Fabrizio Corona il ribelle

Dalla settimana scorsa è attivo il canale Youtube di Fabrizio Corona, una cosa ufficiale che si chiama Fabrizio Corona TV: per ora non va tanto bene (due iscritti, appena un centinaio di visualizzazioni), ma dentro c’è un video molto divertente, Corona il ribelle (qua sotto) che parla del lato più oscuro, quello più duro e spietato e gangsta di Fabrizio Corona – da cosa si capisce che è un ribelle?, semplice, si capisce perché

1) si incazza a morte e sta lì lì per puntare il fucile a canne mozze contro il barista distratto che non si ricorda più se deve preparargli il caffè o il cappuccino;
2) si incazza a morte e sta lì lì per puntare il fucile a canne mozze contro le segretarie che non gli hanno cambiato la carta igienica al gabinetto – e questa è meravigliosa, devo trascriverla:

«si può sapere che cazzo fate con la carta igienica, che non c’è mai… che ogni volta che devo cagare mi devo pulire il culo come? con le mani? o coi giornali? come un [incomprensibile] povero? con tutti i soldi che ho fatto?»

3) si incazza a morte e sta lì lì per travolgere con la Bentley un vecchierello in bicicletta che attraversa lentamente (troppo lentamente cazzo! vaffanculo ti ammazzo cazzo!) la strada

Fabri Fibra, Controcultura: il fratello gemello di Marco Travaglio fa un reppe scritto nel futuro che è come un cellulare, invia i messaggi

Fabri Fibra è uno che a sentirsi dare del coglione gode tantissimo perché “cazzo cioè mi fate pubblicità”; gode tantissimo a darselo pure da solo, del coglione, e su metà delle canzoni del nuovo disco ci ha incollato in appendice delle finte interviste ai passanti per strada che confermano tutti quanti “in effetti sì pure a me sembra un coglione” – ed è bravissimo, per carità, centinaia di migliaia di dischi soltanto being a proud coglione, è un fenomeno – ci gode tantissimo perché secondo lui “Fabri Fibra coglione” sarebbe nient’altro che la reazione stizzita dei vigliacchi benpensanti (e dei reppe’ da strapazzo sonosoloinvidiosi) che non digeriscono la sua audacissima furia iconoclasta; questo solo per dire che non c’è da preoccuparsi, lasciate stare gli assurdi contorsionismi anti-querela e andate tranquilli, se vi va chiamatelo direttamente così, coglione, che è molto più pratico (e lui gode ed è felice). Ma veniamo al dunque. Fabri Fibra ha appena pubblicato un nuovo disco, Controcultura, che “si basa su un concept” che fa così (cito):
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L’intuizione “radical-chic” di Elisabetta Gregoraci Briatore: il mini-magnaccia

Se dovessi scegliere un incipit paurosissimo per una profezia di sventura e cataclismi e devastazione, mi sa che non mi riuscirebbe di trovare qualcosa più appropriato di

si legge? C’è scritto “da una intuizione di Elisabetta Gregoraci Briatore”, nella versione inglese “the vision of Elisabetta Gregoraci Briatore”, dove l’intuizione sarebbe – ricostruisco il fugace scintillio dell’intuizione così come deve aver preso forma nella testa della Gregoraci – “io vestire io vestito vestiti io io vestire vestire vestiti vestire ehilà un cagnolino ahahahahahahahahahahahah uhm [cupamente, ndB] cagnolino”; intuizione che, successivamente intellegibilizzata dal suo esegeta e agente-spremi-denaro, fa così: “come ogni inetta bambolona perdigiorno squallidamente vipparola ho deciso di tirar su qualche soldo con la marcaccia usa-e-getta di abbigliamento, facciamo che io sono la stilista, cioè mettiamo la mia firma sui perizomi da bagno e decoriamoli con uno zaffirone mille carati davanti sulla patata, così si vede che c’ho il raffinato gusto artistico – e c’è pure il doppio senso malizioso che la patata è preziosa come uno zaffirone, se la vuoi dammi uno zaffirone!, ahahahahahahaahah ehilà un cagnolino uhm [sempre cupamente, ndB] cagnolino”; poi però in effetti, a ripensarci, i perizomi vagino-zaffirati li ha già firmati Valeria Marini, accidenti!, e allora cosa, ma certo!, che carini, perché no, vestiamo gli gnometti! – e subito il progetto s’è concretizzato, ecco gli schizzi preparatori eseguiti personalmente da Elisabetta Gregoraci (clic per vederli più grossi),

