Pamela Anderson, Girl on the loose (poteva conquistare il mondo, ed è finita a vendere braccialetti da capezzolo nel garage sotto casa)

Pamela Anderson Girl on the looseL’altro giorno a parlare di reality americani con le paleo-celebrità disoccupate che cercano di raggranellare qualche spicciolo per rinchiudere in rehab il figlioletto di cinque anni sex-crack-amaroaverna-collanazzedoro-ak47 addicted (nome d’arte CollMasterBastardDJ), m’è venuta voglia di guardarmi la prima puntata di questo reality recentissimo su Pamela Anderson (debutterà qui in Italia la settimana prossima [1]) che si chiama Pam girl on the loose e c’avrebbe sulla carta tutto il necessario per diventare una pietra miliare del genere Dopo questo cosa mi rimane? (Far parte della giuria internazionale di Miss Italia? Ho sbagliato tutto la vita mi fa orrore non avrei mai dovuto abbandonare l’istituto radioelettra): ci sono i personaggi squinternati ridicolissimi (a cominciare dall’ex boyfriend Tommy Lee che s’acconcia come un bimbominkia qualsiasi col cappellino al contrario e le borchiette e i ciondoletti e le collanine e c’ha quel suo sorrisetto strafottente da giovane ribelle che gli accartoccia il faccione ebete in una ragnatela di rugosità fittissime tipo Charlton Heston – com’è oggi, dico, se lo si andasse a esumare), c’è il lusso coattone superostentato (gioiellazzi e pelliccioni [2] e case da diecimila metri quadri e televisioni al plasma cinemascope e Cristal a fiumi ovunque sugli aerei privati e sui macchinoni giganteschi coi cingolati), c’è la santissima trinità droga sesso rocherolle (ma soprattutto c’è quell’irresistibile saporino di squallore e decadenza che è tipico dello strafattismo tappabuchi senza alcun mistero, in situazioni per nulla cool e trasgressive ma anzi moscissime e tragicamente noiose), ci sono un sacco di vipponi impaccati e bling bling che vanno e vengono (yo fratello!) e poi va be’ soprattutto c’è lei, Pamela Anderson, che non so come la pensate voi ma io non ci riesco a pensarla come una tipa qualsiasi.

pamela anderson si condisce i capelliE’ vero che ci si potrebbe accontentare di classificarla come la solita pin-up con la meningite e il parruccone biondissimo e le tettone aerostatiche e la vocina squittosa da chipmunk, il solito stereotipato bambolotto da paginone srotolabile tutto mossette ammiccanti di frivolume ninfomaniacale – a parte che adesso, insomma, è da un pezzo che s’è avviata sulla strada dell’imbellettamento ringiovanente morte-a-venezia e in quattro e quattr’otto ce la ritroveremo ignuda e attorcigliata in copertina da qualche parte là sulla rastrelliera della Carrefour accanto al numero del National Geographic “Nuova radiografia per l’Uomo di Similaun” e sfido io, allora, a non comprarsi la rivista sbagliata – e in effetti sì non è che sia mai stata altro che questo, una specie di assurda incarnazione del chimerico essere-tetta philiprottiano, ok, se considerate però le particolari circostanze tecnologiche che l’hanno trasformata nel potentissimo totem masturbatorio che è stata a cavallo del millennio per una intera generazione di maschietti pubertosi – erano gli anni in cui le connessioni a manovella facevano boom dappertutto, il periodo che i jpg con le donnine nude venivano faticosamente caricati pixel dopo pixel (le nuvolette, i palmizi, i cocchi sui palmizi, l’orizzonte sull’oceano, un peschereccio laggiù che galleggia sull’oceano, i primi capelli, i primi capelli! e poi la fronte, i sopraccigli, un due tre quattro trecentottantamila sopraccigli contati uno per uno, un occhio – finalmente! – l’altro occhio, una caccolina sull’occhio! e via giù così, intanto che ti si formava una cornicetta di stalagmiti intorno al monitor), uno stillicidio sudatissimo infinito e ansiogeno (la mamma in agguato nell’altra stanza che bussa alla parete urlando “hai fatto? sto aspettando una telefonata! hai fatto?” – proprio adesso che sei a qualche cellula epiteliale appena dal primo capezzolo!) – dovreste capire allora quale razza di superpotere nucleare c’aveva tra le mani chiunque controllasse l’immagine di Pamela Anderson durante quegli anni là dell’internet a vapore (l’immagine cioè più lungamente e attentissimamente esaminata dalla più grande quantità di persone nel più breve lasso di tempo nella storia del pianeta terra): avrebbe potuto che so io, utilizzarla come strumento d’una operazione di condizionamento psicologico su scala globale, una spyop subliminale in piena regola, l’ipnosi di milioni e milioni di adolescenti ovunque nel mondo – pensate ad esempio, giusto per fantasticare un po’ sulla cosa più spaventosa di tutte, se Pamela Anderson fosse stata parte della scuderia di Lele Mora – sarebbe bastato un microscopico invisibile messaggino iscritto con uno straterello di crema abbronzante nella peluria interna della coscia di Pamela Anderson e legioni e legioni di schiavi-zombie coi pantaloni alle caviglie si sarebbero riversati nelle strade scandendo robotici “Heil Mora!”: capite quindi che potenziale superarma senza precedenti è stata Pamela Anderson, in virtù certamente di circostanze irripetibili (resterà per sempre la sola e unica Pippa Idol 56k), il che non c’è dubbio le conferisce tutto sommato una sua speciale forma di grandezza.

