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Marracash, cioè il nulla, però “di strada”: la teoria della cultura cava

gli idoli del Marra: Annibale e DostoevskijLo so io che uno come Marracash [1] altrimenti non ci arriva, allora glielo spiego in termini facili facili così magari chissà gli viene qualche dubbio, ci ripensa e torna a spacciare i biscotti porta a porta con le coccinelle scout: se risulta che tutto quello che fai, tutto quello che dici e come lo dici, tu stesso tutto intero - per esempio quando spieghi del tuo ultimo video: “una roba ispirata a 300, cioè quindi Annibale che arriva sull’elefante e l’esercito” - se risulta che ti si potrebbe prender su di peso, uguale uguale senza neppure un piccolo aggiustamento di copione (a parte ok un po’ di risate pilotate del pubblico qua e là - per esempio in coda a versi rap che sembrano fatti apposta per suscitare ilarità tipo “sono così il capo che dovrei stare a Città del Capo zio!”) e ficcarti nel cast di un qualsiasi programma comico-satirico e davvero non ci sarebbe modo di distinguerti da un qualsiasi fittizio personaggio coglioncione da sfottere allegramente, ecco, allora non è che serva a granché citare nelle interviste un paio di titoletti della biblioteca del Buon Quindicenne (John Fante, nientemeno! e gli aforismetti “Mi sveglio sempre dopo mezzogiorno come diceva Bukowski”, robetta da enfasi trasandata usa-e-getta per disgraziatissime Melisse Pì [2]) citazionismo da quarta di copertina così per il gusto speciale di farsi vedere borgatari sì ma anche finemente self-acculturati (una trovata parecchio comica del resto: non ne sai un’acca, non ne hai mai letta una pagina e la butti in caciara, immedesimandoti ad esempio nel ritrattino del Raskolnikov dostoevskiano [3], “un po’ come ero io, rubavo gli zainetti in discoteca e pensavo che se lo meritavano perché erano stati disattenti”), non c’è niente da fare allora, perché sei peggio di un coglioncione fittizio da palcoscenico, tu sei un coglioncione per davvero.

Ogni tanto sulla scia di qualche herpes-tormentone da classifica compaiono in giro i faccioni inebetiti di questo genere di cazzari hip hop - e adesso è il suo turno, del cosiddetto “Marra” (sito) - poveri sempliciotti egomaniaci a cui vengono rivolte in varie salse le solite domandine facili e carine suscita-scandaletto-ma-daaaai (”Era così terribile la scuola che frequentavi?”, “E’ vero che rubavi”, “Cosa rubavi? E daaaaaai, diccelo, muoio dalla curiosità!”) che ruotano tutte intorno allo stesso domandone da un milione di dollari “Perché i giovani sono così stronzi? E perché quelli squattrinati di periferia sono ancora più stronzi?”, domandone a cui i cazzari hip hop sono ben felici di rispondere, prontissimi!, essendo maestri indiscussi di verità moraleggianti formato mignon (per dire, “Io possiedo i soldi non sono posseduto da loro” oppure “Io non credo che la cultura istituzionalizzata possieda un predominio rispetto alla istintività o alla ignoranza che trovi in strada” [4] oppure “La gente cerca certezze e con le certezze trova l’omologazione che è una specie di morte in vita”) ed essendo espertoni di gioventù bruciata on the road (nel senso che cazzeggiano tutto il giorno con le comitive di ignorantoni cosplayer disoccupati - ah sì perché gli fa gioco raccontare che loro hanno fatto mille lavori diversi, è il gioco del “hai visto prima nessuno capiva il mio genio, facevo una vita modesta facendo lavoretti modesti, ma dentro di me c’era il beat del cuore d’artista“, non è vero niente, in ogni intervista il Marra tira fuori un lavoro diverso, ne dimentica qualche altro, dice che ha fatto l’elettricista e l’intervista dopo dice che non è capace di avvitare una lampadina, cose così, le spara a casaccio [5] - un branco di stupidoni post-post-post-adolescenti conciati da bimbominkia un bel po’ troppo cresciuti che si travestono da rappe’ mmerigani [6] e giocano a fare gli induriti dalla vita bastarda e rappano sconclusionati rinforzandosi l’un l’altro dicendosi che sono musicisti e che scrivere cretinate in rima “è cioè zi’ grande storytelling” - questa l’hanno presa dai programmi Paola Maugeri - altro che Dostoevskij - che sia maledetta nei secoli dei secoli, e che s’apponga alla sua progenie il marchio dell’infamia).

Il problema è che questi cazzari hip hop non rappresentano un bel niente, se non uno squallido e sconfortante ripieno lievitante di stereotipi di bassissima lega: sono interpellati in carica di consapevoli portavoce del nulla, ma loro sono il nulla, un pezzettino del nulla per lo meno - e non ne hanno la minima idea! - se la scoattano galletti da outlaw ribelli e anticonformisti, quelli che hanno capito come va er monno e che se la comandano cantandolo sinceri e coraggiosi “senza peli sulla lingua”, convinti che ci sia qualcosa di interessante e significativo nella loro collaudata catena di montaggio pseudo-musicale (con tocchi sporadici - lo riconosco - di geniale poesia mentecatta: “da bimbo non avevo l’uovo Kinder, cercavo le sorprese dentro gli Eastpak”) che combina variamente i tipici blablabla sfanculanti del kit di idiozie surgelate Rappettone Sfrontato che dice le cose vere e scomode, Oggi Puoi! Con audiocassetta per rappettoni ciechi e/o analfabeti: lo scazzo - la droga [7] - la periferia alienante - il gergo mocciesco [8] - la volante della pula - le mignotte - televisione cacca - le parolacce col bip autocensurante con lo sghignazzo (hai capito, che lenze? lo fanno per sfottere noi altri benpensanti che ci scandalizziamo per un nonnulla) - la grana - i locali - il rispetto paramafioso [9] - ehi bambina - l’autoreferenzialità paracula anti-major (”il sistema mafioso che non mi pubblica” eh sì, perché racconto le robe di denuncia-cha-cha [10])

