È stato un Festival di Sanremo memorabile che ha sancito un ulteriore decisivo aggravarsi della contagiosissima epidemia iper-televisiva di musica plop, di quel ciarpame usa-e-getta cioè che nasce - è pensato e appositamente impacchettato - si consuma e muore dentro la televisione: il Festival di Sanremo diventa da quest’anno la Coppa Campioni dei reality talent show generatori di musica plop.
E non poteva andare diversamente. Sanremo è da sempre un monumentale cimitero di musica plop, e non solo, è in un certo senso il padre (il nonno) degli attuali reality talent show televisivi: coi suoi protagonisti semi-decomposti colanti formaldeide e le sue marcite pataccacce musicali, tutto quanto dentro Sanremo è progettato per resistere ai vermi e alle muffe appena appena quelle poche ore di esposizione televisiva; e con i suoi pettegolezzi, le rivalità, le interviste, i dopofestival, gli isterismi vipparoli, i dietro le quinte, con tutto questo suo spettacolo collaterale di terrificante subumanità pseudo-realitara, Sanremo va considerato non soltanto un primo storico generatore di musica plop, ma anche e soprattutto il progenitore delle attuali più potenti macchine generatrici di musica plop, i reality talent show televisivi.
E se fino a poche edizioni fa la musica plop di Sanremo sopravviveva in una condizione direi tutto sommato autarchica - la musica plop e i cantanti plop nascevano prosperavano morivano e resuscitavano esclusivamente dentro la bolla sanremese - quest’anno il Festival ha abdicato definitivamente al proprio status di mini-reality plop-autarchico e si è spalancato una volta per tutte alla concorrenza più solida aggiornata e remunerativa - super sanremoni anabolizzati contro i quali l’obsoleta formula autarchica non ha la minima speranza di competere - trasformandosi così in una specie di abominevole campionato trasversale dei reality musicali televisivi.
È una trasformazione già in buona parte celebrata l’anno scorso - vittoria del cripto-gay afono defilippiano - che ha avuto degli effetti evidentissimi sulla gara di quest’anno, per cui nella finalissima sono state rappresentate le due principali varianti della musica plop, quelle realitare,
- la musica plop per adolescentelli bimbominkia (e quindi: inebetiti pischelletti bellocci con la data di scadenza - brevissima - tatuata con l’inchiostro simpatico sulla fronte, pilotati da un qualche scaltro bavoso specialista del riciclo di appiccicume sentimentalista), variante incarnata da Valerio Scanu;
- la musica plop per trentenni rincoglioniti wannabe (e quindi: fallitoni impomatati con gli occhiali grossi vestiti come buffi pirla del villaggio vacanze che strepitano convintissimi qualche stupido accrocco di cliché musicali roccherolle-autoriali), variante incarnata da Marco Mengoni;
e l’unica possibile alternativa alla musica plop dei fuoriusciti realitari diventa: il piccolo scandaletto e il prezzemolismo televisivo, quindi ancora una ragione extra-sanremese, extra-musicale, ma tutta televisiva, tutta plop,
- la musica plop d’occasione per anziani teledipendenti (e quindi, nel caso specifico: reduci parrucchinati del melodismo d’antan più deteriore, viscidissimi cartoni salottiero-televisivi, stentati urlatori da varietà della domenica pomeriggio), ovvero il Trio Merda;
e nonostante il Festival sia stato sempre tradizionalmente orientato verso la sponda anziani teledipendenti - ma chi se li incula, ovvio, ché manco sanno televotare (”nonna non è il cellulare è il cazzo di salvavita Beghelli!”) - è stato schiacciante il calcolato predominio delle due varianti realitare Adolescentelli bimbominkia e Trentenni rincoglioniti (a cominciare del resto dalla selezione dei concorrenti); e l’impostazione coppa dei campioni s’è fatta sentire pure sulle reazioni parossistiche del pubblico e dell’orchestra in rivolta, che sono naturalmente - secondo sceneggiatura (i ribelli incazzatissimi che protestavano schiantandosi dal ridere) - la versione sanremese delle irritanti tifoserie dopate e aizzate a orologeria sugli spalti dei reality talent show (c’era la scimmia con le bretelle in prima fila, c’era); e tra le varianti plop, bimbominkia adolescenti vs trentenni rincoglioniti vs anziani teledipendenti, chi pensavate potesse spuntarla, la mostruosa chimera plop a tre teste non aveva speranze.