Hugh Hefner vuole spostare la macchinaE quindi insomma capite la delusione nel constatare che le vestigia incartapecorite di una superarma così potenzialmente superdistruttiva siano trattate in modo così sciapetto e noioso: il reality è davvero poca cosa [3], una serie di siparietti per lo più insignificanti e prevedibilissimi che dovrebbero servire immagino a raccontarci di una Pamela Anderson che è ovviamente una superstar richiestissima, ovvio, ma è anche simpaticissima, frizzantella, madre integerrima (non si contano le dichiarazioni-lacrimuccia sulla falsa riga di “i miei figli mi hanno cambiato la vita”), un po’ porcellina va be’ (c’è la voce fuori campo che le chiede “cosa dobbiamo aspettarci?” e lei, tirandosi su la maglietta, “queste!” e poi, tirandosi su il gonnellino, voltandosi “e un po’ di questo!” – ma è un bluff, non ci cascate: non si vede niente) un tantino sbevazzona (“mio figlio fa una limonata buonissima… posso aggiungerci un po’ di vodka?”) ma sotto sotto intelligentissima (c’è l’architetto di casa sua in visibilio che assicura “è un genio! mi ha suggerito tutto lei! è un genio!” – nota: casa sua è praticamente un cubo con due stanze col gabinetto innestato nella canna fumaria), per cui nell’ordine abbiamo lei che passa l’aspirapolvere e si vanta di fare tutte le pulizie di casa in prima persona (se guardate bene nella foto si vede il cane – cliccando si apre più in grande – che la guarda sconvolto pensando “questo vuol dire che dopo sarai tu e non Juanita a togliere la merda che ho appena lasciato sulla moquette in salotto?”), lei che si mette il balsamo nei capelli (almeno credo fosse balsamo, è la stessa bottiglietta della maionese che c’ho io nel frigorifero), lei che cucina i dolcetti con la mammina adorata (dialoghi scoppiettanti: “dove li tieni i cucchiaini da tè?”, “uhm ecco – passandole un mestolo – tieni”, “ma questo non è un cucchiaino da tè!”, “ah scusa pensavo fosse un cucchiaino da tè”, “ma allora ce l’hai o no i cucchiaini da tè?”, “no credo di no”, “ricordati di comprare i cucchiaini da tè!”), lei che si fa il bagno prona nella vasca impegnatissima a far emergere in superficie uno spicchietto di sedere (fate caso ai libri di polistirolo appoggiati ad arte là sul bordo), lei che va in studio a farsi fotografare da David Lachapelle (presente no? quello che aveva capito Valeria Marini) e poi tutte e due (lei e LaChapelle, che accidenti è un bburinone colossale, non l’avevo mai visto dal vivo – meno male – giacchetta di pelle nera, cappellino Blu Oyster Bar, jeans infilati negli scarponi da astronauta dieci misure troppo grandi) prendono l’aeroplanino privato e se ne vanno a Las Vegas per il compleanno di Hugh Hefner (uno dei più lampanti geni del ventesimo secolo: appena la incontra, poti-poti, non ci pensa due volte e le dà una clacsonata – quando si dice saper utilizzare al meglio il proprio status di vecchio rincoglionito), lei che sta in camera d’albergo con quell’inqualificabile tamarro di Criss Angel e per dimostrare al mondo che è capace di intrattenere piacevolmente gli ospiti si mette a fare il ponte e la giravolta (poi dopo, entusiasta: “penso che ogni donna dovrebbe saper fare delle cose divertenti da fare durante i party”), e alla fine dulcis in fundo c’è lei che torna a casa per organizzare un’asta di beneficienza nel giardino dietro casa (i proventi vanno alla PETA, perché “le due cose che amo di più sono il sesso e i diritti degli animali” – disse Jessica Rizzo alla premiere del suo Il cane e la poliziotta) e si vendono cose pregevolissime come i suoi quarantasette ex-materassi (“ho fatto sesso su tutti”) e bigiotteria di gran classe come il braccialetto da capezzolo (e qui c’è l’unica scenetta degna d’un qualche interesse: uomo che se lo rigira tra le mani chiedendosi com’è che funziona quel cerchietto piccolino, moglie che s’avvicina e gli dice maliziosa dandogli di gomito “maybe it’s a cock ring” e lui tutto rosso che ribatte indignato “it’s too small!” e tutti che ridono come matti [4]).

