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Malvageddon #12 - Biancheria intima, lingerie

Lo so che in questo periodo, forse, tira di più non mettersi niente sotto (come la cara vecchia Britney insegna), ma due parole due sulla biancheria intima, che cavolo, le ho promesse e voglio spenderle lo stesso.

anna falchi con reggiseno infioreIn fondo, io, con i primi veri spottoni sull’intimo ci sono cresciuta. Per esempio, ve la ricordate Anna Falchi che mezza nuda, aggrappata ad un enorme reggiseno della Infiore, si paracadutava tra i grattacieli (un po’ Robert Langdon un po’ gigantessa), oppure la Paola Barale ancora grassottella e ruspante che sfoggiava reggiseno e culotte coordinati della Lepel, o meglio ancora le mitiche rotonde e sodissime chiappotte con micro tanga ascellare firmato Roberta che fecero perdere la testa a Ramazzotti, o anche la Eva Herzigowa in wonderbra con frasi maliziosette e sguardo assassino, e così via, passando per la sciapezza di Monica Bellucci (foto - all’epoca ancora in ciociaria-mode) alla più recente e per nulla sexy Yespica (a che serve, ingaggiare una che tanto la si vede in reggiseno - e anche senza - due volte la settimana?), insomma, se avete venti anni o più, certo che ve le ricordate. A me, a ripensarci, viene pure un po’ di nostalgia (e quei primi anni novanta mi piace ricordarli, per noi femmine, come l’era del Paracadute: ve lo ricordate? anche cogli assorbenti ci si buttava dagli aerei).

Per quanto riguarda la pubblicità, oggi come oggi, per sponsorizzare biancheria intima si fa a gara: e a gareggiare non sono più soltanto ragazzotte in cerca di fortuna (che so, svizzere semisconosciute, mezzofinlandesi con le tette nuove di zecca o umili gira-caselle) ma starlette di una certa levatura. Un fenomeno che si è affermato con lo strepitoso successo della lingerie da passerella Victoria’s Secret, grazie ad un manipolo di topmodel pagate a peso d’oro (Gisele Bundchen, Tyra Banks, Heidi Klum e compagnia) e megasfilate pacchianissime in streaming. Così, mentre da noi si esibiscono ex sciatrici avanti con l’età (leggi: Compagnoni) e pessime aspiranti attricette (leggi: Arcuri e Santarelli), c’è chi produce patinatissimi videoclip con Kyle Minogue che si dimena sul toro meccanico, o Kate Moss che addirittura interpreta una serie di corti erotici (entrambe, lei e la Minogue, per Agentprovocateur, che c’ha pure la collezione per donne incinta, pensate un po’, al grido di “maculato forever!”).

D’altra parte, c’è questa cosa a cui hanno pure dato un nome, si chiama Starwear: una tendenza ben diffusa, quella di vestire (male) ispirandosi ai vips (voglio dire: ai vims). E che volete farci, ogni paese c’ha i vims che si merita. Per dire, a proposito di intimo, noi c’abbiamo le Anne Oxa (quanto vorrei dimenticare quel perizoma che le faceva capolino dai pantaloni), i Costantini (anche le sue mutande con elasticozzo di fuori e la scritta Hollywood, anche quelle vorrei dimenticarle), le Simone Venture (il reggiseno che le spuntava qua e là dal vestito da sera, a San Remo, quello l’avevo quasi dimenticato) e via dicendo. Lo ha capito pure Valeria Marini, che in un’intervista a proposito di quella Apoteosi dell’Inguardabile che è la sua linea di intimo subatomico, confessa:

Voglio offrire alla gente lo stesso abbigliamento delle celebrities: uno stile che porti nella quotidianità il sogno televisivo, rendendo spettacolare ogni momento della giornata e protagonista qualsiasi donna che lo indossi.

valeria marini e la sua lingerie seduzioni Ah-Ah. Perché il sogno televisivo, secondo lei, sarebbe mettersi un filo di perle e diamantini tra le cosce? Accidenti, che scomodo.

E comunque, alle povere e comuni malvestite, cosa resta poi, di fatto? Resta il dominio ormai incontrastato di Intimissimi. Una decina di anni fa era “il posto dove vendono cose ok ad un prezzo ok”. Me lo ricordo bene, se eri alla ricerca di una mutanda carina, semplice e a buon prezzo, potevi andare da Intimissimi. Negli ultimi anni, però, i prezzi sono lievitati e, di pari passo, si sono complicati ed imbruttiti i modelli. Un esempio su tutti (e mi dispiace di non poter citare la memorabile collezione natalizia): la canotta coi microbuchini che è uguale sputata a quella da convalescenza ospedaliera, a parte per i reggicalze annessi e quella perturbazione cosmica sul fianco sinistro.

