Esaminiamo un po’ nel dettaglio l’armamentario malvestito sfoggiato da questa simpatica coppietta di categoria io-sono-originale fricchetton-chic (mi piacerebbe potervi raccontare cos’è che facevano, di cos’è che parlavano: il problema è che non facevano un bel niente, se ne stavano là impalati muti e immobili a fumare scoccando altezzose occhiatine di superiorità figosa di qua e di là). Le prime due cose che saltano all’occhio sono: i jeans a campanona del tizio a sinistra (1), il cui rigonfiamento non può essere certo giustificato ipotizzando un semplice processo di inamidatura estrema, dev’esserci in ballo un’impalcatura interna di stecchetti tipo gonnella-dirigibile settecentesca che mantenga il tutto così ampio e rigidissimo, c’avranno sul fondo un diametro all’incirca di mezzo metro e chissà all’interno del cono-campanato potrebbe succederci di tutto, ci si potrebbe ad esempio portare a spasso il cagnetto mosca evitandosi un mucchio di noiose scocciature (lo si lega al polpaccio così ci passeggia intorno, non si bagna in caso di pioggia e non devi raccogliergli i bisognini, ti caga direttamente sulla scarpa); e poi il furbissimo cappelletto di Halloween in stile Boy-George-non-è-nato-calvo-nooo (2) che c’ha i rastini finti che gli pendono appiccicati con la colla dall’interno (qua e là, forse non si nota, ci sono impigliati delle strane perline e sassetti e schifezzuole colorate che si ottengono facilmente avvitando il cappello all’estremità di un bastone e passandolo come mocho sul pavimento di un McDonald’s al termine di una festa di compleanno tra bimbetti iperglicemici).
Dovreste anche notare però la cresta su in cima (3) che c’ha tutta l’aria di un tappetino srotolabile di moquette ammuffita, il braccialetto di plastica colorata uguale a quello di una qualunque iniziativa benefica sponsorizzata dal vippone ossessionato di wannabe-umanitarismo (ma no, è un tarocco: l’ha comprato dall’ambulante nero davanti al GS insieme al cd piratato di Paolo Conte - ma no, anche quello è un gabbo, d’accordo coll’ambulante nero zitto zitto s’è fatto mettere la copertina di Paolo Conte sul cd di Giusy Ferreri), la reflex ultratecnologica costosissima (4) per fotografare in macro le cicche appositamente scombinate nel posacenere (didascalia sul Flickr: “è una notte che sa di troppe fottute sigarette”), la camiciazza di flanella sbottonata (5) molto Seattle grunge (l’altro ce n’ha una meno trasandata, col colletto Star Trek - 6 - più propriamente fricchetton-chic), un calzino su e uno giù (7 - per niente casuale: è come per i bonsai, c’è una scuola speciale in cui s’impara a modellare artisticamente il fil di ferro che sta dentro i calzini), e infine il borsone a tracolla con gli elefanti (8) che sembra un coso etnico Made in Africa, in realtà te lo davano in omaggio comprando un materasso Eminflex.
E così nonostante tutto sembra che l’abbiamo sfangata, nonostante quella terribile profezia di Nostradamus che cantilena beffarda “guardatevi piuttosto dalla capellona col ratto portatile / che firma i vestiti col muso del ratto sopra / scemi cosa vi credevate / la storia dell’acceleratore di particelle era soltanto un diversivo / (ahah, tiè)”; nonostante il bieco squallore di questa robaccia fatta per lo più con Paint di Windows e gli a4 trasferibili e le magliette della salute (e una mandria di cinesi ingabbiati che ci alitano sopra - troppa spesa sennò: il ferro da stiro costa troppo);


nonostante un mucchio di cose siano state evidentemente trafugate dai magazzini dell’esercito della salvezza (dov’erano conservate negli scatoloni “niente da fare: i barboni obiettano che è out”); nonostante il micragnosissimo impegno creativo degli stilisti-ombra (che stanno appena appena al livello dei ragazzini che infittiscono le pagine del diario di scuola coi collage di simboletti presi a casaccio qua e là per il puro gusto di riempire più spazio possibile - “il cosino della pace già l’abbiamo usato, i cuoricini pure, le righette pure, i teschietti pure, le stelline pure, la bandiera dell’Inghilterra pure, i font anni settanta-ottanta li abbiamo usati tutti, la faccia di Paris con tutti gli occhiali da sole dell’universo pure, che cazzo ci mettiamo su ’sta maglietta? un momento, ma certo! un cazzo, un cazzetto! che ne dite di un bel cazzetto?”);