Sarà anche colpa mia che non sono riuscita a raccogliere abbastanza funz del Trio Merda (e tremila commenti in due serate di forum non sono stati sufficienti, va be’ - ma ci siamo divertiti tantissimo).
di Betty Moore, 22 febbraio 2010
Categoria: chiacchiericci vari, very important malvestite
Le memorie di Patrizia D’Addario e questa ultima bellissima novità, l’interesse di “una produzione vicina a Quentin Tarantino” - starring il leghista licantropo, il dottor Scapagnini, Sandro Bondi’s playground, le pupe fasciste, el presidente maschio, Nicolas Cage,
e se vi state chiedendo cosa c’è nel libro di Patrizia D’Addario che potrebbe sul serio interessare “una produzione vicina a Quentin Tarantino”, che ci vuole, scopritelo nella mega-recensione che arriva giovedì prossimo.
Che seccatura quando c’è in giro il filmone evento su cui si è tromboneggiato ovunque a più non posso e tutti quanti eccitatissimi corrono a racimolare una qualche opinione critica minimamente articolata e si compiacciono del proprio altruismo sfrenato condividendola a ripetizione con il resto dell’umanità, è la fine! è una tragedia!, perché allora non c’è via di scampo e non puoi fare a meno di precipitare decine centinaia di volte dentro la medesima estenuante conversazione L’hai visto / La storia / Il 3D / Il pianeta / La rivoluzione del cinema / I puffi (ahr ahr ahr simpatia ROTFL); io mi sono rotta le scatole e ho pensato di risolvere il problema compilando una praticissima guida alla conversazione (la copertina è questa qua su a destra, clic e s’apre più grossa)(in pdf: scarica la guida), un agile manualetto che esplora buona parte del bacino critico-internettaro sull’argomento raccogliendo alcuni pezzi rappresentativi delle conversazioni che rimbombano più o meno sempre uguali da un mesetto a questa parte - e rimbomberanno ancora chissà per quanto - ho ordinato i pezzi secondo una scala di difficoltà concettual-espositiva (espressa con un sistema di tenerissime emoticon Na’vi che ho disegnato per l’occasione, toh)
(se volete scaricare l’emoticon, eccola) ordinati per difficoltà e ordinati per categorie, che sono
- il 3D (orgasmico, inutile, retinico, faticoso, tecno-magico, schiavo)
- la storia (prevedibile, pop, Adorno, manichea, universale, anti-parrucconi)
- gli archetipi
- le influenze (frullati, postmodernismo, videogiochi, 911, western, Semola, Wagner)
- i temi (difficilissimi: da affrontare solo in casi di disperato masochismo)
- Pandora (ecologia, grande madre, Facebook bagnato, vaso di, hybris)
- i giudizi finali (capolavoro, rivoluzione, pirla radiofonico, rincoglionimento, Wim Wenders, il fascista)
- simpatia (far ridere ma con intelligenza aka FriendFeed)
a cosa serve il praticissimo manuale? può servire
1) a rendere meno fiaccamente ripetitiva la conversazione di routine: ogni volta che vi capita un nuovo interlocutore pescate a casaccio dal manualetto una qualsiasi nuova idea e giocate a sostenerla nelle sue parti più bislacche e roboanti anche se vi sembrano delle palesi imbarazzanti stronzatone (è divertente: soprattutto se con una delle stronzatone riuscite a convincere l’interlocutore fesso);
2) a sbarazzarsi in pochi secondi della conversazione di routine: quando ci si imbatte in un interlocutore dotato di manualetto (dunque: da diffondere), facilissimo!, essendo ciascuna voce del manualetto identificata da un codice alfanumerico basterà scambiarsi in tutta velocità un paio di battute del tipo
“io penso TE/3″
“dici? io penso più TE/4″
“ma se consideri che STO/2″
“ah sì, anche io STO/2″
“perché insomma GIU/1″
“mmmh, anche GIU/5″
“già, e comunque SIMPA/5!”
“LOL! SIMPA/1!”
“grandissimo!!! LOLLONE!!!”
