Voglio introdurre una nuova categoria musicologica, ve la presento, l’ho chiamata musica plop - plop come il rumore che fa un pezzo di cacca quando finisce nell’acquetta del cesso - la musica plop è quella forma di musica pop usa-e-getta a bassissimo costo (economico artistico e intellettuale) che nasce, è pubblicizzata ed è venduta in/da/attraverso la televisione - è quella forma di musica pop che viene cagata fuori dai cosiddetti talent show.
La musica plop ha subìto una curiosa evoluzione. Dieci anni fa, i primi ingenui talent show musicali (Popstars, Operazione Trionfo) erano orientati verso produzioni ultra-commerciali supinamente distese su modelli di becerume subumano da classifica Festivalbar; la connotazione plop era palese e non si tentava minimamente di camuffarla con strategiche pisciatine di pseudo-artisticità: merda era e merda rimaneva, quattro sgallettate esibizioniste - una dozzina di stupidotti sfaccendati vagamente intonati - e un singolo per adolescentelle teledipendenti, tutto qua, gli ascolti che andavano maluccio e il singolo e le compilation che vendevano una miseria, bleah; finché un giorno poi è arrivata Maria De Filippi ed è arrivato X-Factor e hanno azzeccato la formula Re Mida - questa merda te la trasformo in oro:
“oh ma che dici, ci proviamo a far finta che il talento ce l’hanno per davvero?”
“cioè come, il talento in che senso scusa?”
“il talento! come lo vuoi chiamare, il talento! non stare a rompere i coglioni, il talento! cioè che sono artisti nati, che c’hanno il talento!”
“cioè vuoi dire una cosa tipo che non sono dei mediocri inetti ottusi e analfabeti, che sono bravi a fare qualcosa? cioè tipo cosa?”
“ma come cosa imbecille!, la musica!”
“cioè vuoi dire dei mediocri inetti ottusi analfabeti che fanno la parte di quelli che sono dei bravi musicisti?”
“esatto!”
“naaa impossibile, non funzionerebbe mai, non esiste un cretino che possa bersi una cosa così”
e infatti.
La musica plop ci è offerta come un raro prezioso esempio di buona musica e di competenza e di prontosoccorso (”l’ultima spiaggia!” - triste vecchio allucinato) e persino di carità (se non ci fossimo noi che vi talentiamo, ah!, dove sareste oggi voi poveri meritevolissimi artisti sconosciuti, ma no no non ringraziateci, facciamo solo il nostro sporco lavoro - lacrimuccia - TVTTB); a questa stupida esaltazione della musica plop contribuisce un nutrito apparato di sfigatoni dementi di estrazione musical/radiofonica/discografica che fanno da autorevoli scimmiette critiche (in gergo: opinionisti) e discutono con una certa composta serietà dell’odore e della consistenza dei pezzettini di cacca come fossero chissà cos’altro, sai che ti dico, io quasi quasi un boccone lo assaggerei - il che diventa ancora più irritante se considerate che gli sfigatoni dementi sanno benissimo cos’è che stanno maneggiando, un rifiuto puzzolente, ma se ne rimangono lì a discuterne seri seri perché semplicemente è uno spettacolo, cosa volete, si prestano al gioco, è il loro lavoro e lo spettacolo funziona così; il che va benissimo, ok, a tener presente però che si tratta di uno spettacolo il cui unico scopo è intortare migliaia e migliaia di ragazzini e di mentecatti disgraziati perché mandino il messaggino televoto e si comprino il singolo scadente su iTunes, va benissimo, è uno spettacolo sì, ma è lo spettacolo di un venditore ciarlatano che piazza delle pentole fallate a dei poveri imbecilli - “è una pentola eccezionale! è una pentola di talento!”
Toglieteci il “promuoviamo la buona musica”, toglieteci il presidente della Sony che moraleggia paterno sulle responsabilità del Talento Vero e toglieteci il mona anarchico con la t-shirt di Schumann, non c’è differenza nella musica plop, Amici e X-Factor (come anche i predecessori Popstar e Operazione Trionfo) sono fatti della medesima identica sostanza - plop! - cambia l’equilibrio anagrafico-culturale degli intortati di riferimento, da una parte i ragazzini adolescenti che sbrodolano sulle schifezzette neomelodiche romanticone [1], dall’altra i ragazzini più cresciuti che amano riconoscersi nelle banali sempliciotterie altisonanti “la conosco quella canzone di Tenco!” e sentirsi così facilmente vezzeggiati, Anche io ho buon gusto Anche io sono colto Anche io ci capisco di musica; cambiano i dizionari di luoghi comuni da cui estrarre le melodie e gli arrangiamenti e le scenografie e i travestimenti e le personalità che vanno copiaincollate e assemblate variamente in quattro e quattr’otto secondo lo specifico aroma artificiale che si vuole dare a un certo tipo di musica plop (merda neomelodica, merda soul, merda r&b, merda roccherolle, ecc.).
