Va bene allora quello che ci insegnano le foto di Anna Tatangelo su Max, la morale, è che puoi stuccarti come una volgare bburinissima battona cinquantenne in gita al club privé per scambisti, puoi adulterinamente trombare con il più inetto brutto pelato vanamente tronfio capetto della più instupidente ignorante correntuccia musicale nostrana, puoi raccontare di raggelanti scenette di te e il viscido che limonate allegri e di quanto trovi sexy l’odore della sua pelle, puoi partecipare a sanremo svestita da discinta starlette alla fiera del porno e puntare sul melensismo sensodicolpista della facile denuncia povero - gay - ebreo - negro - paraplegico - accettatelo, puoi vantarti delle tue tette nuove di zecca e farti fotografare coperta solo di una canottierina trasparente nell’esecuzione assolo di un paio di capitoli a caso del kamasutra [1] - cioè praticamente puoi macchiarti di ogni più assurdo infame crudele splatter antiumano crimine sulla faccia della terra ma no, mai e poi mai assolutamente mai mostrare i capezzoli: piuttosto al limite anche nelle foto in cui inequivocabilmente dovrebbero comparire no, meglio una cancellatina fotoscioppara, meglio rischiare che qualcuno pensi ad una dimenticanza del chirurgo [2] - i capezzoli mai, che può sembrare di cattivo gusto.
E ok è vero che ci sono sì, è pieno il mondo di queste squallide tipette vim che farebbero di tutto per cucirsi addosso quell’atavico stupido personaggino di banale perfezione bellonesca da fotoromanzo, liscie cigliose labbrute sinuose sfocate e tettone come bambolette sexy del paginone centrale da pippa - ma c’è anche un nutrito gruppone di vim che s’ispira invece a prototipi di pari vuotezza cerebrale ma meno universali più di tendenza, specifiche correnti di fighettaggine all’ultimo grido, roba cioè oh di posti in cui manco se parla l’italiano, robba cioè oh una cifra particolare: per esempio lui, l’eroe protagonista di tutti quei recenti filmetti amatoriali il cui soggetto è deciso estraendo a caso una frasetta dalle profondissime canzoncine di venditti (io non vedo l’ora che si decidano a fare un film da “La barba lunga è sintomatica di un grave virus postatomico” [3]), lui che c’ha il nome e la faccia di un elettrodomestico e se la fa col generale in comando del corpo disperate mignottone televisive d’assalto (tale Ilaria Spada - categoria siamo-pure-discretamente-cesse), lui, il patetico nicolas vaporidis, si fa vedere in giro col ciuffo unticcio il cappello ergo sum vintage io-sono-originale [4], la barbetta incolta e la giacca di pelle lucida da spacciatore moldavo, la sigaretta pendente in bocca e quello sguardo ebete un po’ rintronato che gli viene naturale, non c’è dubbio, flirta pure con quel catorcio bburino-aerofagico di gabbana, è ovvio che sta tentando di immedesimarsi nel modello di dissolutezza barbona tossica e maledetta brit-decadence alla pete doherty, e accidenti gli riesce benissimo! secondo me passa pure i pomeriggi al verano scrivendo strazianti distici sulla vita e sulla morte:
ahò,
amò.
tiè,
mbè?
[1] ma quasi solo dalla vita in su, ché il culone e le gambotte informi ancora non hanno inventato un modo facile per sistemarli al bisturi, e col photoshop è una noia
[2] e sul forum appunto AnLi si chiede “Scusate ma questa donna non ha i capezzoli!?” (e se non vi pare abbastanza, SaintJust sospetta che c’abbia pure le “le sopraciglia smontabili”, o forse delle extension)
[3] o anche “Come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati”, o “Santa Brigida mia divina nun fa’ piover alle castagne”, o “Che ti succede amico estetico?”, o il più sputtanato “Tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto” (un blockbuster!)
[4] e però Eleonora nei commenti contesta la sua ergosummitudine: “Tutto parte da un problema di calvizie che gli va a inficiare l’immagine di giovinetto eterno. Da qui la trovata del cappello. Ma come fai a giustificare un capello? Semplice: ti vesti come Pete Doherty/ Johnny Depp de noantri. E tutta ’sta pagliacciata per un ciuffo di capelli in meno. E’ dura la vita del teen idol.”
