Due rivistacce che proprio non mi riesce di prendere sulle ginocchia nemmeno dal dentista mentre aspetto il mio turno per farmi cavare un dente - e questo dovrebbe dirla lunga, no? quei pochi minuti d’angoscia che precedono la trapanata c’hanno il potere di avvolgere anche le più misere schifezze di una luce fatata imbellente e spargi-grazia, e persino le foto che ci stanno appese sulle pareti della sala d’aspetto (il dentista che taglia trionfante il traguardo della maratona di New York dopo ventisei ore di tirata, allampanatissimo con un coglione peloso che gli sventola fuori da sotto i pantaloncini troppo corti) diventano un nostalgico richiamo alla bellezza della vita - due rivistacce così, dicevo, sono Gente e Oggi: ce le avete presenti, no? di sicuro l’abbonamento combo ce l’ha pure il vostro di dentista (non c’è niente da fare, lo sapete, sono dei maniaci), Gente e Oggi sono di quelle cose per cui mi piace pensare che tanto tempo fa un saggio monaco tibetano abbia coniato l’epiteto “una cagata in petto”, perché sì, dai, non vi sembra super calzante? davvero basta darci un’occhiatina rapidissima, a Gente oppure a Oggi (tanto sono identiche, è la stessa pappetta, ogni settimana estraggono a sorte gli articoli che di volta in volta vanno sull’una o sull’altra), non si può non venir colti all’istante da un senso di oppressione nauseabonda, un peso mefitico qua all’altezza del petto,
che è il peso di quel tumulto vorticoso di cretinate puzzolenti che mescola secondo uno schema stracollaudato la peggio televisione, momenti privati e pseudo-gossip di gentaglia della peggio televisione, indecenti notiziole cronaca vera “mi sono riattaccato da solo un dito con la Vinavil, rendo grazia a dio che mi ha dato un figliuolo che nel tempo libero sniffa colla”, il palinsesto della peggio televisione per la prossima settimana, le ricette di qualche vecchia ciabatta della peggio televisione, Padre Pio, e nel peggiore dei casi: Le Ricette di Padre Pio reinterpretate dalla starlette zoccola della peggio televisione (prima puntata: Il maialetto in agrodolce con Ciliegine Stimmate). Ci pensavo per l’appunto la settimana scorsa, che in un paese buono e giusto bisognerebbe privarli per legge del diritto di voto, i bifolchi che comprano e s’abbeverano di rivistacce come Gente e Oggi; e cosa non ti trovo in edicola? il calendario benefico dei politici italiani (Grandi tra i Grandi, i politici per i bambini), in allegato a Gente.
Volevo parlarvene un po’ perché merita, è divertente (molto poco): io me lo sono appesa in cucina, nel freezer. In due parole, dovrebbe essere il classico intreccio di sguardi commoventi bimbi-felici adulti-felici che celebra il classicone strappalacrime Volemose Bbene Pure Se Tu Sei Negro E Io No: nell’introduzione firmata da Bruno Vespa (con la giacchetta buttata in spalla sono-una-persona-semplice-e-non-sto-a-badare-alle-forme e l’occhietto che ammicca luminoso pieno di sincera benevolenza che si strugge al pensiero della tragedia di quei poveri senza dio menomati da un eccesso di melanina) c’è scritto che “di qualunque razza siano, i bimbi di questo calendario sorridono tutti allo stesso modo” - giusto, bravi, ma per sicurezza, ché non si sa mai, hanno pensato bene di scegliere dei bimbi che per lo più (volendo parafrasare Berlusconi su Obama) sembrano reduci da una settimana bianca a Courmayeur con lo zio senatore del Piddì, nessuno che c’abbia sul serio un colore o una faccia che risalti troppo diversa dagli altri, tutti bamboletti modellucci di biancheria intima infantile per cataloghi patinati (Marini Jeans Pour Enfant), che è più facile e confortante (e se proprio c’hanno l’occhietto un tantino a mandorla o i capelli un tantino frisettati non importa, basta che c’abbiano il nome apposto che raddrizza le cose, Salvatore per esempio - quanto è tenero un cinesino che si chiama Salvatore? - o meglio ancora Cristian - ce n’è una marea di Cristian: perché meticci ok, passi, ma Mussulmani col cazzo); eventualmente poi ci pensa Fausto Bertinotti, che orgogliosamente rivendica di non essere per niente schizzinoso, a fargli vedere sul suo grosso librone pieno di figure com’è che sono fatti quei mostri di cioccolata pagani vestiti di stracci.
Anche Mara Carfagna ha scelto di intrattenere i bimbi sfogliandoci assieme un librone preso a caso dalla libreria del suo ufficio, che interessante!, tutto pieno di foto di qualche cittadella medievale del centro Italia, i bambini devono esserne andati pazzi!, e poi quando hanno finito di rompersi le scatole col librone si sono messi a scrivere sul blocchetto del ministero, e guardate qua che meravigliosa scoperta, a giudicare dalla intensa partecipazione che ci mette, e considerando che il blocchetto sembra ancora tutto intonso, potremmo forse averci tra le mani una inaspettata soluzione al mistero dell’occhio appallato di Mara Carfagna, altro che infarto del chirurgo estetico durante l’operazione di lifting o altro, io dico che può essere questo: che la Carfagna s’è fatta installare uno speciale dispositivo oculare per leggere l’inchiostro simpatico - utilissimo! Invece Ignazio La Russa ha scelto di rappresentare a puntino il cliché dell’uomo vero schiena dritta e muscoletto teso (è molto bello il contrasto tra la villosità phonata del braccio e del faccione rude, e la manina glabra con le ditine piccole e morbide da femminuccia nana) e amor di patria (che si esplica nel modo più idiota possibile - del resto, come altro può esplicarsi un’idea idiota? in modo idiota, appunto - col braccialettino da spiaggia tricolore).