e ovviamente i minchioni sono convinti di produrre un qualche non meglio identificato profondo contenuto (”Il mio pezzo è riuscito ad arrivare multi livello. Può agganciarti solo per il ritornello, ignorando il testo e il messaggio del disco. C’è della gente che guarda in superficie e c’è chi scava in profondità”: forse parla delle profonde metafore tipo il “parallelismo tra i personaggi che abitano la metropoli e gli animali della giungla: per questo vedi ad esempio il gorilla che mi guarda contare i soldi, il serpente che mi fa la soffiata, la tigre, la giraffa che si becca la cazziata“) e credono persino che nelle loro cose ci sia dell’originalità quasi quasi d’avanguardia [11] (quasi, ehi, meno male che si trattengono - il Marra dice “Ho voluto favorire la comprensibilità del mio messaggio anche perché io sento fortissimo il bisogno di comunicare con il rap e voglio che la gente capisca quello che dico: non mi piacciono molto le avanguardie… voglio essere nel mio tempo, non più avanti di anni. Ci sono pezzi nel disco in cui mi lascio andare ancora a qualche gioco di parole un po’ complesso ma in generale ho voluto essere il più comprensibile possibile… c’è qualche punto un po’ difficile, con un linguaggio abbastanza di rottura“: immagino c’abbia in mente “sono bi-polare troppo po-polare per un bi-locale” oppure - ah sì, sicuramente questa - “Pimp My Ride qua già dal ‘95, cresciuto con in testa questo, vruuum vruuuum waaaaa“), ci mettono dentro le citazioni vintage nella speranza di distinguersi un tantinello in ricercatezza e creatività (il Marra lo giustifica dicendo “Eh sì io in macchina da piccolo con miei genitori ho imparato a memoria tutte le canzoni anni sessanta, sono un grande appassionato” - in realtà è tutta farina del sacco di qualche abile produttore - l’intervistatrice gli chiede “La riconosci questa? Gira il mondo gira nello spazio senza fine, con gli amori appena nati con gli amori già finiti” e il Marra grattandosi la testa “Ah no, boh, non la conosco”); se c’è un motivo d’interesse, nel sentire questi trucidi stupidoni concionare sul perché e il percome di questo o quello stato di disagio giovanile, be’, è precisamente lo spettacolo tutto intero della loro stupidità e ignoranza e ripetitività e disperata imitazione, sono le ovvietà e la seriosità narcisa con cui s’esprimono sgangherati, quello sì, che è rappresentativo di qualcosa, loro malgrado.

