Oh rieccomi, scusate, volevo parlarvi di queste fotografie che sono in mostra a Milano (qua), “la più grande produzione che Vanity Fair abbia mai messo in piedi”, perché siccome esibire la centomillesima copertina con gli occhietti vispi vispi di un cartoncino belluccizzato non deve essergli sembrato pomposo a sufficienza (e insomma, vorrei vedere!, si stanno pur festeggiando i cinque anni della posta di Enrico Mentana), hanno pensato d’escogitare qualcosa di più grandiosamente celebrativo, “realizzare una produzione che rappresenti la nostra storia”, vale a dire qualche dozzina di scatti in cui “il nuovo cinema italiano” (ma no non impressionatevi, è volutamente fuorviante, si tratta di un cripto-giochino d’abilità che funziona così, ci sono due o tre attori veri e bisogna riuscire a distinguerli, travestiti, mescolati là in mezzo a un mucchio dei peggio minchioni – il gioco prevederebbe l’utilizzo di una batteria da automobile e cavi pinzettati da pinzettare ai testicoli e/o ai capezzoli del giocatore: se sbagli di brutto, per esempio indicando Beppe Fiorello o Daniele Liotti o Cristiana Capotondi, FFFFZZZZZ ti si frigge), dicevo, in cui il “nuovo cinema italiano” rende un virtuoso omaggio d’autore al “grande cinema italiano” (quei film cioè che nessuno c’ha più voglia di guardare, di cui nessuno sa niente, intorno ai quali ci si tramanda un entusiastico cicaleccio di luoghi comuni e scenette da cartolina) – e sì, lo so, non è ben chiaro neanche a me cosa di preciso ci sia da vantare nel rapporto tra Vanity Fair e il cinema italiano: “il cinema è il nostro pane” delira solennemente il direttore responsabile Luca Dini, boh, chissà, riferendosi forse a certi imperdibili articoloni di critica psicanalitica tipo Guarda che ti passa, in cui si esegetizzano alcuni titoli fondamentali alla ricerca di una originalissima lezioncina auto-terapeutica (Basic Instinct, “se avete paura di diventare troppo vendicativi nei confronti del partner”; Il gladiatore, “se avete nostalgia dei veri maschi”) -
e quindi c’abbiamo questo popò di tristi minchioni fotografati all’interno di mediocri ricostruzioni costumistico-scenografiche d’epoca [1], e il compito dei minchioni sarebbe in teoria di reinterpretare (“non imitare” precisa Luca Dini) certi ruoli celeberrimi, ma il risultato nella pratica non è l’una né l’altra cosa, magari lo fosse (pure a imitare, oh, mica facile), somiglia piuttosto a quella attività artistica senza nome – in effetti troppo spesso sottovalutata – che si svolge nelle foto-ottiche dei grossi centri commerciali di periferia, in cui per immortalare il primo appuntamento con la bburinetta della sezione H si decide di far copiaincollare i reciproci grugni ghignanti sui modellini decapitati già pronti nello scenario che più ti piace, il Far West? l’antica Roma? i pirati? la dolce vita? non c’è neanche bisogno di scomodare un fotografo vero, fa tutto il computer (puoi anche stampartelo sopra un cuscino! o su una tazza per fare colazione!), e magari alla bburinetta le riesce persino di sospirare meno ridicolmente di “guarda l’uccellino! guarda l’uccellino!” Laura Chiatti (in basso, la foto).
I minchioni suddetti, fotografati da Douglas Kirkland (che non c’è dubbio palesa inquietanti segni di rimbambimento, oppure forse soffre di quintupla cataratta, chi lo sa: “questo è il lavoro più straordinario che io abbia mai fatto!”), si dividono in tre categorie principali: 1) quelli che si sono scatenati in una esagerata immedesimazione iper-melodrammatica che farebbe arrossire d’imbarazzo la pornostar più esperta in fatto di simulazione orgasmica, categoria di gran lunga dominata da Giovanna Mezzogiorno, che fa ciò che le riesce meglio, mandare in frantumi gli specchi dei telescopi in orbita intorno alla terra (“ha fatto venire i brividi a tutta la troupe” confessa il condirettore Cristina Lucchini [2]), ma non si possono non citare il cipiglio soffertissimo da diarrea fulminante di Nicolas Vaporidis [3], l’abbinamento collo inclinato / occhietto languido all’orizzonte / labbrone socchiuse del faccione stupefatto di Claudia Gerini (che starebbe interpretando, secondo gli ordini del Kataratta, “lo sguardo del futuro radioso”) e poi soprattutto la prova squisitamente masochista di Stefano Accorsi, che ci dà sul serio qualche bella soddisfazione (“si è calato nel suo ruolo così tanto da scorticarsi la schiena a frustate” [4]);
2) quelli che proprio non sono capaci di fare altro se non ostentare la placida piattezza del pesciolino da acquario (con quell’occhietto là, di quando galleggiano morti sulla superficie), tra i quali ricorderei il solito Ken piacione con la mascella guizzante e il sorriso paraculo Raoul Bova, Maria Grazia Cucinotta con le giunture marmorizzate che rispolvera alla grande il motto “una scopa su per il culo”, e poi Ambra Angiolini aka Il Nulla Ma Con Ironia, in reggicalze sulla scaletta a spolverare le persiane (e il Kataratta si commuove, che tenerezza, perché “gli fa tornare in mente il suo primo amore adolescente” [5]); e infine 3) quelli che si sono sbagliati e credono d’essere altrove, a fare altro, Francesca Neri che fa la pubblicità dell’Axe Africa (un dramma olfattivo-passionale, “non mi lasciare, ascella profumata, non mi lasciare!”), Cristiana Capotondi che mima il manichino di un negozio d’abbigliamento (e le riesce particolarmente bene, dato che ci si è laureata – facendo il manichino intanto che il tutor della Cepu le scriveva la tesi [6]), e poi Monica Bellucci che in effetti non saprei, potrebbe pensare d’essere ovunque, vacci a capire qualcosa della testa di quella, è sempre uguale ovunque e in qualsiasi circostanza, boh, magari pensava di passeggiare smorfiosa tra le rocce di un canyon marziano.