Mi sembra giusto: il papi li usa in campagna elettorale per stuzzicare i nostri conturbanti desideri infantil-principazzurreschi (dove l’aristocratico cavaliere coll’armatura e il caschetto biondo, al passo coi tempi, s’è trasformato in un palestrato imprenditorotto brianzolo col cravattone e mezzo chilo di gel), dobbiamo ringraziare questi utili giornaletti che tempestivi ci consentono di farci un’idea precisa su quanto son belli bravi fighi e intelligenti Piersilvio e Marina, così possiamo sospirare più sospirosamente sognando ad occhi aperti che un giorno chissà forse in una prossima vita, nascere figli di una bodyguard di un autista di una domestica o di un giardiniere, oh sì! e PierLui bellissimo col petto nudo oliato che riflette la calda luce del tramonto joggingando distrattamente davanti la stalla, vedendoti frustata dal capomaggiordomo perché non hai spolverato a dovere il plasma in cripta, accorrerà in tuo soccorso ordinando “ehi tu fermo! perché frusti questa incantevole creatura? come ti chiami, incantevole creatura?” - oppure certo, sì, la timida e impacciata segretaria-appendino cocopro ignorata da tutti e che però a un certo punto il boss scoprirà sotto gli occhialoni i brufoli i baffi le vene varicose lo strabismo la pancetta l’alito pesante…un cuore grande grande che palpita d’amore! Ah, che sogno.



Spero non abbiate mancato le interviste di Piersilvio su Vanity Fair, di Marina su Anna: non che ci sia alcun buon motivo per mettersi a leggerle, anzi, sono quasi per intero il solito concentrato di noiose innocue banalità studiate rivedute e corrette dalle cavie peruviane laureate in lettere che gli fanno da ghostwriter, a loro e non solo, pure al giornalista intervistante (che nella migliore delle ipotesi è un pupazzo gonfiabile con la parrucca, tipo Maria Latella). A parte le foto, che meritano sì, qualcosina divertente nel testo delle interviste qua e là si trova, nel loro comune noioso ridicolissimo tentativo di montare un’immagine che risponda ai requisiti di grandelavoratore - grandeumiltà - grandepassione - non-è-stato-facile (ce-lo-meritiamo-dove-siamo):
per esempio è da spanciarsi quando in apertura c’è descritto il salotto di Marina, “il coffee table non allinea soltanto i prevedibili cataloghi d’arte, ci sono invece un po’ di romanzi sparsi e in cima alla pila uno di Alice Munro”, che simpatica messinscena (s’è pure preparata - cioè, la cavia peruviana le ha preparato - il commentino da antologia scolastica: “storie quasi sempre tristissime, vite di donne complicate che finiscono male” uh ma che intrigante, una donna così di successo che legge di donne complicate e infelici!), ricorda un po’ il woody allen disperato che per far colpo sulla tipa sistema riviste dischi e medagliette in giro per casa; povera Marina, si fa fotografare in pose miaaaaaoooo stile book bburino da matrimonio, guardatela, è così orrendamente attaccata a quel banale prototipo paterno di ostentata bellezza malvestita da volgare scosciatona televisiva, lei ci prova coi suoi vestitozzi attillati le pere strizzate di fuori il suo strano faccione trapezoidale rigorosamente trequarti (e mica si deve notare, oh, che ce l’ha più largo del giro vita), una ranocchia mascelluta con le labbra appaperate e gli occhioni tiratissimi da catalogo estremo di chirurgia estetica, accidenti, dev’essere dura essere la figlia cessa di uno così, che se non fossi sua figlia ti prenderebbe per il culo - e che se non fossi sua figlia, forse forse a esagerare, in mediaset potevi appena farci la concorrente del grande fratello che tutti dicono “ma sì dai, il travestito è quella”



Piersilvio invece, che così a occhio lo si direbbe spiccicato al cento per cento il tipico modello del maschio lesso da palinsesto mediaset in salsa alta managerialità yuppie (praticamente il commercialista vice-pappone di Lele Mora), vale a dire il gay camuffato che si veste firmatissimo col capello plasticoso il mascellone selvaggio la lampadatura perenne il fisico scolpito e la fake-fidanzata dal cervello leguminoso - Piersilvio è sopratutto questo sì, l’ebete bonazzo in bianco e nero da reclame del dopobarba che fa rimorchiare, ma scopriamo che no non soltanto, nasconde alcune sue superfascinose stramberie che non t’aspetti, per esempio quando corre nel megaparco del villone arcoriano c’ha il riflesso autistico-giovannialleviano di salutare “per nome i miei alberi preferiti”, e guardate qua sopra che foto (grazie Pam), straordinarie!, dopo il culturista nano sudaticcio con