Renato Schifani si fa la manicure lunghetta triangolare e c’ha quei quattro capelletti unti spiaccicati ad arte per rimpicciolire minimamente il metro quadro di zona alopeciata, e questo già dovrebbe dirla tutta sulla caratura morale di un essere umano, per di più i bambini della foto mostrano evidenti segni di profonda irritazione e disagio (il bambino a sinistra fa finta di niente ma sta evadendo lentamente dall’inquadratura, “ancora un passettino, un passettino ancora…” - Schifani con un sorrisetto tiratissimo tenta di fermarlo infilandogli un’unghietta triangolare nella testa - la bambina più grandicella sulla destra, intanto, guarda torva Schifani che le ha appena appioppato una larga manona morta sulla spalla). Al contrario, la foto dove ci sta Gianfranco Fini è l’unica in cui i bambini sembrano davvero divertirsi un pochino, ma è stato un attimo (si vede: è tutta sfocata), e meno male che il fotografo tra i diecimila scatti di posa è riuscito a catturare quella minuscolissima frazione di secondo (non che fosse merito di Fini: è successo che nel corridoio più in là a un certo punto s’è visto Schifani che ruzzolava sulle scale). Anche Alessandra Mussolini ci sa fare con i bambini, con le bambine cioè, e in modo esattamente speculare al suo ex collega di partito, La Russa, mette in scena il cliché della femminilità vacua vanitosetta e malvestita acconciando i capelli di una bimbetta scazzatissima. E poi c’è lui, Silvio, che è l’unico pesantemente photoshoppato (asfaltatura blurata, imperfezioni piallate, pelle di seta, pappagorgia tirata su, borse svanite), con una coppia di italianissimi bimbetti d’origini orientali (Leonardo lui, Chantal lei: non solo italianissimi quindi, la madre dev’essere pure una drogata di soap opere televisive - Chantal non ha altra provenienza se non le soap sudamericane del pomeriggio su Rete Quattro - è il pane del nostro premier! è la sua base elettorale!), e però nonostante l’espressione di pacifica amorevolezza di Berlusconi i due bimbetti fanno delle facce terrorizzate (la bambina invoca aiuto fuori campo, lui ha le labbra che gli tremano) si vede chiaramente che stanno pensando “forse era meglio Schifani”.
p.s. settimanaccia schifosa l’ultima, scusate. mi faccio perdonare nei prossimi giorni, che vi beccate le recensioni dei librazzi di Patrizia De Blanck e di Morgan - lo so lo so: che bello, grazie Betty! prego, vi lovvo di bbene :-)
Se Mara Carfagna esistesse dentro uno di quei fumetti fantascientifici Weird-Qualcosa degli anni cinquanta, be’, ci sarebbe da sbadigliare annoiati perché oh, è sempre la solita solfa, com’era ingenuotta e facilona la fantascienza anni cinquanta!, un personaggio del genere lo si capirebbe a prima vista - la vitrea fissità e l’imbalsamazione rigidissima, la parlantina monocorde e lo sfinente inesorabile [1] accumulo di parole su parole intorno a un pensierino minuscolo (dicesi Mastrotismo: è la scuola di retorica e dizione vendi pentole e materassi colognomonzese-mediashopping [2]), l’occhio vitreo in stand by sulla Cura Ludovico, il sorrisone 24/7 a dentiera completa e la risata finto-cordiale che scandisce AH-AH-AH, e si sentono pure le acca - è ovvio che gli hanno azzerato il cervello e gliel’hanno riprogrammato in laboratorio (sicuro c’ha pure l’antennina per il remote control da qualche parte sotto la parrucca), non sarebbe altro che un pupazzo faccia di bronzo capace soltanto di ripetere a pappagallo quelle quattro nozioncine sghembe [3] che gli hanno ficcato in testa (mica per altro, è che c’aveva poca RAM, si sono dovuti accontentare di poco [4]) - i comunisti sono cattivi [5], dio patria famiglia, il grande partito delle libertà, il conflitto di interessi non esiste [6], i rifiuti di Napoli sono spariti [7] - e però invece, siccome Mara Carfagna sembra esistere (chi l’avrebbe mai detto [8]) fuori da un fumettino sci-fi anni cinquanta, allora forse è anche peggio, è sicuramente peggio: altro che avanzatissimi nanoscopici microchip da infilare nel cervello, qui parliamo di una banale riproducibilissima scatola di cereali, proprio a voler esagerare in complessità, guardate un po’ (il video, su youtube, è qui)
[1] provateci a fermarla una come Mara Carfagna, non c’è niente da fare, Daria Bignardi c’ha provato ma niente, Mara Carfagna deve concludere la slavina verbale con un punto, sennò niente, c’ha la frenata lunghissima
[2] l’idea sarebbe di immergere qualche concettino informe e vaghissimo (i Valori, di solito) in un brodino allungato a dismisura, dai toni il più possibile convinti e roboanti
[3] addirittura “l’egualitarismo è una distorsione dell’uguaglianza voluta dal comunismo, solo diritti e niente doveri né merito”: non sa quello che dice, si vede, sta ripetendo per sentito dire, la butta là a casaccio [9] - ma la domanda vera è: chi le dà ripetizioni, Daniele Capezzone?