[1] questi giorni qui Pamela Anderson è a Roma, a firmare le mutande rosse dell’inviato simpaticone di turno
[2] non lei però, non scherziamo, lei è una Marina Ripa di Meana americana (e mi sa che stanno messi meglio loro)
[3] dico sul serio, ehi, lo so che come ve ne parlo io, be’ modestamente, viene fuori divertente (“Betty ma è uno sballo! voglio vederlo anche io!”): ma sul serio, non ci perdete tempo, è una palla colossale
[4] e Tommy Lee? oh ma niente, questa puntata niente, peccato: appena pochi secondi, giusto il tempo di salutare Pamela con un affettuoso “ehilà ciao scimmia” (la prossima puntata invece, l’ho visto negli highlights – altro che Tommy Lee! – c’è lei che s’accorge d’essere seduta sopra uno sgabello di pelle di foca e lo getta via schifata, imprecando)

La gonzo-imprenditorialità del Papponcino Rampante:
Matteo Cambi, Raffaello Follieri

Accipicchia che settimane di passione per l’Associazione Italiana Papponcini Rampanti. Raffaello Follieri prima e Matteo Cambi poi: giovani promesse di categoria spazzate via così, in un soffio. Va be’ che ormai c’abbiamo fatto l’abitudine, ogni tanto si sa cascano un paio di teste, sono cose che capitano in un settore rischioso come il loro, quello della gonzo-imprenditorialità truffaldina e facciadiculista costruita su smisurate quantità di nulla ricoperte e impreziosite da una crosticina sottile sottile di cacca al sapore di cioccolato, e quindi sì insomma, il gabbio è un imprevisto da tenere sempre in considerazione, ogni tanto uops si pesca la carta “andate in prigione direttamente e senza passare dal Via” – non c’è niente da fare, su millemila Papponcini che ci provano magari sì in parecchi finiscono per godersela qualche annetto sulla cresta dell’onda, ma ce ne sono pochissimi che riescono a cavarsela più o meno indenni fino alla pensione, fino al grado di P.A. Papponcione Anziano (e che cavolo mica è una cosa da niente, diventare uno come Flavio Briatore).

Matteo Cambi e Raffaello Follieri l’hanno capito perfettamente come funzionano le cose e wow sono stati portentosi nella pratica: le attività i luoghi e i giri più in voga nello sfoggio coatto d’arricchimento sballone, qualche P.A. cogli agganci giusti che fa da protettore e chaperon, una o più starlettine al guinzaglio da scarrozzare ai giardinetti, le gossippate copulatorie in combine sulle rivistucce parrucchieristiche, un’eccessiva sfacciata ostentazione di ricchezza e successo; e poi certo il prodotto, quel qualcosa da vendere che t’ha fruttato i milionazzi di euro, la fake-azienda di cartapesta con la nonna amministratore delegato che ti permette di vanitoseggiartela da imprenditore vincente sono-un-modello-per-i-ragazzi mi-sono-fatto-da-solo tutto-questo-me-lo-sono-meritato: il prodotto in sé ovviamente ha pochissima importanza, anzi è un fattore direi quasi trascurabile, ciò che conta è la reputazione del marchio, il mondo in cui lo si racconta – la crosticina al sapore di cioccolato! – sono le pubblicità strombazzevoli “leader nel settore” e il pierringume scatenato e il suo grado di pervasività sponsorizzante in quello stesso universo parallelo di esibizionistico squallore vipparolo.