[1] su Vanity Fair la raccontano così, come una divertente indagine di creativi e giornalisti: “Abbiamo appeso le gigantografie dei set che vogliamo riprodurre. Le analizziamo per tutta la mattina, vestito per vestito, accessorio per accessorio. Inizia la ricerca. Giovanni [il costumista] andrà a frugare nelle sartorie che hanno cucito i vestiti di scena originali”; nessun accenno – troppo prosaico sennò, bleah – alla disperata sponsorizzazione fashionara di ogni mimino pezzettino d’abbigliamento (persino all’informe gonna-plaidino sulle gambe della Littizzetto/Masina sono riusciti ad affibiargli uno sponsor: la gonna-pleiddino D&G, ah!)
[2] un’altra rabbrividente protagonista sparadecibel è stata Anita Caprioli (foto), che “sporca di sangue finto, ha urlato fino a sgolarsi”, ma nel suo caso direi che non importa, l’attonita stolidità urlatrice ci calza a pennello coi film di Dario Argento
[3] se la cosa vi disturba, pensate, in fondo c’è andata di lusso: avrebbe dovuto aggiungercisi Silvio Muccino (ce lo fanno capire subdolamente, un po’ piccati, “un attore e regista doveva essere sul set assieme a Vaporidis per Rocco e i suoi fratelli: ha cancellato la sera prima per fare una pubblicità”)
[4] sentite che magnifico aneddoto felliniano che s’è inventata tale Alessandra Donato (chi è, boh – ha scritto un mega resoconto del backstage, terrificante), una presenza dai contorni fantasmatici che le si rivela dal nulla per approvare il lavoro di Vanity Fair: “Durante una pausa, mi si avvicina un vecchio signore. Guarda la scenografia di 8 e 1/2. Mi dice «Le piace?». «Certo», rispondo. «Vede», continua, «io sul set di Fellini c’ero. Ed era proprio così»”.
[5] il Kataratta non è l’unico sul set ad essersi commosso, anche i cavalli si commuovevano (o meglio, forse dovrei dire “arrapavano” – e anche per quanto riguarda il Kataratta, del resto, quella storia del primo amore adolescenziale era solo un modo elegante per dire che gli è venuta voglia di farsi un giro di Viagra con la Angiolini): “Il cavallo nero di Claudio Santamaria continuava a baciare Daniele Liotti” e “Luisa Ranieri è stata strabiliante. Il cavallo sullo sfondo non si reggeva in piedi: colpa del caldo o del fascino?”
[6] “su Il conformista ha addirittura scritto una tesi quando studiava Scienze della comunicazione“, che dire? Scienze della comunicazione, cos’altro aggiungere, Scienze della comunicazione, Cristiana Capotondi
Già che siamo in tema di malvacarpet, che dite, facciamoci pure il festival di Venezia. Non che questa edizione abbia offerto straordinari lampi di genio malvestito, un po’ tutto all’insegna della mediocrità; poveretti, c’hanno pur provato a dargli quel pizzico di rinnovato accattivante brio strizzatina d’occhio in più, ma mi sa che hanno scelto la direzione sbagliata: a sto punto, tra Ambra fata madrina e il leone d’oro alla carriera Tim Burton e miglior attore Brad Pitt (e che diavolo, sembra l’inserto cinema di Cioè), boh, potevano giocarsi l’asso e farne una puntata di TRL, bastava invitare i Tokyo Hotel per cantare alla serata di premiazione – sai che scacco matto a Veltroni.
