Elisabetta Gregoraci VS il Pelapatate

Due sere fa in televisione un esemplare femmina di scimpanzé ha tentato (senza successo) di prendere familiarità con un utensile ad altissima tecnologia, il congegno rompicapo che noi altri esseri umani chiamiamo Pelapatate (lo scimpanzé non capisce dove si trova la lama e scolpisce la patata col bordo smussato – per cinque lunghissimi minuti):

La settimana prossima, allacciatevi le cinture, vi racconto Tre, il romanzo appena uscito di Melissa P. (occhio però!, tutta roba NSFW: vagine, culi, cazzi, poetesse, pappagalli, Marx, merda, – sarà una pacchia!)

Eli Roth’s Palazzo Grazioli (based on the true story of Patrizia D’Addario), il trailer

Le memorie di Patrizia D’Addario e questa ultima bellissima novità, l’interesse di “una produzione vicina a Quentin Tarantino” – starring il leghista licantropo, il dottor Scapagnini, Sandro Bondi’s playground, le pupe fasciste, el presidente maschio, Nicolas Cage,

e se vi state chiedendo cosa c’è nel libro di Patrizia D’Addario che potrebbe sul serio interessare “una produzione vicina a Quentin Tarantino”, che ci vuole, scopritelo nella mega-recensione che arriva giovedì prossimo.

Chi cazzo è Marina Berlusconi? (e perché hanno tolto il culo che vibra dalla pubblicità di Dolce e Gabbana?)

Va be’ si sa che l’Ambrogino d’oro è una squallida pataccona senza alcun valore e anzi, tutto sommato anche un po’ disonorevole, siamo là più o meno al livello di una laurea honoris causa IULM in idraulica dei bidet multimediali, è una benemerenza al contrario – una merdamerenza – per cui cosa volete, non c’è da stupirsi, è un tradizionale scrostar fondi di fanghiglia – Berlusconi padre, Feltri, Ricci, il nostro amico Renzo “Blockbuster” Martinelli e mille altri della medesima stoffa – piuttosto, ecco, mi sembra un peccato che la motivazione-laudatio si riduca sempre e soltanto agli stessi generici ghirigori retorico-celebrativi “contributo … capacità … creatività … gestione … valorizzazione … impegno…” (distribuire a casaccio sui puntini: artistico/imprenditoriale/sociale/umano), perché altrimenti sul serio mi piacerebbe leggere una motivazione concreta, ragionata, minimamente estesa, che ci dica qualcosa degli altissimi prestigiosi meriti di Marina Berlusconi aka the 33rd most powerful woman ner monno – perché di Marina Berlusconi e del suo lavoro cos’è che sappiamo, boh, pochissimo – a quanto ne sappiamo noi, su per giù, la cosa dovrebbe suonare così:

Maria Elvira Berlusconi detta Marina segno zodiacale leone, completini firmati Prada e faccia più seno firmati Angelo Villa, a trent’anni vicepresidente Fininvest e consigliere d’amministrazione delle varie mille società di famiglia, studia giurisprudenza e poi scienze politiche ma non perde tempo a laurearsi perché impara tutto quello che le serve in azienda, partecipa alle “riunioni del papà armata di un quaderno e di una penna biro” e pende dalle labbra di “Franco Tatò, che è stato meglio di un corso di business administration ad Harvard” e poi comunque in caso di emergenza c’è la mamma Carla Dall’Oglio che “le ha insegnato ad attaccare un bottone, a stirare, a fare qualcosa in cucina”; si occupa delle attività di famiglia perché è molto legata al padre – nel suo ufficio “incombe un enorme ritratto del padre proprio di fronte alla scrivania” – ma orgogliosamente rivendica “potrei benissimo chiamarmi Berlusconi e occuparmi di altro”;

nel duemila dimostra un gran fiuto investendo “cinquanta miliardi di pubblicità sugli old media” per promuovere il portale Jumpy, che sarà un successone, e viene premiata quindi con la presidenza Medusa nel duemilauno; iscritta nel registro degli indagati della Procura di Milano assieme al fratello gonzo con l’accusa di riciclaggio (duemilaquattro – poi è tutto archiviato: facevano solo da “meri prestanome” offshore); presidente dal duemilacinque di una società pare acquisita dal gruppo di famiglia a seguito di una corruzione giudiziaria (e si ribella: “una sentenza che è un vero e proprio scandalo giuridico”); due figlioletti cartonati utili per i servizi fotografici col marito ex ballerino cripto-gay Maurizio Vanadia; difende pubblicamente il papà perseguitato dai giudici politicizzati comunisti “è stato chiamato in causa 26 volte ma a suo carico non c’è una sola condanna”; amicona del dipendente Alfonso Signorini direttore di Chi tramite il quale fa da ultimo anello di una catena di comunicazioni top secret che parte da un manipolo di criminali ricattatori e arriva al papà presidente del consiglio; e poi che altro, niente altro, questa è Marina Berlusconi ed è lampante: rappresenta al meglio quel modello di donna imprenditrice affermata forte emancipata vincente – quella categoria di severissime confindustriali arcignamente imbellettate figliedi – che in un paese come il nostro, che ci siano donne così, per Dyo, meno male: Ambrogino d’oro.