[4] delizioso lapsus-perla dell’intervista con Daria Bignardi: “sono contraria che la discriminazione sia basata sull’orientamento sessuale”
[5] nonostante in Forza Italia si ripeta come un mantra, abbasso il comunismo, e nonostante la stessa Mara Carfagna sia felicissima di giocarselo come asso pigliatutto, non ne sa un accidenti di niente: Daria Bignardi le chiede cosa sono i comunisti e Mara Carfagna tenta di cavarsela con la parlantina a macchinetta, dice che i comunisti sono quelli che hanno valori diversi dai suoi e che si è visto in parlamento negli ultimi anni, Daria Bignardi insiste per sapere qualcosa di più preciso e Mara Carfagna si rifugia nel sospirone “eeeh quante cose potrei dire sui comunisti”, ma non sapendo in realtà che cavolo dire, dice esattamente il contrario di quello che ha appena detto, e cioè che si sente la mancanza dei comunisti veri, e allora Daria Bignardi le chiede in che senso, e Mara Carfagna alle corde getta la spugna: “non voglio dare giudizi”
[6] per cui scatta l’allarme rosso e, secondo copione, l’automatica minimizzazione (con tono di scherzosa noiosità, “ancora questa storia!”) e poi l’altrettanto automatico spostamento Mediaset-Rai, “non mi sembra giusto pagare il canone per una rete schierata”
[7] sì, e “le strade di Roma sono sgombre dalle prostitute”, oooooook
[8] e non solo esiste, è anche un simbolo del “ricambio generazionale”, meno male!, ed è giusto che reclami l’attenzione de “le persone che vanno in piazza ad esaltare Obama, che ha appena qualche anno di esperienza politica più di me…”
[9] ma che ignorante e ignorante, che volgari insinuazioni! ha persino scritto un libro, ehi! e non c’è motivo di credere che se lo sia fatta scrivere, no? (maligni!) però pensate che buffo, Mara Carfagna parla esattamente come parlerebbe una sprovveduta ignorantona che il libro se l’è fatto scrivere dagli schiavetti portaborse: ne parla vaghissimamente (evitando con cura ogni specifico riferimento che le fa Daria Bignardi) e dice anche, addirittura, “ho riletto il libro e devo dire che mi piacciono molto quelle storie” - buffo no?
Tutte le complicate elucubrazioni e le spiritose storielle “lo lascia non lo lascia che bastardo eh be’ la dignità di una donna l’orgoglio lascialo! oddioddio guardate si tengono la manina! ci sarà di mezzo l’eredità?” sulle quali parecchie sciampo-giornaliste amano esercitarsi di tanto in tanto a proposito di Veronica Lario [1] - facendone nel peggiore dei casi un simbolo di coraggiosa e indomita affermazione femminista - risentono tutte di un fondamentale equivoco grosso così, alimentato negli anni da una sottile campagna di promozione pubblicitaria (messa in atto col contributo delle stesse agguerrite sciampiste e di un manipolo di compiacenti minchioni - ultimo in ordine di tempo quel paramecio comatoso di Walter Veltroni) per cui si parte ogni volta dallo stesso sgangherato assunto di fantasia: che Veronica Lario sia una donna ricca di stile molto intelligente molto colta e molto garbata molto raffinata (che in pratica cioè sarebbe molto meglio del marito - che come si sa è rozzo, sguaiato, volgare e un po’ tonto).