La musica plop originale - gli inediti del vincitore realitaro e dei concorrenti più quotati - è prodotta secondo la logica voracissima Arraffa più che puoi nel minor intervallo di tempo possibile, perché è semplice: fare della buona musica significa impiegarci tempo e lavoro e denaro, ma lo show televisivo prevede una capitalizzazione necessariamente brevissima e a scadenza (i pochi mesi che passano tra una stagione televisiva e l’altra, in picchiata) per cui non soltanto è irrilevante, ma è addirittura controproducente sprecare del tempo - e sprecare anche solo uno straccio di idea dignitosa! - su qualcosa che è subito deperibile e che si sa già, non importa che sia fatto di cacca, venderà ugualmente (prendete ad esempio il coso abominevole dell’ultimo vincitore di X-Factor: disco d’oro)(chi mai può esserselo comprato?, ecco: gente che si è risvegliata all’improvviso fuori dal mediastore col coso tra le mani e in un impeto di orrore l’ha lanciato via gridando “mio Dyo! quale diabolico sortilegio!”), e vuoi mettere che comodità poter spremere per benino un economicissimo dilettante straccione disposto a tutto e potersene poi sbarazzare su due piedi non appena sia disponibile qualche nuovo economicissimo dilettante non spremuto [2], senza perderci una lira e anzi - è il bello della musica plop, che è affidabile al cento per cento e si rinnova continuamente e vende così, a colpo sicuro.
Non a caso ci sono parecchi esperti compositori specializzati in musica plop, dei veri e propri musicisti plop di mestiere che sono capaci di confezionare alla velocità della luce un mucchio di collage fatti di piccoli cliché musicali sulla falsa riga di quei tre quattro stili-generi prefabbricati a cui tutti i cantanti plop sottomettono docilmente la propria vuotezza. C’è ad esempio un tale Diego Calvetti che è un asso, sa comporre musica plop pescando dalle discariche di molti generi differenti, ha scritto per dire L’amore si odia, la canzone del duo Noemi Fiorella Mannoia (genere intimista-cantautoriale - made in Sony, riproposta a X-Factor per due serate consecutive: Morgan ne era entusiasta, che testi!, che musica!, “una canzone difficile”), ha scritto la neomelodica melensissima Stupida di Alessandra Amoroso, che è andata molto bene, e Briciole, sempre di Noemi (genere Anastacia from Spinaceto), e tante altre ploppate ancora (pensate!, è il responsabile delle memorabili hit di Francesco Facchinetti Non cado più - genere jovanottesco - e Vivere normale - genere Spoohto) - e non a caso il disco composto (in buona parte) da Diego Calvetti che è finito a Noemi di X-factor, in realtà, era stato inizialmente destinato ad Alessandra Amoroso di Amici (v. qui), nessuna sorpresa, anzi, è la dimostrazione di quanto l’insulsissima musica plop sia tutta liberamente intercambiale, nelle canzoni e nei personaggi: prendete un caso limite, tragicissimo, il caso delle Lollipop, fossero state in squadra con Morgan a X-Factor non c’era neanche bisogno di fargli cambiare nome, “Lollipop in senso ironico contro il sistema dell’industria pop zuccherosa e fasulla”, e si sarebbero beccate un singolo che riciclava una vecchia poesia di Morgan che a sua volta riciclava versi di Verlaine e di Battiato, “queste Lollipop fanno una musica non facile ma fa piacere sentire ogni tanto della musica diversa da quella mainstream” avrebbe sentenziato qualche scimmia opinionista.