Il che accidenti suona bene, no?, che curriculum!, suona quasi convincente; e certo poi bisogna dire che la Marina è in ottima compagnia, e non parlo degli sgherri del bus-galera – che uff sono una noia, la solita vile scenata per far bagnare i soliti vili leghisti pipparoli – trovo molto appropriato invece che Marina Berlusconi sia affiancata dai principi del fashion-meteorismo Dolce e Gabbana, che la merdamerenza meneghina se la meritano pure loro, eccome, e gli capita a fagiuolo, ché hanno appena lanciato la campagna pubblicitaria del nuovo profumo D&G da uomo (“chiamiamolo aò de uà“, “frangese! me piace!”) di cui guarda caso posso offrirvi in esclusiva la prima versione uncut che include un pezzettino tratto dallo storyboard originale ideato dai due cervelloni, toh,

(lo storyboard originale della pubblicità tutta intera come se l’erano immaginata Dolce e Gabbana – “nun se pò fa, scarle nun se vole mette le mutandone de leopardo e nun se vole unge de olio motore” – eccolo qua)(con un clic si apre più grosso)

(Ambrogino d’oro!)

Lapo Elkann, il piatto d’argento con la pappa servita in una ciotola d’oro

cioè: se solo si potesse dopare gli operai anziché stipendiarli, mannaggia, conosco un paio di grossisti colombiani che la danno via a prezzi stracciati

Domenica c’era Lapo Elkann intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa (v’ho montato una breve ma significativa sintesi qua a destra) che ha ripetuto non so quante volte “è un momento difficile”, “sono tempi duri”, e a me, sentendolo, vedendolo là serio serio col suo giacchettino azzurro, i due metri quadrati di bavero e la parruccona madreporizzata a forma di capoccia di Dark Helmet (lui), la prima cosa che m’è venuta in mente è il romanzo che si chiama Hard times, e ho pensato che se qualcuno decidesse d’upgradare quella storia là, triste, ai giorni nostri, che sono tristi uguali, bisognerebbe dare per forza una aggiustata al grasso e greve industrialotto sbruffone e prepotente, vanitoso e sfacciato e senza scrupoli, rimodellandolo sul calco di un tipo così, alla Lapo Elkann, l’incarnazione limite del leadershippismo messianico del giovane rampollo confindustriale italiano, un mellifluo logorroico viscidone buono a niente che parla sempre al plurale, noi, noi, che si dice umile e pieno di buoni propositi, che ti blandisce gelatinoso sorridendo disponibile, che lavora per il bene di tutti, che snocciola a più non posso ridicoli proclamucci pieni di energia di positività e di creatività, che ti parla “della vita”, “nella vita”, “la vita”, che non si sente superiore a nessuno, siamo tutti sulla stessa barca, vi lovvo – che come Bounderby il cazzaro, del resto, anche se non sembra (sciocchi! superficiali! non fatevi ingannare dalle apparenze!) Lapo Elkann s’è fatto tutto da solo,

io ho lavorato come operaio in linea di montaggio linea due ammortizzatore cavalletto sono stato due mesi

lapo elkann e il cavallizzatoreperché voleva sapere com’è che funziona, cosa si prova (qui a sinistra, vedete, ho tentato di ricostruire il frutto di quei due mesi di lavoro, bestiali)

essere operaio d’estate in Toscana a Pontedera col caldo che faceva è un’esperienza dove mi sono reso conto quanto è difficile quel lavoro, primo, punto uno, di quanto è faticoso, e di quanto non auguro e non vorrei farlo per la difficoltà che provi a farlo

è un lavoro troppo difficile, per questo non se lo augura, mica perché è un lavoro di merda, degradante, disumano, umiliante, buono soltanto a farti incazzare – un lavoro di merda? scherzi! gli operai in catena di montaggio sono la crème della crème, e che cavolo, basta con questi sciocchi pregiudizi, il lavoro dell’operaio è il lavoro più nobile del mondo,

se ci sono le auto e se vendiamo automobili il merito è degli operai. chi le fa sono loro, non sono io, non sono i concessionari, non è l’amministratore delegato o chi di per sé

ed è giusto allora che quando il momento si fa difficile, i tempi si fanno duri,

la forza lavoro, cioè le persone che generano il prodotto, vanno messe in alto, e in una azienda grande complessa e complicata, in un momento difficile come quello, bisognava gasare le persone

lapo elkann operaio(gasare le persone, uhm, non suona tanto bene) Lapo Elkann, per dire, rivendica orgogliosamente d’averci pensato lui, “in un momento complesso, complicato e difficile”, a mettere

la musica nell’area caffè degli operai

ed è stato sempre lui, “con la mia squadra”, ad abolire “la mensa separata”, perché significa (apprezzate l’immancabile filinismo)

rompere quel conflitto tra colletti bianchi e operai, il fatto che in una mensa vadino dirigenti e operai insieme è rompere degli schemi, questi schemi da rompere sono importanti, il contatto tra due mondi