[1] oh ma bello il nome, simpatico, un giorno lo troveremo questo signor chissà-chi e sfogheremo su di lui trenta anni di frustrazioni da Joe Yellow a Den Harrow a Red Ronnie a Don Joevanni - com’è che in trenta anni nessuno l’ha mai beccato? dove vive? come si chiama? è sotto scorta?
[2] quanto sia cicciotta la sua cultura letteraria - e non solo, pure musicale - la dimostrano anche perle autobiografiche come questa qua: “Sono un fan storico di Vasco, che ha influenzato tutti in Italia e sicuramente anche me, del resto mi piace la letteratura e quindi un certo cantautorato ha sicuramente avuto la sua influenza su di me.”
[3] no no, tranqui fra’, non c’è bisogno che lo gùgli, te lo dico io: sarebbe il protagonista di quel romanzo che citi sempre, Delitto e castigo (e no! no! quante volte te lo devo dire? Non faceva il maestro di tennis!)
[4] ah be’ certo, sempre per tornare in tema di Melisseppiàte, che bello: “Onestamente penso che la cultura sia soltanto dare un nome a qualcosa che già hai dentro, una specie di reminiscenza: per farti un esempio quando ho letto Baudelaire mi sono ritrovato subito nello spleen
[5] ma lui ci tiene “avendo un rapporto diretto con certe realtà non posso permettermi di infangarle sparando cazzate”, e infatti, per l’appunto: non fa altro
[6] il Marra si lamenta “I media hanno dei preconcetti clamorosi, sono molto appiattiti sui modelli americani: escono sempre paragoni con artisti come ad esempio 50 cent… paragoni che lasciano decisamente il tempo che trovano”: e va bene, Marra, capisco che tu preferisca la più dimessa stilosità da kebabbaro della banlieue parigina, però non so se hai notato che quella banda di pacchiani sfigatoni che t’accompagna, i Club Dogo, c’hanno i cappellini oversize mmerigani girati sulla testa, le pentole antiaderenti sul petto, le catene e i pantaloni sbragaloni, insomma, ehi, sono le comparse di un video di P. Diddy che va nella giungla e insegna ai primati a non strapparsi di dosso i vestitazzi della sua linea d’abbigliamento (perché sì non è che basta sostituire lo sfondo su cui vi muovete gonzi con quegli stessi gestucoli da papponi strafottenti d’oltreoceano, mettendo i metalmeccanici di periferia e le birrette discount al posto delle limo e dello champagne, gli alberghetti putrescenti a una stella al posto delle grandi suite coi plasma giganti, la ex compagna di liceo che fa la cassiera che dimena la cellulite in bikini al posto delle mignottone snodate di prima classe: questo non è realismo, questo siete voi che sbavate, è vorrei ma non posso)
[7] “è come con l’amaro dopo cena”, leggendario: guardatevi il video delle Invasioni Barbariche qua sopra, se vi va
[8] gli “zii” e i “fra” non si contano, ma pensate il Marra che forza, c’ha pure voglia di pigliare per i fondelli quel tiro-a-segno-umano di Mondo Marcio perché usa “uomo come intercalare”, be’, chissà che flammoni nei rispettivi forum, una guerra tra bande, si tireranno le caramelle
[9] m’è piaciuto molto quando Giancarlo De Cataldo, sempre alle Invasioni Barbariche (potete vederlo nel video, qua sopra), ha definito “un codice para-mafioso” il “rispetto” violento e bullesco sul quale sproloquiava tutto contento Marracash (m’è piaciuto di meno, De Cataldo, quando ha detto che il Marra fa cultura, che dice ai ragazzi che leggere è figo e questo è un bene: ma ahimè non dice questo, il Marra, dice che sapere a memoria il titolo di qualche libro e andare a sbandierarlo in giro senza saperne un accidenti è figo, ecco cosa dice, altro che cultura, è la teoria della cultura cava ecco cos’è)
[10] anche quella cima di Linus c’è cascato, e ne apprezza “l’originalità del linguaggio, soprattutto quel senso di appartenenza a una periferia un po’ emarginata ma non per questo rassegnata. E’ un po’ quello che avevo scritto dopo l’intervista coi Club Dogo, mi rivedo sempre in questi milanesi con l’accento pugliese, cresciuti senza soldi e con tanti problemi ma non per questo depressi e apocalittici” (eh sì, infatti, come quando i Club Dogo cantano “mi hanno detto che l’industria è una puttana, zio te lo mette nel culo come Dolce con Gabbana” oppure “brucia e calpesta se ti va male, infesta le galere zio”)
[11] non vuole essere spettacolarizzato, lui che c’ha il cuore puro, e se la prende con le boyband (ah, che impavido!) e in generale con quel sistema che “cerca sempre il fenomeno, il pazzoide, lo spacciatore, il complessato, sempre qualcosa oltre la musica, a me interessa solo la musica” (u-uh, c’hai ragione c’hai, come quei fenomeni che cantano “rimo da quando le tipe non c’avevano la figa rasata” o quei pazzoidi “se nomini me subito dopo fatti beccare, zio, meglio due schiaffi se ti rispondo ti fa più male!” o quegli spacciatori “dal vicino ritiro un kilo, lo tratto con l’olio del motorino e lo rifilo” o quei complessati “io il re delle fogne, assaggia le gogne, i soldi che non ho, l’arte dell’arrangiò, e quella di trovarsi rogne”)

Pamela Anderson, Girl on the loose (poteva conquistare il mondo, ed è finita a vendere braccialetti da capezzolo nel garage sotto casa)

Pamela Anderson Girl on the looseL’altro giorno a parlare di reality americani con le paleo-celebrità disoccupate che cercano di raggranellare qualche spicciolo per rinchiudere in rehab il figlioletto di cinque anni sex-crack-amaroaverna-collanazzedoro-ak47 addicted (nome d’arte CollMasterBastardDJ), m’è venuta voglia di guardarmi la prima puntata di questo reality recentissimo su Pamela Anderson (debutterà qui in Italia la settimana prossima [1]) che si chiama Pam girl on the loose e c’avrebbe sulla carta tutto il necessario per diventare una pietra miliare del genere Dopo questo cosa mi rimane? (Far parte della giuria internazionale di Miss Italia? Ho sbagliato tutto la vita mi fa orrore non avrei mai dovuto abbandonare l’istituto radioelettra): ci sono i personaggi squinternati ridicolissimi (a cominciare dall’ex boyfriend Tommy Lee che s’acconcia come un bimbominkia qualsiasi col cappellino al contrario e le borchiette e i ciondoletti e le collanine e c’ha quel suo sorrisetto strafottente da giovane ribelle che gli accartoccia il faccione ebete in una ragnatela di rugosità fittissime tipo Charlton Heston - com’è oggi, dico, se lo si andasse a esumare), c’è il lusso coattone superostentato (gioiellazzi e pelliccioni [2] e case da diecimila metri quadri e televisioni al plasma cinemascope e Cristal a fiumi ovunque sugli aerei privati e sui macchinoni giganteschi coi cingolati), c’è la santissima trinità droga sesso rocherolle (ma soprattutto c’è quell’irresistibile saporino di squallore e decadenza che è tipico dello strafattismo tappabuchi senza alcun mistero, in situazioni per nulla cool e trasgressive ma anzi moscissime e tragicamente noiose), ci sono un sacco di vipponi impaccati e bling bling che vanno e vengono (yo fratello!) e poi va be’ soprattutto c’è lei, Pamela Anderson, che non so come la pensate voi ma io non ci riesco a pensarla come una tipa qualsiasi.