E infine - finisco - una proprietà miracolosa della musica plop, la plop trasmutazione. Bastano pochi semplici ritocchi e una bella musica pop può diventare una brutta musica plop. Succede di continuo, alla faccia del “va be’ sono reality ma almeno si sente buona musica”: l’interpretazione di un cantante plop, supportata da un arrangiamento plop, riesce a ploppizzare magicamente qualsiasi cosa. Non è più bella musica, è musica plop. Sentite qua sopra I want to break free ploppizzata dalla scarsissima vocetta monocorde di Chiara Ranieri di X-Factor (guidata dal coach Morgan), le note della melodia vocale sono stiracchiate e appiattite, banalizzate, inespressivamente scandite, introduce delle variazioni inutili e inappropriate - scompare quella caratteristica impronta di sfogo ritmato-isterichetto che è la cosa più divertente - tutto l’arrangiamento impoverisce il pezzo, lo instupidisce, e le due sezioni della canzone sono arrangiate in modo identico (quel mona incorreggibile del Morgan!), il che annichilisce l’interessante contrapposizione più secca e spigolosa la prima sezione / più piena e sinuosa la seconda; non è la canzone dei Queen (non sono le canzoni di De Andrè degli Who dei Beatles eccetera: non è più bella musica), è una robaccia decisamente plop che a metterci mano ancora un po’ - magari col contributo di un Diego Calvetti - il prossimo anno arriva seconda a San Remo.
[1] ma anche ad Amici si danno da fare, non soltanto Giggi e Giorgia e Pausini, quest’anno c’hanno pure il tenore in pigiama, altro che pisciatina
[2] e poi va be’ ci sono i casi eccezionali dello scarrafone che piace a mamma-gonza e della belloccia che è andata al talent show apposta - la casa discografica che ha saggiamente pensato di sostituire al proprio investimento gli sms dei telespettatori mentecatti
Non è divertente lamentarsi del Festival di Sanremo, biasimarne l’anzianottismo e auspicare un restauro che ne faccia un evento finalmente aggiornato e di tendenza; sono quarant’anni che il Festival di Sanremo è tale e quale, un brutto mercatino di merdine secche, e non certo perché se ne occupano degli incompetenti imbalsamati mezzi scemi, va così perché deve andare così, perché funziona a meraviglia, così, è esattamente ciò che deve essere: la spruzzatina d’acqua che per qualche breve istante resuscita nelle merdine secche il loro caratteristico odorino puzzolente, cioè a dire un affarone, come tirar su qualche dindino dagli scarti degli scarti degli scarti che infestano i sotterranei della più scadente discografia italiana, quegli scarti che non avrebbero altrimenti alcuna chance commerciale - e in questo senso, letteralmente (il riciccìo degli avanzi indesiderati), Sanremo è sì, appunto, una specie di polpettone di merda. Detto questo, però, considerate che le merdine secche, i singoli partecipanti, nella loro patetica ridicolaggine, c’hanno spesso un inconsapevole fascino prendetemi-per-il-culo-a-sangue-vi-prego che è altissimo, clamoroso!, e allora questo sì, concediamoglielo, che è divertente.
E cominciamo dalle nuove proposte, cominciamo da Chiara Canzian (voce insignificante, musichette prefabbricate), l’ennesimo Spoohto (leggi: ex spermatozoo di un Pooh - copyright me stessa) che tenta la carriera showbusinessara. Lo sapete, il DNA Spoohto è un flagello per l’umanità intera, roba che rende allettanti certi perversi incubi di radicalismo eugenetico e sterilizzazione coatta - il potere del lato oscuro è forte oltre ogni immaginazione: non soltanto gli arzilli parrucchinati si riproducono come coniglietti Duracell color blu Viagra, c’hanno pure delle capacità raccomandatorie mica da ridere, di cui ovviamente gli Spoohti no no, non sanno niente, è tutto merito della gavetta e del loro grande talento, testimoniato del resto da un’incredibile precocità (dice Chiara Canzian sul suo MySpace):
Ad un anno ho scritto la mia prima “canzone”, una ninna nanna, non molto originale ma efficace (almeno cosi dicono!)
