziosità provincialotta tvsorrisiecanzoni ogni volta sempre uguale (”quest’anno finalmente al passo coi tempi, il vero festival della musica italiana!”) - io lo guardo nella speranza del tuffo suicida di uno spettatore dalla piccionaia, e sarebbe pure ora (dopo il flop di quel tentativo là - che delusione - sogno una scena con Baudo che si sporge di sotto reggendo il suicida sospeso per mano e gli urla disperato “non mollare! non mollare!” ma piano piano la pelle mummificata di Baudo si strappa si strappa si strappa e via, giù!).
Accanto a Indiana Pipps Baudo (azzeccatissimo il tentativo ringiovanente della biografia sul sito sanremiano, che raggiunge toni di altissimo pathos epico-avventuroso: “Il giorno prima della seduta di laurea va ad Erice a presentare il concorso di bellezza Miss Sicilia per poi ripartire all’alba, su un camioncino, sdraiato tra frutta e verdura, e arrivare a Catania appena in tempo.”) una valletta (ah no, pardon: “co-conduttrice”) che si chiama Bianca Guaccero, attrice sciapina col faccione banale e già-visto da comparsotta fictionaria (quante ce ne sono così, spiccicate? cosa sono, cloni?), al suo attivo lo strepitoso titolo di “Miss Bitonto” - c’ha la paginetta sul sito che è praticamente il riassunto del blog di una quindicenne logorroica iper-egocentrica che ci racconta della sua vita simpatichetta e frizzantina, di come venne ingaggiata come protagonista (Terra bruciata) al suo primo provino e senza esperienza recitativa “mi dissi che avrei puntato sulla spontaneità, senza gli artifizi della tecnica”, di quanto ha capito tutto del mestiere della reggimicrofono scosciata con tette e dentierone struccazzato in bella mostra “è la voglia di interagire con il pubblico che mi spinge ad andare avanti… e la magia più grande è stata vedere che qualcuno si commuoveva o sorrideva grazie ad una mia emozione”.
Ci sono sempre un mucchio di persone intelligenti che lavorano a sanremo. Per esempio dietro le quinte c’è un autore, Riccardo Cassini, che c’ha un cv di una sboronaggine che lascia di stucco (”I suoi linguaggi maccheronici, magnificati da Gian Carlo Oli, vengono studiati alla Sorbona di Parigi, citati dal New Yorker”): immagino sia il cervello (diciamo così) incaricato di dare al festival una parvenza di ritmo divertente ahah umoristico, peccato che lui sia il prototipo di quella odiosa comicità sciatta volgarotta facilmente doppiosensistica da diariuccio delle elementari che non fa ridere ma ti viene voglia di coprirti gli occhi per l’imbarazzo (e buttarti dalla piccionaia dell’Ariston - prima o poi, appunto) - non a caso è tra gli autori di zelig e colorado cafè, anche - per cui insomma ricordiamo qualche sua magnifica trovata (”Il libro Nutella Nutellae, sua opera d’esordio, è un caso letterario senza precedenti: vende un milione e mezzo di copie e resta in classifica tra i best sellers per quattro anni consecutivi”):
“Jean Jacques Dormì Jean Jacques Russò.”
“Nell’antico medioevo lo schiavo al volante era il servosterzo.”
“La mia entrata in teatro è molto bella perché ci sono 150 trombe che squillano alla mia destra e 150 squillo che trombano alla mia sinistra.”
“Le donne fanno meno errori: infatti possono fare le stesse cose degli uomini, ma senza fallo.”
“Perché per comunicarsi vicino Roma ci vuole il nulla Ostia?”