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Lele Mora e il suo allevamento di mosche – miss Culetto d’oro

A testimonianza della crescente inquietudine che le storiacce su escort e cocaina e festicciuole e papponcelli suscitano nei bassifondi vipparoli più malfamati, ecco che proprio negli ultimi giorni sulla Costa Smeralda ha preso il via in grande stile la tradizionale parata di lussuosi esclusivissimi trenini-puttantour brigìttebardòbardò; e direi che non poteva esserci battesimo migliore, più appropriato, per questa estate vipparola dal sapore più che mai lucignolesco (adesso che la cuccagna bordello-festaiola culi tette viagra coca champagne passera a buon mercato sta assumendo una dimensione conclamata, direi quasi ideologica, orgogliosamente spudorata, “embè, vi piacerebbe pure a voi, no? poveri cenciosi comunisti invidiosi, attaccateve ar cazzo!”), non poteva esserci battesimo più appropriato, dicevo, del concorso miss Culetto d’oro (eh?) patrocinato da Lele Mora,

che sembrerebbe, sì, l’incipit di un’orgiaccia zozza in un film porno amatoriale (buona parte dei pupilli di Lele Mora, del resto, in un film del genere ci starebbe a pennello), ma invece no, è un modo come un altro per utilizzare a fini di svago lo sconfinato bacino di giovanissime procaci disgraziate che se ne stanno in fila tutta la notte “io! io! io!” sperando d’essere prima o poi convocate con un fischio nel privé di un qualsiasi stronzetto vipparolo, e perché no, lasciandosi palpare il culotto brufoloso da una muta di papponcelli arrapati su di giri [1],

ma le disperate chiappone-offresi hanno soltanto fatto da intermezzo [2] per un mega-torneone aziendale (tennis poker calcetto biliardino) organizzato dallo stesso Lele Mora, una cosa che si chiama LM PokerStars, durante la quale tutti i soliti esaltatissimi sottoprodotti televisivi di scarto – ex-realitari, presentatori bolliti, coscione scosciate, subumani defilippiani e tristissimi ignoti tu-chi-cazzo-saresti – si sono fatti fotografare con le fiches e le carte da gioco e le magliettine sponsorizzate sempre bene in vista [3] (Lele Mora nella parte del Duca Conte Semenzara, due o tre aspiranti tronisti che gli facevano da cuscino umano porta fortuna) e poi le foto muniti di improbabili equipaggiamenti tennistici (e anche qui, oh – costume da bagno, scarpini da calcetto, giarrettiere, doppia racchettina liberty – sembrano gli sportivi del Park tennis) e le foto piegati in due a scoccar di stecca (ammirate la tecnica di Valeria Marini, che sta puntando astuta la pallina invisibile), e poi la sera a pavoneggiarsi in passerella, tutti in tiro, Lele Mora che fa l’eccentrica pazzerella [4],

e cioè, appunto, non cambia niente, mai – perché dovrebbe? – anche quest’anno il solito, non c’è puttanopoli che tenga: una gran quantità di viscidi vermetti, ingrassati amorevolmente dall’allevatore Lele Mora, che si contorcono uno sopra all’altro tentando di farsi strada su verso la superficie untuosa e puzzolente del casu marzu vipparolo-televisivo – finché un bel giorno chissà, evviva!, qualcuno di loro potrà finalmente sbocciare e trasformarsi in mosca.