Per capire Veronica Lario quella vera, spogliata di questa sua sopravvalutante reputazione fatta di saliva, non c’è niente di meglio che immaginarsela nei panni della biondona ignorantissima di Criminali da strapazzo, che accidenti le stanno su a pennello (certo con le dovute differenze - per dirne una: che a suo marito, suo di Veronica, il colpaccio gli è riuscito prima ancora di sposarsela), e la storia è questa: che a un certo punto Veronica Lario deve essersi scocciata di starsene in panciolle a galleggiare nel piscinone sotterraneo con le pareti tappezzate di televisioni, deve essersi scocciata di trascorrere infiniti pomeriggi spostando zebre di ceramica e pierrot ingioiellati e arpe di cristallo da un salotto all’altro e dev’essersi pure scocciata di giocare con i domestici nella camera delle torture e di telefonare a vuoto “no signora guardi è a colazione con Dell’Utri e la signorina Tetta Matta del Drive In”, tanto più che il marito s’era messo a invitare prestigiosi uomini di cultura per una visitina del suo splendido giardino più mausoleo, non le andava a genio di passare per la frivola ex-attricetta fallita e sfaccendata che fa da soprammobile riproduttivo del boss, e poi che strazio ai party con la meglio dirigenza der bigonzo averci da vantare appena quella misera particina nel film più brutto del mondo e tutti allora che si mettono a pregarla “e dai facci il braccio mozzato che sanguina! e dai facci il braccio mozzato che sanguina!” e lei che corre in cucina a prendere il ketchup e ci si insozza il vestito da sera, ah be’ che cavolo, che umiliazione! era necessario prendere al più presto qualche drastico provvedimento;
e così, come capita alla biondona ignorantissima (“trasformare una zozzona come me in un articolo di classe?”), Veronica Lario decide di farsi cucire addosso una controfigura pubblica un pochino meno inutilmente inutile che fosse il più possibile vicino a quel genere ideale di virtuoso angelo del focolare dedito ad attività e piaceri profondamente intellettuali letterari e artistici (ovvero: la casalinga stramiliardaria con le mani in mano senza neanche un rubinetto da lustrare [2] che interpreta l’iconcina della sofisticata nobildonna di bianco merlettata che legge assorta alla luce del caminetto al plasma): detto fatto! fedele all’insegnamento del marito, Veronica Lario sa bene che non c’è nulla di più facile, basta saperla raccontare nel modo giusto - e poi ok tocca trovare qualche gonzo che faccia girare la voce: ma quello è un gioco da ragazzi, c’è la fila fuori - e così piano piano il bruco-bburino si trasforma in una bburino-farfalla: da promettente artista a riposo, Veronica Lario proclama il teatro la sua grande passione (oh, come la Marini! del resto c’hanno entrambe un carrierone teatrale che se la battono), da piccolina è stata temprata sui classici del pensiero occidentale (amava Proust sopra ogni altra cosa: “ogni volta che assaggio una cotoletta, nel momento che le briciole di impanatura mi toccano il palato, ah!, avviene in me qualcosa di straordinario”), prende a firmare qua e là ridicoli articolini dove si cita gente di cui lei non sa niente ma gli studentelli imprigionati a pane e acqua giù in cantina le hanno assicurato che sono tutti tipi famosissimi (“scusate ma chi, Mary Popper la tata volante?” “ehm no signora Lario, il filosofo”),
l’elevata educazione dei figlioletti sempre al primo posto (li spedisce in esilio nelle scuole coi nomi strani che lei nemmeno riesce a pronunciare così diventano intelligentoni e gli fa leggere i ritagli di giornale con le notizie più importanti per stimolare il dibattito - “ops che stupida scusate è più forte di me, l’ho ritagliato di nuovo a forma di omini che si danno la mano”), esibisce banali pensierini moderatamente in opposizione con quelli del marito (che è molto più fine ed elegante e poi in fondo che sarà mai, si tratta di robine prudentemente progressiste così inoffensive - e tutti stupiti le dicono “oh ma che donna dalla brillante indipendenza!”), si compra un giornalaccio vanitosetto finto-anticonformista di quart’ordine (non c’avrà a disposizione un fascinoso mentore alla Hugh Grant, ok, ma anche Giuliano Ferrara c’ha un sacco di cose interessanti da insegnare - per esempio come si fa a spararsi millemila ore di allucinanti sproloqui televisivi e beccare un consenso zero virgola zero periodico, che non è mica facile) e poi ovviamente quando per un attimo è sembrato fossimo lì lì sul punto che alle conferenze stampa del consiglio dei ministri il marito avrebbe cominciato a chiedere un parere al suo pisello “e tu Pierwilly che ne pensi?”, allora hanno colto l’occasione per sfoggiare lo scambio di fake letterine e con queste inaugurare un genere nuovissimo di telenovela via quotidiano che siamo tutti felicissimi di sorbirci e commentare molto seriamente (e che goduria, mucchi di anzianotte rinco-femministe andate in solluchero con un niente, tutte emozionate che scuotono i pugnetti artritici e gridano vendetta) - così facciamo finta che Veronica Lario non sia soltanto una cascante e sfatta versione in via di scioglimento del solito stereotipato donnino Mediaset, la salma dell’ex-ex-ex-pupa del capo che si imbelletta da pagliaccio si frisetta il capellone si gonfia e stiracchia dappertutto e sputa fuori le tettazze mosce come una giovane cafonissima wannabe-soubrettina qualsiasi col faccione da pugile suonato, facciamo finta che non sia più soltanto quella stessa triste ragazzotta bburinona senza speranze che Berlusconi vide per la prima volta tanti anni fa mezza nuda e pensò “dopo se c’ho tempo questa me la faccio, tu che ne pensi Pierwilly?”.