Di Ambra Angiolini nello specifico non saprei che dire (il nulla ecc.), a parte il fatto che è uno di quei rarissimi esseri umani che sta male con qualsiasi cosa gli si veda addosso, dal taglio di capelli fino giù alla punta delle scarpe, persino la faccia che ha le sta male, incredibile, e con quel suo sguaiato spalancar di fauci ogni due per tre, mah, concediamoci appena un momento di puro orrore ammirando la completa insensatezza di questo bizzarro e osceno miscuglio eltonjohnniano che s’è messa per approdare in laguna, qua a destra (ah, mi dicono che la foto risale a sette anni fa: be’, meno male – facciamo che è un orrore retroattivo).
Keira Knightley, lei sì che è un caso interessante. Se ne frega dei cattivoni giornalisti che le danno dell’anoressica e si presenta con questo vestito lungo e bianco da prima comunione, paillettes pelosette e nastro di raso rosa in vita, spalle e parte alta del busto bene in vista. Magrina è magrina forte, eh, anoressica non saprei, di sicuro però ho scoperto che questa foto qui (ma pure questa qua), in cui la si vede paurosamente curva, gobbetta, con la schiena e il collo che quasi disegnano un arco di circonferenza, be’, se ci photoshoppo su la foto del faccione di una vecchiarda ultracentenaria, ma tu guarda che sorpresa, gli sta a pennello!
……
Fanny Ardant, reduce dalla baruffa versus Galan, decide per qualcosa di basso profilo e sceglie questa pratica informità doppio strato con zanzariera incorporata (non è una battuta, guardate in alto a destra, c’è rimasta intrappolata una falena), e nel caso gli si dovesse presentare qualche scagnozzo del governatore, a scopo difesa, s’è munita di una Bat-Cintura superaccessoriata come quelle che usava Adam West, dove dentro c’è di tutto, anche lo spray anti-forzisti.
Piccola parentesi dedicata a due immancabili mostri da malvacarpet: c’è la baleniera Valeria Marini, eternamente di classe, faccione gonfio e sfatto più che mai, inguainata come suo solito in un budello XXL per salciccie (rosa metallizzato), con il bracciale da schiava tempestato di strass sul braccio sinistro (e il trasferello da battesimo sul bicipite? che classe), french chilometrica alla Carmela Soprano e una splendida fantasticissima borraccia da passeggio (immagino ci sia dentro un mezzo litro di Chanel numero 5 – quindi praticamente un porta pigiama); e poi c’è quell’ammasso di rughe incartapecorite e parrucca altrimenti noto come Marina Ripa di Meana che va be’, non c’è poi molto da commentare, questa è una che c’ha alle spalle una tale infinita storia di ridicoli tentativi d’apparire eccentrica originale e interessante che, dai, beccatevi la foto e via.
E Daryl Hannah: accidenti, che le è capitato? Forse è in dolce attesa, non so, fatto sta che s’è allargata strepitosamente, e quel mega gonnone più canottierona da cavaliere templare non è che le doni granché. Tilda Swinton invece, per qualche ragione, è regredita ai tempi in cui faceva Orlando, i capelli, il pallore, persino la blusetta coi manicotti ad elio non sfigurerebbe sulle rive del Tamigi gelato. Ah e poi c’è la solita Extreme Malvestita del caso, una certa Kierston Wareing, che per farsi notare s’è travestita da groupie di Bon Jovi (come ce n’erano vent’anni fa): capello cotonato, jeans attillatissimi ricamati e giacchetta corta con strambe decorazioni sporgenti (c’ha pure un alettone addominale, mistero), e poi guardate che abilità, sprovvista di tronchetti, ha rimediato indossando dei fantasmini neri sotto le decolletés nere (“e se mi tana qualcuno pazienza, la faccio passare per una botta di ispirata creatività”) – un po’ un incrocio tra Lory del Santo e Kylie Minogue.
Tra i malvamaschi, uhm, sembra spopolare l’abbinamento con giacca bianca da cameriere, che va forte su Brad Pitt ma non solo, anche su Johnny Depp (che, ovviamente, personalizza il tutto grazie ad una manciata di anellazzi da cardinale massone); c’è Heat Ledger che è felicissimo d’aver messo insieme una roba (pure i wayfarer rossi, wow, che originale!) che possa far pensare “va là che simpatico folle quello, come si chiama!”, e infine sì, chiuderei con la nostra Santa Madre Immacolata Sempre Vergine Signora del Malvesitisimo (sempre sia lodata), Angelina Jolie, niente da segnalare sul malvacarpet veneziano, menzione d’onore tuttavia per la borsetta coordinata tra lei e la figlioccia – non c’entra niente lo so, ma ci tenevo a dirlo: vanno educate così, da piccoline.