[1] bastasse solo questo, farsi toccare il culo!, io, ogni volta che penso a Lele Mora e ai suoi assistiti, non so com’è, mi vengono in mente certe scene truculente di Salò“mangia, mangia, ti piace?, e allora mangia la merda!” – chissà perché
[2] devono aver poi lasciato nome e recapito per un’audizione, che c’è questo nuovo programma in ballo, il reality Lele Mora House, una cosa di prima classe (annuncio):

Cerchiamo “manichini viventi” VOLONTARI. Maggiorenni e giovani, uomini e donne, residenti nel milanese, di bella presenza e spigliati davanti alle telecamere e al pubblico, con attitudini di protagonismo e voglia di apparire. In cambio della disponibilità a titolo gratuito, offriamo un’esperienza unica e divertente, oltre a notevole visibilità mediatica, all’interno di un reality-vetrina in diretta via web da un megastore Datch nelle ore di apertura.

cioè pubblicità, sponsor, soldi facili, e gonzi protagonisti aggratis – che accorrono, si spintonano, s’ammazzerebbero l’un l’altro.
[3] Lele Mora, tra l’altro, va molto fiero d’una agghiacciante partnership con Paris Hilton, con quella sua linea là di robaccia della Coin, i cappelli e le bustine e pure gli ombrellini, guardate
[4] e scusate per quel segnaccio sulle foto (sarebbe il marchio “LM”): le ho prese dalla pagina ufficiale su Facebook

Marracash, cioè il nulla, però “di strada”: la teoria della cultura cava

gli idoli del Marra: Annibale e DostoevskijLo so io che uno come Marracash [1] altrimenti non ci arriva, allora glielo spiego in termini facili facili così magari chissà gli viene qualche dubbio, ci ripensa e torna a spacciare i biscotti porta a porta con le coccinelle scout: se risulta che tutto quello che fai, tutto quello che dici e come lo dici, tu stesso tutto intero – per esempio quando spieghi del tuo ultimo video: “una roba ispirata a 300, cioè quindi Annibale che arriva sull’elefante e l’esercito” – se risulta che ti si potrebbe prender su di peso, uguale uguale senza neppure un piccolo aggiustamento di copione (a parte ok un po’ di risate pilotate del pubblico qua e là – per esempio in coda a versi rap che sembrano fatti apposta per suscitare ilarità tipo “sono così il capo che dovrei stare a Città del Capo zio!”) e ficcarti nel cast di un qualsiasi programma comico-satirico e davvero non ci sarebbe modo di distinguerti da un qualsiasi fittizio personaggio coglioncione da sfottere allegramente, ecco, allora non è che serva a granché citare nelle interviste un paio di titoletti della biblioteca del Buon Quindicenne (John Fante, nientemeno! e gli aforismetti “Mi sveglio sempre dopo mezzogiorno come diceva Bukowski”, robetta da enfasi trasandata usa-e-getta per disgraziatissime Melisse Pì [2]) citazionismo da quarta di copertina così per il gusto speciale di farsi vedere borgatari sì ma anche finemente self-acculturati (una trovata parecchio comica del resto: non ne sai un’acca, non ne hai mai letta una pagina e la butti in caciara, immedesimandoti ad esempio nel ritrattino del Raskolnikov dostoevskiano [3], “un po’ come ero io, rubavo gli zainetti in discoteca e pensavo che se lo meritavano perché erano stati disattenti”), non c’è niente da fare allora, perché sei peggio di un coglioncione fittizio da palcoscenico, tu sei un coglioncione per davvero.