[1] che forse non lo sapete (io non lo sapevo), è un omaggio in gran stile alto-brianzolo alla biondona d’altri tempi Veronica Lake
[2] perché sì la consorte casalinga del sovrano, che non c’ha un tubo da fare, può permettersi di realizzare appieno lo spaventoso luogo comune dell’eterea femminilità predisposta alla cura dello spirito e del mondo immateriale delle emozioni e del sentimento (e quindi certo adatta alla delicata empatica gestazione del marmocchiume schifoso - ehi sono queste qui le cosette per cui le femminelle son fatte; tutto il resto, le concrete materialissime pratiche di tutti i giorni, quelle sono riservate ai più terreni e rudi omaccioni)
Mi sembra giusto: il papi li usa in campagna elettorale per stuzzicare i nostri conturbanti desideri infantil-principazzurreschi (dove l’aristocratico cavaliere coll’armatura e il caschetto biondo, al passo coi tempi, s’è trasformato in un palestrato imprenditorotto brianzolo col cravattone e mezzo chilo di gel), dobbiamo ringraziare questi utili giornaletti che tempestivi ci consentono di farci un’idea precisa su quanto son belli bravi fighi e intelligenti Piersilvio e Marina, così possiamo sospirare più sospirosamente sognando ad occhi aperti che un giorno chissà forse in una prossima vita, nascere figli di una bodyguard di un autista di una domestica o di un giardiniere, oh sì! e PierLui bellissimo col petto nudo oliato che riflette la calda luce del tramonto joggingando distrattamente davanti la stalla, vedendoti frustata dal capomaggiordomo perché non hai spolverato a dovere il plasma in cripta, accorrerà in tuo soccorso ordinando “ehi tu fermo! perché frusti questa incantevole creatura? come ti chiami, incantevole creatura?” - oppure certo, sì, la timida e impacciata segretaria-appendino cocopro ignorata da tutti e che però a un certo punto il boss scoprirà sotto gli occhialoni i brufoli i baffi le vene varicose lo strabismo la pancetta l’alito pesante…un cuore grande grande che palpita d’amore! Ah, che sogno.



Spero non abbiate mancato le interviste di Piersilvio su Vanity Fair, di Marina su Anna: non che ci sia alcun buon motivo per mettersi a leggerle, anzi, sono quasi per intero il solito concentrato di noiose innocue banalità studiate rivedute e corrette dalle cavie peruviane laureate in lettere che gli fanno da ghostwriter, a loro e non solo, pure al giornalista intervistante (che nella migliore delle ipotesi è un pupazzo gonfiabile con la parrucca, tipo Maria Latella). A parte le foto, che meritano sì, qualcosina divertente nel testo delle interviste qua e là si trova, nel loro comune noioso ridicolissimo tentativo di montare un’immagine che risponda ai requisiti di grandelavoratore - grandeumiltà - grandepassione - non-è-stato-facile (ce-lo-meritiamo-dove-siamo):
per esempio è da spanciarsi quando in apertura c’è descritto il salotto di Marina, “il coffee table non allinea soltanto i prevedibili cataloghi d’arte, ci sono invece un po’ di romanzi sparsi e in cima alla pila uno di Alice Munro”, che simpatica messinscena (s’è pure preparata - cioè, la cavia peruviana le ha preparato - il commentino da antologia scolastica: “storie quasi sempre tristissime, vite di donne complicate che finiscono male” uh ma che intrigante, una donna così di successo che legge di donne complicate e infelici!), ricorda un po’ il woody allen disperato che per far colpo sulla tipa sistema riviste dischi e medagliette in giro per casa; povera Marina, si fa fotografare in pose miaaaaaoooo stile book bburino da matrimonio, guardatela, è così orrendamente attaccata a quel banale prototipo paterno di ostentata bellezza malvestita da volgare scosciatona televisiva, lei ci prova coi suoi vestitozzi attillati le pere strizzate di fuori il suo strano faccione trapezoidale rigorosamente trequarti (e mica si deve notare, oh, che ce l’ha più largo del giro vita), una ranocchia mascelluta con le labbra appaperate e gli occhioni tiratissimi da catalogo estremo di chirurgia estetica, accidenti, dev’essere dura essere la figlia cessa di uno così, che se non fossi sua figlia ti prenderebbe per il culo - e che se non fossi sua figlia, forse forse a esagerare, in mediaset potevi appena farci la concorrente del grande fratello che tutti dicono “ma sì dai, il travestito è quella”



Piersilvio invece, che così a occhio lo si direbbe spiccicato al cento per cento il tipico modello del maschio lesso da palinsesto mediaset in salsa alta managerialità yuppie (praticamente il commercialista vice-pappone di Lele Mora), vale a dire il gay camuffato che si veste firmatissimo col capello plasticoso il mascellone selvaggio la lampadatura perenne il fisico scolpito e la fake-fidanzata dal cervello leguminoso - Piersilvio è sopratutto questo sì, l’ebete bonazzo in bianco e nero da reclame del dopobarba che fa rimorchiare, ma scopriamo che no non soltanto, nasconde alcune sue superfascinose stramberie che non t’aspetti, per esempio quando corre nel megaparco del villone arcoriano c’ha il riflesso autistico-giovannialleviano di salutare “per nome i miei alberi preferiti”, e guardate qua sopra che foto (grazie Pam), straordinarie!, dopo il culturista nano sudaticcio con l’addominale storto scombinato adesso Piersilvio vuole presentarsi allo stesso tempo come biker sfrontato a metà tra renegade e un baffuto frequentatore del blue oyster bar, il tronista calciatore col bicipite gonfio e poi be’ questa ultima eccezionale personalità new entry, lo spacciatore tossico senzatetto minaccioso con l’occhietto vitreo che sta aspettando gli acquirenti in un angolo appartato del parchetto pubblico (che appunto in realtà è il praticello dietro la depandance adibita a sauna per Princi, il cane di Marina), e con questa mi sa che almeno in quanto a sexy intriganza e problematicità e Merito gli dà dieci a zero - lui che viene dalla strada, dallo spaccio, dal retro della sauna di Princi! - alla sorella-ranocchio e ai suoi stupidi libretti da coffee table.