pamela anderson si condisce i capelliE’ vero che ci si potrebbe accontentare di classificarla come la solita pin-up con la meningite e il parruccone biondissimo e le tettone aerostatiche e la vocina squittosa da chipmunk, il solito stereotipato bambolotto da paginone srotolabile tutto mossette ammiccanti di frivolume ninfomaniacale - a parte che adesso, insomma, è da un pezzo che s’è avviata sulla strada dell’imbellettamento ringiovanente morte-a-venezia e in quattro e quattr’otto ce la ritroveremo ignuda e attorcigliata in copertina da qualche parte là sulla rastrelliera della Carrefour accanto al numero del National Geographic “Nuova radiografia per l’Uomo di Similaun” e sfido io, allora, a non comprarsi la rivista sbagliata - e in effetti sì non è che sia mai stata altro che questo, una specie di assurda incarnazione del chimerico essere-tetta philiprottiano, ok, se considerate però le particolari circostanze tecnologiche che l’hanno trasformata nel potentissimo totem masturbatorio che è stata a cavallo del millennio per una intera generazione di maschietti pubertosi - erano gli anni in cui le connessioni a manovella facevano boom dappertutto, il periodo che i jpg con le donnine nude venivano faticosamente caricati pixel dopo pixel (le nuvolette, i palmizi, i cocchi sui palmizi, l’orizzonte sull’oceano, un peschereccio laggiù che galleggia sull’oceano, i primi capelli, i primi capelli! e poi la fronte, i sopraccigli, un due tre quattro trecentottantamila sopraccigli contati uno per uno, un occhio - finalmente! - l’altro occhio, una caccolina sull’occhio! e via giù così, intanto che ti si formava una cornicetta di stalagmiti intorno al monitor), uno stillicidio sudatissimo infinito e ansiogeno (la mamma in agguato nell’altra stanza che bussa alla parete urlando “hai fatto? sto aspettando una telefonata! hai fatto?” - proprio adesso che sei a qualche cellula epiteliale appena dal primo capezzolo!) - dovreste capire allora quale razza di superpotere nucleare c’aveva tra le mani chiunque controllasse l’immagine di Pamela Anderson durante quegli anni là dell’internet a vapore (l’immagine cioè più lungamente e attentissimamente esaminata dalla più grande quantità di persone nel più breve lasso di tempo nella storia del pianeta terra): avrebbe potuto che so io, utilizzarla come strumento d’una operazione di condizionamento psicologico su scala globale, una spyop subliminale in piena regola, l’ipnosi di milioni e milioni di adolescenti ovunque nel mondo - pensate ad esempio, giusto per fantasticare un po’ sulla cosa più spaventosa di tutte, se Pamela Anderson fosse stata parte della scuderia di Lele Mora - sarebbe bastato un microscopico invisibile messaggino iscritto con uno straterello di crema abbronzante nella peluria interna della coscia di Pamela Anderson e legioni e legioni di schiavi-zombie coi pantaloni alle caviglie si sarebbero riversati nelle strade scandendo robotici “Heil Mora!”: capite quindi che potenziale superarma senza precedenti è stata Pamela Anderson, in virtù certamente di circostanze irripetibili (resterà per sempre la sola e unica Pippa Idol 56k), il che non c’è dubbio le conferisce tutto sommato una sua speciale forma di grandezza.

Hugh Hefner vuole spostare la macchinaE quindi insomma capite la delusione nel constatare che le vestigia incartapecorite di una superarma così potenzialmente superdistruttiva siano trattate in modo così sciapetto e noioso: il reality è davvero poca cosa [3], una serie di siparietti per lo più insignificanti e prevedibilissimi che dovrebbero servire immagino a raccontarci di una Pamela Anderson che è ovviamente una superstar richiestissima, ovvio, ma è anche simpaticissima, frizzantella, madre integerrima (non si contano le dichiarazioni-lacrimuccia sulla falsa riga di “i miei figli mi hanno cambiato la vita”), un po’ porcellina va be’ (c’è la voce fuori campo che le chiede “cosa dobbiamo aspettarci?” e lei, tirandosi su la maglietta, “queste!” e poi, tirandosi su il gonnellino, voltandosi “e un po’ di questo!” - ma è un bluff, non ci cascate: non si vede niente) un tantino sbevazzona (”mio figlio fa una limonata buonissima… posso aggiungerci un po’ di vodka?”) ma sotto sotto intelligentissima (c’è l’architetto di casa sua in visibilio che assicura “è un genio! mi ha suggerito tutto lei! è un genio!” - nota: casa sua è praticamente un cubo con due stanze col gabinetto innestato nella canna fumaria), per cui nell’ordine abbiamo lei che passa l’aspirapolvere e si vanta di fare tutte le pulizie di casa in prima persona (se guardate bene nella foto si vede il cane - cliccando si apre più in grande - che la guarda sconvolto pensando “questo vuol dire che dopo sarai tu e non Juanita a togliere la merda che ho appena lasciato sulla moquette in salotto?”), lei che si mette il balsamo nei capelli (almeno credo fosse balsamo, è la stessa bottiglietta della maionese che c’ho io nel frigorifero), lei che cucina i dolcetti con la mammina adorata (dialoghi scoppiettanti: “dove li tieni i cucchiaini da tè?”, “uhm ecco - passandole un mestolo - tieni”, “ma questo non è un cucchiaino da tè!”, “ah scusa pensavo fosse un cucchiaino da tè”, “ma allora ce l’hai o no i cucchiaini da tè?”, “no credo di no”, “ricordati di comprare i cucchiaini da tè!”), lei che si fa il bagno prona nella vasca impegnatissima a far emergere in superficie uno spicchietto di sedere (fate caso ai libri di polistirolo appoggiati ad arte là sul bordo), lei che va in studio a farsi fotografare da David Lachapelle (presente no? quello che aveva capito Valeria Marini) e poi tutte e due (lei e LaChapelle, che accidenti è un bburinone colossale, non l’avevo mai visto dal vivo - meno male - giacchetta di pelle nera, cappellino Blu Oyster Bar, jeans infilati negli scarponi da astronauta dieci misure troppo grandi) prendono l’aeroplanino privato e se ne vanno a Las Vegas per il compleanno di Hugh Hefner (uno dei più lampanti geni del ventesimo secolo: appena la incontra, poti-poti, non ci pensa due volte e le dà una clacsonata - quando si dice saper utilizzare al meglio il proprio status di vecchio rincoglionito), lei che sta in camera d’albergo con quell’inqualificabile tamarro di Criss Angel e per dimostrare al mondo che è capace di intrattenere piacevolmente gli ospiti si mette a fare il ponte e la giravolta (poi dopo, entusiasta: “penso che ogni donna dovrebbe saper fare delle cose divertenti da fare durante i party”), e alla fine dulcis in fundo c’è lei che torna a casa per organizzare un’asta di beneficienza nel giardino dietro casa (i proventi vanno alla PETA, perché “le due cose che amo di più sono il sesso e i diritti degli animali” - disse Jessica Rizzo alla premiere del suo Il cane e la poliziotta) e si vendono cose pregevolissime come i suoi quarantasette ex-materassi (”ho fatto sesso su tutti”) e bigiotteria di gran classe come il braccialetto da capezzolo (e qui c’è l’unica scenetta degna d’un qualche interesse: uomo che se lo rigira tra le mani chiedendosi com’è che funziona quel cerchietto piccolino, moglie che s’avvicina e gli dice maliziosa dandogli di gomito “maybe it’s a cock ring” e lui tutto rosso che ribatte indignato “it’s too small!” e tutti che ridono come matti [4]).