nonostante cioè non sia altro che l’ennesima scopiazzatura cialtrona di stereotipi malvestiti combinati alla meno peggio (è la mania imperante del lowcost come-il-tuo-vip-del-cuore-oggi-puoi! da grande magazzino, i soliti fondamenti boho fritti e rifritti - mosciumi, gilettini, sbuffosità, vintagismi vari, blusette, cravatte, skinny jeans, ecc - più alcune botte di sincero semo-bburinismo senza tempo e qualche inutilità tappabuchi),




nonostante fosse l’antipasto già terribilmente indigesto di quel ciclone di scombiccherata demenzialità para-modaiola che turbina intorno alla settimana delle sfilate (senza il cui turbinio del resto non funziona un bel niente: perché insomma chi è altrimenti che s’interesserebbe delle sfilate quelle vere - a parte dico Cristina Parodi ed equivalenti entusiaste redattrici di servizi marchettari - se non ci si incappasse per caso intanto che si sta sghignazzando come matti a proposito delle mutandine anal-interdentali di Valeria Marini, dei tutoni di moquette di Simona Ventura, dei trikini e dei tacchi all’incontrario e degli accompagnatori fantasma di Pamela Anderson e delle bandierine da cocktail copri-culo e di altre varie amenità collaterali); nonostante ci si trovasse davanti la responsabile di un nuovo spaventoso reality show (lo scopo: trovare il migliore amico tra tutti gli sbroccati che le si propongono via internet) che quasi quasi manco è iniziato già ha prodotto dei fenomeni mentecatti di cui avremmo forse preferito non sapere mai nulla (il mio preferito è Leonid, che potete ammirare nel video qua sopra; ma anche il cretino del video sotto, uhm, non è male - e anzi sapete che vi dico, nello specifico credo sia il più adatto);
nonostante l’arsenale nutritissimo di boiate “uno stile sexy ma adatto a tutte le ore, capi con cui andare a fare shopping, a ballare o a una riunione” (”mi piace cucinare, soprattutto le lasagne”, “mi piace fare shopping, brucia le calorie”) e previsioni raggelanti “mi piacerebbe avere famiglia e figli, in futuro prevedo una famiglia”; nonostante tutto - ché secondo me una sassaiola come minimo ci stava (cento euro per il pigiama di tata Francesca? cos’è, ci stanno i novantacinque di resto cuciti nella targhetta?) - nonostante tutto, dicevo, sembra che Paris Hilton abbia inaugurato questa sua collezione e se ne sia volata via senza causare grossi sconvolgimenti - siamo ancora qui, no? tutti interi, e il pianeta ne è uscito indenne (credo) - o almeno nessun grosso sconvolgimento se non nella testa degli sventurati masochisti che si trovavano alla Coin venerdì pomeriggio, come ad esempio il nostro Mattia, che racconta
Paris appare. bassissima. coi tacchi. e col 42 di piedi. in pratica un mostro. una massa di capelli biondissimi gigantesca. cerone a volontà. lenti a contatto azzurre. viene fatta posizionare vicino ai suoi abiti, dove le commesse sono orgogliosissime di stringerle la mano tra mille moine. i fotografi e la gente impazziscono, spingendo, urlando e assalendola. ragazzine matte tra i 12 e i 14 anni strillano come pazze, arrampicandosi sui banconi per vedere meglio la Hilton.
dopo 5 minuti Paris si sposta nella postazione per firmare autografi. ai vincitori [*] era stato precedentemente regalato un sacchetto rosa contenente campioncini di profumo, un cappellino (rosa per le ragazze, nero per i ragazzi), una gruccia imbottita rosa e un ventaglio rosa.
Paris avrebbe firmato i cappellini, rigorosamente con un pennarello argento (non ne voleva altri). non si poteva farle firmare qualsiasi altra cosa, motivo: si indispone. non era possibile toccarla, solo starle vicino per fare la foto. pare che odi le mani sudate.