C’è una cosa su Michela Vittoria Brambilla che non riesco a raccapezzarmici. Da quando Berlusconi l’ha sparata grossa sui mille milioni, il pdl eccetera, la Brambilla non è più la stessa: da quel giorno là, ogni volta che Michela Vittoria va in tivvì, si lega i capelli.
Capisco che ai meno intelligenti tra voi possa sembrare una pura coincidenza, una robetta da niente, una superficiale constatazione. Ma appunto siete i meno intelligenti. Sapreste altrimenti che nella pratica soap-operistica - di cui MVB, come dicevo, è una agguerrita rappresentante - un parrucco-cambiamento del genere non è mai casuale, anzi, è un fatto importantissimo, capitale: sopratutto in relazione a personaggi come la Brambilla - che il parruccone insolito è l’unica cosa che la differenzia da qualsiasi altra starnazzante mediocrissima bassa politichetta da bar caricata a slogan da papersera - personaggi sansoniani da soap come lei, che la parrucca è tutto, è proprio attraverso la parrucca che mandano al pubblico un preciso messaggio di carattere emotivo-sentimental-intenzional-shampistico.
Se il manto sciolto sul petto era una soluzione che mirava a creare una cornice coerentemente nonsense ai discorsi sgangherato-fumettistici della Brambilla, con quel tocco essenziale di presuntuosa spregiudicatezza outsider di rottura (del vecchiume da grigia permanente phonata), bisogna chiedersi qual è oggi lo scopo del capello legato: be’, è facile ipotizzare che si tratti di una studiata evoluzione del primo Brambillismo, il tentativo di rendere il contesto visivo meno spregiudicato sboroncello ma più serio, più impegnato, più normale anche e rassicurante, ora che ci si avvicina ad un concreto brambillismo istituzionale - il che è molto interessante da un punto di vista malvestito, se considerate che i discorsi brambilliani - a fronte di questa evidente mutazione tricologica - rimangono però sempre gli stessi uguali noiosi illogici arroganti e insensati urletti da quattro soldi: se ne conclude quindi che pure i capelli, quelli giusti al posto giusto, possono avere un loro notevole peso politico, il che ora che ci penso, insomma, non è poi questa grande novità.
Può darsi che questa estate ce la ricorderemo tutti a lungo e per un sacco di tempo, voglio dire, con la stessa allegra spensieratezza che avrebbe un giapponese nel ricordare i giorni d’attività del progetto manhattan.
No, non intendo parlare dell’imbottitura invernale delle crocs (ma dai, è chiaramente una boutade, chi mai accetterebbe di mettersi ai piedi una cosa che sembra ideata da un paramedico sherpa), no, neanche del fatto che pare sia finalmente arrivato il momento di smetterla con quell’immorale disgustoso darla via al primo politico pelato cicciottello minidotato di turno per uno spazietto in tivvì - adesso pare che basti semplicemente accoppare o quanto meno essere sospettati di averci a che fare nell’accoppamento di qualcuno (e magari esser fighetti e farsi una bella comparsata funeralesca con alle spalle una non-stop di un paio di giorni da parrucchiere ed estetista [1]) e via con le serate in discoteca - e no, non intendo parlare neanche del matrimonio briatore-gregoraci (per quanto, ehi, qui mi sa che dovremmo aggiungere una nuova festività al calendario malvestito - che ne so, tipo nozze di Canaan).
Piuttosto, invece, vorrei parlare di come st’estate, forse, si sono poste le basi per trasformare la nostra nella prima repubblica occidentale guidata da una malvestit-tì-tì-tissima di prima classe, una semo-bburini d’origine controllata, Michela Vittoria Brambilla - parliamo di questo (ah già che stupida, c’è scritto nel titolo, era evidente).
Mi capita spesso di sentir dire che la Brambilla sarebbe una specie di calco xx di Berlusconi, ma invece secondo me no, non è esatto. Se Berlusconi, un po’ come il Tom Baxter di Woody Allen, ci scommetto, dev’essere fuggito di straforo dallo schermo di chissà quale filmone vanziniano (probabilmente perché non ci si sentiva a suo agio, poveretto, lui che è troppo più avanti di una semplice vanzinata - e lo stereotipo dell’anziano cummenda petto in fuori pancia in dentro, avvizzita virilità ostentatissima, dentiera spalancata e cordiali ganascini a destra e a manca, lui, se lo pappa a colazione [2]); Michela Vittoria Brambilla, al contrario, non è saltata fuori ma sta invece disperatamente tentando di ficcarcisi, in uno schermo, e non quello di un film qualsiasi ma dentro lo schermo di una soap opera, sapete, del tipo di quelle italiane del pomeriggio: Michela Vittoria Brambilla è la rampante donna politica aggressiva ma sensuale (funziona meglio se venuta dal basso [3], ve l’immaginate? da segretaria saccente un po’ zoccola, strappato con l’inganno il 100% delle azioni societarie al suo ex boss e amante, a imprenditrice di successo e quindi giù in politica) come l’avrebbe potuta scrivere uno degli abili sceneggiatori di Vivere (con qualche piccolo ritocco, del resto, io ce la vedrei alla grande pure come vetrinista in Cento vetrine, o come scoglio del golfo di napoli in Un posto al sole), e guardarla concionare pubblicamente sul palco è quasi come godersi le sfilate palesemente fake che ci sono in Beautiful (passerella lunga un metro per tre, uno sparuto gruppino di giornalisti su sedie da picnic, le stesse due modelle che fanno su e giù, un paio di vestitini della collezione Barbie).