[1] questi giorni qui Pamela Anderson è a Roma, a firmare le mutande rosse dell’inviato simpaticone di turno
[2] non lei però, non scherziamo, lei è una Marina Ripa di Meana americana (e mi sa che stanno messi meglio loro)
[3] dico sul serio, ehi, lo so che come ve ne parlo io, be’ modestamente, viene fuori divertente (”Betty ma è uno sballo! voglio vederlo anche io!”): ma sul serio, non ci perdete tempo, è una palla colossale
[4] e Tommy Lee? oh ma niente, questa puntata niente, peccato: appena pochi secondi, giusto il tempo di salutare Pamela con un affettuoso “ehilà ciao scimmia” (la prossima puntata invece, l’ho visto negli highlights - altro che Tommy Lee! - c’è lei che s’accorge d’essere seduta sopra uno sgabello di pelle di foca e lo getta via schifata, imprecando)

La gonzo-imprenditorialità del Papponcino Rampante:
Matteo Cambi, Raffaello Follieri

Accipicchia che settimane di passione per l’Associazione Italiana Papponcini Rampanti. Raffaello Follieri prima e Matteo Cambi poi: giovani promesse di categoria spazzate via così, in un soffio. Va be’ che ormai c’abbiamo fatto l’abitudine, ogni tanto si sa cascano un paio di teste, sono cose che capitano in un settore rischioso come il loro, quello della gonzo-imprenditorialità truffaldina e facciadiculista costruita su smisurate quantità di nulla ricoperte e impreziosite da una crosticina sottile sottile di cacca al sapore di cioccolato, e quindi sì insomma, il gabbio è un imprevisto da tenere sempre in considerazione, ogni tanto uops si pesca la carta “andate in prigione direttamente e senza passare dal Via” - non c’è niente da fare, su millemila Papponcini che ci provano magari sì in parecchi finiscono per godersela qualche annetto sulla cresta dell’onda, ma ce ne sono pochissimi che riescono a cavarsela più o meno indenni fino alla pensione, fino al grado di P.A. Papponcione Anziano (e che cavolo mica è una cosa da niente, diventare uno come Flavio Briatore).

Matteo Cambi e Raffaello Follieri l’hanno capito perfettamente come funzionano le cose e wow sono stati portentosi nella pratica: le attività i luoghi e i giri più in voga nello sfoggio coatto d’arricchimento sballone, qualche P.A. cogli agganci giusti che fa da protettore e chaperon, una o più starlettine al guinzaglio da scarrozzare ai giardinetti, le gossippate copulatorie in combine sulle rivistucce parrucchieristiche, un’eccessiva sfacciata ostentazione di ricchezza e successo; e poi certo il prodotto, quel qualcosa da vendere che t’ha fruttato i milionazzi di euro, la fake-azienda di cartapesta con la nonna amministratore delegato che ti permette di vanitoseggiartela da imprenditore vincente sono-un-modello-per-i-ragazzi mi-sono-fatto-da-solo tutto-questo-me-lo-sono-meritato: il prodotto in sé ovviamente ha pochissima importanza, anzi è un fattore direi quasi trascurabile, ciò che conta è la reputazione del marchio, il mondo in cui lo si racconta - la crosticina al sapore di cioccolato! - sono le pubblicità strombazzevoli “leader nel settore” e il pierringume scatenato e il suo grado di pervasività sponsorizzante in quello stesso universo parallelo di esibizionistico squallore vipparolo.

