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Il nuovo cinema italiano secondo Vanity Fair, si mette male, c’è Accorsi che fa Indiana Jones appena uscito dalla doccia

Giovanna Mezzoggiorno come Rolando di Aldo BaglioOh rieccomi, scusate, volevo parlarvi di queste fotografie che sono in mostra a Milano (qua), “la più grande produzione che Vanity Fair abbia mai messo in piedi”, perché siccome esibire la centomillesima copertina con gli occhietti vispi vispi di un cartoncino belluccizzato non deve essergli sembrato pomposo a sufficienza (e insomma, vorrei vedere!, si stanno pur festeggiando i cinque anni della posta di Enrico Mentana), hanno pensato d’escogitare qualcosa di più grandiosamente celebrativo, “realizzare una produzione che rappresenti la nostra storia”, vale a dire qualche dozzina di scatti in cui “il nuovo cinema italiano” (ma no non impressionatevi, è volutamente fuorviante, si tratta di un cripto-giochino d’abilità che funziona così, ci sono due o tre attori veri e bisogna riuscire a distinguerli, travestiti, mescolati là in mezzo a un mucchio dei peggio minchioni - il gioco prevederebbe l’utilizzo di una batteria da automobile e cavi pinzettati da pinzettare ai testicoli e/o ai capezzoli del giocatore: se sbagli di brutto, per esempio indicando Beppe Fiorello o Daniele Liotti o Cristiana Capotondi, FFFFZZZZZ ti si frigge), dicevo, in cui il “nuovo cinema italiano” rende un virtuoso omaggio d’autore al “grande cinema italiano” (quei film cioè che nessuno c’ha più voglia di guardare, di cui nessuno sa niente, intorno ai quali ci si tramanda un entusiastico cicaleccio di luoghi comuni e scenette da cartolina) - e sì, lo so, non è ben chiaro neanche a me cosa di preciso ci sia da vantare nel rapporto tra Vanity Fair e il cinema italiano: “il cinema è il nostro pane” delira solennemente il direttore responsabile Luca Dini, boh, chissà, riferendosi forse a certi imperdibili articoloni di critica psicanalitica tipo Guarda che ti passa, in cui si esegetizzano alcuni titoli fondamentali alla ricerca di una originalissima lezioncina auto-terapeutica (Basic Instinct, “se avete paura di diventare troppo vendicativi nei confronti del partner”; Il gladiatore, “se avete nostalgia dei veri maschi”) -

Monica Bellucci fa Gina LollobrigidaMaria Grazia Cucinotta e Daniele Liotti

e quindi c’abbiamo questo popò di tristi minchioni fotografati all’interno di mediocri ricostruzioni costumistico-scenografiche d’epoca [1], e il compito dei minchioni sarebbe in teoria di reinterpretare (“non imitare” precisa Luca Dini) certi ruoli celeberrimi, ma il risultato nella pratica non è l’una né l’altra cosa, magari lo fosse (pure a imitare, oh, mica facile), somiglia piuttosto a quella attività artistica senza nome - in effetti troppo spesso sottovalutata - che si svolge nelle foto-ottiche dei grossi centri commerciali di periferia, in cui per immortalare il primo appuntamento con la bburinetta della sezione H si decide di far copiaincollare i reciproci grugni ghignanti sui modellini decapitati già pronti nello scenario che più ti piace, il Far West? l’antica Roma? i pirati? la dolce vita? non c’è neanche bisogno di scomodare un fotografo vero, fa tutto il computer (puoi anche stampartelo sopra un cuscino! o su una tazza per fare colazione!), e magari alla bburinetta le riesce persino di sospirare meno ridicolmente di “guarda l’uccellino! guarda l’uccellino!” Laura Chiatti (in basso, la foto).

Pietro Taricone fa Alberto SordiNicolas Vaporidis fa Alain Delon

I minchioni suddetti, fotografati da Douglas Kirkland (che non c’è dubbio palesa inquietanti segni di rimbambimento, oppure forse soffre di quintupla cataratta, chi lo sa: “questo è il lavoro più straordinario che io abbia mai fatto!”), si dividono in tre categorie principali: 1) quelli che si sono scatenati in una esagerata immedesimazione iper-melodrammatica che farebbe arrossire d’imbarazzo la pornostar più esperta in fatto di simulazione orgasmica, categoria di gran lunga dominata da Giovanna Mezzogiorno, che fa ciò che le riesce meglio, mandare in frantumi gli specchi dei telescopi in orbita intorno alla terra (”ha fatto venire i brividi a tutta la troupe” confessa il condirettore Cristina Lucchini [2]), ma non si possono non citare il cipiglio soffertissimo da diarrea fulminante di Nicolas Vaporidis [3], l’abbinamento collo inclinato / occhietto languido all’orizzonte / labbrone socchiuse del faccione stupefatto di Claudia Gerini (che starebbe interpretando, secondo gli ordini del Kataratta, “lo sguardo del futuro radioso”) e poi soprattutto la prova squisitamente masochista di Stefano Accorsi, che ci dà sul serio qualche bella soddisfazione (”si è calato nel suo ruolo così tanto da scorticarsi la schiena a frustate” [4]);

Laura Chiatti strabuzza La dolce vitaBeppe Fiorello pensa al karaokeClaudia Gerini ha lo sguardo del futuro speranzosoStefano Accorsi si frusta, yippie!

