E va be’ che ci volete fare, i film così così (a parte questo qua) e un sacco di gente minuscola che se la malvacarpettizza manco fossero gli oscar, gente che piuttosto si meriterebbe appena appena la sagra della polpetta, forse (che ne so, nel caso mengacci dia forfait). Tipo per esempio la Monica Bellucci - direi che è d’obbligo cominciare da lei - niente di eccezionale il vestitone nero con lampadario da collo, ok, ma la Bellucci rappresenta un malvestitismo d’altro genere, ben più profondo e scandaloso, direi di natura quasi biologica, che ha a che fare con questa sua insopportabile ambiguità: da una parte ciò che lei è, lampante, una attricetta bburina di infimo livello e una inespressività lichenica che appena proferisce verbo non ce la fai, chiudi gli occhi e pensi “energia, signor Spock!”, e da una parte invece la squallida legnosa messinscena dell’attrice impegnata e intelligente con gli occhialoni scuri e l’accento un po’ rrrotondo alla francese, schiva enigmatica ma suadente, quello cioè che Monica vorrebbe essere, poverina, mentre sotto sotto - neanche tanto, ché si vede benissimo - il cervellino avicolo sta sempre lì a gridarle “ahò so’ qua, guardateme ahò, ahò, guardateme come sto a inclina’ er collo e sto a fa’ i sorrisetti appena accennati da monnalisa, scicche no?, e così poi non me se vedono le rughe ahò, ieri m’hanno pure imparato una parola nuova, fondamentalmente, che dicheno nelle interviste fa un sacco scicche, amazza ahò, porco due”.
E poi tutta una marea infinita di vipparole scarse che non si sa bene perché e percome, una gran malinconia. Dalle tettone di Melita Toniolo, col suo tradizionale vestitino rosso scollacciato che altrimenti già è difficile riconoscerla (per fortuna ha avuto il buongusto di non mettersi quello sponsor-trasferellato Puerco Espin); al tragico mascherone di Rosanna Cancellieri, che si esibisce in una orrenda pendontizzazione da guinness malvestito (gonna viola lucida, giacca pelosa blu scuro e boa pelliccioso di cartone animato); alla valletta in raso nero fustone della spazzatura (notate infatti che si sta auto-buttando qualcosa in bocca) Camilla Morais, con la giacchina corta fatta tutta a ciuffetti di pelo che è una citazione èdile dei tetti d’ardesia; alla prezzemolina Yvonne Sciò, davvero molto convita nel ruolo della diva tiratissima, e non so bene io com’è che abbia impiegato il suo tempo negli ultimi dieci quindici anni, a parte voglio dire farsi menare da Naomi Campbell (ah, certo, nel sito dice che ha studiato i metodi Shasberg, Brook e Meisner - nella wiki, che secondo me s’è scritta da sola, alla fine dice, stupendo: “La Campbell ha dichiarato di essere arrabbiata con la Sciò poiché indossavano un vestito molto simile. La giustizia, tempo dopo, ha dato ragione a Yvonne Sciò”).
A Valeria Marini come sempre un paragrafetto tutto per lei, che se lo merita. Non so io chi è il responsabile delle cose che indossa la Marini, ma qualcuno deve pur fermarlo; bisogna andar là dalla Marini e dirle una volta per tutte, ehi, Marini, guarda che la super donnona dalle forme procaci burrose morbide e sensuali che credi di essere, be’, esiste solo nella tua delirante immaginazione - quello che vediamo noi altri è questo, il tronco mozzo appassito e sgraziato di una pianta grassa sporchettata dentro mini abitini indecenti dai quali spuntano coscioni enormi senza forma e quel faccione rotondo e gonfio che sembra una camera d’aria che sta lì lì per esplodere. Mamma mia. Per non dire del blu elettrico, accidenti, credevo fosse estinto io il blu elettrico (e il pellicciotto ascellare, che è il fratellino di quello della Cancellieri? mica male pure quello). E a proposito di pelliccia, è andata fortissimo al festival il pezzetto portatile di pelliccia, ce l’avevano un sacco di vips (ce l’aveva Valeriona, ce l’aveva Sharon Stone sul vestito lamè asfaltato, ce l’aveva pure Sofia Coppola, tutte impellicciate al galà dell’Amfar - stucchevole mondanata umanitarismo-wannabe).
