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Il calendario dei politici di Gente: svignarsela da Schifani, l’inchiostro simpatico della Carfagna, la pompetta allunga pene di La Russa e molto altro, peggio ancora

Due rivistacce che proprio non mi riesce di prendere sulle ginocchia nemmeno dal dentista mentre aspetto il mio turno per farmi cavare un dente - e questo dovrebbe dirla lunga, no? quei pochi minuti d’angoscia che precedono la trapanata c’hanno il potere di avvolgere anche le più misere schifezze di una luce fatata imbellente e spargi-grazia, e persino le foto che ci stanno appese sulle pareti della sala d’aspetto (il dentista che taglia trionfante il traguardo della maratona di New York dopo ventisei ore di tirata, allampanatissimo con un coglione peloso che gli sventola fuori da sotto i pantaloncini troppo corti) diventano un nostalgico richiamo alla bellezza della vita - due rivistacce così, dicevo, sono Gente e Oggi: ce le avete presenti, no? di sicuro l’abbonamento combo ce l’ha pure il vostro di dentista (non c’è niente da fare, lo sapete, sono dei maniaci), Gente e Oggi sono di quelle cose per cui mi piace pensare che tanto tempo fa un saggio monaco tibetano abbia coniato l’epiteto “una cagata in petto”, perché sì, dai, non vi sembra super calzante? davvero basta darci un’occhiatina rapidissima, a Gente oppure a Oggi (tanto sono identiche, è la stessa pappetta, ogni settimana estraggono a sorte gli articoli che di volta in volta vanno sull’una o sull’altra), non si può non venir colti all’istante da un senso di oppressione nauseabonda, un peso mefitico qua all’altezza del petto,

il suo alito sa di tomba trafugata Marini Jeans pour enfant

che è il peso di quel tumulto vorticoso di cretinate puzzolenti che mescola secondo uno schema stracollaudato la peggio televisione, momenti privati e pseudo-gossip di gentaglia della peggio televisione, indecenti notiziole cronaca vera “mi sono riattaccato da solo un dito con la Vinavil, rendo grazia a dio che mi ha dato un figliuolo che nel tempo libero sniffa colla”, il palinsesto della peggio televisione per la prossima settimana, le ricette di qualche vecchia ciabatta della peggio televisione, Padre Pio, e nel peggiore dei casi: Le Ricette di Padre Pio reinterpretate dalla starlette zoccola della peggio televisione (prima puntata: Il maialetto in agrodolce con Ciliegine Stimmate). Ci pensavo per l’appunto la settimana scorsa, che in un paese buono e giusto bisognerebbe privarli per legge del diritto di voto, i bifolchi che comprano e s’abbeverano di rivistacce come Gente e Oggi; e cosa non ti trovo in edicola? il calendario benefico dei politici italiani (Grandi tra i Grandi, i politici per i bambini), in allegato a Gente.

ecco, questi sono i negri ah ah! gioia! tu gioisci? io gioisco!

Volevo parlarvene un po’ perché merita, è divertente (molto poco): io me lo sono appesa in cucina, nel freezer. In due parole, dovrebbe essere il classico intreccio di sguardi commoventi bimbi-felici adulti-felici che celebra il classicone strappalacrime Volemose Bbene Pure Se Tu Sei Negro E Io No: nell’introduzione firmata da Bruno Vespa (con la giacchetta buttata in spalla sono-una-persona-semplice-e-non-sto-a-badare-alle-forme e l’occhietto che ammicca luminoso pieno di sincera benevolenza che si strugge al pensiero della tragedia di quei poveri senza dio menomati da un eccesso di melanina) c’è scritto che “di qualunque razza siano, i bimbi di questo calendario sorridono tutti allo stesso modo” - giusto, bravi, ma per sicurezza, ché non si sa mai, hanno pensato bene di scegliere dei bimbi che per lo più (volendo parafrasare Berlusconi su Obama) sembrano reduci da una settimana bianca a Courmayeur con lo zio senatore del Piddì, nessuno che c’abbia sul serio un colore o una faccia che risalti troppo diversa dagli altri, tutti bamboletti modellucci di biancheria intima infantile per cataloghi patinati (Marini Jeans Pour Enfant), che è più facile e confortante (e se proprio c’hanno l’occhietto un tantino a mandorla o i capelli un tantino frisettati non importa, basta che c’abbiano il nome apposto che raddrizza le cose, Salvatore per esempio - quanto è tenero un cinesino che si chiama Salvatore? - o meglio ancora Cristian - ce n’è una marea di Cristian: perché meticci ok, passi, ma Mussulmani col cazzo); eventualmente poi ci pensa Fausto Bertinotti, che orgogliosamente rivendica di non essere per niente schizzinoso, a fargli vedere sul suo grosso librone pieno di figure com’è che sono fatti quei mostri di cioccolata pagani vestiti di stracci.