E di certo tra la folla sgomitante di Papponcini in carriera Matteo Cambi e Raffaello Follieri fanno la loro porca figura: perché in fondo sì, sono stati degli innovatori mica da niente, unici e persino geniali, a modo loro. Matteo Cambi per cominciare, faccione ebete stempiatura ingelatinata coi rivoletti di blob che gli scorrono sulla fronte e profilo da ratto - tipico physique du rôle del corteggiatore uomini e donne respinto alla prima puntata - è stato non soltanto uno dei fondatori e dei primi protagonisti del neo-yuppismo defilippiano tutto discoteche agenzie petti depilati promozioni televisive ed escort-vallettine, ma è stato soprattutto il grand’uomo che ha partorito questa trovata della schifezzetta magliettara mono-idea (”toh, prendiamo una Fruit of the Loom qualsiasi e c’appiccichiamo sopra col ferro da stiro uno schifo di simboletto qualsiasi”), è stato il mister Hula Hoop di questa generazione finto-fashionaria di inutili t-shirt coi mostriciattoli sopra (rane zoppe e famiglia) che campano in simbiosi coi più immondi e subumani programmacci televisivi - un miracolo di idiozia attira idioti attraverso idioti - per cui tutte le oscenità malvestite che si moltiplicano a vista d’occhio su fuoriusciti realitari e tettine da calendario e comparsate buonadomenicali e spottini infra-defilippari (senza del resto alcun apparente tornaconto economico - ehi, chi se le compra? nessuno se le compra), be’, sono merito suo (e chissà che il processo per bancarotta fraudolenta in arrivo, forse, non ci sveli il trucchetto magico che c’è dietro).

Molta meno spudoratezza bburino-blingbling per Raffaello Follieri, ok, ma secondo me non c’è storia, ha dalla sua qualcosa di perversamente grandioso che non si batte. Dai, parliamo di un ex studente d’economia col testone lunare da pacioccone buono (una specie di Ricucci disintossicato e de-culettizzato) che dopo aver tentato la strada dell’industria cosmetica (pronti partenza fallita) se n’è andato negli USA facendosi passare per un ammanicatissimo potentone vaticano: seguendo alla lettera i dettami del manuale delle Giovani Marmotte Papponcine (1, se vuoi farti credere un grand’uomo di successo, raccontalo) s’è preso a scrocco l’appartamentone stratosferico e i macchinoni stratosferici e la fidanzatina stratosferica, andava cianciando dei suoi incredibili traguardi filantropico-finanziari (2, qualsiasi cosa ti chiedano, tu ripeti “leader nel settore”), s’è viscidamente slumacato qualche importante riccastro a cui inculare l’agendina coi numeri di telefono, si portava a spasso l’amichetto delle elementari omonimo del mega-cardinalone Lupp-Mannar (3, guarda i primi trenta minuti de Il distinto gentiluomo) e a colpi di smargiassate colossali tipo “diecimila bambini vaccinati in Africa” e “io il Papa lo chiamo Drugo” è riuscito a farci cascare un po’ tutti, Bill Clinton e un mucchio di altri pezzoni grossi. Una variante su scala mondiale della gonzo-imprenditorialità da Papponcino Rampante, che sostituisce alla commercializzazione rincoglionita della tivvì spazzatura la smania all’investimento facile facile e i più cretini meccanismi d’umanitarismo wannabe delle fondazioni passatempo di questo o quel Papponcione mmerigano: e non si tratta più nemmeno di magliettine paravento, di uno stupido marchietto da appiccicare qua e là, Raffaello Follieri semplicemente non vendeva un bel niente se non la sua immagine da riccastro impomatato e la sua storia di finti successoni professionali, ovviamente certificati dalle amicizie showbizzare e dalle Bentley e dall’attico grattacielaro e dalla topa figosa e dai viaggioni sugli aerei privati. Incredibile che un Papponcino Rampante così abile e truffaldinamente globalizzato sia partito da uno stortignaccolo modestissimo paesino di provincia, no? O no, anche no, considerato quel suo illustre ben più noto concittadino ad honorem: San Sòla.

Fabrizio Corona - Vim#12

fabrizio corona'sSe c’è uno in Italia che può sul serio rivaleggiare con le aspirazioni di lusso supermalvestito blingbling degli hippoppari gangsta americani, quelli che “lo scopo della loro vita è mettersi le otturazioni di platino e farsi lo schermo al plasma 400 pollici per vederci su e impararsi a memoria le bullate di Scarface e avere le femmine che escono sculettanti già nude e lubrificate di Cristal premendo un bottone sul bracciolo della limo” (autocitazione), questo qua è Fabrizio Corona.

Seppure certamente in chiave più terzomondista sempliciotta e outlet dolce&gabbana, è lampante e fondamentale l’apporto subculturale che ha contribuito più di ogni altro a fare di Fabrizio Corona il wannabe sgangherato che è oggi, questa venerabile tradizione di papponi impellicciati che si danno le arie da signorotti pieni di affari importanti, intoccabili e minacciosi che se fanno una puzzetta loro trema tutto il mondo di paura. Lampante mica per altro, basta dare un’occhiata alle foto del suo ufficio - e mi stupisce, in queste settimane che s’è fatto tutto un gran parlare di Fabrizio Corona (in vista anche dell’imminente temutissima apparizione a Matrix), che nessuno abbia speso due parole due sulle foto del suo ufficio (tratte dal sito del fanclub ufficiale - eh sì, c’ha il fanclub)

don fabrizio corona corleone…..il mondo è di fabrizio tony corona…..il deposito di zio fabrizio decoronis

