Siccome il record di prevendite di Star Wars è stato polverizzato in un batter d’occhio e sembrava ormai inevitabile la totale sopraffazione delle bimbominkia sui nerd, ho deciso di verificare personalmente come sarebbero andate le cose nello scontro definitivo, il più importante, la sfida all’ultimo baluardo dell’idolatria nerd-pagana: verificare cioè se le reazioni isteriche di lovvoso entusiasmo alla vista dei pettorali depilati e degli addominali spray di Edduccio potevano rivaleggiare o addirittura superare il pathos delle reazioni isteriche di lovvoso entusiasmo che ci furono a suo tempo - e a cui timidamente contribuii anche io - quando per la prima volta il nanetto verde sfoderò e zaaaappp-attivò lo spadino laser; vale a dire cioè che mi sono vista la prima di New Moon, il film, ed è andata più o meno così:
processioni di bimbominkia saltellanti e squittenti che si fanno fotografare spalmate sui poster ad altezza uomo di New Moon (v. foto a sinistra) lanciando bacini e colpetti di lingua verso l’effigie del conturbante Edduccio - è il caso delle bimbominkia appartenenti al cosiddetto “team Edward” - oppure incorniciando nei cuoricini fatti con le mani il musetto dolce del ragazzo licantropo - l’opposta fazione bimbominkia del cosiddetto “team Jacob” - e poi in sala le luci che si spengono e sullo schermo compare una gigantesca luna gialla (”come gli occhi di Edduccio!” suggerisce una bimbominkia) che si eclissa pian pianino rivelando il titolo NEW MOON - “sta cominciando! sta cominciando!” - dozzine di bimbominkia ritardatarie che si accalcano parlottando inquiete e illuminando i corridoi col telefonino, e le bimbominkia già in postazione che si agitano e reagiscono stizzite “non si vede niente! ti vuoi togliere! silenzio! silenzio! siediti per terra! shhhh! sedutiiiii! silenzioooo!” e c’è una bimbominkia incarognitissima che scatta in piedi e s’improvvisa maschera-carro attrezzi prelevando e disponendo con forza bruta le bimbominkia ritardatarie nei pochi posti ancora disponibili nelle primissime file - ma ecco che improvvisamente il tempo si ferma, le bimbominkia fulminate si paralizzano,
Continua a leggere »
Che coincidenza, c’è il nuovo film di Federico Moccia [*] che fa da incubo-overture alla notte di Halloween - sarebbe un peccato sprecare un’occasione così ghiotta e allora ecco, guardate, ho preparato le maschere qua sotto, che mi sembrano adattissime per celebrare questo eccezionale crossover dell’orrore,

il Federico Moccia liscio, a sinistra, che è già abominevole e inquietante di per sé, e quello post-lobotomia bimbominkia, a destra, che è un puro e semplice maleficio soprannaturale - qui c’è l’immagine grande pronta per la stampa, quella a colori, e qui c’è quella in bianco e nero (i buchini, si capisce, servono per infilarci dentro un elastico) - ma poi: se avete fegato e volete rendere l’esperienza più complessa aggiungendo qualcosina alla tiritera “dolcetto o scherzetto”, calandovi meglio nell’idiozia del personaggio Federico Moccia e impersonandolo a parole, facilissimo, c’è solo l’imbarazzo della scelta, queste ultime settimane di promozione Federico Moccia ciarlava ovunque, c’è un repertorio vastissimo - per citarne solo una manciata, toh, si va dai dilemmi esistenziali (cito)
La vita è piena di fregature. A volte i giovani vengono da me e dicono: “Moccia, ho attaccato il lucchetto, ma è andato tutto male”
alle strategie nascoste del suo cinema, cito
Mentre si racconta la storia di Carolina, si vede Niki che si sta provando il vestito da sposa, quel che succederà nel prossimo film. È stato solo un mio divertimento per raccontare della contemporaneità della vita
dalle amare riflessioni sui bistrattati incompresi scrittorucoli wannabe
In Italia tutti stanno scrivendo o hanno scritto un libro, così è un tema molto attuale. Mi piaceva l’idea che nel film ci potesse esser qualcuno che parlasse della mia esperienza di scrittore. [...] Inoltre, oggi spesso sento dire che i genitori sono contrari all’idea che i figli diventino scrittori. Sembra proprio uno scontro generazionale
alle ascendenze letterarie della sua opera - cito [**]
Memore delle letture di Salinger e del suo giovane Golden, volevo raccontare la storia della quotidianità di una ragazza nel suo ultimo anno di scuola media, con le Wish List e le classifiche dei ragazzi che entrano all’improvviso nella narrazione.