Il manualetto potete scaricarlo in pdf; cliccando sul continua a leggere qua sotto invece trovate alcuni assaggini (il manualetto è molto più lungo, dentro c’è di tutto, il meglio del meglio - e c’è il quoziente di difficoltà espresso con le tenerissime emoticon Na’vi)(poi, sia qui che sul manualetto, sul fondo, c’è una devota bibliografia):
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Quale miglior modo per festeggiare l’anniversario della condanna a morte di un’anima innocente: esaltando un manipolo di alienate fondamentaliste necrofile, propagandando qualche conveniente stronzatella pseudoscientifica, pisciando sui più elementari ingranaggi della convivenza civile, mettendoglielo in culo al silenzioso vecchio disgraziato che più di tutti ha avuto a che fare con quell’anima innocente; non si poteva festeggiare in altro modo, no, perché i cattolici pro-life (e il nostro presidente del consiglio) hanno una certa classe, si sa - e prima di tutto è la festa loro, delle nane necrofile, bisogna congratularsi con loro,
le suore Misericordine che nella casa di cura Talamoni di Lecco continuano a offrire ai loro pazienti la stessa dedizione e la stessa fedeltà che diedero per 17 anni alla giovane donna in stato vegetativo persistente poi portata a morte a Udine
è la festa delle loro allucinazioni malate,
Al mattino veniva lavata, e per tagliarle i capelli ogni tanto veniva un parrucchiere. Era una donna fisicamente sana, bella, non magra, mai ammalata, con una pelle rosea da bambino. Dopo l’igiene c’era la fisioterapia, poi veniva messa in carrozzella, se c’era bel tempo si andava in giardino. A Natale, l’avevamo portata in chiesa con noi
è la festa del lamento mostruoso di queste ottuse, cieche, represse, disadattate Norman Bates nanerottole e baffute a cui hanno strappato dalla culla l’amatissimo bambolotto di carne umana (grafico),
certi pazienti sono vivi, in una stanza piena delle loro cose, come una stanza di casa nostra; vivi e così indifesi, così inermi. Proprio come bambini neonati. Come si può non amare chi è così inerme e bisognoso di noi, anche se non capisce e non risponde? Come si può non amare un bambino?
è la festa dei loro tristi tristi racconti, loro che col bambolotto ci parlavano, si capivano, ci facevano la messa - finché poi un brutto giorno è arrivato il diabolico rapitore che glielo ha portato via,
L’ho pregato: ci ripensi, per favore, signor Englaro. Lui non ha risposto, ha salutato e se ne è andato. E in quella notte di pioggia, ricorda la suora, «Eluana sembrava all’improvviso agitata. Sono arrivati gli infermieri. Noi le parlavamo, le ripetevamo di stare tranquilla. Le dicevamo che andava in un posto in cui le volevano bene» (di nuovo la voce della suora si incrina). «Le abbiamo dato un bacio. L’hanno portata via»
e il bambolotto si è persino ribellato, là, davanti a tutti, ma soltanto nei miraggi ossessivi delle nane necrofile,
durante il viaggio questa volta Eluana si dibatte fino a espellere il sondino.
ma è anche la festa dell’umiliazione di un uomo che va affondato senza pietà evocando la memoria della moglie morta, lei sì buona e comprensiva, piena di speranza, amica e solidale con le nane baffute, attenta all’anima e alle possibilità di un miracolo,
«La madre riferisce, nel pomeriggio, la comparsa di movimenti spontanei di estensione del gomito sinistro». Ogni genitore resta sempre in attesa, scruta e ascolta, aspetta una risposta che magari arriverà tra vent’anni, stimola, chiama, accarezza, spera. Eluana «saltuariamente esegue ordini semplici su comando della madre», ad esempio «flessione dorsale dei piedi, flessione esterna delle ginocchia».
e purtroppo è morta e ha lasciato tutto nelle mani del marito, che è una bestia senza cuore, un implacabile boia omicida,
La speranza non muore, ma ce ne vuole davvero tanta, e la madre si ammala di dolore, le loro strade si separano. Eluana è curata nella casa di cura delle Misericordine fino alla notte tra il 2 e il 3 febbraio di un anno fa, quando il padre la fa trasferire a ‘La Quiete’ di Udine, dove dovrà morire
e pensare che il bambolotto parlava anche, ha parlato,
stimolata a dire la parola “mamma” è riuscita a dirla due volte, in modo comprensibile
e si può scendere più in basso di così?, cianciando di una parola “stimolata” e quindi attesa, ricercata maniacalmente dalle nanerottole baffute in chissà quali terribili dolorose combinazioni di suoni casuali e inarticolati - ma chi diavolo può bersi una stronzata del genere? - si può scendere più in basso di così, eccome, raccontando del segno della croce sul povero Massimiliano Tresoldi
Dopo quasi 10 anni di stato vegetativo, la sera di Natale del 2000 Max ha sollevato la mano e ha fatto da solo il gesto che gli avevo sempre fatto fare io, il segno della Croce
si può scendere ancora più in basso seguendo il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, che straparla di grandi cose al sapor scientifico di cui non ha alcuna idea - “Questi sono gli esempi, i fatti”, proclama,
i medici che al Centro ‘Cyclotron’ dell’Università di Liegi stanno dando nuove e sempre più impressionanti risposte scientifiche alle domande di chi non s’arrende e non dichiara perse e «senza qualità» le persone classificate in stato vegetativo
ed è la solita truffetta da ignorantelli piazzisti alla Giuliano Ferrara (Klinefelter edition) che vogliono darsi un minimo di rispettabilità razionale, e intortano qualche sprovveduto con un paio di superficialissimi accenni a presunte oggettive evidenze scientifiche che, in verità, sono totalmente fraintese e storpiate - e allora in questo caso si rilancia una
ricerca appena pubblicata sul New England Journal of Medicine, che tanto ha fatto scalpore sui giornali e in tv. Perché questo ‘vegetale’, considerato privo di ogni traccia di coscienza e percezione di sé, incapace di seguire gli oggetti con gli occhi e inchiodato a un letto senza via di scampo, senza battito di ciglio, può comunicare. Può dire sì o no, se qualcuno gli chiede conferma del suo nome. Può spostarsi, mentalmente, e allo stesso modo persino giocare a tennis.