E di certo tra la folla sgomitante di Papponcini in carriera Matteo Cambi e Raffaello Follieri fanno la loro porca figura: perché in fondo sì, sono stati degli innovatori mica da niente, unici e persino geniali, a modo loro. Matteo Cambi per cominciare, faccione ebete stempiatura ingelatinata coi rivoletti di blob che gli scorrono sulla fronte e profilo da ratto – tipico physique du rôle del corteggiatore uomini e donne respinto alla prima puntata – è stato non soltanto uno dei fondatori e dei primi protagonisti del neo-yuppismo defilippiano tutto discoteche agenzie petti depilati promozioni televisive ed escort-vallettine, ma è stato soprattutto il grand’uomo che ha partorito questa trovata della schifezzetta magliettara mono-idea (“toh, prendiamo una Fruit of the Loom qualsiasi e c’appiccichiamo sopra col ferro da stiro uno schifo di simboletto qualsiasi”), è stato il mister Hula Hoop di questa generazione finto-fashionaria di inutili t-shirt coi mostriciattoli sopra (rane zoppe e famiglia) che campano in simbiosi coi più immondi e subumani programmacci televisivi – un miracolo di idiozia attira idioti attraverso idioti – per cui tutte le oscenità malvestite che si moltiplicano a vista d’occhio su fuoriusciti realitari e tettine da calendario e comparsate buonadomenicali e spottini infra-defilippari (senza del resto alcun apparente tornaconto economico – ehi, chi se le compra? nessuno se le compra), be’, sono merito suo (e chissà che il processo per bancarotta fraudolenta in arrivo, forse, non ci sveli il trucchetto magico che c’è dietro).

Molta meno spudoratezza bburino-blingbling per Raffaello Follieri, ok, ma secondo me non c’è storia, ha dalla sua qualcosa di perversamente grandioso che non si batte. Dai, parliamo di un ex studente d’economia col testone lunare da pacioccone buono (una specie di Ricucci disintossicato e de-culettizzato) che dopo aver tentato la strada dell’industria cosmetica (pronti partenza fallita) se n’è andato negli USA facendosi passare per un ammanicatissimo potentone vaticano: seguendo alla lettera i dettami del manuale delle Giovani Marmotte Papponcine (1, se vuoi farti credere un grand’uomo di successo, raccontalo) s’è preso a scrocco l’appartamentone stratosferico e i macchinoni stratosferici e la fidanzatina stratosferica, andava cianciando dei suoi incredibili traguardi filantropico-finanziari (2, qualsiasi cosa ti chiedano, tu ripeti “leader nel settore”), s’è viscidamente slumacato qualche importante riccastro a cui inculare l’agendina coi numeri di telefono, si portava a spasso l’amichetto delle elementari omonimo del mega-cardinalone Lupp-Mannar (3, guarda i primi trenta minuti de Il distinto gentiluomo) e a colpi di smargiassate colossali tipo “diecimila bambini vaccinati in Africa” e “io il Papa lo chiamo Drugo” è riuscito a farci cascare un po’ tutti, Bill Clinton e un mucchio di altri pezzoni grossi. Una variante su scala mondiale della gonzo-imprenditorialità da Papponcino Rampante, che sostituisce alla commercializzazione rincoglionita della tivvì spazzatura la smania all’investimento facile facile e i più cretini meccanismi d’umanitarismo wannabe delle fondazioni passatempo di questo o quel Papponcione mmerigano: e non si tratta più nemmeno di magliettine paravento, di uno stupido marchietto da appiccicare qua e là, Raffaello Follieri semplicemente non vendeva un bel niente se non la sua immagine da riccastro impomatato e la sua storia di finti successoni professionali, ovviamente certificati dalle amicizie showbizzare e dalle Bentley e dall’attico grattacielaro e dalla topa figosa e dai viaggioni sugli aerei privati. Incredibile che un Papponcino Rampante così abile e truffaldinamente globalizzato sia partito da uno stortignaccolo modestissimo paesino di provincia, no? O no, anche no, considerato quel suo illustre ben più noto concittadino ad honorem: San Sòla.