e poi certo la faccenda dei Baci Perugina,
Per quanto riguarda i Baci, ho deciso di far parte della giuria che seleziona le frasi più belle, perché sia visto come un invito a tornare alle personali considerazioni di ciò che accade nella nostra interiorità attraverso la scrittura
perché chi meglio di lui,
[*] il film, che si chiama Amore 14, è tratto dall’omonimo coso che vi ho raccontato un annetto fa - se vi siete persi la mega-recensione, pazzi!, recuperatela
[**] lo so che in qualsiasi altra intervista c’è scritto giusto, con la acca - ok è sicuramente un errore di chi l’ha trascritta - ma chi se ne frega, è verosimile che sia così cretino, no?, e a me piace pensare che abbia detto Golden proprio così, con la G, che è bellissimo: I want to believe
di Betty Moore, 29 ottobre 2009
Categoria: allucinazioni, infanzia perduta, l'amore ai tempi delle malvestite
Se pensate che l’Epica leghista dell’irsuto Robin Hood mangia-crucchi possa rimanersene per sempre in testa alla classifica dei film italiani più brutti e stupidi di tutti i tempi, be’, ripensateci - c’è Asia Argento che sta meditando di scrivere e dirigere un film che fa così,
ce l’ho in mente da quando avevo sedici anni… due fratelli vanno in guerra, prima guerra mondiale, esplode una bomba e gli porta a tutti e due via la faccia, allora non si sa quale dei due è il marito di questa qua, e lei se li porta a casa per capire quale dei due è il marito. eh? che te sembra?
no, meglio, sentitelo dalla sua viva voce (è un’intervista dell’altro giorno al Festival der cinema der quartiere Flaminio)
notate: i disgraziati barcollanti che tentano di svignarsela dalla prima fila, le risatine imbarazzate del pubblico, gli Ehmmmm esitanti dell’intervistatore stravolto; e pensate!, la prendono per il culo pure i redattori di Repubblica TV, che il file dello spezzone video l’hanno chiamato ASIAFILMSTRAMPALATO (punto flv); e in effetti, boh, da quello che dice Asia Argento non s’è capito, come mai la moglie non riconosce il marito?, va bene la faccia, ma tutto il resto? - ce l’ho!, ce l’ho!, i fratelli sono monozigoti identici in ogni minimo nanoscopico particolare, sono di quei gemelli pazzi maniaci che da quando sono neonati s’acconciano sempre uguali da capo a piedi, capelli e barba e unghie e accessori e cappellini con l’elica e tutto (e poi, certo, per rendere la cosa più plateale, toh: la moglie è cieca), la bomba ha ovviamente disintegrato ogni segno/mostrina/documento di riconoscimento, sono tutt’e due in coma irreversibile e di conseguenza incapaci di comunicare; e però, allora, a cosa servirebbe portarseli a casa?, com’è che la moglie pensa di riconoscerli? - ed è qui secondo me che entra in ballo il genio di Asia Argento - la moglie pensa di riconoscere il marito telepaticamente).