Ogni tanto sulla scia di qualche herpes-tormentone da classifica compaiono in giro i faccioni inebetiti di questo genere di cazzari hip hop – e adesso è il suo turno, del cosiddetto “Marra” (sito) – poveri sempliciotti egomaniaci a cui vengono rivolte in varie salse le solite domandine facili e carine suscita-scandaletto-ma-daaaai (“Era così terribile la scuola che frequentavi?”, “E’ vero che rubavi”, “Cosa rubavi? E daaaaaai, diccelo, muoio dalla curiosità!”) che ruotano tutte intorno allo stesso domandone da un milione di dollari “Perché i giovani sono così stronzi? E perché quelli squattrinati di periferia sono ancora più stronzi?”, domandone a cui i cazzari hip hop sono ben felici di rispondere, prontissimi!, essendo maestri indiscussi di verità moraleggianti formato mignon (per dire, “Io possiedo i soldi non sono posseduto da loro” oppure “Io non credo che la cultura istituzionalizzata possieda un predominio rispetto alla istintività o alla ignoranza che trovi in strada” [4] oppure “La gente cerca certezze e con le certezze trova l’omologazione che è una specie di morte in vita”) ed essendo espertoni di gioventù bruciata on the road (nel senso che cazzeggiano tutto il giorno con le comitive di ignorantoni cosplayer disoccupati – ah sì perché gli fa gioco raccontare che loro hanno fatto mille lavori diversi, è il gioco del “hai visto prima nessuno capiva il mio genio, facevo una vita modesta facendo lavoretti modesti, ma dentro di me c’era il beat del cuore d’artista“, non è vero niente, in ogni intervista il Marra tira fuori un lavoro diverso, ne dimentica qualche altro, dice che ha fatto l’elettricista e l’intervista dopo dice che non è capace di avvitare una lampadina, cose così, le spara a casaccio [5] – un branco di stupidoni post-post-post-adolescenti conciati da bimbominkia un bel po’ troppo cresciuti che si travestono da rappe’ mmerigani [6] e giocano a fare gli induriti dalla vita bastarda e rappano sconclusionati rinforzandosi l’un l’altro dicendosi che sono musicisti e che scrivere cretinate in rima “è cioè zi’ grande storytelling” – questa l’hanno presa dai programmi Paola Maugeri – altro che Dostoevskij – che sia maledetta nei secoli dei secoli, e che s’apponga alla sua progenie il marchio dell’infamia).

Il problema è che questi cazzari hip hop non rappresentano un bel niente, se non uno squallido e sconfortante ripieno lievitante di stereotipi di bassissima lega: sono interpellati in carica di consapevoli portavoce del nulla, ma loro sono il nulla, un pezzettino del nulla per lo meno – e non ne hanno la minima idea! – se la scoattano galletti da outlaw ribelli e anticonformisti, quelli che hanno capito come va er monno e che se la comandano cantandolo sinceri e coraggiosi “senza peli sulla lingua”, convinti che ci sia qualcosa di interessante e significativo nella loro collaudata catena di montaggio pseudo-musicale (con tocchi sporadici – lo riconosco – di geniale poesia mentecatta: “da bimbo non avevo l’uovo Kinder, cercavo le sorprese dentro gli Eastpak”) che combina variamente i tipici blablabla sfanculanti del kit di idiozie surgelate Rappettone Sfrontato che dice le cose vere e scomode, Oggi Puoi! Con audiocassetta per rappettoni ciechi e/o analfabeti: lo scazzo – la droga [7] – la periferia alienante – il gergo mocciesco [8] – la volante della pula – le mignotte – televisione cacca – le parolacce col bip autocensurante con lo sghignazzo (hai capito, che lenze? lo fanno per sfottere noi altri benpensanti che ci scandalizziamo per un nonnulla) – la grana – i locali – il rispetto paramafioso [9] – ehi bambina – l’autoreferenzialità paracula anti-major (”il sistema mafioso che non mi pubblica” eh sì, perché racconto le robe di denuncia-cha-cha [10])

