Se Twilight vi ha fracassato i maroni

(e come biasimarvi, dico io) facciamola breve: ho preparato questo piccolo video (un filmetto ultracondensato, muto e in bianco e nero, con un delizioso accompagnamento musicale) che racconta tutto quanto il terzo capitolo della saga, Eclipse, così ci mettiamo su un bel The End e non ne parliamo più,

Happy Family, banniamo Gabriele Salvatores

Ditemi voi se non è da punire col bannaggio istantaneo perenne e senza appello da tutti quanti i cinema del pianeta terra quel regista che dentro un film ci mette il discorso agghiacciante di un mentecatto che fa così, agghiacciatevi,

non ci capisco tanto di cani, so soltanto che il bassotto è basso, che il pointer punta, che il barboncino sta sotto un ponticello con il suo fagottino e il fuocherello, che i setter vanno in giro sempre in sette e che però se vanno in tre a un funerale fanno tressetter con il morto

(risate), e poi subito dopo, davanti a due cani che si accoppiano, il mentecatto aggiunge

devono aver messo parecchio lucidalabrador

(risate) – e non si tratta mica di un personaggio scritto apposta per farci la figura del pirla demente a cui tutti gli altri personaggi guardano con imbarazzo e disgusto e compassione, non è scritto così, al contrario!, è un personaggio buffo e irresistibile che recita le sue mostruosità da pozzo nero zelighiano con compiacimento sornione e fa ridere di gusto gli altri personaggi e non solo, il suo finissimo umorismo (un’altra perla, toh, “da giovane ho aperto una gelateria in Cecenia… mi sparavano nella stracciatella”) dovrebbe essere l’umorismo serafico amaro e un po’ rassegnato del pagliaccio saggio e profondo che la sa lunghissima sulle Piccole Gioie della Vita;

e considerate che dentro questo stesso film c’è il pezzo che vedete qua sotto, col mentecatto comico cinofilo insieme a un altro mentecatto comico, il protagonista del film, che vanno dalla massaggiatrice/handjobbara cinese che non sa parlare l’italiano e potete immaginare allora lo spasso, micidiale, con le gag cincinuaouao (risate) e i giochetti consonantici (“paolo saLpi teLzo piano”)(risate),
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L’equazione dell’ironia di Ferzan Özpetek, cioè Vanzina meno il bucio di culo, moltiplicato per L’Italia sul Due – in più: la metafora coprofila, la sincerità nel cinema di Ferzan Özpetek (finalmente)

Questo ultimo film di Ferzan Özpetek ci insegna com’è che si può fare una raffinata intensa commedia gay – il che, raffinata! intensa! gay!, si capisce a prima vista: al multisala ci sono zero pischelletti, pochi sparuti bburinazzi (la morosa si bagna con Scamarcio) e una percentuale schiacciante di amichette trentenni elegantemente fricchetton-chic coi pendagli enormi etnicheggianti, più un certo numero significativo di cinquanta-sessantenni bene classe media, sorridenti garbati cloni di Mereghetti e consorte – si può fare della raffinata intensa commedia gay, ci insegna Ferzan Özpetek (col supporto essenziale del derelitto Ivan Cotroneo), utilizzando gli stessi scemi trucchetti stereotipati del genere caserma che trovereste in una qualsiasi bassa vanzinità barzellettara, utilizzati pari pari con la stessa identica sempliciotteria, sì, ma con una differenza fondamentale: tutto quanto nella intensa e raffinata commedia gay è ammantato di quella cosa che i poveri di spirito (le fricchetton-chic, i cloni Mereghetti e consorte) chiamerebbero “Ironia”, dove

che si ottiene semplicemente aggiustando le rozzezze vanziniane con qualche superficiale ritocchino nobilitante, aggiustando cioè:
il greve umorismo parolacciaro (il bucio di culo, qui, diventa semplicemente “il buco”);
il paesaggio (anziché la lussuosa crocierona coatta ai Caraibi, qui abbiamo una decrepita suggestiva – poeticissima! – cittadina di provincia);
i personaggi (siccome sono colti e stilosi, classe medio-alta eccentrica ma non troppo, ci hanno i mega-crostoni astratti sopra il divano in salotto);
le musiche (i jingle televisivi dei cellulari sono sostituiti dalle fisarmonichette e dai mandolini e dai campanellini e dai suoni pseudo-vintage centro sociale);