l’addominale storto scombinato adesso Piersilvio vuole presentarsi allo stesso tempo come biker sfrontato a metà tra renegade e un baffuto frequentatore del blue oyster bar, il tronista calciatore col bicipite gonfio e poi be’ questa ultima eccezionale personalità new entry, lo spacciatore tossico senzatetto minaccioso con l’occhietto vitreo che sta aspettando gli acquirenti in un angolo appartato del parchetto pubblico (che appunto in realtà è il praticello dietro la depandance adibita a sauna per Princi, il cane di Marina), e con questa mi sa che almeno in quanto a sexy intriganza e problematicità e Merito gli dà dieci a zero - lui che viene dalla strada, dallo spaccio, dal retro della sauna di Princi! - alla sorella-ranocchio e ai suoi stupidi libretti da coffee table.
Guardando i primi frames dal nuovo rambo, mi rendo conto che potrò forse finalmente veder realizzato uno dei miei più grandi desideri: gente arrabbiatissima che spara addosso e tenta di uccidere in tutti i modi possibili Roberto Cavalli.
Memo per quando rinascerò provvista di un bel nasone lungo e bitorzoluto: agli impiccioni che chiederanno come mai la rinoplastica, spiegare del setto nasale deviato, dei problemi di respirazione che non mi fanno dormire la notte e del fischio insopportabile che nei momenti di silenzio a tavola metteva in imbarazzo tutti quanti; a quelli più rompiscatole che
chiederanno come mai è sparita la gobbetta, rispondere che appunto, non ci capiscono niente, era colpa della deviazione del setto, era quello che formava la gobbetta; aggiungere infine con una punta di nostalgia che il cambiamento un po’ dispiace, che c’ero affezionata alla gobbetta, il naso mi piaceva pure prima.
Memo numero due per quando rinascerò piatta e nel caso ancora non esista alcuna apposita legge dello stato: agli impiccioni che vorranno sapere il motivo della operazione al seno, spiegare con tono un pochino risentito (per la loro mancanza di sensibilità) che non va chiamata così, chirurgia estetica, perché non di un abbellimento si tratta ma di un adattamento di genere, essendo il seno azzerato un evidente handicap che non permette di sentirsi davvero femmine fuori, oltre che dentro; spiegare che è stato dettato da un profondo impulso psichico, che non ha niente a che fare con il pimpaggio estetico ma che è invece un essenziale adeguamento della mia interiorità (da quando sono piccola sogno di roteare le tettone con i pon pon sui capezzoli) alla mia esteriorità (riesco ad arrivare ad una prima scarsa soltanto arrotolando i peli che ho intorno ai capezzoli), è dunque chiaramente un intervento necessario alla salute della mia povera psiche menomata.
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E’ dal post dedicato alle tette rifatte che mi stuzzica l’idea di scriverne uno sul malvestitismo da restauro. E un po’ di tempo fa, sfogliando le foto del 79esimo raduno internazionale pro-chirurgia plastica (aka la serata di premiazione degli oscar), l’idea prendeva forma, man mano che ammiravo facce e corpi delle sostenitrici (ma non solo femminucce, no) di questa che è, a tutti gli effetti, una forma d’arte (oh, se lo sono il cubismo, o il ready-made): corpi più o meno stravolti, crateri bozzi e strani segni che sono eredità di liposuzioni, nasetti ritoccatti tante volte da sembrare pezzettini amorfi di pongo, occhietti da vulcaniano. E se posso citare un caso in particolare, a me carissimo, un caso di restauro che davvero m’ha scioccato, be’, eccolo:

Quando l’ho vista in questo stato, con gli occhietti - appunto - che sembrano strizzati e inclinati tramite photoshop, non volevo crederci. Nello stesso momento, scrivere questo post, per me, è diventato un vero e proprio imperativo morale. Per rivendicare la sacralità del sogno erotico di milioni di adolescenti, che va in fumo così, puf, con un colpo (da ubriaco) di bisturi. E pensare che fino a un paio d’anni fa (ma anche solo l’anno scorso) Jenna Jameson era bella e splendente come in foto, quella a sinistra; oggi invece si presenta al mondo come se qualcuno le avesse smontato e rimontato la faccia, come fosse un puzzle (lampadato) - foto a destra. Simili casi di awful plastic surgery, non pochi, sono l’esempio estremo di ciò a cui può portare una delle più gravi degenerazioni malvestite: il desiderio di trasformarsi improvvisamente, da piacente e magari - toh, giusto un po’ rugosette - donne di 33 anni (trentatré, oh voglio dire, Cristo era in formissima a trentatré anni!) in mostri plastificati senza età.