giocare a tennis! può giocare a tennis!
Proprio come Rom Houben, l’uomo che ha commosso il mondo raccontando i suoi sedici anni di urla nella gabbia dello stato vegetativo [...] Miracoli di Liegi, li chiamano.
eh sì, miracoli, il vero miracolo è che una tale “crudele farsa” continui a essere pompata come genuina, il vero miracolo sono i i ciarlatani gonzi che assistono il “miracolato di Liegi”, quelli che gli guidano la mano sulla tastiera elettronica come fosse una tavoletta ouija e lo fanno comunicare alla velocità della luce persino quando lui s’è addormentato (se vi interessa: video, e poi leggete qui, qui e qui) - sarebbe stato un miracolo potersi risparmiare la minacciosa condanna finale (sempre Tarquinio) contro
l’alterigia antidemocratica di chi invoca l’azione di «saggi magistrati» per sovvertire le leggi che già stabiliscono (come la legge 40) o, si spera, stabiliranno presto (come la legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento) un limite di rispetto nella manipolazione della vita
Rolling Stone ha di straordinario che nell’ultima pagina - quando ci si arriva esausti e mezzi storditi per via del nulla vaporoso come zucchero filato che riempie le precedenti duecento pagine - nell’ultima pagina c’è la rubrica m’hai-cagato-il-cazzo di Pino Scotto e succede una cosa incredibile, lo stato allucinatorio da avvelenamento cerebrale è così profondo che l’impressione è quella di trovarsi davanti a un gigante del pensiero, e un suo
ho visto Asia Argento che proponeva un corto di 40 secondi dove si vedevano dei trans che ballavano facendo un girotondo. Ma che cazzo vorrà dire questa cazzata?
sembra abbia la sostanza e la consistenza, l’altissima qualità intellettuale capace di rovesciare il mondo; e invece non proprio, è soltanto un’illusione, è il nulla tutt’intorno che scombussola e inganna, Rolling Stone è una stanza di Ames sotto forma di rivistaccia (dove Pino Scotto è il buffo nanetto metallaro coi palloncini, toh, che diventa grande grande). E dunque io in genere Rolling Stone cerco di evitarlo e avrei continuato a evitarlo, non fosse che quattro pagine negli ultimi due numeri m’hanno attirata inesorabilmente, due foto in particolare che puntano su certe crudissime oscenità, grottesche e un po’ ripugnanti,

i pulsanti della valigetta nucleare fine-del-mondo, qua sopra, avvitati sul petto di una tizia che considera la propria foto ignuda “un potente statement politico da parte mia” (un altro statement politico: “uso soltanto borse di tela e scarpe di seconda mano”); e la flaccidità senza vita malinconicamente spiaggiata tra le cosce pallide di un tizio, qua sotto (cliccateci), che di mestiere fa il musicista ma da un po’ fa anche le “installazioni d’arte” (lui stesso, qui, col pene spiaggiato, va preso per una installazione)(che volete: di solito butta anche peggio, è uno che confonde la nostalgia di Bim Bum Bam e qualche misero ricordino liceale pop-dada per undergroundità artistiche - ci ha la factory ci ha);
non vi dico chi sono tanto è facile, si capisce subito, giusto un paio di citazioni come indizio, lei che dice
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di Betty Moore, 8 febbraio 2010
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