[*] vincitori di cosa? sul forum, qua, c’è Mattia che spiega tutto
Mickey Rourke è stato un ospite incredibile, fenomenale, bastava che facesse capolino lui sul malvacarpet, con quel magmatico faccione bitorzoluto stiracchiato in un sorrisetto sbronzo (con herpes), e il festival di Venezia con tutti i suoi vipponi mondiali superglamourosi svaniva in un puff!, e c’era soltanto Mickey Rourke, luminosissimo nella sua spavalda bburinità, gonfio e sfatto come sarebbe il cadavere di Andrea Roncato recuperato dai sommozzatori dopo un mesetto buono di putrefazione a mollo sul fondo dell’oceano, con un bel cespuglietto di alghe umidicce spiaccicato sul capoccione, nel suo goffo look così perfettamente in sintonia con quegli stessi tragici derelitti che interpreta al cinema (variazioni sul tema: lo scimmione bolso sciatto e ritardato), la camicia rosa sgualcita sulla panza e i pantaloni che gli calano in continuazione, il colletto sbottonato oversize e le cravatte grasse e tozze a pois, gli anelli dorati da pappone e il sigaro o la sigaretta sempre scoppiettanti, le sopracciglia puntiniste fatte con la bic e quel povero cagnetto-mosca, Loky, che vive nel nodo della cravatta a pois e che da un momento all’altro t’aspetteresti di vederlo ingoiato tutto intero crudo e scondito, ma invece no, la loro è una amicizia sincera e fraterna, c’ha pure il cartellino “Mickey Cuore Loky” - ah sì ma certo, ci sono! ecco chi mi ricorda! il tipo che viene posseduto dall’Occulto Super Sovrano dell’Universo alla fine di Howard il papero, quando diventa tutto unto e sudaticcio e zozzo e livido, “grrrr non ho più alcun bisogno di cibo umano grrrr”: ecco chi.
E gli altri very important malvestiti al confronto, per l’appunto, impallidiscono: chi se ne frega di Brad Pitt nei panni del dandy mafioso sudamericano (con la canottina della salute a vista sotto la camicia bianca semitrasparente, come la divisa da briscola di mio nonno) che tutto compiaciuto fa le battutine argute in sala stampa assieme all’amichetto George Clooney (nessuno che ride, e s’avverte di tanto in tanto il fruscio rumoroso degli sterponi di fieno rotolanti), tenendosi ovviamente sempre ben piantato in testa il cappelletto ergo sum, e scortato dai maschietti adottivi (Maddox l’anticristo in mimetica e crestone, Pace Paradisco tutto bianco col ciuffo svolazzante); e chi se ne frega di Eva Herzigova che rotea orgogliosissima i Wayfarer bianchi (ah, che ideona originale!), pendontizzanti sul collare diamantato da donna giraffa, i sandali rosa e il vestitino ornato con strisce di carta carbonizzata (eh be’, un Valentino!); chi se ne frega di Tilda Swinton nel suo tailleur giallo canarino su cui deve aver vomitato qualcuno con una brutta indigestione di sugo al pomodoro e mentine; chi se ne frega dei sandali laccati con doppia cinghia laterale fetish di Charlize Theron, e chi se ne frega del vestitone da gran diva di Anne Hathaway, un coso grigio topo con strascico immenso composto da un’ingombrantissima massa di volant ostrichiformi (roba che in sala hanno dovuto assicurarle tre scalini liberi, sennò non ci stava - e c’erano i suoi vicini di posto crudeli che applaudivano beffardamente, “brava cogliona, mo’ voglio vede’ se devi annà ar gabinetto”).