E Asia Argento? Quanto gli vogliamo bene ad Asia Argento da uno a dieci? Cento! Eh (sospirone), che malvestita di prima categoria che è Asia Argento (al festival per l’ennesimo capolavoro del papà, La Terza Madre - il trailer promette bene: uno script pieno di dialoghi interessanti che ad Asia le calza a pennello). Adesso, siccome al suo infantile anticonformismo probbblematico aggressivo-darkettone (bei tempi quelli, appena sei mesi fa) non ci prestava attenzione più nessuno, e siccome che era così anticonformista e probbblematica e aggressiva-darkettona che a nessuno gli veniva più duro, Asia Argento ha deciso che è ora di piantarla e di mettere in piedi se le riesce un personaggio tutto nuovo, quello dell’artista rinata modesta e riflessiva, che ha alle spalle una vita di eccessi e follie ma che c’è passata sopra, è cresciuta, è più matura, più donna, basta slinguazzate coi rottweiler, la vecchia Asia trasgressiva sesso droga roccherolle “la disgusta”. E per ufficializzare il cambio di ruolo, cosa c’è di meglio se non una malvacarpettata col costumone da damigella d’onore (il pezzo sotto, se non sbaglio, è la tenda da campeggio in Gore Tex con zanzariera incorporata che c’ho pure io, utilissima!).
Cate Blanchett, che è stata un po’ l’attrazione femminile numero uno del festival, ha dimostrato pure lei un discreto quoziente di malvestitismo. Già al photocall pomeridiano ha dato del suo meglio, con questo abito azzurrino oscenamente rinsaccato sulle ginocchia e una svomitazzata di stelle filanti dorate sul davanti (c’era il sole e non si vedeva, ma si illuminano anche). E però è nel malvacarpet notturno che s’è sbizzarrita: un’armatura di raso nero provvista del reggitettine più imbruttente mai visto, degli inopportuni bozzi che le sporgevano ad altezza fianchi, spacchi distribuiti a casaccio sulla gonna ed un mentecattissimo strascico asimmetrico color verde guacamole che sembrava la coda di un lucertolone spaziale.
Non male, ma la mia preferita resta Diablo Cody, sceneggiatrice del vincitore Juno, ex-stripper, che se la sbulleggia alla grande facendosi fotografare in mille pose diverse, un sontuoso sfoggio di estrosità io-sono-originale: smalto nero (goth-underground), vestitini di pizzo bianco prima comunione con calze a rete puttanone (ironia-trasgression), improbabili pied-de-poule viola e neri con giaccone leopardato (nonsense-demenziality), immancabile cappello ergo sum e tatuaggioni di donnine nude scaricatore di porto style (scuola Amy Winehouse) in bella vista il giorno dell’incoronazione (ooooh, provocante!).
Una noterella finale per Sofia Loren, premio alla carriera come miglior donatrice ambulante di organi: il solito cespuglione posticcio di capelli cotonatissimi dal solito colore improbabile, il solito mezzo metro di ciglia finte da arancia meccanica, il solito vestitone nero luccicoso con la solita horror scollatura sulla pellaccia lampadata cascante e in decomposizione, quel solito rabbrividente occhieggiare delle tettozze rifatte di plasticaccia dura appropriate come può esserlo una pitturata di rossetto sulle labbra screpolate di una mummia. Smetta di soffrire al più presto, abbattetela.
di Betty Moore, 29 ottobre 2007
Categoria: alta moda, malvacarpet, very important malvestite
Leggo che questa serata di beneficenza che si è tenuta ieri al Metropolitan Museum of Art di Nuova York, la cinquantanovesima edizione dell’ultra famoso Costume Institute Gala, sarebbe il più importante esclusivo e attesissimo evento fashion - alta società - sono un vero vip dell’anno (contributo minimo: seimilacinquecento dollari). Non a caso è firmato e sponsorizzato dalla guru modaiola Anna Wintour, la letterariamente crudelissima capoccia del Vogue statunitense. Non a caso è luogo di orrendi ed efferati crimini malvestiti.
E cominciamo proprio dalla madrina della serata, la Wintour, che ci riserva un fantastico abitino di pelle nera lucida e inserti di pitonatura argentata, con spalline da fanteria dello spazio e frange da tappetino per il bagno (non che gli anni scorsi sia stata avara di malvestitismo). Tra gli ospiti, tre italiani di gran lusso: il nostro amatissimo Lapo Elkann, che dimostra il suo proverbiale cattivo gusto con uno smoking doppiopetto di colore e taglio improbabilissimi (è spiegazzato, gli sta stretto, i revers troppo grossi, che orrore), enorme criniera leonesca pettinata alla meno peggio (sì, sei un tipo eccentrico Lapo, la tua vita non è inutile), occhio allucinato e babbucce di velluto senza calzini (collo del piede depilato, of course) che sono un po’, diciamocelo, il suo marchio di fabbrica; Miuccia Prada che crede di trovarsi ad un revival over sessanta del carnevale di Rio, per cui indossa una gonna tutta sbrindellata uscita dal trita documenti del suo ufficio, le striscioline di carta colorate con l’evidenziatore arancione (Miuccia, ti si vede la sottoveste bianca); e Roberto Cavalli, con quella sua facciona bitorzoluta da vecchia rifatta, che si esibisce in bacetti e smancerie con la prorompente dea della menomazione intellettiva Cessica Simpson (tettone rifatte, capelli nuovi e mood da zoccolona), uno spettacolo che ha qualcosa di perversamente ributtante.