Fabrizio Corona – Vim#12

fabrizio corona'sSe c’è uno in Italia che può sul serio rivaleggiare con le aspirazioni di lusso supermalvestito blingbling degli hippoppari gangsta americani, quelli che “lo scopo della loro vita è mettersi le otturazioni di platino e farsi lo schermo al plasma 400 pollici per vederci su e impararsi a memoria le bullate di Scarface e avere le femmine che escono sculettanti già nude e lubrificate di Cristal premendo un bottone sul bracciolo della limo” (autocitazione), questo qua è Fabrizio Corona.

Seppure certamente in chiave più terzomondista sempliciotta e outlet dolce&gabbana, è lampante e fondamentale l’apporto subculturale che ha contribuito più di ogni altro a fare di Fabrizio Corona il wannabe sgangherato che è oggi, questa venerabile tradizione di papponi impellicciati che si danno le arie da signorotti pieni di affari importanti, intoccabili e minacciosi che se fanno una puzzetta loro trema tutto il mondo di paura. Lampante mica per altro, basta dare un’occhiata alle foto del suo ufficio – e mi stupisce, in queste settimane che s’è fatto tutto un gran parlare di Fabrizio Corona (in vista anche dell’imminente temutissima apparizione a Matrix), che nessuno abbia speso due parole due sulle foto del suo ufficio (tratte dal sito del fanclub ufficiale – eh sì, c’ha il fanclub)

don fabrizio corona corleone…..il mondo è di fabrizio tony corona…..il deposito di zio fabrizio decoronis

che mi sembra compendino perfettamente lo stile del personaggio. Tony Montana e Vito Corleone che, si sa, rappresentato da un bel pezzo per gli hippoppari gangsta ingioiellati un punto di riferimento totemico, il simbolo di un arricchimento prepotente e violento che non guarda in faccia a nessuno, più volgare e primitivo uno, più sobrio e pacato l’altro, ok, ma c’è questa cosa che hanno in comune che è il motivo principale del loro iper-successone e che li rende così banalmente seduttivi: che le macchinone i tirapiedi il rubino da cento carati sul mignolino e la jacuzzi coi rubinetti d’oro siano sempre indissolubilmente legati ad un sistemino di discutibili e nebulosi cosiddetti “valori” del tipo che si trovano citati a vagonate nelle interviste a veline attori di fiction e calciatori (ma solo quelli più svegli, che usano un ventriloquo), banalità tipo famiglia, coraggio, onore, orgoglio, lealtà, Palle – “valori” che, nella migliore delle ipotesi, trovano la loro più concreta realizzazione nel nome della moglie col cuoricino al posto del puntino sulla i (se non c’ha una i, al posto della o – se non c’è manco la o, si iscriva il nome all’interno al cuoricino) tatuato sul bicipite oppure anche la faccia del figlioletto innocente tatuata da qualche altra parte, Corona ce l’ha sull’addominale, così quando si allena gli sembra che il figlioletto si accartocci (è un modo immagino per sfogare certe noiose frustrazioni casalinghe).

fabrizio corona gesù cristo dei coattiIl quadro di Zio Paperone aggiunge e rivela la dimensione più intimamente trash di Fabrizio Corona: un triste ex-valletto che scalpitava per farsi pagare le serate in discoteca, con l’anima e le capacità di un bulletto adolescente litigioso e non troppo capace, il cui cervello così infantile e naif, una volta interpellato circa il dilemma “cosa appendere dietro la poltrona di pelle umana per far capire che io sono uno che vuole avere tutto e subito” non è riuscito a partorire altro se non questo antico ricordo topoliniano: e be’, ma del resto, quanto è altrettanto se non ancora più infantile e naif (oltre che ridicolo) il servizio di foto che si è autoscattato in cella, che sembra quello di un bamboccio esaltato in cameretta davanti allo specchio, con le mutandazze elasticate dolce&gabbana (“sto dentro ma comunque mi vesto di classe”), i tre quattro chili di catenoni attorno al collo (“sto dentro ma comunque mi vesto di classe”), i tatuaggi in bella mostra (e, devo dire, appropriatissimi: mai visti di tanto orrendi), la faccia da vero duro che non si piega mai (ci scommetto che qui stava pensando a John Rambo) e che anzi rilancia e promette di farla pagare cara a tutti quanti una volta fuori e per questo si allena senza sosta (“sto dentro ma comunque c’ho i muscoli”), il tutto ovviamente sempre in mutande, al massimo in calzini se proprio fa freddo.