Anche nelle commissioni giudicanti, siccome la musica è la cosa più importante di tutte, è pieno di gente di qualità. Per esempio nella commissione giovani ci stanno un certo Bruno Biriaco (che si bulla di essere un jazzista d’avanguardia ma non solo, ha pure composto la sigla di importanti trasmissioni televisive tra cui spicca certamente “Io Jane tu Tarzan” - uh?), Stefano Mainetti (una specie di Roger Waters ciellino che è il genio responsabile di questa roba qua, discorso e preghiera di papa wojtyla su musica che non saprei come definire, un po’ neoromanticismo, un po’ world music, un po’ ascensore) e Mariolina Simone (ex viggèi che insomma, be’, basta dare un’occhiata alla sua foto).
Vediamo invece qualcosina tra i giovani artisti, ehm.
Ci sono i Melody Fall che sono la fotocopia brufolosa con troppa lacca dei Finley, cantano in inglese e c’hanno i nomi moccizzati, Mark Dave Pier e Fabry (il povero sfigato che non c’ha la variante inglese del nome e ha optato per l’abbreviazione da terza media con y finale). Cosa dicono di se stessi: il cantante ci fa quello dai gusti adulti e sofisticati, dice che è cresciuto a led zeppelin zappa e beethoven poi però confessa candidamente che la sua musica preferita è il pop-punk e il concerto più importante della sua vita è stato quello dei blink182; meglio ancora il bassista, che dice di leggere Blake Kerouak Sartre e d’essere stato allevato a pane e jazz, ma che ha scoperto la luce ascoltando una canzone dei blink182 (oh accipicchia i blink182 avrebbero fatto cambiare idea a Bach, persino!). E infatti è puro beat-esistenzialismo il testo di una delle loro canzoncine più famose, “I’m so Jerk I’m so Cadillac I’m so Loser I’m so Maniac I’m so Nerd I’m so Brilliant I’m so Wrong and I’m so genius I’m so me” (”I’m so Cadillac” però non è male). C’hanno il Myspace dove definiscono la loro musica “punk pop alternativo”, qualche migliaio di contatti a forza di spam, e c’hanno pure già un paio di carampane; vanno a dire in giro che sono molto famosi all’estero e fanno le tournee in Giappone: u-uh, “E’ tutto molto diverso, soprattutto la mentalità, in giappone alla fine di un pezzo stanno tutti zitti e immobili, stanno fermi, ti guardano fisso e aspettano che tu suoni, si può dire che sono molto educati” ma no, non è una questione di mentalità, è questione di quando non ti cagano perché sei uno sconosciuto che fa tre date farlocche (probabilmente ad ingresso gratuito) organizzate dalla casa discografica giusto perché così “hai fatto il tour in Giappone”.
Ci sono i due fratellini (non gemelli, ahimé, niente twincest) Sonohra, che in molti considerano gli eredi italiani dei Tokio Hotel: il nome, spiegano (ripetendo a memoria la storiella che gli ha raccontato il discografico fricchettone), “contiene molteplici significati: si chiama Sonora il deserto che confina con lo stato della California, rimanda al concetto della musica senza discriminazioni e se si pronuncia con stretta assonanza, significa “suono ora””. Sono un riciclo del classico schemino pop-giovanil-melodico alla backstreet boys, lovesongs chitarrine col ritmo gentile controcanto di terza e batteria finta, concedetegli sto poster centrale di KissMe e terminateli.
I Frank Head invece funzionano sull’io-sono-originalismo finto-tossicone, quello del gilet leopardato più codino finto spettinato su stempiatura galoppante del tizio col muso uuuh-irriverente che capeggia il gruppetto in foto. Della loro biografia c’è da apprezzare anzitutto l’intro, “Chi è FrankHead? FrankHead Siamo IO!” e più avanti “i testi, delle piccole pillole di cianuro ricoperte di miele da ingoiare tutte d’un fiato. FrankHead è tutto ciò che avresti voluto dire e non hai detto mai, tutto ciò che avresti voluto ascoltare eppure era lì accanto a te ma tu non lo sentivi, FrankHead eri tu e non lo sapevi”. Ci sono anche i due mediocrissimi “figli d’arte”, Francesco Rapetti figlio di Mogol e Daniele Battaglia, il successore di Francesco Facchinetti (io, fossi un pargolo Pooh, prenderei in considerazione come nome d’arte “Spoohto”, che mi sembra perfetto): il primo poverino fa quasi tenerezza quando nella sua bio parla della laurea con lode per affermare il suo status di “artista completo” che “si è conquistato un’indipendenza” e “non si culla sul nome del padre Mogol”; il secondo invece, già solo per il fatto che è iscritto al dams e perché fa parte del team di radio italia solo triste musica italiana, insomma, ecco.