che mi sembra compendino perfettamente lo stile del personaggio. Tony Montana e Vito Corleone che, si sa, rappresentato da un bel pezzo per gli hippoppari gangsta ingioiellati un punto di riferimento totemico, il simbolo di un arricchimento prepotente e violento che non guarda in faccia a nessuno, più volgare e primitivo uno, più sobrio e pacato l’altro, ok, ma c’è questa cosa che hanno in comune che è il motivo principale del loro iper-successone e che li rende così banalmente seduttivi: che le macchinone i tirapiedi il rubino da cento carati sul mignolino e la jacuzzi coi rubinetti d’oro siano sempre indissolubilmente legati ad un sistemino di discutibili e nebulosi cosiddetti “valori” del tipo che si trovano citati a vagonate nelle interviste a veline attori di fiction e calciatori (ma solo quelli più svegli, che usano un ventriloquo), banalità tipo famiglia, coraggio, onore, orgoglio, lealtà, Palle - “valori” che, nella migliore delle ipotesi, trovano la loro più concreta realizzazione nel nome della moglie col cuoricino al posto del puntino sulla i (se non c’ha una i, al posto della o - se non c’è manco la o, si iscriva il nome all’interno al cuoricino) tatuato sul bicipite oppure anche la faccia del figlioletto innocente tatuata da qualche altra parte, Corona ce l’ha sull’addominale, così quando si allena gli sembra che il figlioletto si accartocci (è un modo immagino per sfogare certe noiose frustrazioni casalinghe).

fabrizio corona gesù cristo dei coattiIl quadro di Zio Paperone aggiunge e rivela la dimensione più intimamente trash di Fabrizio Corona: un triste ex-valletto che scalpitava per farsi pagare le serate in discoteca, con l’anima e le capacità di un bulletto adolescente litigioso e non troppo capace, il cui cervello così infantile e naif, una volta interpellato circa il dilemma “cosa appendere dietro la poltrona di pelle umana per far capire che io sono uno che vuole avere tutto e subito” non è riuscito a partorire altro se non questo antico ricordo topoliniano: e be’, ma del resto, quanto è altrettanto se non ancora più infantile e naif (oltre che ridicolo) il servizio di foto che si è autoscattato in cella, che sembra quello di un bamboccio esaltato in cameretta davanti allo specchio, con le mutandazze elasticate dolce&gabbana (”sto dentro ma comunque mi vesto di classe”), i tre quattro chili di catenoni attorno al collo (”sto dentro ma comunque mi vesto di classe”), i tatuaggi in bella mostra (e, devo dire, appropriatissimi: mai visti di tanto orrendi), la faccia da vero duro che non si piega mai (ci scommetto che qui stava pensando a John Rambo) e che anzi rilancia e promette di farla pagare cara a tutti quanti una volta fuori e per questo si allena senza sosta (”sto dentro ma comunque c’ho i muscoli”), il tutto ovviamente sempre in mutande, al massimo in calzini se proprio fa freddo.

E questo suo saltuario scimmiottare l’abbigliamento da manager di ferro, coi capelli lunghi sempre tiratissimi all’indietro ludicidissimi e impiastricciati: un’idea tipica della soap-opera di più infima categoria, che se un personaggio fa il business man (senza scrupoli), allora ci deve avere i capelli tiratissimi all’indietro lucidissimi e impiastricciati; e poi il completo, ovviamente, gessato come gli affaristi quelli veri ma di raso, che vuol dire ok, sono un affarista di quelli veri ma anche uno che ci bada ad essere appariscente e di tendenza, e poi ovviamente il sigaro, che ti dà quell’aria più adulta e vissuta, non si fuma se non per finta ma si fa vedere sempre in mano, non c’è manager senza sigaro, si sa (oltre che nelle soap, ora che ci penso, pure su topolino ci sono i fumetto-manager che si azzimano così - oh, Corona da piccolino doveva averci l’abbonamento).

fabrizio corona regala mutandeIo lo so che lui adesso si sente come Tony Montana alla fine del film quando gli hanno dichiarato guerra ed è solo contro tutti, e sogna poverino di uscirsene fuori dal suo ufficio con il fucilone spara-granate e così Bam! Bam! sogna di accoppare in un mare di sangue un mucchio di colombiani, ma no, temo che tutta sta storia finirà in modo molto meno divertente: una causa qui, una là, giusto per sparare nel mucchio a casaccio e far mostra della giusta dose di minacciosa prepotenza (povera cara Simona Ventura), ancora qualche dozzina di mutande firmate Corona’s gettate dal balcone di casa sua, le interviste con gli scandaletti e le accuse sempre più piccine-picciò ad altri poveri disgraziati come lui, e poi basta, tutto qui - ci farà pure un sacco di soldi, Fabrizio Corona (bravo!), ma se posso dargli un consiglio spassionato: io mio figlio a fargli fare da babysitter da Lele Mora, be’, come dire, piuttosto lo manderei a fare camping a Neverland.