Era una ragazza tanto speciale, ricchissima di immaginazione (ah! le strategie giovannialleviane di auto-mitizzazione):
mi creavo dei mondi fantastici
una ragazza che ha sofferto molto, e questa sofferenza l’ha messa in musica (sottilmente),
forse anche per difendermi dal dolore per il divorzio dei miei genitori. E l’ho citato in due tre frasi del testo, però sempre in maniera sottile
di Betty Moore, 12 febbraio 2009
Categoria: chiacchiericci vari, malvageddon, very important malvestite
Ci sono questi tre programmacci televisivi che sono destinati a incrociarsi ogni settimana, lo sapete, sono i reality cosiddetti “talent” che dovrebbero elevare qualche modesto sconosciuto agli onori d’un successone di qualche genere: c’è il programma condotto dalla scimmia con le bretelle (l’unica scimmia cioè che mentre le altre zompettavano intorno al monolite, incrementando la loro intelligenza, se ne stava nella caverna a leccarsi l’uccello), dove si prende un cantantucolo scarso da piano bar e gli si insegna a imitare (male) qualcun altro, già famoso, e gli si cuce addosso una canzonetta scema ingegnerizzata appositamente per far concorrenza alla suoneria del gattino emofiliaco castrato; c’è il programma che vinci se “sei te stesso”, cioè una persona molto originale e diversa e sorprendente, ogni anno ci sono persone più originali e diverse, esagerate e sorprendenti, e non manca molto che ci ritroveremo con un unico super-concorrente super-provocatorio che riunisca in sé le caratteristiche di - elenco - frocio, sessualmente operato (prima gay, adesso, lesbico, poi ancora bisessuale), cieco e sordomuto, ex rom clandestino, pupillo di Lele Mora, pilota Alitalia e attore di film porno, valletta con una sesta di reggiseno, secondo a Miss Padania, allevato in gioventù da un branco di lupi nella giungla e come se non bastasse ex maggiordomo e leccafiga di Marina Doria di Savoia; e c’è il programma dove un mucchio di sfigatelli scappati dalla scuola Radio Elettra si scannano l’uno contro l’altro indossando orrendi pigiamoni e fingendo di interessarsi ai giudizi artistici d’un gruppo di bollitoni anziani, beandosi dei favori sessuali delle quindicenni bburinette e poi, alla fine di tutto, tornandosene mesti a farsi bocciare per la quarta volta di seguito alla scuola Radio Elettra assieme al figlio di Bossi (il prossimo anno nel cast del programma anche lui, come cantautore lumbard).
Vi ho preparato questo piccolo video esplicativo, che riassume le qualità dei tre programmacci in questione - conduzione, gara, sbocchi professionali:
Se volete saperlo, io penso questo: penso che se guardi uno qualsiasi di questi tre programmacci e vieni colto da una reazione simile a quella del giornalista “sartriano” del Corriere - Paolo Di Stefano si chiama: l’avete letto quel suo articolo? leggetevelo, è una delle più comiche e sconclusionate marchette che abbia mai letto,
Nella prima mezz’ora, forte della tua incorruttibile lucidità critica, ti chiedi dove sei finito e trattieni a fatica la voglia di dartela a gambe. Poi, abbandonata la tua fiera rigidità sartriana, ti rilassi, abbassi il sopracciglio ed esibisci per un’oretta un approccio più sciolto e autoironico, tra il desiderio di capire e la condiscendenza populistica. E alla fine ti accorgi che di mezz’ora in mezz’ora ogni difesa si è a poco a poco sgretolata e le tue macerie ideologiche si sono lasciate inghiottire nel circo, non sei più un intruso ma ne fai già parte e con un ruolo che ti calza a pennello
se cioè vieni colto dalla reazione per cui ti immedesimi e t’appassioni sinceramente alla cosa, dài i voti ai partecipanti e tifi per i tuoi preferiti, discuti seriamente di chi c’ha più talento, delle classifiche e dei giudizi, dei professori (o della giuria, o del televoto) e dei battibecchi, e magari spedisci pure (bestemmia delle bestemmie!) uno o più sms per votare, be’, se vieni colto da una reazione del genere allora il tuo posto, nella scala evolutiva là sopra, te lo dico io qual è: non ti si vede perché il disegno è tutto nero, ma sei il brufolo purulento sulla gamba dell’habilis, quello gobbo; perché sì, l’unica reazione veramente sapiens sapiens davanti a uno spettacolo del genere è [*]: pochi secondi di disgusto e odio fulminei neutralizzati subitissimo da una melassa appiccicosa e stordente di noia assoluta (con qualche rarissimo picco encefalogrammatico durante certi siparietti di involontaria demenzialità: ti si socchiude brevissimamente una palpebra e bofonchi un ilare “AH!”).