è l’abc del manualetto di doping leadershipparo, è il tutti-assieme-appassionatamente, è il naso da pagliaccio di Ennio Doris, è la Waterloo di Napoletone,

quello che conta in un’azienda è l’energia, se c’è energia uno rende, e l’energia positiva è più di cento euro in più

ed è sempre Lapo Elkann, con la sua squadra, che ha partorito la bella pensata di

mettere i vetri dove tutti vedevano quello che si faceva dentro gli uffici, è molto importante perché è la dimostrazione che non c’hai nulla da nascondere

cioè meglio, è la dimostrazione che non ci si deve vergognare di stare tutti nudi (a parte gli occhiali da sole) correndo sul tapis roulant contemporaneamente dettando l’agenda alla segretaria contemporaneamente facendosi fare un pompino dalla sorella stagista della segretaria contemporaneamente salutando “ehilà, ciccio!” l’operaio che passa barcollante nei paraggi appena uscito dalla sala caffè-disco dove s’è preso un caffettino rintronandosi di brutto con la musica a palla – Lapo Elkann è uno che di queste cose ci capisce, oh, perché lui s’è fatto da solo, lui

ho fatto la gavetta e ho lottato per prendere i miei galloni sulle spalle. io le cose le voglio conquistare, a me il piatto d’argento con la pappa servita in una ciotola d’oro non mi è mai interessato, non lo voglio, non è il mio percorso di vita

lapo elkann e la ciotola d'oro(nel disegnino qui a destra, vedete, ho tentato di ricostruire questa fantastica chimera piatto-pappa-ciotola) Lapo Elkann non è certo l’ultimo degli stronzi, cosa vi credete, tra i due mesi in catena di montaggio e le belle trovate in Fiat, insomma, è stato persino assistente personale di Henry Kissinger, che roba!, cazzeggiando intorno ai vertici del potere mondiale

ero il suo portaborse, ero l’homme à tout faire, quello che deve preparare le agende, preparare i viaggi, gli incontri, fare i summer di tutti consigli d’amministrazione, io potevo accedere a tutto tranne al consiglio nazionale di sicurezza perché non ero americano

che lavorone di prestigio (i “summer”!), col vecchio bacucco che era amico intimo del nonno e poi anche del deddy, “senti ‘enri, c’ho sto disgraziato che nun fa un cazzo dalla mattina alla sera, je poi trova’ un posticino, te prego, a portasselo appresso fa ride, fidate, sa fare l’alfabeto coi rutti e alle cene je potete tira’ le olive da lontano e lui le pija al volo colla bocca“, e accidenti quanto c’ha lavorato a lungo, col vegliardo! ha cominciato nel settembre del 2001 ma oltre il 2001 non c’è andato, quando ha smesso di preciso non si sa, ma immagino che complessivamente c’avrà fatto un paio di weekend e basta – sul Corriere aveva detto, a tal proposito (cosa hanno fatto, quei due tre weekend? i partitoni al tetris sul gameboy:)

Kissinger è davvero speciale e non è quell’uomo duro che ci si aspetta, anzi. Un uomo curioso al quale ho insegnato qualcosa sui computer

Lapo Elkann è uno che ha imparato un sacco di cose “nella vita”, per esempio

le auto interessanti sono quelle secondo me che consentiranno di potere avere energia pannelli solari elettriche benzina, più energie messe in un’auto dunque la possibilità di poter usare l’auto con tre combustibili diversi

sì, e con dei grossi forni dentro al cofano, perché sono sicura che lui proprio letteralmente pensa che i pannelli solari funzionano così, come “combustibile”, li si butta nelle fiamme, energia! – ha imparato molto anche dai suoi errori, sapete, quell’errore là, dai,

io avevo un difetto che faccio uso di cocaina

interessante combinazione di tempi verbali (ma si sa, non è bravo a parlare)

io come tutti i giovani, e sono un giovane come tanti altri giovani, ho sbagliato, e nella vita di sbagliare può capitare a tutti, ho assunto le mie responsabilità per gli errori che ho commesso, aaaah, ho perso la mia fidanzata ho perso il mio lavoro, cioè non è cheeeee…

e continua, velocissimo (e scocciato, uff: che stupida fastidiosa banalità!) come le controindicazioni nelle pubblicità dei medicinali