Se Mary-Kate Olsen indossa un goticissimo vestito di pelliccia ottenuto scuoiando uno Wookiee, con la cinturona borchiata degna di Skeletor, al contrario la sorellina Ashley si presenta più sobriamente, in bianco (trascuriamo il cinturone ortopedico: un vizio di famiglia); se lo stile anni venti riecheggia vagamente nella acconciatura con fermacapelli floreale di Kirsten Dunst, per il resto coperta da un immenso pezzo di stoffa da esposizione (quattro metri quadri) tenuto su con lo scotch insieme ad un massa informe e funerea di tulle (che pendantizza col fiorellone), l’abito lungo di Lucy Liu parte bene e, vista a mezzo busto, può anche passare: sotto al ginocchio si apre però in un delirio strascicoso di decorazioni in carta crespa (carta crepe, come vi pare, quella che si usa per i pacchi regalo) che spero sia stato calpestato e distrutto due minuti dopo la fine del red carpet. Lo stile zombie-anoressico quasi-morte è rappresentato in tutto il suo orrido splendore dalla gracilissima Cate Blanchett, il vestitino dorato che ne rende l’incarnato pallidissimo ancora più smorto e autoptico, scoprendo braccia e collo, e la pettinatura alta e raccolta che esalta l’aspetto egonschieliano del volto scavato.
E se queste qua vi son sembrate malvestite, be’, non perdete Charlotte Gainsbourg, che senza alcun pudore si presenta in un folle collage di robe che sembrano acconciate da una bambina ubriaca che gioca con i tessuti di scarto della nonna (ok, vi svelo l’arcano: la figlioletta della Gainsbourg fa la stilista per Balenciaga), e non distogliete lo sguardo dalle scarpe - le avete riconosciute? - ebbene sì, sono quelle che usava il piccolo Forrest Gump quando ancora soffriva di problemi alle gambine: ah Charlotte, tu sì che sai come commuoverci (*sniff*). Oppure, vediamo, c’è Elizabeth Banks, la segretaria di J. Jonah Jameson, che si sarebbe pure messa una cosina neanche troppo malvestita, non fosse che qualcuno deve averle incollato per scherzo un mazzolino di rose sulla cintura, e lei distratta ancora non se n’è accorta (ehi, ma le rose sono verdi bianco rosse, la bandiera italiana! vuoi vedere che è stato quella toscanaccia burlona di Cavalli?). Ci sta pure una rappresentate del sindacato ammerigano spazzine nere, che democratici questi del Costume Institute! e però i soldi per vestirsi bene la spazzina non ce l’aveva e così gli hanno dato da mettersi una versione sorpassata, con la gonna mini e il pelo tosato, dell’abito della Mary-Kate Olsen. Povera spazzina. Meno male invece che è allegrissima la meravigliosa Scarlett Johansson, nonostante il vestitino ornato di una strisciolina di schifezzuole dorate che formano il simbolo del dollaro sotto il decoltè, le tette orrendamente strizzate, la gonnellina larga di cartone spiegazzato e l’incomprensibile abbinamento con quelle calze a rete, nere. E’ troppo bella e vuole sminuirsi, è timida.
di Betty Moore, 9 maggio 2007
Categoria: alta moda, malvacarpet, very important malvestite
Delusa dalla mancata vittoria di Meryl Streep, è con una punta di amarezza (ma no, non è vero, sono molto felice per The departed) che mi impegno ad una veloce rassegna del red carpet di questi oscar 2007.
Ecco, per l’appunto. Cominciamo proprio dalla Streep (foto), che quasi a volersi dissociare dal severissimo “sense of fashion” di Miranda, si è presentata in vestaglia da camera, con nastrino da pacchi verde legato in vita, collanazza della nonna a doppio giro di pallettoni di corallo e un mega cammeo (che sembra uno stemma nobiliare da portone) come pendaglio; un bizzarro miscuglio al quale fanno da ciliegina delle improponibili scarpacce da lap-dancer (il tutto firmato Prada, pensate un po’).