e soprattutto poi aggiungendoci:
1) le storielline di contorno magiche e malinconiche (la vecchia nonnetta che è triste perché da giovane non si è sposata l’uomo che amava e che ha continuato ad amare sempre e pessempre lo amerà, e adesso che è vecchia sta chiusa in casa agli ordini dei figli e non può mangiare i dolci perché altrimenti le schizza la glicemia e allora alla fine del film, ringalluzzita dai coraggiosi coming out dei nipotini recchioni, ecco la vecchia che si ribella e chiama l’autista per farsi scorrazzare in giro per la città, e poi la sera si mette davanti allo specchio e si imbelletta e si ingioiella e si mangia quaranta chili di dolciumi fino a crepare, si suicida, perché la vecchia saggia ha capito il senso vero della vita: poter essere una volta almeno, compiutamente, una troiona blingbling obesa);
e
2) i pezzettini flosci di meditazione spicciola sull’omosessualità (i protagonisti omofobi seguono una impostazione didascalica generalizzante per cui si autoanalizzano ad alta voce come fossero le scritte riassuntive in sovraimpressione dei servizi dell’Italia sul Due – es. la madre dello Scamarcio Gay enuncia “come può una madre accorgersi di avere un figlio omosessuale?” e ancora, sempre lei “l’omosessualità è una malattia? si può tornare indietro?”);

questi piccoli facili accorgimenti sono più che sufficienti, tutto il resto può rimanersene identico a una qualsiasi porcheriola vanziniana, i personaggi atrofizzati, la sceneggiatura atrofizzata, le battutacce atrofizzate (facepalm), e quindi grandissime risate – non sono più gli stereotipi barzellettari, tzè!, qui c’è consapevolezza qui c’è ironia, questo è “scherzare con gli stereotipi” (cit. Mereghetti):

i gay portano tutti quanti le mutandine boxer attillate, un gay dice all’altro gay “guarda che se ti chiamano principe del foro non è mica perché sei un bravo avvocato”, un gay che vede un vestito paillettato si emoziona e dice “è Alberta Ferretti vero? lo sapevo!”, se lasci da solo un gay è inevitabile che il gay si metta a ballare e/o a cantare allo specchio, i gay in macchina tengono la musica altissima e cantano a squarciagola coi finestrini abbassati, i gay fanno i cascamorti col primo etero sexy che incontrano, i gay sono tutti cremine e abbronzatura e forma fisica, i gay sono come le femmine – peggio – sono come le femmine imbecilli, i gay al mare fanno il ballo sincronizzato sulla canzoncina delle Baccara – grandissime risate dei coniugi Mereghetti in sala, oh oh oh che divertimento!, ma poi ecco la fondamentale botta nobilitante, le Baccara sfumano via e irrompe il pianoforte malinconico e il primo piano su Scamarcio Gay che lontano lontano dalla spiaggia guarda i suoi amici sincronizzati in mare, tristezza / riflessione / sogno, significa: quanto sarebbe bella la vita se i gay fossero liberamente spensieratamente gay, ma non è così, società / cultura / è proprio vero / già già (i Mereghetti annuiscono pensierosi);

la raffinata intensa commedia gay di Özpetek Cotroneo consente così alle fricchetton-chic e ai cloni Mereghetti di eccitarsi e sghignazzare per le stesse desolanti gag dei peggiori spettacolacci vanziniani (e non a caso le risate più rumorose vengono fuori quando spuntano i “frocio! frocissima! frociona!”, perché come nei film coi negri che si danno del negraccio l’uno con l’altro, qui scompare Christian De Sica che fa gli urletti sprezzanti “ahò afrocio!” e al suo posto ci pensano i froci a rimpallarsi goduriosamente Frocio! – frocissimo, frocia, ricchiona, frociona – l’uno con l’altro), le risate dei coniugi Mereghetti scoppiano “liberatorie” perché finalmente, sì, possono ridere di certe stronzate terra terra senza sentirsi in colpa e anzi, sentendosi comprensivi e ironici e di larghe vedute e gay-friendly, riuscire non soltanto a capire i gay, riuscire a capire i gay che giocano cogli stereotipi gay, una tale dissacrante e “scorretta” ironia!, i cloni Mereghetti se ne tornano a casa soddisfattissimi (“sai da quand’è che non mi divertivo così, tesoro?, dal film della Comencini con Fabio Volo“).

La signora Mereghetti guarda il marito che cammina davanti a lei verso la macchina, là nel parcheggio fuori dal cinema, e ripensa alle parole di Scamarcio Gay (che nel film è scrittore, e si capisce che è scrittore non soltanto perché parla a vanvera, serissimo, con l’occhio da ipnotizzatore – aka: tumulto interiore magnetico – ma perché rimane in piedi la notte a cazzeggiare col MacBook Pro – la mela nascosta da un quadratino adesivo nero come succede con gli sponsor sulle magliette dei tronisti della De Filippi – e si capisce che è scrittore perché i libri in camera sua li tiene ordinati uno sopra all’altro in una praticissima colonna alta tre metri), la signora Mereghetti pensa che è proprio vero come dice lo Scamarcio Gay del suo amante – poeticità soffusa –

per strada mi sta sempre davanti perché cammina più veloce allora io mi fermo e mi metto a osservarlo da dietro, come muove le spalle, come si muove in mezzo alla gente, da solo, come se io non ci fossi, non lo so perché, ma questa cosa mi fa commuovere

è proprio vero che fa commuovere, pensa la signora Mereghetti guardando la testa pelata del signor Mereghetti.

