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L’esistenza di Lapo Elkann è tutta quanta un grosso triste manuale How NOT to, il capitolo che vediamo oggi è Come NON si fa il viral marketing

Che nome dareste voi a una cosa così, a un pirla cogli occhiali grossi colorati da pirla e coi vestiti alta-moda eccentrichetti da pirla che se ne va in giro per l’Europa sponsorizzato da una fabbrica di automobili per pubblicizzare un catorcio da parvenu vorrei-ma-non-posso immortalando con la sua inseparabile reflex ergo sum (pirla) un mucchio di altri pirla stranieri vestiti da pirla,

e intanto che immortala i suoi simili pirla stranieri contorcendosi per strada col culo pallido e le mutandone di fuori, annota e registra il tutto sui diari di bordo che sono un Twitter e un canale Youtube che totalizzano rispettivamente tredici e diciannove iscritti con una media per video di trecento visualizzazioni in due mesi - com’è che la chiamereste una cosa così, uhm, non so, una stronzata?, un’idea del cazzo?, una figura di merda?,

il think tank dei pirla creAttivi capitanati da Lapo Elkann che formano la squadra di Independent Ideas, loro che ne sono i responsabili, che questa cosa l’hanno “creata”, loro la chiamano Viral Marketing, o meglio,
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di Betty Moore, 18 gennaio 2010

Categoria: alta moda, io sono originale

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Malvestito #24 - tredici milioni di pixel

malvestito fotografoDifficile restarsene al riparo dal virus del malvestitismo fotografico, quando cioè ti compri la macchinetta da un sacco di pixel e vai in giro portandotela sempre appresso, scopri tutte quelle cosine sulle lenti gli obiettivi la messa a fuoco eccetera e stai sempre all’erta, sia mai che ti capiti qualche soggetto interessante da catturare in bianco e nero con sfondo sgranato in prospettiva - che ne so, tutte quelle cose originali tipo la crepa di un muro, un palazzo alto alto visto dal basso, la matassa di sporcizia sotto al divano, il gatto che si fa il bidet, il primo piano ravvicinatissimo della faccia rugosa di un barbone che sta facendo lo spelling di “vaffanculo” - ora poi che con internet puoi pubblicare le foto sui siti apposta e far finta che ci sono tutti i tuoi amici internettiani che se le vedono (tu, in cambio, fingi di guardare le loro) dal virus del malvestitismo fotografico davvero non si scappa.

Di solito colpisce intorno ai trent’anni, che uno c’ha soldi a sufficienza per comprarsi la macchinetta bòna, fa un lavoro di cacca che gli lascia poco tempo, l’idea del romanzo ormai (troppa fatica) l’hai abbandonata da un po’ e allora quale miglior modo per sfogare quell’impeto malvestito di artisticità io-sono-originale, non c’è più manco l’ingombro della camera oscura (finalmente! se qualche anno fa eri ganzo solo se t’eri montato la camera oscura al gabinetto, oggi no problem, puoi scoattartela anche con le digitali), e in fondo ad andarci in giro vuoi mettere, altro che romanzo (che fai, ti porti sotto braccio mille pagine di dattiloscritto? che sei, un commercialista?), mulinare rotelle, spingere bottoncini, regolare questo e quello, sdraiarsi a terra per trovare la giusta angolazione della luce sulla crepa, dico, sdraiarsi a terra! Che sogno: tutti i malvestiti io-sono-originale di stampo creativo-internettian-scemini dovrebbero averci una macchinetta fotografica.

Il malvestito numero ventiquattro è cotto, nel bel mezzo del suo periodo malva-fotografico, nella fase più irritante di tutte, quella dell’entusiasmo acuto (”scusa, puoi provare a tenere la sigaretta più così, pendula, sì sì, fai la nuvola di fumo, perfetto! espressivissima!”), se la porta dappertutto e da che c’ha la macchinetta (1) gli sembra di guardare al mondo in modo diverso, nuovo, non ci aveva mai fatto caso prima a quante crepe ci sono sui muri, pure sui marciapiedi - la città metropolitana è una giungla decadente (che è pure il nome del suo flickr) - sotto il divano poi, non c’aveva mai passato l’aspirapolvere!

