Oggi vi parlo di romanzi cretini per adolescenti cretini. La prima parte del post, che è un’introduzione, si può riassumere in questi cinque punti:
1) un romanzo per adolescenti non dev’essere per forza un romanzo cretino;
2) gli adolescenti non sono tutti cretini (molti lo sono, ma non tutti);
3) un romanzo cretino per adolescenti può essere apprezzato esclusivamente da adolescenti cretini;
4) il principio Qualsiasi Cosa Purché Gli Adolescenti Leggano è un principio cretino pensato apposta per gli adolescenti cretini;
5) un romanzo cretino per adolescenti cretini è un romanzo conveniente (per l’autore, per l’editore, per l’adolescente cretino).
Nella seconda parte del post (clic qui per saltarci direttamente) esaminerò il caso specifico della blogger Rossella Rasulo e del suo romanzo Ti voglio vivere. È un caso molto interessante perché Rossella Rasulo, come blogger, rappresenta il prototipo del blogger cretino; e Rossella Rasulo come scrittrice, d’altra parte, rappresenta il prototipo dello scrittore cretino. Ma cominciamo, e bentornati su Le Malvestite.
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Che nome dareste voi a una cosa così, a un pirla cogli occhiali grossi colorati da pirla e coi vestiti alta-moda eccentrichetti da pirla che se ne va in giro per l’Europa sponsorizzato da una fabbrica di automobili per pubblicizzare un catorcio da parvenu vorrei-ma-non-posso immortalando con la sua inseparabile reflex ergo sum (pirla) un mucchio di altri pirla stranieri vestiti da pirla,

e intanto che immortala i suoi simili pirla stranieri contorcendosi per strada col culo pallido e le mutandone di fuori, annota e registra il tutto sui diari di bordo che sono un Twitter e un canale Youtube che totalizzano rispettivamente tredici e diciannove iscritti con una media per video di trecento visualizzazioni in due mesi – com’è che la chiamereste una cosa così, uhm, non so, una stronzata?, un’idea del cazzo?, una figura di merda?,
il think tank dei pirla creAttivi capitanati da Lapo Elkann che formano la squadra di Independent Ideas, loro che ne sono i responsabili, che questa cosa l’hanno “creata”, loro la chiamano Viral Marketing, o meglio,
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Ah ma non vi ho detto che sabato sono stata al primo giorno di questo Apple Store (foto) che hanno aperto a Roma, in uno sfavillante e gigantesco centro commerciale che, per arrivarci, non c’è scampo: devi sorbirti due ore di strade trafficatissime, piene di incroci e senza uno straccio di indicazione. E se mi sono sottoposta a questo (e, quasi dimenticavo, ad un’altra oretta buona di fila nel megaparcheggio) è perché volevo a tutti i costi una delle t-shirt in regalo ai primi 1000 Apple visitatori, nella folle speranza di lucrarci sopra più tardi, rivendendola su Ebay. Non avevo ovviamente alcuna idea della mostruosa quantità di gente che ci si sarebbe riversata. Tanto che alle 10, quando sono arrivata io, stremata, c’era un tale assurdo via vai che le letterine sui tasti dei portatili in esposizione, là all’Apple Store, erano ormai invisibili.
Per fortuna, non è stato un viaggio del tutto inutile. Ho avuto la splendida occasione di constatare come la presenza di un Apple Store modifichi in parte (seppur quasi insignificante) il tipico panorama da zoo malvestito di un centro commerciale. Infatti, oltre ai soliti e riconoscibilissimi esemplari semo bburini, che da che mondo è mondo rappresentano in un posto del genere l’attrazione principale, in un centro commerciale dotato di Apple Store è possibile rinvenire alcune forme di malvestitismo almeno un tantino più raffinate e pretenziosette, tra le quali possiamo certamente riconoscere due specie dominanti di utenti Apple, che andiamo adesso ad esaminare (tenendo ben presente che la concentrazione di queste specie decresce in senso inversamente proporzionale alla vicinanza dall’Apple Store).