bzzzzz devo nutrirmi della tua ghiandola pineale

Anche Mara Carfagna ha scelto di intrattenere i bimbi sfogliandoci assieme un librone preso a caso dalla libreria del suo ufficio, che interessante!, tutto pieno di foto di qualche cittadella medievale del centro Italia, i bambini devono esserne andati pazzi!, e poi quando hanno finito di rompersi le scatole col librone si sono messi a scrivere sul blocchetto del ministero, e guardate qua che meravigliosa scoperta, a giudicare dalla intensa partecipazione che ci mette, e considerando che il blocchetto sembra ancora tutto intonso, potremmo forse averci tra le mani una inaspettata soluzione al mistero dell’occhio appallato di Mara Carfagna, altro che infarto del chirurgo estetico durante l’operazione di lifting o altro, io dico che può essere questo: che la Carfagna s’è fatta installare uno speciale dispositivo oculare per leggere l’inchiostro simpatico - utilissimo! Invece Ignazio La Russa ha scelto di rappresentare a puntino il cliché dell’uomo vero schiena dritta e muscoletto teso (è molto bello il contrasto tra la villosità phonata del braccio e del faccione rude, e la manina glabra con le ditine piccole e morbide da femminuccia nana) e amor di patria (che si esplica nel modo più idiota possibile - del resto, come altro può esplicarsi un’idea idiota? in modo idiota, appunto - col braccialettino da spiaggia tricolore).

il suo alito sa di tomba trafugata aiut!

Renato Schifani si fa la manicure lunghetta triangolare e c’ha quei quattro capelletti unti spiaccicati ad arte per rimpicciolire minimamente il metro quadro di zona alopeciata, e questo già dovrebbe dirla tutta sulla caratura morale di un essere umano, per di più i bambini della foto mostrano evidenti segni di profonda irritazione e disagio (il bambino a sinistra fa finta di niente ma sta evadendo lentamente dall’inquadratura, “ancora un passettino, un passettino ancora…” - Schifani con un sorrisetto tiratissimo tenta di fermarlo infilandogli un’unghietta triangolare nella testa - la bambina più grandicella sulla destra, intanto, guarda torva Schifani che le ha appena appioppato una larga manona morta sulla spalla). Al contrario, la foto dove ci sta Gianfranco Fini è l’unica in cui i bambini sembrano davvero divertirsi un pochino, ma è stato un attimo (si vede: è tutta sfocata), e meno male che il fotografo tra i diecimila scatti di posa è riuscito a catturare quella minuscolissima frazione di secondo (non che fosse merito di Fini: è successo che nel corridoio più in là a un certo punto s’è visto Schifani che ruzzolava sulle scale). Anche Alessandra Mussolini ci sa fare con i bambini, con le bambine cioè, e in modo esattamente speculare al suo ex collega di partito, La Russa, mette in scena il cliché della femminilità vacua vanitosetta e malvestita acconciando i capelli di una bimbetta scazzatissima. E poi c’è lui, Silvio, che è l’unico pesantemente photoshoppato (asfaltatura blurata, imperfezioni piallate, pelle di seta, pappagorgia tirata su, borse svanite), con una coppia di italianissimi bimbetti d’origini orientali (Leonardo lui, Chantal lei: non solo italianissimi quindi, la madre dev’essere pure una drogata di soap opere televisive - Chantal non ha altra provenienza se non le soap sudamericane del pomeriggio su Rete Quattro - è il pane del nostro premier! è la sua base elettorale!), e però nonostante l’espressione di pacifica amorevolezza di Berlusconi i due bimbetti fanno delle facce terrorizzate (la bambina invoca aiuto fuori campo, lui ha le labbra che gli tremano) si vede chiaramente che stanno pensando “forse era meglio Schifani”.

p.s. settimanaccia schifosa l’ultima, scusate. mi faccio perdonare nei prossimi giorni, che vi beccate le recensioni dei librazzi di Patrizia De Blanck e di Morgan - lo so lo so: che bello, grazie Betty! prego, vi lovvo di bbene :-)

Mara Carfagna a colazione, cioè chissà quanti potenziali ministri avete buttato nella spazzatura (post con istruzioni video Malva-art Attack!)

