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Kate Moss per Topshop

kate moss boho per topshopMiracolosamente superato il blackout dei giorni scorsi, riprendiamo dunque la nostra malva-odissea con un argomento facile facile: Kate Moss. Avrete sentito immagino della sua nuova carriera da stilista e delle migliaia di prolet-malvestite che facevano la fila nottetempo per accaparrarsene un pezzettino la mattina dopo, il giorno del lancio: ebbene, non è eccezionale? abbiamo assistito ad un rarissimo caso di malvestitismo al quadrato, ma che dico al quadrato, al cubo.

I furbissimi dirigenti di una catena che produce tonnellate di mediocre malvestitismo a basso costo spacciato per sciccherie all’ultima moda, la Topshop (sembra il nome di un hard discount di tor bella monaca), influenzati da una tendenza commerciale a sua volta malvestitissima, quella di lasciar firmare un’intera collezione al certamente superiore appeal di una very important malvestita (appeal che raggiunge il suo acme manipolando le fragili menti delle comuni mortal-malvestite), siccome sua maestà Madonna è già impegnata (per H&M), decidono di ripiegare su la principessina dello scandalo fritto e rifritto Kate Moss, che non sa fare di meglio se non proporre una serie di robine la cui provenienza è chiarissima: il suo stesso armadio.

kate moss indossa un sacco della spazzatura per topshopMa no, sbaglio, non è che non poteva fare di meglio. C’è chi dice oh, bleah, almeno Madonna (o meglio, il suo ghoststylist) c’ha provato a disegnare qualcosa di originale, s’è sforzata; mentre invece, della collezione così supinamente alla Kate Moss di Kate Moss, non si capisce se è conseguenza di una totale mancanza di genio creativo, di noia, indifferenza, o di un eccezionale egocentrismo, che ha portato a questa specie di mega celebrazione di autoreferenzialità malvestita. Nulla di tutto ciò. La vena di purissima e integralista Katemossitudine è un colpo di genio dei tipi di Top Shop (sembra la pagina degli annunci su Paperino mese), che hanno perfettamente capito come sfruttare l’attuale imperversante mania del boho-chic: se metà della popolazione femminile del pianeta anela a conciarsi come Kate Moss, perché allora non offrirgli un menù malvestito bell’e pronto, un kit di imitazione malvestita ufficialmente approvato dalla stessa Kate Moss, una specie di malvestitismo surgelato d’autore da indossare subito, senza fatica, senza dover rovistare qua e là per mercatini e armadi della nonna.

Durante la presentazione due giorni fa a Londra, Kate si è esibita in vetrina come manichino vivente (che trovata originale!), con indosso un assaggio della collezione, uno dei pezzi forti, il lungo rosso fatalone da serata di gala, di cui dalle foto possiamo apprezzare la vera natura: niente altro che un vestito di scena per lo spettacolo di flamenco salsa e merenghe di un villaggio turistico di seconda categoria.
Banale infierire su fattura, taglio, qualità della roba, che si sa, per queste catene low cost lascia sempre un po’ a desiderare (il mio commento su H&M in calce a questo post), anche se non bisogna ingannarsi: alcune cose che sembrano frutto della mente psicotica di un sarto serial killer, in realtà, sono frutto di una precisa scelta di stile (checché possiate pensarne, questo abitino deve cascare proprio così, a sacco).

Comunque, diamo un’occhiata veloce alle pregevolezze della collezione.

irina lazareanu, aka victoria cabello anoressicaTutti i principali pezzi dell’armamentario boho, tra cui, ovviamente: gli occhiali vintage (o retro, come preferite - foto) che plagiano il disegno dei classici rayban (avete notato, sull’onda della moda boho, persino le iene hanno cambiato occhiali: prima tutti matrix, ora tutti vintage), neri o ancora meglio bianchi, che sono tanto eccentrica spregiudicatezza anni ottanta; i gilet (foto) stretti in vita da indossare sopra a qualcosa di sfatto e trasandato, magliettacce o canottiere o cose del genere (così che si sprigioni in tutta la sua sfolgorante originalità il tilt pseudo artistoide elegante su barbone); gli skinny jeans (foto) a vita bassa e a zompafosso (con l’orlo ben sopra la caviglia) che se non avete le gambine secche secche della modella anoressica di Topshop forse è meglio di no; le cravatte (foto) da portare ovviamente slacciate in abbinato a canottiera più gilet, o sopra a camicie accartocciate e aperte fino all’ombelico; le canottiere stesse (foto), che hanno il magico potere di conferire alla più noiosa malvestita una interessantissima aura di profondo scazzatismo, della serie che se andate all’Oviesse e ve ne comprate una coi bottoncini davanti a 2 euro, se magari raccontate che la targhetta brandizzata l’avete tagliata perché vi faceva irritazione, be’, risparmiate un pochetto.

Ci sono anche molte cosine demenziali che ci fanno meglio apprezzare il concetto di stilosità katemossiano. Per esempio lo Spotty Cotton Dress, già malvestito di per sé (senza contare l’orrida spalla alata) per la combinazione minigonna, vita altissima e gonna morbida, che lo fa sembrare un capo sintetico passato nella lavatrice a 90° (insomma: ristretto di una dozzina di misure). Poi, ci sono: il completino in raso etnico psichedelico (foto) ispirato al pigiama di Jimi Hendrix, il vestito a fiorellini che sembra quello vecchio usato dalla mamma negli anni sessanta (foto - da portare rigorosamente con i capelli spettinati e la faccia stravolta), delle strane enormi gonne ricavate da tendaggi per addobbi funebri (foto, foto - da abbinare con i gilet con sotto niente, però), le sbriluccichezze da red carpet malvestito ricoperte di paillette tipo palla da discoteca (anche in versione plastica intorno alla Viennetta), ancora evidentemente dal sapore sixties, e le magliettine semplici con le spalline rigonfie da biancaneve, la fantasia da cuscino fiorito e il messaggio: sembro una innocente e fragile malvestitina, è vero, ma se guardi più sotto cosa credi, che mi sono appena mangiata una ciambella? Io trasgressisco.