Parlo da profana, ok, ma la cosa che più mi impressiona, della chirurgia plastica facciale, è che non si può tornare indietro. Con quel sacchettino di silicone che ti ficcano sotto le tette, santo cielo, è tutto più semplice. Lo sa bene Pamela Anderson, che se ti stufi di usarle per tenerci ferme le bottiglie (intanto che le stappi) puoi anche decidere di fartele togliere, e poi se ti torna voglia te le fai rimettere, e poi te le ritogli, te le rimetti, e se son venute male qualcuno te le aggiusta. In fondo può anche essere interessante a modo suo, eh, cambiare misura di tette a seconda del momento. Non saranno mai più come ce le avevi natural, magari, e dopo una decina d’anni sembreranno una massa informe di pongo pure quelle, ma insomma, ci puoi sempre metter sopra una magliettina. Ma cosa c’è, invece, che può darti la speranza di tornare indietro, o di sistemare la situazione, una volta che decidi di tranciare il muscoletto dello zigomo, di piallare la fronte, di stirare occhi e bocca (nella foto, il recente ritocchino di Kylie Minogue, chirurgo: il dottor Spock). Finisce che prendi ad accumulare errori su orrori.
E va be’ che ormai la faccia è il meno. E che superfici di ceralacca iper-botulinizzate alla Nicole Kidman hanno fatto il loro tempo, e viene quasi da sbadigliare al solo sentirne parlare (yawn, ok). L’ultima frontiera, adesso, è ben più in là: sono le ginocchia di Demi Moore, per esempio, che alla veneranda età di quaranta e passa anni (e sempre più simile, tra l’altro, alla nostra sensualissima Vladimir Luxuria - vedere per credere) deve aver pensato che non è giusto, no no e poi no, che le ginocchia come ce le ha sempre avute, quelle con cui è nata, siano l’unica parte del suo corpo a rimanere così, come mamma l’ha fatte, e no, “è pur sempre una forma d’arte”, deve averle detto il chirurgo (a cui ha regalato negli anni oltre un milione di dollari). E se può permetterselo, se è felice di trasformarsi nella donna bionica, ok, buon per lei. Ma io mi aspetto di vederla, prima o poi, come Billy Ray all’inizio di Una poltrona per due.
E di fronte a certi scempi, che puoi fare, ti viene voglia di prendertela con gli smanettoni ricciolini in camicia hawaiana che ne sono i responsabili materiali, ma è inutile. Sono un muro di gomma quelli. E anzi a sentirne un paio ti viene la nausea e non ce la fai più, tutti a ripetere sempre le stesse cose, a farci i santarellini che loro sanno che c’è un limite, che si deve parlare con il paziente per risolvere i problemi psicologici, che bisogna dire di no, e che loro di no lo hanno detto mille volte. E così tu, invece di fare una denuncia alla LAV quando sembra ormai evidente che stanno usando le mogli come cavie, al contrario ti senti rassicurato e immagini tutto un sottobosco di chirurghi brutti sporchi e cattivi, che operano in appartamenti sfitti di periferie malfamate, a prezzi modicissimi e con mannaia e scalpello. Tutta colpa loro.
P.S. Scusate se questi giorni ho lasciato il blog da solo, con la malva 244 ad ammuffire, che neppure è piaciuta, mannaggia - prometto che mi rifarò presto: è che ho dei noiosi problemi di server