A parte alcune significative eccezioni, i colori dominanti del malvacarpet quest’anno sono tenui, un tantino smorti. Si va dal bianco totale di Cameron Diaz (foto - che, poverina!, è stata ingoiata da un calamaro gigante), alla stranamente sobria canottierona XXXL di Victoria Beckham (foto - addirittura si è messa il reggipetto: non le si vede manco l’ombra di un capezzolo - urrà), al candido pizzo del copriletto nuziale indossato da Anne Hathaway (foto - magistralmente bardato a lutto), alla tovaglia grigio cumulonembo con gonnazza macchiata di tè di Helen Mirren (foto - pure il parkinson della regina, lei sì, proprio immedesimatasi nel ruolo), al violetto morbidissimo e quasi bianco di una Jennifer Lopez (foto) che a parte la capigliatura di plastica (e il marito, che sembra il cugino scemo di Dracula), davvero sta tentando di tutto (così anche ai golden globes) per farsi credere la reincarnazione di una matrona dell’antica Roma.
Beyonce (foto) è smorta pure lei, nel suo costumone da sposa con strascico, e col caratteristico spacco (ma nessuno glielo dice, che ha la gamba grossa e gonfia, con quel ginocchio a radice, che sembra la gamba di un uomo?): unico tratto interessante, la spallina, che deve essere stata lasciata per l’occasione ad invecchiare e accumulare residui calcarei in una caverna (ad occhio e croce, direi un paio di secoli). Uno spruzzo floreale invece sulla spallina di Dita Von Teese (foto), il cui vestito di carta velina, abbinato ai soliti glamourosi cliché, bene rappresenta la cosmica vacuità del personaggio. E a proposito di carta velina, come non dispiacersi per la tenera Kirsten Dunst (foto), che ibridando quel colletto azzurro da camicetta per bimbe con il maglioncino per la nonna, un pezzo di tela dell’uomo ragno e lo strofinaccio per la polvere, ci è andata davvero molto ma molto lontano, dall’azzeccare abito.
Vere fuoriclasse: sono la Cate Blanchett (foto), ingolfatissima in un abito medievale di maglia d’acciaio, e non per altro immobile nella stessa statuaria posizione lungo tutto il malvacarpet (la spostavano con un carrellino); Nicole Kidman (foto), sulla quale il rosso shocking unitamente al giallo artificiale dei capelli, alla pallidezza cadaverica e alle superfici così perfettamente lisce e splendenti, dà un pauroso aspetto da museo delle cere; c’è anche Jennifer Hudson (foto), che è riuscita a rivalutare un vestito altrimenti banale con una giacchetta minuscola che sembra uscita da un film di fantascienza di cinquanta anni fa; Jessica Biel (foto), che ha deciso di indossare quanto di più vistoso avesse in armadio, per distogliere l’attenzione dai suoi capelli, reduci da una gara di sputacchi di gomme da masticare; e Faye Dunaway (foto), sigh, che non riesco nemmeno a commentare (ma spero che almeno sia inciampata).
La gonna di Penelope Cruz (foto), no, non è un mistero. E anzi è facilissima da fare in casa: il coso là è stato chiaramente preparato cucendo assieme pezzo per pezzo una quintalata di trippa di maiale (in sconto fino a marzo alla Ipersidis), o forse facendolo rotolare (dopo averlo adeguatamente cosparso di pece) in un allevamento di galline (basta chiedere il permesso al fattore). E Sarah Michelle Gellar (foto), anche lei, facilissimo: basta strappare la tendina della doccia, e dargli una rammendata qua e là. A proposito invece di infanzia perduta: quest’anno è il turno di Abigail Breslin (foto), che è riuscita ad infilarsi dentro una torta a strati (con tanto di decorazioni alla panna - e, ops, dev’esserle caduta la candelina dalla testa). Il vestito sa un tantino troppo di barbie-figlia (e anche il tessuto sembra lo stesso delle bambole, no?), ma la perdoniamo. Meglio così, barbie-figlia, che gemella Olsen.
Capitolo plagi (vale a dire: “cretina, l’ho messo prima io!”). Guardate cosa si sono messe Kate Winslet (foto) e Tara Reid (foto), il verdino smorto è lo stesso, il taglio così così, le variazioni sulle tette si somigliano moltissimo (certo, lo spacco della Reid, come anche la sua totale e assoluta mancanza di stile, sono inarrivabili). E comunque, insomma, abbastanza perché si siano guardate con odio, desiderando l’una la morte dell’altra, lungo tutta la serata. Io, ovviamente, parteggio per la Winslet.
Chiudiamo con l’adorabile Patricia Field (foto), che ha voluto offrire al mondo un suo personale omaggio a Sally Spectra. Grazie, Patricia.
di Betty Moore, 26 febbraio 2007
Categoria: alta moda, malvacarpet, very important malvestite