Mara Carfagna alle Invasioni BarbaricheSe Mara Carfagna esistesse dentro uno di quei fumetti fantascientifici Weird-Qualcosa degli anni cinquanta, be’, ci sarebbe da sbadigliare annoiati perché oh, è sempre la solita solfa, com’era ingenuotta e facilona la fantascienza anni cinquanta!, un personaggio del genere lo si capirebbe a prima vista - la vitrea fissità e l’imbalsamazione rigidissima, la parlantina monocorde e lo sfinente inesorabile [1] accumulo di parole su parole intorno a un pensierino minuscolo (dicesi Mastrotismo: è la scuola di retorica e dizione vendi pentole e materassi colognomonzese-mediashopping [2]), l’occhio vitreo in stand by sulla Cura Ludovico, il sorrisone 24/7 a dentiera completa e la risata finto-cordiale che scandisce AH-AH-AH, e si sentono pure le acca - è ovvio che gli hanno azzerato il cervello e gliel’hanno riprogrammato in laboratorio (sicuro c’ha pure l’antennina per il remote control da qualche parte sotto la parrucca), non sarebbe altro che un pupazzo faccia di bronzo capace soltanto di ripetere a pappagallo quelle quattro nozioncine sghembe [3] che gli hanno ficcato in testa (mica per altro, è che c’aveva poca RAM, si sono dovuti accontentare di poco [4]) - i comunisti sono cattivi [5], dio patria famiglia, il grande partito delle libertà, il conflitto di interessi non esiste [6], i rifiuti di Napoli sono spariti [7] - e però invece, siccome Mara Carfagna sembra esistere (chi l’avrebbe mai detto [8]) fuori da un fumettino sci-fi anni cinquanta, allora forse è anche peggio, è sicuramente peggio: altro che avanzatissimi nanoscopici microchip da infilare nel cervello, qui parliamo di una banale riproducibilissima scatola di cereali, proprio a voler esagerare in complessità, guardate un po’ (il video, su youtube, è qui)

[1] provateci a fermarla una come Mara Carfagna, non c’è niente da fare, Daria Bignardi c’ha provato ma niente, Mara Carfagna deve concludere la slavina verbale con un punto, sennò niente, c’ha la frenata lunghissima
[2] l’idea sarebbe di immergere qualche concettino informe e vaghissimo (i Valori, di solito) in un brodino allungato a dismisura, dai toni il più possibile convinti e roboanti
[3] addirittura “l’egualitarismo è una distorsione dell’uguaglianza voluta dal comunismo, solo diritti e niente doveri né merito”: non sa quello che dice, si vede, sta ripetendo per sentito dire, la butta là a casaccio [9] - ma la domanda vera è: chi le dà ripetizioni, Daniele Capezzone?
[4] delizioso lapsus-perla dell’intervista con Daria Bignardi: “sono contraria che la discriminazione sia basata sull’orientamento sessuale”
[5] nonostante in Forza Italia si ripeta come un mantra, abbasso il comunismo, e nonostante la stessa Mara Carfagna sia felicissima di giocarselo come asso pigliatutto, non ne sa un accidenti di niente: Daria Bignardi le chiede cosa sono i comunisti e Mara Carfagna tenta di cavarsela con la parlantina a macchinetta, dice che i comunisti sono quelli che hanno valori diversi dai suoi e che si è visto in parlamento negli ultimi anni, Daria Bignardi insiste per sapere qualcosa di più preciso e Mara Carfagna si rifugia nel sospirone “eeeh quante cose potrei dire sui comunisti”, ma non sapendo in realtà che cavolo dire, dice esattamente il contrario di quello che ha appena detto, e cioè che si sente la mancanza dei comunisti veri, e allora Daria Bignardi le chiede in che senso, e Mara Carfagna alle corde getta la spugna: “non voglio dare giudizi”
[6] per cui scatta l’allarme rosso e, secondo copione, l’automatica minimizzazione (con tono di scherzosa noiosità, “ancora questa storia!”) e poi l’altrettanto automatico spostamento Mediaset-Rai, “non mi sembra giusto pagare il canone per una rete schierata”
[7] sì, e “le strade di Roma sono sgombre dalle prostitute”, oooooook
[8] e non solo esiste, è anche un simbolo del “ricambio generazionale”, meno male!, ed è giusto che reclami l’attenzione de “le persone che vanno in piazza ad esaltare Obama, che ha appena qualche anno di esperienza politica più di me…”
[9] ma che ignorante e ignorante, che volgari insinuazioni! ha persino scritto un libro, ehi! e non c’è motivo di credere che se lo sia fatta scrivere, no? (maligni!) però pensate che buffo, Mara Carfagna parla esattamente come parlerebbe una sprovveduta ignorantona che il libro se l’è fatto scrivere dagli schiavetti portaborse: ne parla vaghissimamente (evitando con cura ogni specifico riferimento che le fa Daria Bignardi) e dice anche, addirittura, “ho riletto il libro e devo dire che mi piacciono molto quelle storie” - buffo no?