[*] la reazione del giornalista sartriano - mi stavo dimenticando - s’avvicina a un altro stereotipato genere di reazione, ugualmente deprecabile, meno ingenuotto e più posticciamente intellettualizzante, quello di chi credendosi molto esperto di come va il mondo (e la televisione - “che male può fare la televisione?”), disincantato e compiaciutamente frivoletto, adora formulare con tono allegro ironico-dariabignardesco piccoli pensierini che devono suonargli parecchio arditi e anticonformisti del tipo “Maria De Filippi è un genio!”, il che significherebbe, esteso, “io sono intelligente ed è ovvio che di norma una trasmissione così mi farebbe cagare sangue, e però allo stesso tempo sono così intelligente che riconosco quanto è stata brava la De Filippi a indovinare un modo così ben funzionante per inchiappettare tutti quei bburinoni subacculturati che le sbavano dietro” - perché questo fanno i programmi così, la televisione così, puoi divertirti e sentirti ganzo quanto ti pare a elogiare le geniali strategie acchiappa-subumani di Maria De Filippi, ma i programmi così sono progettati per questo - mica per altro, e bisognerebbe magari ricordarselo, qualche volta - sono progettati per inculare i subumani
di Betty Moore, 20 gennaio 2009
Categoria: chiacchiericci vari, very important malvestite
Abbiamo parlato un po’ di Uomini e Donne, che nel criminale progetto di defilippizzazione della galassia è l’arma destinata a spostare all’indietro il percorso evolutivo dei malva-erectus tra i diciotto e i cinquanta anni; oggi parliamo un po’ di Amici ex Saranno Famosi, il cui obiettivo sono i teneri e malleabili (appetitosissimi!) cervelli dei malvestitini pubero-sconvolti, un fondamentale campo di conquista perché crescano e prosperino defilippizzati come si deve [1].
I malvestiti che sono protagonisti di Amici soffrono in stadio terminale di quella forma di malvestitismo tipicamente adolescenziale che si manifesta attraverso comportamenti artistico - diarroico - esibizionistici: appartengono più o meno alla stessa categoria subumana dei corteggiatori e tronisti U&D (in quanto ad età, pure, ci siamo), con l’unica differenza che questi qua di Amici sono di solito più bassi e magrolini, meno palestrati e parecchio più cozzetti, forse giusto un tantino meno analfabeti (ma un tantino appena) e poi, certo, possono essere nell’ordine, a) vagamente intonati, b) vagamente molleggiati oppure c) vagamente niente, i requisiti cioè che dovrebbero consentirgli da un momento all’altro di sfondare nel mondo dello show business per diventare nell’ordine a) la prossima Anna Tatangelo b) il prossimo Gianni Sperti e c) il prossimo quello là con la faccia da pesce lesso di una fiction qualsiasi in prima serata su canale cinque.
Se corteggiatori e tronisti hanno in testa una cosa sola, sbottonarsi il più possibile la camicetta attillata per farci vedere il pettorale liscio e unto con la S di Superscemo sopra, i malvestiti di Amici puntano ad altro - del resto, oh, con quegli orridi pigiamini kidult e quel pelatone testa-a-cubo di Chicco Sfondrini sempre tra le scatole, non c’è stimolo sessuale che tenga - sono ancora là, bloccati nella delirante vertigine di egocentrismo adolescenziale che gli fa credere che sì sì sì, loro sono unici ed inimitabili: e siccome sono unici e inimitabili, quale miglior modo di impegnare la loro inimitabile unicità se non l’esibizione artistica, esprimiamo noi stessi, trasmettiamo (bzzzz!) emozioni, nel modo ovviamente più infantile enfatico e stereotipato, quella dimensione piatta e plastificata da telefilm d’appendice che è così facile da scimmiottare - unici e inimitabili come le dozzine di unici e inimitabili che se la godono per un annetto scarso, e poi forse forse se gli dice bene finiscono nel coro di Buona Domenica (ma neanche, poveretti, ora che non è più un feudo costanzo-defilippiano) - il che si traduce in uno squallido teatrino di ometti minuscoli e rabbiosi che si muovono falsissimamente, con l’unico scopo di strapparsi vicendevolmente un brandelluccio di televisione.
Siccome Amici è be’ sì un laboratorio di artistume e creatività, un talent show lo chiamano - la De Filippi ci tiene molto a specificarlo, che è l’unico talent show della televisione italiana [2] - ma anche soprattutto una “scuola”, ai malvestiti di Amici gli tocca pure sorbirsi qualche lezioncina. E da chi, se non dalle loro stesse controfigure di venti, trent’anni più anziane: bacucchi mezzi falliti che si danno arie da grandi esperti il cui ruolo è proprio questo, tramandare ai pischelletti le migliori tecniche per rintuzzare e mantenere in vita ad libitum l’idiota scintilla di wannabe-artisticità. L’insegnante di recitazione è quella che mi piace di più, si chiama Fioretta Mari e si crede attrice perché s’è imparata da brava la dizione quella per-fet-ta, povera cara, è solo un triste donnino centenario col vezzo delle sciarpette da hostess, inutili sbadiglievoli capacità attoriali e un mediocre repertorio di sciocchezze e luoghi comuni assortiti.