e ovviamente i minchioni sono convinti di produrre un qualche non meglio identificato profondo contenuto (“Il mio pezzo è riuscito ad arrivare multi livello. Può agganciarti solo per il ritornello, ignorando il testo e il messaggio del disco. C’è della gente che guarda in superficie e c’è chi scava in profondità”: forse parla delle profonde metafore tipo il “parallelismo tra i personaggi che abitano la metropoli e gli animali della giungla: per questo vedi ad esempio il gorilla che mi guarda contare i soldi, il serpente che mi fa la soffiata, la tigre, la giraffa che si becca la cazziata“) e credono persino che nelle loro cose ci sia dell’originalità quasi quasi d’avanguardia [11] (quasi, ehi, meno male che si trattengono – il Marra dice “Ho voluto favorire la comprensibilità del mio messaggio anche perché io sento fortissimo il bisogno di comunicare con il rap e voglio che la gente capisca quello che dico: non mi piacciono molto le avanguardie… voglio essere nel mio tempo, non più avanti di anni. Ci sono pezzi nel disco in cui mi lascio andare ancora a qualche gioco di parole un po’ complesso ma in generale ho voluto essere il più comprensibile possibile… c’è qualche punto un po’ difficile, con un linguaggio abbastanza di rottura“: immagino c’abbia in mente “sono bi-polare troppo po-polare per un bi-locale” oppure – ah sì, sicuramente questa – “Pimp My Ride qua già dal ’95, cresciuto con in testa questo, vruuum vruuuum waaaaa“), ci mettono dentro le citazioni vintage nella speranza di distinguersi un tantinello in ricercatezza e creatività (il Marra lo giustifica dicendo “Eh sì io in macchina da piccolo con miei genitori ho imparato a memoria tutte le canzoni anni sessanta, sono un grande appassionato” – in realtà è tutta farina del sacco di qualche abile produttore – l’intervistatrice gli chiede “La riconosci questa? Gira il mondo gira nello spazio senza fine, con gli amori appena nati con gli amori già finiti” e il Marra grattandosi la testa “Ah no, boh, non la conosco”); se c’è un motivo d’interesse, nel sentire questi trucidi stupidoni concionare sul perché e il percome di questo o quello stato di disagio giovanile, be’, è precisamente lo spettacolo tutto intero della loro stupidità e ignoranza e ripetitività e disperata imitazione, sono le ovvietà e la seriosità narcisa con cui s’esprimono sgangherati, quello sì, che è rappresentativo di qualcosa, loro malgrado.