Malvestito #27 - duemilatredici

Non mi piacerebbe per nulla essere così viscidamente corretta rispettosa gentile nedflanderina ptciùpctiù come walter veltroni, che è ovvio crede di essere il coprotagonista del finale enfaticissimo di un filmone spielberghiano (è così entusiasta, così soddisfatto così commosso dal proprio stesso ostentato fairplay, immagino che si aspetti che adesso silvio se lo metta nel cestino della bicicletta sotto una copertina e lo porti a svolazzare sullo sfondo di una intensa luna piena); non mi piacerebbe neanche essere uno di quegli astuti barbosi analisti salotto-realpoliticari che adesso “bisogna riflettere sui motivi profondi di malessere che hanno generato una tale netta affermazione del centrodestra e in particolare della lega nord”; vorrei invece proporre una drastica definitiva soluzione al problema, niente altro che un banale quizzuccio da stampare in cima alle future schede, una robina facile facile tipo collega questa figura geometrica ad un’altra con lo stesso numero di lati - e solo se lo risolvi ti validiamo il voto, sennò t’attacchi: non vi sembra brillante? per la lega non riuscirebbe a votare più nessuno, nemmeno i suoi dirigenti, e il pdl tutto avrebbe le percentuali del partito autonomista free poggibonsi.

malvestita col nonnetto votano legaLa figura geometrica magari disegnata piccolina, così funziona pure da esame della vista per i catorci pluricentenari che votano al seguito dei nipotazzi bburinoni in quota centodestra, tipo questo malvo qua numero ventisette, che al nonnetto (1) un po’ svanito in fila dietro di lui gli ripeteva di continuo “sta attento a non farla fuori” (che sì in effetti sembrava più che altro una raccomandazione di natura igienico-urologica, ma no si riferiva alla crocetta da fare sul simbolino della lega) e il nonnetto nel frattempo del tutto indifferente giocava a esaminare con la lente d’ingrandimento (2) le liste elettorali e i disegni dei bambini appesi al muro (”cos’è, il nuovo simbolo dei comunisti quello?” “no nonno è una lumaca”).

Il bburinazzo qua presente non sarebbe neanche da fare entrare in cabina, a dire il vero: il quoziente d’intelligenza ce l’ha bello in vista stampato sulla coscia (3 - ma lui oh dev’essere una cima in paese, ne va fierissimo, l’ha fatto tutto infiorettare di fiamme esplosive), non che ce ne fosse bisogno, perché certi eccessi di bburinità malvestita sono sempre di per sé un certificato sicurissimo di mentecattaggine: il profluvio di insensate decorazioni, numeri simboli scritte toppe di ogni genere (4 - un grosso numero uno sul fegato, una specie di dragone da insegna medievale sul petto - 5), il tutone stile gangsta-casual col bavero sparato trucidissimo (6 - il collo aperto sulla maglietta della salute sotto) le zip fini a se stesse puramente ornamentali (7) e le tascone multiple macgyver (8), le strane scarpette borchiate con il simbolino creative commons (9 - uhm, in realtà credo siano una roba chiamata costume national); coi soldini del bollo auto - incrociamo le dita - ha già deciso, ci si compra le lucette al neon da mettere sopra il parafango anteriore come supercar, che fanno su e giù.