La Fioretta Mari, siccome è anche un po’ fricchettona, sottopone i ragazzi a delle lezioni cosiddette di introspezione: in pratica, una via di mezzo tra un incontro degli Alcolisti Anonimi da cartone animato e un corso di meditazione mentecatta come lo improvviserebbe una casalinga scema che s’è appena letta il manuale L’arte di capire se stessi e come si svita un rubinetto di Raffaele Morelli, in regalo in esclusiva su donna moderna. Sono siparietti ridicolissimi, l’esibizionismo isterico di Fioretta Mari (che sbraita ogni due secondi cose tipo “immagina di essere una sedia! fai la sedia! tu, interagisci con la sedia! descrivimi come ci si sente ad essere una sedia!”) contro l’esibizionismo entusiasta dei pischelletti (che non vogliono perdere l’occasione per mettersi in mostra: c’è chi fa il sofferente e fa finta di piangere, chi fa il problematico “io c’ho la fobbbia delle sedie”, chi fa l’intenso “quannnto vorrrei spezzzare le gambe a quesssta sssedia”). E a proposito di una lezione del genere, per l’appunto, voglio raccontarvi una storia che bene descrive la reale impalcatura pavida, bigotta, stupida e conformista di Amici.
E’ la storia molto divertente di un ragazzo che partecipava a questa edizione di Amici, si chiama Sebastiano Formica. Durante una delle lezioncine di Fioretta Mari, una di queste qua d’introspezione, è venuto fuori che Sebastiano è gay - cosa?! gay? hai detto gay? orrore! sconcerto! panico! E’ andata così: Sebastiano doveva interpretare un palo - sì, un palo - e una tenera cretinetti (tale Cassandra, cantantucola da pianobar, aspirazione: wannabe umanitarismo alla AngiOlina Jolie), che aveva il compito di sfogare su di lui in forma di palo la propria “negatività”, non ha trovato di meglio che urlargli in faccia (con un afflato sincerissimo che manco il più zoppo tra gli attori di Centovetrine) “Perché! Perché amiamo la stessa persona!”. Catastrofe: professori che vanno in palla, tagli alla diretta, microfoni che si spengono, telecamere che si spostano, autori che intimano di silenziare il fattaccio, il sito di Amici che tace per un’intera giornata (qui, se vi va: la cronaca della vicenda). Dico, non scherziamo: un frocione dichiarato nella trasmissione di punta dell’indottrinamento defilippesco per bimbetti del sabato pomeriggio? E com’è che si concilierebbe con “Uomini e Donne”? Eh no che non si concilia.
Sebastiano viene messo in sfida il giorno dopo, su decisione inappellabile della commissione, con motivazioni direi debolucce, e due giorni dopo, com’era prevedibile, eliminato e cacciato via in tutta fretta. Nella assoluta tristissima e insopportabile finzione defilippiana - là dove abbondano i protagonisti gay, forse pure gli autori gay, sempre però ehi che non lo si dichiari esplicitamente, o che al massimo gli si faccia fare i buffoni, li si travesta da platinette - e va be’, non ci si lascia comunque scappare l’occasione per umiliare un ragazzo qualsiasi.
[1] la terza fascia d’età, quella over over, è coperta dalla morte nera dei programmi televisivi aka C’è posta per te, ma ok, dai, di questo ne parliamo un’altra volta - se i miei poteri jedi saranno mai così potenti da consentirmi di vederne almeno cinque minuti
[2] se c’è una cosa davvero odiosa tra tutte le cose odiose di Maria De Filippi, è questo suo impassibile e invulnerabile facciadiculismo: ricordo l’anno scorso che quasi aggrediva un giornalista reo d’aver seminato il dubbio che Amici non fosse precisamente un talent show, perché da casa col televoto ci sono le bimbette che premiano il più bono, non il più bravo; ricordo le sue furiose reprimende per cui se tu osi dire che un programma dei suoi è stupido, oh ma come ti permetti, “stai forse dicendo che sette milioni di persone sono stupide?” (nessuno che abbia mai avuto il coraggio di risponderle “sì” - posso dirlo io? sì.)