Lo sceneggiatore di Vivere ricorre alle più ovvie convenzioni del genere soap: di costruire un personaggio anche solo lontanamente realistico non gliene frega niente, il racconto della soap non ha nulla a che fare col realismo, non importa che la recitazione sia approssimativa, che le battute siano farcite di demenziali banalità imparate a memoria e ripetute a pappagallo con faccia di bronzo, che persino l’aspetto e il modo d’abbigliarsi siano improbabili e ridicoli - non potrebbe essere altrimenti, una soap è fatta così;
ed ecco i capelli cartooneschi (che per risparmiare son tinti con lo stabilo boss - e chissà quale grave indecisione tra l’arancione fanta e l’azzurro manga), liscissimi e sempre sciolti sulle spalle, con l’onda pietrificata di lacca, il cui significato è “fieramente femmina e femminile così a mio agio con me stessa che posso permettermi sto osceno casco di spaghetti al salmone, zexy”; il viso slavato e privo d’imbellettature (le orecchie a sventola sempre ben nascoste, che non è opportuno scalfire con simili deformità tale ariana perfezione), niente gioielli se non la micro collanina, ovvero “una donna semplice ma sincera, non mi nascondo dietro a niente, non ho tempo di concedermi inutili frivolezze”; i tailleur neri tutti uguali (boh, c’avrà il guardaroba di pezzi tutti uguali come mr Bean) che ci dicono “una donna seria e praticissima, una lavoratrice tutta d’un pezzo, con un indole forte e irremovibile”; e tuttavia la gonna sempre molto corta e l’autoreggente che rimane in bilico sempre lì lì ad un passo dal far capolino (e lei, uuuuh, non vede l’ora!), perché in fondo non esiste caratterizzazione più classica e fondamentale per una donna da soap di quel suggerimento più o meno esplicito sulla sua carica erotica (il resto, in confronto, è un superficiale ghiribizzo, un optional), e non esiste soap in cui la Donna Di Potere o aspirante tale (sotto gli ottanta anni, ovvio) non sia anche una sensualissima e irresistibile mangiauomini d’impostazione marcatamente dominatrix (leccami i tacchi a spillo, toh, e la punta acuminata delle scarpette pure, aritoh, ti ci schiaccio i capezzoli come fossero mozziconi).
Guardate il video qui a destra. Sarebbe il messaggio della Brambilla agli studenti dei circoli della libertà cosiddetti Universitas [4]. Tutto è stato regolato perché fosse il più possibile in sintonia con l’argomento: essendo l’argomento, appunto, “qualcosa che ha a che fare con gli studenti”, la Brambilla preferisce liberarsi del tailleur vedovile in favore di qualcosa che suoni più rassicurante, meno sensuale, più da maestrina, una camicetta sbarazzina coi laccetti, le maniche tirate su (non le gambe quindi ma le braccia in mostra, più innocue e materne), al posto della sobria collanina un’enorme croce sbrilluccicosa, coattissima, che fa il paio con i braccialettoni argentati e ne rivela tutta la più intima semobburinità (eh va be’, tra giovani ci si lascia un po’ andare); per quanto riguarda l’ambientazione, lo sceneggiatore di Vivere dà al suo scenografo di fiducia il compito di mettere in piedi una stanzetta che abbia qualcosa a che fare con gli studenti, con l’università, e lo scenografo allora grazie forse ad un qualche provvidenziale sondaggio (meno male che è abbonato a Panorama - altrimenti, accipicchia, lui aveva optato per un poster di Tony Renis sullo sfondo) viene a sapere che spesso ci si trova una libreria in casa di studenti, nientemeno. E così lo scenografo fila dritto a comprarne una (da Ikea, e la poltroncina anche: l’inconfondibile Scömodj), e poi però, una volta montata, quando c’è da decidere cosa di preciso mettere sulle mensole, spiazzato e in preda al panico, non trova di meglio che un vasetto pieno di sassolini, l’orario dei treni, qualche rivista (meno male che è abbonato a Panorama), un telefono. Neppure malvagio come insieme, in perfetto stile soap, magari giusto il telefono scollegato, quello se lo potevano risparmiare.
Non so voi che ne pensate, ma io tutto sommato, forse, preferirei votare Brooke (al limite Stephanie).
[1] non guasta essere due complete mentecatte capaci di spacciare per vero un fotomontaggio che gli fa mangiare la polvere a Ed Wood, congratulazioni
[2] l’avrete certamente già visto e stravisto con quel suo completino travoltiano, da maître di un gay-bar d’ambientazione vintage - e non a caso dico gay-bar, accidenti, con quella manina moscetta un po’ così; e come non apprezzare la geniale pennellata da magnaccia televisivo: il pendaglio sbrilluccicoso al collo, manco fosse la salma incartapecorita di Costantino Vitagliano, va be’ che pare stia tirando parecchio ultimamente, il magnaccia style
[3] eh, lo so, state pensando che l’interpretazione soffre delle reali origini della Brambilla, ma che volete che sia una tigre da salotto, e poi che cavolo, per spernacchiare certe sciocche obiezioni hanno creato apposta il concetto di “invidia sociale”
[4] ma sti circoli della libertà voi ne avete mai visto uno, a me sembrano un po’ come gli ufo, decine di migliaia di iscritti ai circoli della libertà - dice la Brambilla - e io non ne ho mai avvistato uno, attendo con un pizzico di timore il mio primo incontro ravvicinato
Ce l’avete mica presente Beatrice Borromeo, la nipote piccola ed erede (intellettuale - cof cof - e morale - aricof) di quella oca giuliva mummificata della Marta Marzotto?