2) quelli che proprio non sono capaci di fare altro se non ostentare la placida piattezza del pesciolino da acquario (con quell’occhietto là, di quando galleggiano morti sulla superficie), tra i quali ricorderei il solito Ken piacione con la mascella guizzante e il sorriso paraculo Raoul Bova, Maria Grazia Cucinotta con le giunture marmorizzate che rispolvera alla grande il motto “una scopa su per il culo”, e poi Ambra Angiolini aka Il Nulla Ma Con Ironia, in reggicalze sulla scaletta a spolverare le persiane (e il Kataratta si commuove, che tenerezza, perché “gli fa tornare in mente il suo primo amore adolescente” [5]); e infine 3) quelli che si sono sbagliati e credono d’essere altrove, a fare altro, Francesca Neri che fa la pubblicità dell’Axe Africa (un dramma olfattivo-passionale, “non mi lasciare, ascella profumata, non mi lasciare!”), Cristiana Capotondi che mima il manichino di un negozio d’abbigliamento (e le riesce particolarmente bene, dato che ci si è laureata - facendo il manichino intanto che il tutor della Cepu le scriveva la tesi [6]), e poi Monica Bellucci che in effetti non saprei, potrebbe pensare d’essere ovunque, vacci a capire qualcosa della testa di quella, è sempre uguale ovunque e in qualsiasi circostanza, boh, magari pensava di passeggiare smorfiosa tra le rocce di un canyon marziano.

Raoul Bova è un molluscoAmbra Angiolini aka La Nullità Ma Con IroniaFrancesca Neri e Ascella Profumata di Axe AfricaCristiana Capotondi è laureata in manichinologia alla Cepu

[1] su Vanity Fair la raccontano così, come una divertente indagine di creativi e giornalisti: “Abbiamo appeso le gigantografie dei set che vogliamo riprodurre. Le analizziamo per tutta la mattina, vestito per vestito, accessorio per accessorio. Inizia la ricerca. Giovanni [il costumista] andrà a frugare nelle sartorie che hanno cucito i vestiti di scena originali”; nessun accenno - troppo prosaico sennò, bleah - alla disperata sponsorizzazione fashionara di ogni mimino pezzettino d’abbigliamento (persino all’informe gonna-plaidino sulle gambe della Littizzetto/Masina sono riusciti ad affibiargli uno sponsor: la gonna-pleiddino D&G, ah!)
[2] un’altra rabbrividente protagonista sparadecibel è stata Anita Caprioli (foto), che “sporca di sangue finto, ha urlato fino a sgolarsi”, ma nel suo caso direi che non importa, l’attonita stolidità urlatrice ci calza a pennello coi film di Dario Argento
[3] se la cosa vi disturba, pensate, in fondo c’è andata di lusso: avrebbe dovuto aggiungercisi Silvio Muccino (ce lo fanno capire subdolamente, un po’ piccati, “un attore e regista doveva essere sul set assieme a Vaporidis per Rocco e i suoi fratelli: ha cancellato la sera prima per fare una pubblicità”)
[4] sentite che magnifico aneddoto felliniano che s’è inventata tale Alessandra Donato (chi è, boh - ha scritto un mega resoconto del backstage, terrificante), una presenza dai contorni fantasmatici che le si rivela dal nulla per approvare il lavoro di Vanity Fair: “Durante una pausa, mi si avvicina un vecchio signore. Guarda la scenografia di 8 e 1/2. Mi dice «Le piace?». «Certo», rispondo. «Vede», continua, «io sul set di Fellini c’ero. Ed era proprio così»”.
[5] il Kataratta non è l’unico sul set ad essersi commosso, anche i cavalli si commuovevano (o meglio, forse dovrei dire “arrapavano” - e anche per quanto riguarda il Kataratta, del resto, quella storia del primo amore adolescenziale era solo un modo elegante per dire che gli è venuta voglia di farsi un giro di Viagra con la Angiolini): “Il cavallo nero di Claudio Santamaria continuava a baciare Daniele Liotti” e “Luisa Ranieri è stata strabiliante. Il cavallo sullo sfondo non si reggeva in piedi: colpa del caldo o del fascino?”
[6] “su Il conformista ha addirittura scritto una tesi quando studiava Scienze della comunicazione“, che dire? Scienze della comunicazione, cos’altro aggiungere, Scienze della comunicazione, Cristiana Capotondi