Piuttosto, se proprio ci si vuole avvicinare all’irraggiungibile sublimità di Mickey Rourke, be’, bisogna occuparsi di quei minuscoli vippettini che popolano lo squallido sottobosco del che-cosa-cavolo-ci-stai-facendo-qui: prezzemoline wannabe-qualsiasi-cosa (canto? canto! mi spoglio? mi spoglio! canto spogliandomi?), gente del calibro di Lola Ponce, che pur d’attrarre qualche misero scatto ricorre alla tattica dell’abbinamento sconclusionato fuori di testa (vestito lungo di pizzo e mono-guantino di pelle argentata sditato da biker tabagista gay); mediocrissime attricette bollite che manco c’hanno venticinque anni, nell’angolino più scalcinato del molo che salutano i gabbiani e le pantegane della laguna facendo finta che siano frotte e frotte di ammiratori entusiasti, Martina Stella (la classica bburinetta svampita da terza liceo, col capello biondo sciolto, il toppino corto con la pancia di fuori, i jeans lunghi e dritti che coprono i trampoli di venti centimetri - e, ehi, apprezzate la finissima cintura nautica incorporata) oppure anche Cristiana Capotondi (che arriva in laguna sciccosissima col foulard e gli occhialoni come le attrici d’altri tempi - mica per altro, è che sennò non la si vede nemmeno, deve imbacuccarsi tipo l’uomo invisibile - e ha vinto il prestigiosissimo Premio L’Oréal per non si sa bene cosa, assegnato da non si sa bene chi, ma guardate là che espressione pomposetta da Razzie Award alla carriera); lo sportivetto allegrone che col cinema non c’entra niente ma tanto è uguale, partecipa solo per rimorchiare qualche dozzina di hostess facili facili, Valentino Rossi (che si mette elegante sì ma fino a un certo punto, ché siccome lui è anticonformista si tiene slacciato e un po’ scomposto per dare quell’idea irresistibile di sregolatezza guascona, adorabile! - e c’ha pure il braccialettone tamarro, cosa volete di meglio); ma poi soprattutto - direi di sorvolare sull’orrenda vecchiarda con le tettine morte, sulla tizia avvolta con la carta dello scotch e sulla psicopatica in libera uscita - ma poi sopratutto, forse, quelli che più si avvicinano a esser degni di sedere alla destra di Mickey Rourke e Loky sono i bburinissimi Rosita Celentano e Soldano Kunz d’Asburgo (sì proprio quello lì, ve lo ricordate?), lei che ci fa la sexy zingara metallizzata strapiena di appendici tintinnanti, e lui - vero malvestitone di classe superiore - cogli stivali pitonati, il giubbotto ignorante, la magliettina sticazzi e tutto un carico spaventoso di collanone e anelli e braccialoni di cui, come sapete, non si separa mai.
Non è che basta impararsi per bene la tecnica shaolin della paresi con labbra a sfintere (1), non basta neanche averci il borsone pellaceo enorme da cento litri (2 - vuoto, dentro soltanto il mazzetto miserello delle chiavi di casa), non basta l’impermeabile da gadget-esibizionista (3) né l’occhiale da sole perennemente su in modalità daltonismo faidatè (4) e nemmeno il tradizionale tridente di scuola boho, fuseaux (5) ballerine (6 - lustrinate poi proprio no, accidenti, too much bburinity) e federa da cuscino preziosa con cachemire (7 - eseguire con le forbici i tre buchi per braccia e testa: tadàn! la boho blusettina moscia): tutte robe molto utili, eccome, anche se non è affatto detto che la loro malva-combinazione possa in ogni caso generare un potente inequivocabile effetto di sostenuta idiot-sciccosità; esiste al mondo un solo unico malva-aggeggio, specialissimo, capace di conferire automaticamente alla malvestita portatrice quell’agognata aura di suprema vippitudine stronzettina: è il cagnetto mosca da sfoggio.
Il cagnetto mosca da sfoggio (8) è frutto di un incidente da teletrasporto in cui nel bussolotto son finiti contemporaneamente una formica una mosca un pipistrello e una coscia di pollo: è molto più interessante di un malva-accessorio qualunque perché puoi giocarci a fare la mammina e vestirlo da bamboletta tenerina per farci due risate con le amiche (”guaaaaaardalo che ammmmooooore”), lo puoi portare a spasso in borsa col testolino che spunta (che meraviglioso upgrade borsettaro! per chi vuole risparmiarsi tutto il resto, dovrebbero fare le borse già direttamente con le testoline finte appiccicate) e senza neanche doverlo tirar fuori per farlo evacuare (tanto spara le cacchine dure tipo nanocetriolo come i criceti), a sfoggiarlo tra le braccia fa un figurone spettacoloso (una specie di evoluzione biologica della pochette), in casa non disturba lo arrotoli nella carta di giornale e lo tieni chiuso nel cassetto dei calzini, in più ha le capacità cerebrali di una malvestita media così quando siete soli e vi guardate fissi negli occhietti e non sai cosa dirgli non ti senti in soggezione, e ah sì certo alla fine di tutto passa pure nel tritarifiuti del lavandino (la nostra malva invece, da come lo strattonava - povero cagnetto mosca! se la svolazzava metà del percorso - mi sa che è più orientata a sbarazzarsene così, lasciandolo là da solo impigliato tra i rami di un albero).