…poi sicuramente sono privilegiato avvantaggiato tutto ciò che uno vuole

ha imparato che

la vita è il dono più bello del mondo, e uno con la vita può fare miliardi di cose, la cosa più importante nella vita è quando uno ha è anche dare indietro, e dare indietro può essere (uhmmmm) in mille modi

e quindi si è detto, be’, perché non aiutare gli altri che stanno male?

credo che una cosa importante è dagli errori aiutare gli altri. dico: se posso dare un contributo, se posso aiutare, se posso dare del tempo, che non vuol dire soldi, tempo è molto di più dei soldi, perché i soldi sono tutti bravi a fare un assegno, tempo, per aiutare altre persone che hanno avuto difficoltà simili alle mie, ma ben venga farlo, lo farei e con grandissimo piacere

cioè sarebbe bello aiutarli, come no, lo farei, ben venga, magari domani, comincio domani, sempre che qualcuno mi inviti a farlo, con grandissimo piacere – e insomma, come se non bastasse, anche Dyo è dalla sua parte, così dalla sua parte che sembra quasi si conoscano personalmente, lo chiama “lui”

sicuramente grazie a dio sono qua, non sono qua grazie a me stesso, ma se lui non voleva che fossi qua sarei morto, eeeeeh, questo me lo devo dire ogni giorno della mia vita, che se sono qua è grazie a lui

ed è sicuramente anche per colpa di lui, di Dyo, che oggi ci ritroviamo uno così, un Lapo Elkann, tra le palle, laccato e tronfiosetto, che gesticola compiaciuto spiegandoci cos’è che fa, oggi, di lavoro, tramite simpatiche lezioncine di etimologia

oggi io non sono un manager ma sono un imprenditore, sono un imprenditore creativo, cosa intendo, già la parola creatività vuol dire creare in maniera attiva, crea-ativo dunque crea e attivo, l’attivismo

Avevo mica detto che no, non era l’ultimo degli stronzi? C’ho ripensato.

Coppia malvestita #40 – iPhone, la questione si fa seria: lo dice anche Marie Claire

malvestite iPhoneEcco due malvestite che, fosse stato per loro, non sarebbero mai andate oltre l’uccello preistorico che scolpisce le scrittone col becco sulle tavole di pietra: e invece guarda un po’ il mondo ingrato e crudele cosa le costringe a mettersi in borsa, certi aggeggi complicati (1) che non solo non si capisce niente (“ma com’è che si torna indietro? oddio oddio non mi si gira più lo schermo! è rimasto orizzontale! oddio oddio non mi si gira più lo schermo!”) – apprezzate il broncio disgustato della malva a destra (2 – che è lo stesso broncio lesa-maestà della bottana industriale a cui non s’avvia il motore del motoscafo) e il broncio un po’ distante della malva a sinistra (3), a cui in realtà non frega un accidente, s’è imbronciata per simpatia: ai continui mugugni irritati e ai baritonali “booooh” dell’amica risponde con flemmatici “m-mh” – non solo non si capisce, è pure (soprattutto!) parecchio stancante digitarci sopra con gli artigliazzi cementificati al gel (4), va bene che la manina arcuata che ci digita sopra prudentemente con questa sua impostazione schifiltosetta come stesse premendo dei bottoni fatti di cacca molle (dita sparate all’infuori e mignoletto periscopico) possiede un suo innegabile valore estetico, però a forza di arcuare e premere prudentemente (si potrà picchiettare coll’artiglio? non si sa, sul libretto non c’è scritto – eppure, che cavolo! è una questione d’importanza capitale! – sarà testato a prova di french manicure, non si sa) davvero c’è il rischio di beccarsi una brutta tendinite (come dimostra bene la malva a sinistra, che ci fa l’indifferente – prima c’aveva smanettato un po’ lei, sul coso – e adesso guardatela c’ha la mano bloccata nella posizione da digitìo – 5 – anche se è bravissima a dissimulare la momentanea invalidità tenendosi il cinturone alla pistolera).

Per il resto, che ve lo dico a fare? il solito, sapete già tutto a memoria: c’è quella demodé coll’ex malva-ossessione dei jeans stivalizzati (6) e il maglioncione corto lanoso (7), la bisaccia floscia frappettata (8) e gli orecchini a piatto mosaicato (9); e c’è quella col magliettone slabbrato (10), skinny più ballerine (11) e la grossa medaglietta canina con nome e indirizzo nel caso questa storia dello schermo che cambia orizzontale-verticale la distragga un tantino troppo, e finisca per perdersi da qualche parte.