Ci sono quelli che non importa come va, loro sono già dei veri artistoni affermati nel cuore: come Giua che canta, dipinge, fa le collaborazione coi musicisti veri che suonano gli strumenti veri (una cosa che si chiama violoncello, ci credereste?), oppure Valerio Sanzotta filologo classico (oh ma dev’esserci da qualche parte la sede del club dei filologi sanremesi, presieduto da Niccolò Fabi) che al barbiere gli porta le foto di Bob Dylan e gli dice “me li faccia ricciolini così”. Poi c’è il pischellino Jacopo Troiani, sedicenne, che tra tutti mi sa che è il mio preferito, non ha ancora imparato l’arte della pomposità malvestita e ingenuotto scrive “la passione per la musica, ed il canto in particolare, si manifesta già all’età di 6 anni quando, insieme al fratello maggiore inizia a cimentarsi al karaoke casalingo”.
Ah e non è che potevano farsi mancare la parentesi vomitevole sull’ipocrita celebrazione patriottarda quanto sono belle e utili le “missioni di pace”, quanto sono bravi belli eroici e superdotati i soldatini italiani, quanto siamo fieri che ci siano delle canzoni che parlano di argomenti così veri e commoventi alla faccia di chi dice che a sanremo solo canzonette blablabla, ed ecco allora il cantante che viene dall’esercito e sicuro vincitore di qualche premietto puzzolente Rosario Morisco: “Il suo progetto discografico, viaggia tra le corde del reportage/testo verità, dai luoghi di guerra, per passare, soprattutto, attraverso i sentimenti e le emozioni di vita reale e comune, vissute da un giovane trentenne” - io dico un paio di standing ovation, Baudo che fa la tiritera a petto gonfio con la lacrimuccia, e - tiè - premio della critica.
Dei cosiddetti Big non è che ci sia molto da dire. A parte le solite vecchie ciofeche giustamente mortificate dal mercato discografico che per magia riacquistano vita a Sanremo, vediamo, c’è il ridicolo baffetto (più sciarpa più capello spettinato) ergo sum Sergio Cammariere (ficco un paio di blue notes per dare una camuffatura jazz alle mie caccoline neomelodiche), c’è quell’altro panzetta e occhialone nerdoso ergo sum Frankie Hi NRG, c’è la io-non-sono-orginale-sono-pazza Loredana Bertè, gli incommentabili festivalbaristi Finley Meneguzzi Grignani, Anna Tatangelo che punta sull’amore omosessuale per battere il soldato Morisco in fatto di patetico civil-sentimentalismo (”siamo figli dello stesso dio l’amore non ha sesso”) - e poi due tizi che non ho idea di chi siano: Giò di Tonno e Lola Ponce. Chi? Cosa? Eh? Lui è stato il primo Quasimodo del patetico e vergognoso riadattamento musical di Cocciante; la biografia di lei invece è tutta un tripudio di “grandissima” “talentuosissima” “bravissima” “eccezionale successo” “sacro fuoco dell’arte”, ma poi però si scopre che la cosa più ganza che abbia mai fatto è la protagonista di una soap sudamericana (sul serio: la soap si intitola ”Sin Codigo”). Ho capito: i due emeriti iper-sconosciutissimi che poi se gli dice bene, chissà, si fanno una decina di sanremo uno dietro l’altro e potranno entrare di diritto nella categoria “vecchie ciofeche magicamente resuscitate”.
di Betty Moore Collezione: malvageddon, very important malvestite 95 Commenti
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