E questo suo saltuario scimmiottare l’abbigliamento da manager di ferro, coi capelli lunghi sempre tiratissimi all’indietro ludicidissimi e impiastricciati: un’idea tipica della soap-opera di più infima categoria, che se un personaggio fa il business man (senza scrupoli), allora ci deve avere i capelli tiratissimi all’indietro lucidissimi e impiastricciati; e poi il completo, ovviamente, gessato come gli affaristi quelli veri ma di raso, che vuol dire ok, sono un affarista di quelli veri ma anche uno che ci bada ad essere appariscente e di tendenza, e poi ovviamente il sigaro, che ti dà quell’aria più adulta e vissuta, non si fuma se non per finta ma si fa vedere sempre in mano, non c’è manager senza sigaro, si sa (oltre che nelle soap, ora che ci penso, pure su topolino ci sono i fumetto-manager che si azzimano così – oh, Corona da piccolino doveva averci l’abbonamento).

fabrizio corona regala mutandeIo lo so che lui adesso si sente come Tony Montana alla fine del film quando gli hanno dichiarato guerra ed è solo contro tutti, e sogna poverino di uscirsene fuori dal suo ufficio con il fucilone spara-granate e così Bam! Bam! sogna di accoppare in un mare di sangue un mucchio di colombiani, ma no, temo che tutta sta storia finirà in modo molto meno divertente: una causa qui, una là, giusto per sparare nel mucchio a casaccio e far mostra della giusta dose di minacciosa prepotenza (povera cara Simona Ventura), ancora qualche dozzina di mutande firmate Corona’s gettate dal balcone di casa sua, le interviste con gli scandaletti e le accuse sempre più piccine-picciò ad altri poveri disgraziati come lui, e poi basta, tutto qui – ci farà pure un sacco di soldi, Fabrizio Corona (bravo!), ma se posso dargli un consiglio spassionato: io mio figlio a fargli fare da babysitter da Lele Mora, be’, come dire, piuttosto lo manderei a fare camping a Neverland.

Yo

19 marzo 2007 / ,

Se c’è una cosa che ci stiamo perdendo e che dovremmo invidiare agli USA, e che io da anni osservo da lontano piena di meraviglia, è tutta questa lunga e divertentissima saga del malvestitismo hip-hop. E’ vero che sì un paio di imitatori scarsini ce li abbiamo pure noi, ma per quanto ce la mettano tutta, poveracci, non c’è proprio storia. Parlo ovviamente di tipi come si dice – mainstream, ecco, in Italia dei veri coattoni malvestiti, hip-hop mainstream, coattoni di quelli che lo scopo della loro vita è mettersi le otturazioni di platino e farsi lo schermo al plasma 400 pollici per vederci su e impararsi a memoria le bullate di Scarface e avere le femmine che escono sculettanti già nude e lubrificate di Cristal premendo un bottone sul bracciolo della limo (non provate nemmeno a considerare gente come i Flaminio Maphia, Sottotono, Gemelli Diversi il fu Piotta e simili: non sono all’altezza), dei veri malvestiti extremi di questo genere qua, da noi, non ci stanno.

yo bling yo blingDel Bling Bling per esempio, ditemi uno in Italia che può vantarsi di bling blingare: che sarebbe cioè far sfoggio di uno stile di vita sbrilluccicoso e super lussosissimo (del tipo: diamanti purissimi che c’è voluta un’intera generazione di sudafricani per estrarli dal centro della terra, pelliccioni di animali estinti, macchinone lunghe venti metri con la jacuzzi di oro masiccio). Oppure di questa corrente gangsta che tira un sacco, che si scrivono i testi l’uno contro l’altro e poi si accoppano a fucilate fuori dagli studi di registrazione: qui al massimo ci sono Fabri Fibra e quello là, il fratello di J-Ax, che si pigliano per il culo ai concertini di Trl su Mtv. Che delusione. E a proposito di Mtv, pure il programma culto del malvestitismo motoristico, bandiera del coattume hip-hop, pure quello siamo riusciti a ridurre ad una schifezzuola squallida e provincialotta, coi brianzoli ingelatinati che si fanno pimpare il motorino dai Gemelli Diversi in canottiera, fibbie di plastica dorata e quell’uso forzatissimo del gergo – secondo loro – di tendenza che fa un po’ ridere: “dai fra’, stai troppo avanti!”