Per immedesimarcisi meglio ha deciso di vestirsi in tema, e guardatelo accidenti se non incarna alla grande quel malvestitismo io-sono-originale un po’ chic-eccentricità da jazz club per pensionati: la scoppoletta (2 - vedi anche il capitolo Cappello ergo sum), l’insolito un-due viola giallo di giacca (3 - un reperto vintagiosamente infeltrito, strettina e corta sulle maniche, bohoissima) e camicia (4 - il collettone largo seventies disteso sul bavero della giacca, i polsini slacciati), i pantaloni jeans moscetti non troppo sbragaloni (5 - oh, è pur sempre jazz-chicchitudine), wayfarer d’ordinanza, un paio di sorpassatissime New Balance (6 - ma chissene, l’importante è il corto circuito io-sono-originale giacca similelegante versus scarpa da ginnastica) e la borsetta louis vuitton (7) che in effetti non c’entra molto, troppo agiata alto-borghese, ma lo perdoniamo sì che lo perdoniamo.

Malvestita #235 - pied de poule

malvestita con giacca pied de pouleTorniamo di volata sulla seconda malvestita in bianco e nero, in combinata con la precedente 234 (ah, e scusate l’assenza dei giorni scorsi, è che ho sperimentato uno di ’sti giubbini corti che vanno tanto e m’è venuta una colite di quelle…!). Questa qui, desiderando forse di citare con la parte superiore un noto gruppo rock, ci ha ficcato in mezzo pure il rosso, con un lupetto di cui si notano soprattutto le maniche, lunghe e frappettate (2), che le arrivano fino a metà del palmo.

Che ci frega del cappello d’artista (5) in plastica nera lucida da spazzatura, o degli occhialacci di plastica marrone (6 - e anche le lenti, sfumate marroni) del solito ronf modello retrò, o della borsa pluriborchiata (3) nella quale frugava disperatamente alla ricerca del portafogli (di quelli fatti con le pagine degli Atlanti geografici, sapete, quelli di Alviero Martini), o dei jeans stretti infilati negli stivali o degli stivali stessi (4) e della loro cinghia laterale: che ci frega? Niente.

Inutile girarci attorno: il pezzo forte è l’immortale giacchetta con fantasia pied-de-poule (1), in bianco e nero per l’appunto, bavero larghissimo, chiusura verticale alla napoleone e maniche a tre quarti. E quasi dimenticavo i grossi pan di stelle come bottoncioni, stupendi.

Dunque, il pied-de-poule. Io col pied-de-poule ho un rapporto conflittuale. Visto indosso a manichini e modelle, sotto forma di cappotti, giacche, maglioni o quello che volete voi, be’, non è che mi dispiaccia, anzi. Ma a vederlo poi su comuni mortali, invece, mi dispiace sì, e pure tanto. Dà un’aria di ricercatezza e di chiccheria così ostentante - una fantasia così vistosa (un po’ troppo, quella macro - un’aria da vecchiarelle con deambulatore, quella micro) - che lo spoglia di ogni fascino e tradisce invece, spesso, soltanto uno squallido e ridicolo tentativo d’apparire ipereleganti, che davvero, bleah, faccio fatica a sopportare. Sarà forse una questione di fisico, o di portamento, di estrema difficoltà d’abbinamento, o forse manca il necessario barboncino con la codina a pompon al guinzaglio, chissà.

Senza contare poi che ci troviamo di fronte ad una versione attualizzata, un giacchettino corto sulla vita perfettamente in tema con la tendenza complessiva giacca corta / pantalone stretto /stivale, che davvero non aiuta. Bof.

di Betty Moore, 18 febbraio 2007

Categoria: boho chic

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