Malvestito #26 - Popolo della libertà

malvestito popolo della libertàAdesso che ci sono in giro le bandierine i banchetti e i camioncini della campagna elettorale il brutto è che come meno te l’aspetti puoi averci l’incontro ravvicinato con un esemplare in carne ed ossa a tre dimensioni di quella fauna subumana di entusiasti scimmioni caricati a molla che nei comizi berlusconiani stanno tutti in tiro nelle prime file ad applaudire commossi con l’impomatatura luccicante e la bavetta con le bollicine che gli cola giù sul nodo ciclopico del cravattone rosa.

Per esempio il malvo di oggi, che non è soltanto un virtuoso del molesto volantinaggio propagandistico - bravissimo! cambiava la frasuccia aizzante di incoraggiamento anticomunista ogni due tre passanti (noextracomunitari notasse sìfamiglia): a me appunto, siccome sono di quel genere con le uova, mi ha spiegato caritatevole che “se fai er figlio c’hai le detrazioni” - dovrebbero mettercene a presidiare ogni banchetto di malvi così, che sono molto meglio dei volantini (1): guardate qua che meraviglia, non riesco a immaginare una più completa aderenza vestiaria agli ideali pidiellari, come dire, è una specie di malvestito programmatico.

Toh: il faccione idiota strafottente col broncio carcerario, il nasone spiaccicato da pestaggio, l’occhialazzo da sceriffo e il capello mezzo rasato da sergente istruttore (2); la giaccozza nera gonfietta con le fibbione enormi e il bavero zerbinato (3); lo sciarpone burberry tarocco (4) il padellone di latta multicronometro-altimetro-barometro-acceleratorediparticelle (5) e le scarpette trendy con l’acca smaltata hogan (6 - tarocche pure loro); la cintura poi soprattutto, di questa malva-marcaccia gangsta-pop che non avevo mai sentito prima (ma ho controllato, non è stata un’allucinazione, esiste davvero), John Gotti Jeans, john gotti come john gotti sì; e insomma, un malvestito-manifesto che combina la greve analfabeta prepotente volgarità di purissimo stile bburino-neoclassico col patetico wannabismo minuscolo-imprenditoriale (negoziuccio ferramenta dei genitori) fiat barchetta deodorante axe africa sulla lingua e mutandone elasticizzato calvinklein.

Malvageddon #26
Daniela Santanchè presidente delle malvestite

daniela santanchè mascheroneIl mascherone piatto e quadrato di plasticazza lucida stiracchiata insieme al parruccone sintetico stoppaccioso e fonatissimo da barbie (finalmente! dopo ken, shelley, il cane toby la roulotte e l’amica negra: la nonna di barbie!), quella sua boccona rossa informe tipo medusa spiaggiata morente, il truccazzo orrorifico-ittiano, i vestiti appariscenti coattissimi da cubista in pensione e gli atteggiamenti prepotenti qualunquistici e subculturali da volgare e arrogante cafoncella arricchita: mi sembrava che il colpo d’occhio fosse già sufficiente a nominare così su due piedi Daniela Santanchè candidata premier non solo dei postpostfascisti furbetti e maneggioni alla storace, ma direi anche e soprattutto dell’universo malvestito nel suo insieme; poi però ho fatto un giretto sul sito ufficiale, qui (Daniela Santanchè Story, come nei video commemorativi di Uomini e Donne), e mi sono letta di come Daniela in persona racconta certi episodi della sua tumultuosa e interessantissima esistenza (vedrete: quale incredibile, meravigliosa odissea malvestita!) e dunque mi sono detta che questa cosa di cui parliamo oggi, se ce n’era bisogno (e non ce n’era), spazza via ogni più piccolo minimo dubbio: Daniela Santanchè candidata premier delle malvestite, accipicchia, se lo stramerita.