na cifra acidellaE’ finita il mese scorso a New York una mostra, Black Style Now, che in buona parte ripercorreva la storia di questi venti e passa anni di hip-hop malvestitismo. E che storia. Dalle adidas senza lacci di Run DMC alle camicie di Tupac ai rastini rinsecchiti di Coolio allo chic pappone di P. Diddy all’eleganza fattona di Snoop Dog ai tatuaggi neri “ahò guarda quante volte m’hanno sparato” di 50 Cents. C’è di che sentirsi annichiliti. Soprattutto davanti a questa incredibile varietà malvestita: mentre qui da noi, invece, per farci gli hip-hop ancora si ricorre ai soliti magliettoni da basket, cappellini al contrario, pantaloni bragoloni e timberland di quelle alte da boscaiolo. Al massimo giusto qualche robina di bigiotteria (che ne so, il classico piercing qua e là, o l’anello col teschio sul pollice – invece no, sbagliato, va sul mignolo!), magari giusto qualche tatuaggino tribale o una croce da qualche parte (che fa molto ghetto latino, “yo ghetto e yo dio”). E poi per fare lo slang, meglio se siete nati in qualche posto con una parlata strettissima, che almeno un po’ fa figo (ovviamente, appunto, mai parlare un italiano corretto, ma invece esser fieri della propria ignoranza linguistica, che fa molto strafottente “yo è la mia terra yo è la mia lingua, yo”). Per quanto riguarda invece quell’aria da maledetti criminali del ghetto, invece, non c’è niente da fare, se uno ci si impegna, qui, forse forse riesce a darsi un’aria da briscola al centro sociale, tutt’al più.

la pina versus lil' kim, l'impietositàPer non parlare di un accessorio fondamentale del hippopparo di prima classe: la femmina. Con la scusa di piccole particine vocali per lo più insignificanti (che spesso si limitano all’espressione virtuosa di un “uuuh” o di un “oooh”, molto soul), il vero hippopparo si circonda nei video (e nella vita) di femmine giocattolo con culone possibilmente sodo, quarta di reggiseno e pelle untissima, e soprattutto disponibili ad un malvestitismo fatto di robine minuscole da cui fuoriesca per benino tutta la mercanzia (da ostentare, appunto, come il diamante sudafricano): femmine che passino il tempo facendosi sculacciare e dimenandosi – con il bonus, ogni tanto, di “uuuh” e “oooh”, molto soul (ma può succedere che dette femmine si montino la testa e decidano di lanciarsi in carriere soliste, riuscendoci pure, qualche volta: vedi alla voce Lil’ Kim). E con tutto sto popò di ben di dio oltreoceano, noi, qui, siamo costretti a sopportare impotenti femmine hip-hop quale è stata La Pina, accidenti, che dopo il duplice flop come cantante e presentatrice TV (ve lo ricordate quella specie di reality nella baita di montagna, Mi piaci tu, si chiamava, con la sua voce fuori campo che commentava dei fintissimi incontri al buio), s’è finalmente spiaggiata sulle onde di radio DJ. Che impietoso paragone.

E poi mica scemi, ci fanno pure i gran soldoni negli USA, brandizzando il malvestitismo hip-hop. Maschi e femmine è uguale. Fanno una manciata di album, sburinandosela qua e là, fondano una griffe e via, milioni di giovani aspiranti hippoppetti che corrono a comprarsi le bandane targate Rocawear (di Jay-Z, da poco venduta per duecento milioni di dollari), le felpone Shady Ltd (di Eminem), o le gonnelline inguinali trasparenti al gusto fragola della House of dereon (di Beyoncé). Business Instead of Game, uh? Be’ qui da noi, forse, si potrebbe metter su una bancarella, in tangenziale (sulla corsia d’emergenza, che fa molto “yo, illegale”), per vendere le calze della nonna che si mette in testa Mondo Marcio. Uhm. Be’, non male.

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