Il giovane sui trenta dai capelli spettinati (1), barbetta incolta (2), occhiali di plastica grossa (3 – neri o altrimenti colorati – mille punti in più a chi riesce a procurarsene modelli vintage), maglietta e pullover (4) che può essere con collo a V (più fine), o tondo, jeans anonimi, portati a vita bassa e molto molto usati, e poi le immancabili sneakers (5 – le migliori sono le Adidas Samba, che non le fanno più, così che puoi vantarti di mettere le stesse scarpe dalla prima media; vanno bene anche le Converse All Star, anche se ormai le indossano cani e porci, e sono un po’ una caduta di stile). Ovviamente la borsa a tracolla (6 – no! no! gli zaini no! li mettono solo i geek quelli veri), dove tiene l’Ipod (7), e uno o due libri da sfoggio, possibilmente einaudi (qualche trendissima novità, comunque), ché l’occasione per esibirli si trova sempre (in metrò, sull’autobus, una panchinetta qualsiasi, quando ci si ferma a rollarsi una sigaretta, cose così). Si tratta chiaramente di un blogger: sulla colonna a fianco dei post ha sicuramente messo qualche bannerino o aggeggino o scrittina che testimonia la sua imperitura fede Apple, ha un Flickr in cui fanno bella mostra le sue cose targate Apple, e tra i vari post in cui espone al mondo le sue folgoranti idee, battute divertentissime e rivisitazioni in chiave “ahò so’ un tipo interessante” della propria vita, almeno una volta al mese ci piazza un bel post in cui ci spiega cos’è e come funziona (e quanto gli piace) l’ultima tecno-chincaglieria Apple.
Il signore di mezza età che quando fa all’amore (così come quando conciona) pensa a se stesso come ad una controfigura coi capelli di Steve Jobs. Non puoi parlarci ci computer senza che ti spiattelli che lui è un patito Apple dai tempi dei cassoni con Finder 1.0 e che ha sempre avuto fede nella sua indiscussa superiorità rispetto a Windows (oppure in alternativa è un redento: passato ad Apple soltanto negli ultimi tempi, e non sa più come ha fatto prima, senza un Mac a portata di mano). Ancora più del giovane, è attratto dall’aura di coolness dei prodotti Apple, soprattutto perché (ma non lo ammetterà mai), trova che i colori sul bianco, nero e grigio dei prodotti Apple si abbinino perfettamente al suo maturo sale e pepe (8). In circostanze di pompa magna quali l’apertura dell’Apple Store porta t-shirt (o dolcevita, in caso faccia freddino) con la giacca sopra (9), possibilmente di velluto marrone, mai cravatte (che fanno troppo impiegatuccio piccolo borghese): è anche lui un fan delle magliette col pullover sopra, oppure al limite (in casi di ufficialità) di camicette con sopra gilet smanicati, con le maniche della camicia spesso tirate su, per rendere più evidente ancora il suo spirito casual e disimpegnato. I jeans ce li ha pure lui, un po’ meno sbracaloni e più ordinati; ai piedi, ovviamente, le Clarks (10 – quelle marroni scuro, oh, non sbagliate). Anche lui chiaramente ha un blog, più sobrio di quello del giovane: meno interessato a pubblicizzare la sua interessante vita privata e le sue brillanti idee sul mondo, si limita a citare titoli di giornali stranieri e a pontificare sul presente e sul futuro di tecnologia e comunicazione, manco fosse un esperto del settore, mentre in realtà fa il logopedista a Forlimpopoli.
p.s. nello stesso mega centro commerciale c’è anche un negozio H&M (pieno zeppo di malvestite), dove ho avuto il piacere tattile di testare per la prima volta con mano la squisita fattura dei sacchi di juta, copertoni riciclati e borse termiche cuki gelo che hanno il coraggio di chiamare gonne, cinture e borsette: alla faccia del low cost