daniela santanchè crede nel suo parrucchiere

Già dai suoi primissimi ricordi d’infanzia si capisce che Daniela Santanchè era una predestinata, dimostrava delle eccezionali malva-potenzialità per niente comuni: sua sorella, che era una bimbetta dalle normali inclinazioni malvestitine, era felice di giochicchiare con la casuccia delle bambole e le piaceva tanto vestirle pettinarle fargli prendere il tè e via dicendo, le solite cose, mentre invece Daniela si scocciava con le bambole e preferiva fare (a cinque anni, ci pensate? che incredibile precocità!) “la parte di quella povera e abbandonata, lasciata dal marito, che viveva in una soffitta e aveva tre figli”; grazie ai suoi più lontani ricordi è anche possibile spiegare gli scempi scarpari tipici del suo malva-equipaggiamento adulto, che sono la diretta conseguenza di un penoso episodio di maltrattamento infantile, “Il castigo peggiore era quando venivo chiusa al buio nello sgabuzzino. Stavo lì, con tutti quegli scaffali pieni di scarpe, che non so più quante volte ho contato. Ero morta di paura, con il buio, le scarpe diventavano fantasmi“; e certo il suo basso quoziente d’intelligenza l’ha aiutata non poco a intraprendere senza timore la strada che porta al lato oscuro del malvestitismo, “Non ero brava a scuola. Alle elementari mia mamma andava a parlare con i professori dei miei fratelli e le dicevano: due ragazzi intelligentissimi, ma non hanno la volontà, non si applicano. Poi andava a parlare con i miei professori e le dicevano: Daniela ha una volontà, un’applicazione! Ce la mette tutta!”.

daniela santanchè saluta gli elettoriIn fondo si capisce, non è che i genitori fossero precisamente dei modelli ad alta concentrazione di collegamenti sinaptici, al contrario. Quando Daniela adolescente ambiziosa ma con le idee un tantinello confuse (”A diciassette anni volevo fare il ministro del tesoro. Nella vita è molto importante non essere un numero. Io volevo essere io: Daniela Santanchè e non Brambilla Mario Rossi… cioè, è noto che uno che fa il ministro del tesoro non è un cretino”) un bel giorno dice al daddy che vuole iscriversi a scienze politiche e lui incavolatissimo sbotta “allora sei una brigatista!” e Daniela poverina in difficoltà non sapendo cosa e come obbiettare (ah ce l’ho presente, la testa piena di scimmiette ballerine!) “quando mi ha detto che ero una brigatista, allora lì mi è crollato il mondo”: eh ma Daniela era una giovane così libera e anticonformista, è comprensibile che il papi (riccastro industrialotto di cuneo) si facesse delle strane idee, “Ero una ribelle. Non accettavo le regole della famiglia, il conformismo. Volevo fare sempre il contrario di tutto: andavo sui pattini a rotelle, una cosa per cui mio padre diventava pazzo”, come anche a diciotto anni quando tutti i rampolli della famiglie bbene del vicinato avevano in regalo una “A112 Elegant”, lei invece con rivoluzionaria determinazione pretese la “Renault due cavalli, una macchina libera, la macchina dei figli dei fiori! Fu una tragedia!”.

Alla fine Daniela ci si iscrive lo stesso a scienze politiche, e però il papi cocciuto non vuole darle i soldi necessari ed è una cosa di cui lei va molto fiera, d’essere riuscita con le sue sole forze a mantenersi (farci la figura della frivola scemina viziatissima pare brutto, se vuoi capeggiare branchi di fascistoni moralizzatori che inneggiano al mutuo sociale boicottando il grande fratello): questa parte qui della sua vita da studentessa lavoratrice è davvero commovente, Daniela ha faticato e sudato moltissimo, “ho fatto la dog-sitter di tre cani di una vicina che portavo al parco tutte le mattine e tutte le sere alle otto” daniela santanchè finge di fare un epocale discorso alle camere di sciampisti e parucchieri riunite e poi la notte quando non dormiva nel suo appartamento in centro (”mi ero rifiutata di fare come le altre mie amiche che si erano messe in due o tre nella stessa casa, io volevo stare da sola”: qui effettivamente sarebbe meglio se qualcuno le spiegasse che le studentesse si mettono assieme per risparmiare, mica altro - giusto per non far perdere veridicità alla storiella, sarebbe un peccato), di notte faceva “le collanine, che andavano tanto di moda in quel periodo. Quando non dormivo, perché avevo paura dei ladri, allora infilavo le palline e le perline”, ma non basta, Daniela era una vera lavoratrice instancabile, non si fermava mai, faceva anche il “door-to-door per portare le cose… [non si sa bene “cosa”: anche qui magari sarebbe meglio che qualcuno le suggerisca "cosa" portava] e la cameriera al bar, dove però lavoravo solo due ore: avevo il mio grembiulino e servivo ai tavoli” (ah il grembiulino! l’elemento irrilevante ma essenziale che serve a dare consistenza al racconto: brava), davvero una donna che si è fatta da sola Daniela, si pagava gli studi (e trovava il tempo per i libri: “all’Università ero pure brava, perché studiavo…”), l’affitto, i pasti (”Con i miei che non mi davano soldi mica potevo andare a fare la spesa e comprarmi quello che volevo: vivevo a cappuccini e brioche“) e dopo pochi mesi s’era pure comprata una seconda macchina, “la Mini Clubman, color panna con le righe marroncine, la macchina più di moda in assoluto a quei tempi”. Meno male che tutta sta gran faticaccia è andata avanti un anno appena (oh, intensissimo!): a ventanni infatti Daniela conosce il suo principe azzurro.