Yo

Se c’è una cosa che ci stiamo perdendo e che dovremmo invidiare agli USA, e che io da anni osservo da lontano piena di meraviglia, è tutta questa lunga e divertentissima saga del malvestitismo hip-hop. E’ vero che sì un paio di imitatori scarsini ce li abbiamo pure noi, ma per quanto ce la mettano tutta, poveracci, non c’è proprio storia. Parlo ovviamente di tipi come si dice - mainstream, ecco, in Italia dei veri coattoni malvestiti, hip-hop mainstream, coattoni di quelli che lo scopo della loro vita è mettersi le otturazioni di platino e farsi lo schermo al plasma 400 pollici per vederci su e impararsi a memoria le bullate di Scarface e avere le femmine che escono sculettanti già nude e lubrificate di Cristal premendo un bottone sul bracciolo della limo (non provate nemmeno a considerare gente come i Flaminio Maphia, Sottotono, Gemelli Diversi il fu Piotta e simili: non sono all’altezza), dei veri malvestiti extremi di questo genere qua, da noi, non ci stanno.

yo bling yo blingDel Bling Bling per esempio, ditemi uno in Italia che può vantarsi di bling blingare: che sarebbe cioè far sfoggio di uno stile di vita sbrilluccicoso e super lussosissimo (del tipo: diamanti purissimi che c’è voluta un’intera generazione di sudafricani per estrarli dal centro della terra, pelliccioni di animali estinti, macchinone lunghe venti metri con la jacuzzi di oro masiccio). Oppure di questa corrente gangsta che tira un sacco, che si scrivono i testi l’uno contro l’altro e poi si accoppano a fucilate fuori dagli studi di registrazione: qui al massimo ci sono Fabri Fibra e quello là, il fratello di J-Ax, che si pigliano per il culo ai concertini di Trl su Mtv. Che delusione. E a proposito di Mtv, pure il programma culto del malvestitismo motoristico, bandiera del coattume hip-hop, pure quello siamo riusciti a ridurre ad una schifezzuola squallida e provincialotta, coi brianzoli ingelatinati che si fanno pimpare il motorino dai Gemelli Diversi in canottiera, fibbie di plastica dorata e quell’uso forzatissimo del gergo - secondo loro - di tendenza che fa un po’ ridere: “dai fra’, stai troppo avanti!”

na cifra acidellaE’ finita il mese scorso a New York una mostra, Black Style Now, che in buona parte ripercorreva la storia di questi venti e passa anni di hip-hop malvestitismo. E che storia. Dalle adidas senza lacci di Run DMC alle camicie di Tupac ai rastini rinsecchiti di Coolio allo chic pappone di P. Diddy all’eleganza fattona di Snoop Dog ai tatuaggi neri “ahò guarda quante volte m’hanno sparato” di 50 Cents. C’è di che sentirsi annichiliti. Soprattutto davanti a questa incredibile varietà malvestita: mentre qui da noi, invece, per farci gli hip-hop ancora si ricorre ai soliti magliettoni da basket, cappellini al contrario, pantaloni bragoloni e timberland di quelle alte da boscaiolo. Al massimo giusto qualche robina di bigiotteria (che ne so, il classico piercing qua e là, o l’anello col teschio sul pollice - invece no, sbagliato, va sul mignolo!), magari giusto qualche tatuaggino tribale o una croce da qualche parte (che fa molto ghetto latino, “yo ghetto e yo dio”). E poi per fare lo slang, meglio se siete nati in qualche posto con una parlata strettissima, che almeno un po’ fa figo (ovviamente, appunto, mai parlare un italiano corretto, ma invece esser fieri della propria ignoranza linguistica, che fa molto strafottente “yo è la mia terra yo è la mia lingua, yo”). Per quanto riguarda invece quell’aria da maledetti criminali del ghetto, invece, non c’è niente da fare, se uno ci si impegna, qui, forse forse riesce a darsi un’aria da briscola al centro sociale, tutt’al più.

la pina versus lil' kim, l'impietositàPer non parlare di un accessorio fondamentale del hippopparo di prima classe: la femmina. Con la scusa di piccole particine vocali per lo più insignificanti (che spesso si limitano all’espressione virtuosa di un “uuuh” o di un “oooh”, molto soul), il vero hippopparo si circonda nei video (e nella vita) di femmine giocattolo con culone possibilmente sodo, quarta di reggiseno e pelle untissima, e soprattutto disponibili ad un malvestitismo fatto di robine minuscole da cui fuoriesca per benino tutta la mercanzia (da ostentare, appunto, come il diamante sudafricano): femmine che passino il tempo facendosi sculacciare e dimenandosi - con il bonus, ogni tanto, di “uuuh” e “oooh”, molto soul (ma può succedere che dette femmine si montino la testa e decidano di lanciarsi in carriere soliste, riuscendoci pure, qualche volta: vedi alla voce Lil’ Kim). E con tutto sto popò di ben di dio oltreoceano, noi, qui, siamo costretti a sopportare impotenti femmine hip-hop quale è stata La Pina, accidenti, che dopo il duplice flop come cantante e presentatrice TV (ve lo ricordate quella specie di reality nella baita di montagna, Mi piaci tu, si chiamava, con la sua voce fuori campo che commentava dei fintissimi incontri al buio), s’è finalmente spiaggiata sulle onde di radio DJ. Che impietoso paragone.

E poi mica scemi, ci fanno pure i gran soldoni negli USA, brandizzando il malvestitismo hip-hop. Maschi e femmine è uguale. Fanno una manciata di album, sburinandosela qua e là, fondano una griffe e via, milioni di giovani aspiranti hippoppetti che corrono a comprarsi le bandane targate Rocawear (di Jay-Z, da poco venduta per duecento milioni di dollari), le felpone Shady Ltd (di Eminem), o le gonnelline inguinali trasparenti al gusto fragola della House of dereon (di Beyoncé). Business Instead of Game, uh? Be’ qui da noi, forse, si potrebbe metter su una bancarella, in tangenziale (sulla corsia d’emergenza, che fa molto “yo, illegale”), per vendere le calze della nonna che si mette in testa Mondo Marcio. Uhm. Be’, non male.