I coniugi Mereghetti non hanno afferrato l’unica cosa bella che c’è dentro il film, la metafora coprofila: quando la vecchia nonnetta (fondatrice del pastificio di famiglia) prima di suicidarsi consiglia al nipotino Scamarcio Gay di “toccare la pasta, bisogna toccare la pasta quando esce dalle macchine, che è calda e morbida, devi toccarla” – questo desiderio nascosto del maneggiare la merda mi sembra l’unica cosa veramente sincera e appropriata che abbia mai detto Özpetek in un film dei suoi.

Avatar, guida alla conversazione DEFINITIVA

15 febbraio 2010 / , , ,

Che seccatura quando c’è in giro il filmone evento su cui si è tromboneggiato ovunque a più non posso e tutti quanti eccitatissimi corrono a racimolare una qualche opinione critica minimamente articolata e si compiacciono del proprio altruismo sfrenato condividendola a ripetizione con il resto dell’umanità, è la fine! è una tragedia!, perché allora non c’è via di scampo e non puoi fare a meno di precipitare decine centinaia di volte dentro la medesima estenuante conversazione L’hai visto / La storia / Il 3D / Il pianeta / La rivoluzione del cinema / I puffi (ahr ahr ahr simpatia ROTFL); io mi sono rotta le scatole e ho pensato di risolvere il problema compilando una praticissima guida alla conversazione (la copertina è questa qua su a destra, clic e s’apre più grossa)(in pdf: scarica la guida), un agile manualetto che esplora buona parte del bacino critico-internettaro sull’argomento raccogliendo alcuni pezzi rappresentativi delle conversazioni che rimbombano più o meno sempre uguali da un mesetto a questa parte – e rimbomberanno ancora chissà per quanto – ho ordinato i pezzi secondo una scala di difficoltà concettual-espositiva (espressa con un sistema di tenerissime emoticon Na’vi che ho disegnato per l’occasione, toh)

(se volete scaricare l’emoticon, eccola) ordinati per difficoltà e ordinati per categorie, che sono

– il 3D (orgasmico, inutile, retinico, faticoso, tecno-magico, schiavo)
– la storia (prevedibile, pop, Adorno, manichea, universale, anti-parrucconi)
– gli archetipi
– le influenze (frullati, postmodernismo, videogiochi, 911, western, Semola, Wagner)
– i temi (difficilissimi: da affrontare solo in casi di disperato masochismo)
– Pandora (ecologia, grande madre, Facebook bagnato, vaso di, hybris)
– i giudizi finali (capolavoro, rivoluzione, pirla radiofonico, rincoglionimento, Wim Wenders, il fascista)
– simpatia (far ridere ma con intelligenza aka FriendFeed)

a cosa serve il praticissimo manuale? può servire
1) a rendere meno fiaccamente ripetitiva la conversazione di routine: ogni volta che vi capita un nuovo interlocutore pescate a casaccio dal manualetto una qualsiasi nuova idea e giocate a sostenerla nelle sue parti più bislacche e roboanti anche se vi sembrano delle palesi imbarazzanti stronzatone (è divertente: soprattutto se con una delle stronzatone riuscite a convincere l’interlocutore fesso);
2) a sbarazzarsi in pochi secondi della conversazione di routine: quando ci si imbatte in un interlocutore dotato di manualetto (dunque: da diffondere), facilissimo!, essendo ciascuna voce del manualetto identificata da un codice alfanumerico basterà scambiarsi in tutta velocità un paio di battute del tipo
“io penso TE/3”
“dici? io penso più TE/4”
“ma se consideri che STO/2”
“ah sì, anche io STO/2”
“perché insomma GIU/1”
“mmmh, anche GIU/5”
“già, e comunque SIMPA/5!”
“LOL! SIMPA/1!”
“grandissimo!!! LOLLONE!!!”

Il manualetto potete scaricarlo in pdf; cliccando sul continua a leggere qua sotto invece trovate alcuni assaggini (il manualetto è molto più lungo, dentro c’è di tutto, il meglio del meglio – e c’è il quoziente di difficoltà espresso con le tenerissime emoticon Na’vi)(poi, sia qui che sul manualetto, sul fondo, c’è una devota bibliografia):
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Socrate era un vampiro malvagio? Bella riecheggia di temi aristotelici? Andare a cavalcioni sulle spalle di Edduccio è una metafora fallico-nietzschiana?