E’ il signor dottor Paolo Santanchè, chirurgo estetico ben impaccato di origini nobili, trentacinquenne, a cui Daniela si rivolge per dare una drastica ritoccata al nasone gobbo (operazione che s’è ovviamente finanziata in proprio facendo pure - tiè - “la modellina per Enrico Coveri che cercava ragazze da far sfilare nello show-room”); passa un po’ di tempo (quanto basta a togliersi le bende per sfoggiare l’insulso sgorbietto affilato con le narici a cuoricino) e Daniela porta dal dottor Santanchè “un’amica che si vuole rifare anche lei il naso, ed è lì che è scoppiato l’amore!”: pochi mesi e i due piccioncini decidono di sposarsi, ma Daniela all’ultimo momento si sente soffocare (che emozione, la parentesi Runaway bride! “Ma come faccio, ho ventanni e mi impegno per tutta la vita? Nella buona e nella cattiva sorte? E se magari, tra un po’, lui non mi piace più?”), un momento appena e le passa, tutto va alla grandissima, un matrimonio pomposamente bombonieristico come nelle migliori favolette bburine, “Mi ricordo l’ingresso in questa chiesa fantastica, il quartetto d’archi, l’Ave Maria di Schubert“.

daniela santanchè fa una gran fatica a fingere di essere una che va in bicicletta con le scapette a punta col tacco a spilloSono anni travolgenti quelli che aspettano Daniela, gli anni che l’hanno portata dov’è oggi, candidata premier: “conoscevo un sacco di gente, ero la più giovane di tutte, molto corteggiata da tutti, sempre in prima fila alle sfilate di moda”; il lavoro da cassiera per il marito era molto gratificante, “facevo il campionario, gestivo gli studi e le cliniche, tenevo la contabilità, incassavo i soldi”, Daniela è una donna così brillante e insostituibile che quando decide di confessare al marito il suo amore per un altro uomo (uno con dei “valori”: “Questo, mi sono detta, è un uomo che mi parla di cose [ancora delle non meglio identificate "cose", non mi ci raccapezzo], non di sala operatoria, venti milioni, trenta milioni, il giornale, le fotografie, la festa, Hollywood, Cannes”) Daniela è distrutta al solo pensiero della separazione, sa bene quanto possa valere una gran donna come lei nella vita di un uomo, “Come farà senza di me? E’ un chirurgo eccezionale, ma non ha idea di come si paghi una fattura, non sa neppure cos’è l’Iva…”, e com’era prevedibile il marito straziato dal dolore della perdita ha un’ultima drammatica richiesta da farle: “Ah, va bene. Però ti chiedo solo una cosa. Potresti, prima di andare via, organizzare la festa dell’undici di agosto in Sardegna?”.

E credo sia giusto terminare così, con questa splendida citazione del dottor Santanchè che insomma mi sembra dia un quadro così perfettamente sintetico del personaggio, non avrei saputo immaginare di meglio. Vorrei aggiungere una cosina soltanto, come facevo sempre alla fine dei miei temini a scuola, una nota di positività e speranza - perché ok sono molto contenta che al gruppone delle fascio-bburinone s’è aggiunta Paola Ferrari (o almeno ciò che resta del suo corpo imbalsamato, che il marito riccone continua a portarsi appresso ovunque in grande stile weekend con il morto) - è tutto molto squallido e malvestito, ok, però io sogno qualcosina di più forte ancora, uno scontro al vertice Santanchè vs Michela Vittoria Brambilla, ohoh sì che goduria sarebbe! e chissà se un giorno prima o poi, tra qualche anno magari, be’ incrociamo le dita.