[1] oh ma bello il nome, simpatico, un giorno lo troveremo questo signor chissà-chi e sfogheremo su di lui trenta anni di frustrazioni da Joe Yellow a Den Harrow a Red Ronnie a Don Joevanni – com’è che in trenta anni nessuno l’ha mai beccato? dove vive? come si chiama? è sotto scorta?
[2] quanto sia cicciotta la sua cultura letteraria – e non solo, pure musicale – la dimostrano anche perle autobiografiche come questa qua: “Sono un fan storico di Vasco, che ha influenzato tutti in Italia e sicuramente anche me, del resto mi piace la letteratura e quindi un certo cantautorato ha sicuramente avuto la sua influenza su di me.”
[3] no no, tranqui fra’, non c’è bisogno che lo gùgli, te lo dico io: sarebbe il protagonista di quel romanzo che citi sempre, Delitto e castigo (e no! no! quante volte te lo devo dire? Non faceva il maestro di tennis!)
[4] ah be’ certo, sempre per tornare in tema di Melisseppiàte, che bello: “Onestamente penso che la cultura sia soltanto dare un nome a qualcosa che già hai dentro, una specie di reminiscenza: per farti un esempio quando ho letto Baudelaire mi sono ritrovato subito nello spleen
[5] ma lui ci tiene “avendo un rapporto diretto con certe realtà non posso permettermi di infangarle sparando cazzate”, e infatti, per l’appunto: non fa altro
[6] il Marra si lamenta “I media hanno dei preconcetti clamorosi, sono molto appiattiti sui modelli americani: escono sempre paragoni con artisti come ad esempio 50 cent… paragoni che lasciano decisamente il tempo che trovano”: e va bene, Marra, capisco che tu preferisca la più dimessa stilosità da kebabbaro della banlieue parigina, però non so se hai notato che quella banda di pacchiani sfigatoni che t’accompagna, i Club Dogo, c’hanno i cappellini oversize mmerigani girati sulla testa, le pentole antiaderenti sul petto, le catene e i pantaloni sbragaloni, insomma, ehi, sono le comparse di un video di P. Diddy che va nella giungla e insegna ai primati a non strapparsi di dosso i vestitazzi della sua linea d’abbigliamento (perché sì non è che basta sostituire lo sfondo su cui vi muovete gonzi con quegli stessi gestucoli da papponi strafottenti d’oltreoceano, mettendo i metalmeccanici di periferia e le birrette discount al posto delle limo e dello champagne, gli alberghetti putrescenti a una stella al posto delle grandi suite coi plasma giganti, la ex compagna di liceo che fa la cassiera che dimena la cellulite in bikini al posto delle mignottone snodate di prima classe: questo non è realismo, questo siete voi che sbavate, è vorrei ma non posso)
[7] “è come con l’amaro dopo cena”, leggendario: guardatevi il video delle Invasioni Barbariche qua sopra, se vi va
[8] gli “zii” e i “fra” non si contano, ma pensate il Marra che forza, c’ha pure voglia di pigliare per i fondelli quel tiro-a-segno-umano di Mondo Marcio perché usa “uomo come intercalare”, be’, chissà che flammoni nei rispettivi forum, una guerra tra bande, si tireranno le caramelle
[9] m’è piaciuto molto quando Giancarlo De Cataldo, sempre alle Invasioni Barbariche (potete vederlo nel video, qua sopra), ha definito “un codice para-mafioso” il “rispetto” violento e bullesco sul quale sproloquiava tutto contento Marracash (m’è piaciuto di meno, De Cataldo, quando ha detto che il Marra fa cultura, che dice ai ragazzi che leggere è figo e questo è un bene: ma ahimè non dice questo, il Marra, dice che sapere a memoria il titolo di qualche libro e andare a sbandierarlo in giro senza saperne un accidenti è figo, ecco cosa dice, altro che cultura, è la teoria della cultura cava ecco cos’è)
[10] anche quella cima di Linus c’è cascato, e ne apprezza “l’originalità del linguaggio, soprattutto quel senso di appartenenza a una periferia un po’ emarginata ma non per questo rassegnata. E’ un po’ quello che avevo scritto dopo l’intervista coi Club Dogo, mi rivedo sempre in questi milanesi con l’accento pugliese, cresciuti senza soldi e con tanti problemi ma non per questo depressi e apocalittici” (eh sì, infatti, come quando i Club Dogo cantano “mi hanno detto che l’industria è una puttana, zio te lo mette nel culo come Dolce con Gabbana” oppure “brucia e calpesta se ti va male, infesta le galere zio”)
[11] non vuole essere spettacolarizzato, lui che c’ha il cuore puro, e se la prende con le boyband (ah, che impavido!) e in generale con quel sistema che “cerca sempre il fenomeno, il pazzoide, lo spacciatore, il complessato, sempre qualcosa oltre la musica, a me interessa solo la musica” (u-uh, c’hai ragione c’hai, come quei fenomeni che cantano “rimo da quando le tipe non c’avevano la figa rasata” o quei pazzoidi “se nomini me subito dopo fatti beccare, zio, meglio due schiaffi se ti rispondo ti fa più male!” o quegli spacciatori “dal vicino ritiro un kilo, lo tratto con l’olio del motorino e lo rifilo” o quei complessati “io il re delle fogne, assaggia le gogne, i soldi che non ho, l’arte dell’arrangiò, e quella di trovarsi rogne”)

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