11 dicembre 2009 / , , , ,

Oltre ai calendari e ai poster e alle biografie e alle raccolte fotografiche e a tutto quanto il tradizionale campionario di gadget abbaglia-funz c’è un tipo di spin-off commerciale molto diffuso che non può mancare sulla scia di un grosso successone cinematografico / televisivo / editoriale, è lo spin-off filosofico, vale a dire: si ingaggia una dozzina di avviliti contrattisti universitari, dispostissimi a subire le peggiori mortificazioni personali pur di grattare due spiccioli di straforo, e li si mette a setacciare il film di successo (o il serial televisivo o il cartone animato o il romanzo o il fumetto o quel che è) per tirarne fuori qualche pretestuosissimo appiglio utile ad appiccicarci sopra questo o quel pezzettino del manuale di storia della filosofia – ogni contrattista fa il suo piccolo saggetto divulgativo copiaincolla e tutti i saggetti messi assieme fanno il libro La filosofia di,

La saga di Twilight è piena di amore e morte, oltre che di una serie di altri argomenti centrali per capire come navigare nelle acque della vita. Ciò offre numerosi spunti filosofici.

c’è La filosofia di Twilight ma ci sono anche la filosofia dei Simpson e quella del Dr. House e quella di Matrix e dei Transformers e di Battlestar Galactica e di infiniti altri; esistono sì spin-off dello stesso genere con una diversa impostazione pseudo scientifica, La fisica di e Il linguaggio di e La leadership di eccetera, ma sono più complicati e quindi meno frequenti, con la filosofia si va a colpo sicuro, basta maneggiare superficialmente le genericità all inclusive vita, morte, amore, morale, Dyo, e il pipponcino filosofico si può estrarre con facilità praticamente ovunque (hai scoperto che il tuo fidanzato è un vampiro? be’, accipicchia, è un fatto epistemologico – v. sotto), si distribuiscono qua e là a casaccio i nomi di eminentissimi cervelloni defunti con le date tra parentesi ed è fatta,

Twilight consente un’analisi approfondita della condizione umana, ponendoci di fronte alle nostre paure più profonde e oscure, come anche alle nostre più grandi speranze. Bella e Edward rappresentano la condizione umana esposta davanti ai nostri occhi a caratteri cubitali.

non che i funz di Twilight riescano poi a sciropparsi per intero un libraccio del genere, poveracci!, è una roba penosa, noiosissima, se lo comprano in automatico con tutto il resto della paccottiglia colorata e luccicante abbaglia-funz (è l’antica consuetudine delle perline di vetro e dei selvaggi boccaloni), in fondo gli basta che abbia in copertina la coppia belloccio e belloccia, e poi, certo, il fatto che tra i capelli del Patty ci sia impigliata la parola Filosofia, oh, l’illusione che i libracci là (e i film) ci abbiano dentro una loro più alta (nascosta) ragione intellettuale, be’, è una lusinga mica da niente: la mela in copertina!, non è mica una mela qualsiasi,

Quando i teologi cristiani medievali come Tommaso d’Aquino si concentrarono su quella mela, si convinsero che il frutto volesse metterci in guardia dai pericoli della Concupiscentia

e cosa pensate che avrebbe pensato di Edduccio, Tommaso d’Aquino,

Tommaso d’Aquino avrebbe senza dubbio descritto il conflitto interiore di Edward uno scontro tra concupiscenza e coscienza

e se la cosa vi lascia perplessi, sentite qua come inizia il saggio di apertura (Amore, pazzia e l’analogia con il cibo, di George A. Dunn) – dopo aver raccontato di Edduccio che vede Bella per la prima volta e sente fortissimo l’impulso di sbranarla, e poi per darsi una calmata Edduccio fugge per una settimana in Alaska dove si sfoga uccidendo e bevendo il sangue di animali a non finire, dice

Siamo onesti fin dall’inizio: chi di noi non si riconosce in un’esperienza simile? Se negate di essere mai stati tramortiti da un simile repentino impeto di desiderio, allora non siete molto adatti allo studio della filosofia

se non siete adatti – io mi sa che non sono adatta – magari allora non capite cosa c’entra Bella coi seguaci di Socrate

Molti dei giovani ammiratori di Socrate devono essersi sentiti come Bella, destati dal torpore delle loro banali esistenze dall’incontro con una figura incredibilmente carismatica che a tanti sarà parsa di un altro mondo.

e, di conseguenza – siccome Bella sta a un seguace di Socrate come Edduccio sta a Socrate – la questione fondamentale:
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