Sì, la Beatrice che poveretta ogni puntata di Anno zero che passa ti viene quasi da rivalutare l’ormai mitico Bellucci pensiero. Sì sì, lei, la pischella con il musino sperduto e inespressivo (non fosse per quella posa “addolorata à-la Fantozzi“, sfoderata nei momenti di indignazione massima, che le riesce così bene), lei che si è imparata la lezioncina di banalità a memoria e la snocciola in modo tanto disinvolto, ehm, che pare l’italiano se lo sia imparato soltanto pochi mesi fa. Lei, bravi, quella con la zeppola: avete presente?
Fa da testimonial ad una azienda (anzi no, scusate, ad una “luxury fashion company”) che si chiama Gilli, ed è stata fondata nel 2001 da Giulia Ligresti, che non ci scommetterei ma potrebbe essere figlia del noto tangentopolino Salvatore Ligresti. A leggere della “mission” aziendale, saremmo davanti niente meno che ad un “life concept“, che fa un po’ di tutto, dai gioielli all’intimo all’arredamento, e tutto rigorosamente made in italy, oh, che è un punto di vanto per loro: e, sono sicurissima, si avvalgono di “orafi e artigiani” ben remunerati e sotto contratto, non certo di quelli che lavorano in nero nei garage e nelle cantine di qualche periferia terronense (d’altra parte la Borromeo è una che si indigna, che ci tiene il broncio, alle ingiustizie sociali).
Ovviamente, vista anche la levatura del testimonial, il cliente di Gilli deve essere un tipo esigente, uno “con profondi interessi culturali“. Chi altri, se non un profondo conoscitore di Storia dell’Arte, potrebbe infatti acquistare e portare in spalla con la giusta naturalezza queste borse:

E chi se non un iscritto a qualche prestigioso tennis club potrebbe apprezzare la finezza di queste tenere e divertenti riproduzioni in scala:

Senza contare le borse delle altre collezioni, deliziose, come quelle con gli animaletti spezzati in due, così con l’amichetta durante lo struscio in via Condotti potete giocare a chi c’ha la testa e chi il culo della Giraffa (o del Bassotto, che è uguale identico a quello della contessina Pucci, pensa!), oppure la borsa infiocchettata che (ideona!) sembra un regalo ancora non scartato (chissà che sorprese contiene, uuuu!), o la borsa con Babbetto Natale (caro babby questo anno vorrei tanto…. uhm… un satellite artificiale, tutto mio! e rosa!), o anche la borsa che ha tutto l’aspetto di un pene (coi peli e i testicoli, pure) ma tanto nessuno se n’è accorto.
Su pantaloni e t-shirt c’è poco da dire. E’ tutto molto banale, sembrano le cose che si comprano sui siti internet di capi standard da personalizzare: soltanto che qui ve li hanno personalizzati loro della Gilli, con la paperetta cieca o il pinguino cieco o la giraffa e così via, noiose varianti sullo stesso tema (vale a dire: uno degli animaletti). Per i jeans uguale, sbadiglio. Ancora meno interessanti i gioielli, che sembrano fatti per femmine di età non superiore ai dieci anni, e tra i quali spiccano gli ormai insopportabili braccialetti con pendaglietti alla Simona Ventura, l’apice massimo della burinaggine, con le solite paperette, fiorellini, quadretti, opossum e chi più ne ha eccetera. Al contrario, menzione d’onore per un vero colpo di genio: la home collection, che presenta una serie di pouff uno più brutto dell’altro, tra cui spicca in originalità sicuramente quello decorato con strisce di documenti tagliuzzati, forse ispirato alle vicende giudiziarie di Salvatore Ligresti.
E alcune, ultime chicche sulla Gilli.
Si dicono molto impegnati nel sociale, e certo, perché la Gilli “utilizza il lusso, che rappresenta e crea, per comunicare e dare vita ad iniziative di carattere benefico.” Tra le altre cose, oltre ad una linea di borse creata apposta con la collaborazione di Milano Young (ah, se cliccate e visitate il sito, no, non sono ex ragazzi di Amici, no, sono Barbara Berlusconi, Geronimo La Russa, Francesca Versace e amichetti vari), i cui ricavi vanno ad aiutare gli studenti meritevoli della Guinea Bissau (e gli Esquimesi? perché nessuno si preoccupa degli Esquimesi?), a parte questo, nel 2003, la Gilli si è “schierata nettamente” contro la liberalizzazione delle droghe leggere (immagino in favore della liberalizzazione di quelle pesanti) lanciando la collezione “No Marija Bag”. E non solo, hanno pure collaborato col nuovo corso FIAT, quello del fashion rilancio capeggiato dal bulletto, per tirarne fuori cosa, non ho capito, ma qualcosa che secondo loro sarebbe “ben presto diventato oggetto del desiderio”. Eh? Cosa? Come? Quando?