Restano marche autenticamente malvestite come Yamamay e Fruscìo: la prima, che ci accoglie sul sito con un simpatico copricapezzoli di perline e swarovsky, offre capi dalle texture improponibili (fotografati in un già di per sé malvestitissimo interno finto rococò), dalla fodera del divano ad una specie di assurdo leopardato floreale misto azzurro su vestito con bavaglino, dallo stra-abusato raso lucido al pigiama da pappone col dollaro; la seconda, invece, che già in homepage tenta pateticamente di sfruttare la moda nascente del cappellaccio retrò (tuba e bombetta, vedrete), propone noiose collezioni incentrate su leopardi, tigri e pitoni, con reggiseni tendine-muniti sotto alle coppe, utili a camuffare eventuali maniglie dell’amore, bustini dorati corti con guanti da vecchia di paese in lutto, e così via, scusate, ma non ho più la forza di continuare.

di Betty Moore, 23 gennaio 2007

Categoria: chiacchiericci vari, malvageddon

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Malvageddon #10 - Tette rifatte

tette rifatteSta per uscire (o è già uscito?) nelle sale quello che verrà ricordato dai posteri come il capolavoro del 2006: Commedia Sexy. Non so se avete visto i cartelloni, la prima (l’unica) immagine che salta agli occhi è quella di Elena Santarelli fotoscioppatissima (c’ha dei riflessi sugli addominali che manco il Domopak) con una specie di bikini rosa fucsia col pelo.

Elena Santarelli, a proposito, ha le tette meglio rifatte che abbia mai visto. Ogni volta che la vedo penso: che belle tette che si è fatta fare (e poi di solito aggiungo “mica come X”: mettere al posto di X una qualsiasi di quelle citate più in basso). E così ieri, che il cartellone mi passava sotto gli occhi per l’ennesima volta, mi è venuta in mente la fatidica domanda: “Ma le tette rifatte possono essere considerate elemento di malvestitismo?”

L’idea di rifarsi, in generale e non solo le tette, ha certamente in sé il germe del malvestitismo: non per altro, ma perché nel 90% dei casi la chirurgia plastica riesce solo a peggiorare lo stato delle cose. Parlando di tette, o finisci per sborsare una barca di soldi e te ne vai in lista d’attesa dal miglior chirurgo plastico vivente (caso della Santarelli), e allora il risultato, a meno che non aspiri a diventare fenomeno da circo, sarà quasi certamente buono (nessuna palese differenza con un paio di belle pere naturali). Oppure sei una poveraccia che ancora sta ai provini per diventare meteorina, o anche guadagni millecinquecento euro al mese come barista in discoteca (sognando la gloria del Grande Fratello), ma le tette rifatte le vuoi lo stesso. Allora dopo un anno di risparmi sborsi 2000 euro al chirurgo cinese che opera nel magazzino seminterrato dove tengono gli involtini primavera del ristorantino buono buono, e ti ritrovi con due bombe che più che tette sembrano un esperimento di insertion con palle natalizie.

Ma è soprattuto di vipparole semi-dimenticate che pullulano le sale d’attesa dei chirurghi estetici: la tetta rifatta diventa allora un ultima speranza, l’ancora di salvataggio a cui affidare gli ultimi bricioli di fama rimasti. E allora ecco che finisci per sfoggiare due minuscole palle di cannone sull’isola dei famosi, oppure neanche due mesi dopo l’operazione ne ostenti un paio nuovo di zecca e fatte pure male (effetto palloncino con capezzolo sparato in orbita) nel solito noiosissimo calendario.

Oh e poi è insopportabile il modo in cui ultimamente non fanno altro che sbandierarlo e vantarsene. Non c’è velina, letterina, schedina o come cavolina si chiamano che non sgomiti per far vedere a tutti che lei non si vergogna, che ha le tette rifatte e lo dice pure, che bello, guarda, sono finte, evviva! E per festeggiare, anche lei (mio dio, anche lei!) non può farsi mancare un bel calendario. Addirittura falsone storiche che all’epoca di fronte alla prova provata (foto della loro precedente vita come tavole da surf) che non ce l’avevano quelle bombone là, tiravano fuori la storiella dello sviluppo tardivo (eh, in Finlandia anche i maschi sono tutti minidotati fino ai trent’anni), vendono la loro bella dichiarazione al Diva & Donna di turno per chissà quanti soldi (utili ad un secondo ritocchino, magari al mento del marito): ebbene sì, basta con le ipocrisie, sono rifatta anch’io.

Non ci sono dubbi comunque: le tette dure e strette a forma di palla che arrivano sotto il mento* alzano il quoziente di malvestitismo di 10 punti su una giovane, e di ben 40 punti su una vecchiarda. E su queste ultime lo spettacolo è davvero terrificante: tutto intorno c’è una mummia con la pelle raggrinzita, scottata che sembra roastbeef per le troppe lampade, manine secche e piene di macchioline e vene blu e verdi, testone con l’asse spostato in avanti per non far notare la pellazza da tacchino sul collo, e lì in mezzo a tutto questo decadimento molliccio ecco che svettano impertinenti queste due pallette dure e pure, che al minimo movimento si muovono anche loro come due alien sotto alla pelle che però, totalmente priva di elasticità com’è, si sposta seguendo gli alien con almeno dieci secondi di delay (immaginate questa scena con un sottofondo sonoro tipo letto ad acqua).

Per concludere in bellezza, ieri a guardare la Santarelli mi è venuta in mente un’altra cosa, un po’ macabra a dire la verità, ma può darsi che tra voi ci sia qualcuno/a che sa come funzionano queste cose. Mi chiedevo: quando una con le tette rifatte muore, che cosa succede? Gliele levano prima d’intombarla? Oppure le lasciano lì dove sono e, dopo dieci anni, metti caso che per qualche motivo devono riesumare la salma, nella bara ci trovano uno scheletro tutto putrido con le due saccocce gelatinose intatte appoggiate sopra? Eh?

* e non me la voglio mica solo prendere con la chirurgia plastica, eh: vogliamo parlare di quei Wonderbra che trasformano un semplice golfino attillato in un porta cocomeri?