Ma comunque, già che parliamo di Asia Argento, ecco!, volevo dirvi che finalmente ho afferrato il senso di questa sua metamorfosi - da ripugnante estrema trucidona che terrorizza i pavidi benpensanti a mammina sensibile e timidina piena di Valory Very - vederla intervistata da Valeria Marini (la settimana scorsa a Domenica In) m’ha fatto realizzare che Asia Argento non ha cambiato direzione proprio per niente, ma continua a muoversi imperterrita sulla strada della decadenza e della trasgrescio: perché insomma, cosa c’è di più trasgressivo che trasgredire in modo così smaccato al gusto e all’intelligenza - altro che perversioni horror slinguazzanti e insanguinate!, questa roba sì che fa veramente cagare sotto dalla paura,
il sogno di un mondo senza guerra come le sbarbine Miss Italia, il tatuaggio sulla pisella rinnegato (quello sul culo invece - un geroglifico magico che parlava di demoni sumeri e sesso anale - già se l’è fatto togliere: ché sennò era un tantinello difficile da spiegare alla figlioletta), Valeria Marini che le specifica di aver fatto una battuta (”ti sei comprata un castello? ma no no, sto scherzando!”), la patetica debole animella che vuole essere protetta (perché è un mondo dominato dagli uomini, sigh!, sob!, e allora per proteggersi bisogna fare i puttanoni), le banalità mocciesche sull’Amore e sulla Gioia delle piccole cose, la femminilità e la seduzione che servono a dirigere i film e i test psicologici dimmi se preferisci la cassata o il babà e ti dirò chi sei - questo genere di trasgrescio qui, chi l’avrebbe mai detto, le sta su a pennello.
Ma questo Barbarossa fa proprio cagare, è eccezionale!, è sublime!, è un vero e proprio film manifesto!, non lo si poteva fare meglio, dico sul serio, così perfettamente in sintonia con l’orrenda paccottiglia carnevalesca e la grossolanità di pensiero e i feticci ideologici subculturali del basso ventre leghista, è magnifico!, è un filmone leghista al cento per cento!, è IL filmone leghista!, riassume in sé tutta la mitologia-base degli sloganazzi leghisti e ne conserva intatto il saporaccio schifoso, è un miracolo! - e allora perché, dico, non se lo vanno a vedere almeno loro, i leghisti? Facile: perché di ignoranti caproni siamo pieni, di incazzati ce ne stanno a non finire, di razzisti pure, di ignoranti caproni incazzati razzisti una valanga - e sono il grosso del voto leghista - ma di imbecilli così imbecilli da lasciarsi sedurre dalle scombussolate storielle fanta-medievali e dalla retorica bullesca cappa e spada dell’indomabile priapismo nordista, di questi qua, che sono i disgraziati dei caschi con le corna e della secessione e della discendenza celtica e delle ampolline sacre e delle camicie guardiapadana, be’, di questi qua per fortuna ce ne stanno pochi pochi, quattro stronzi appena - dello spadone duro e delle fiction fanta-medievali, per lo più, non frega niente a nessuno.

Ma di quei pochi imbecilli, sono sicura, ce n’è qualcuno che dopo il comizio dell’Umberto se ne torna a casa con la Škoda station wagon e si mette là nella tavernetta interrata cogli amici ancora travestiti da centurioni padani, tutti quanti un po’ brilli di sidro, tirano fuori i dadi e gli schemini e i punteggi e s’incomincia col gioco di ruolo “druido! passami un altro goccio di quella sbobba!”: Barbarossa sembra precisamente una cosa del genere, un gioco di ruolo in costume ambientato nelle allucinazioni etiliche del folclore leghista - il regista Renzo Martinelli deve averlo scritto così, a dadi cogli amici centurioni un po’ brilli.
L’entità malvagia da combattere è l’IRAP imperiale sul raccolto (il trenta per cento!) e gli eroi bravi e belli e coraggiosi sono i virilissimi popolani milanesi, umili lavoratori con un profondo senso della giustizia, pelosissimi e di poche parole, che fanno la Lega Lombarda tutta da soli - non hanno bisogno dell’aiuto del Papa e nemmeno dei nobili, quegli oziosi pusillanimi centralisti! - la Lega nasce dal basso e non conosce compromessi, è dura e pura come il suo leader, Raz Degan aka Alberto da Giussano - che dice (da un’intervista della settimana scorsa, qui)
Ho lavorato molto per entrare dentro l’anima del protagonista. Chi era con me sul set se n’è accorto: a un certo punto Raz è sparito, c’era solo Alberto da Giussano
questo per farsi un’idea della soverchiante carica emotiva del film (io già piangevo sui titoli di testa in Comic Sans) - neanche Jim Caviezel quando se ne andava in giro benedicendo i materani convinto d’essere Giesù Cristo s’era coperto a tal punto di ridicolo, sentite qua che è successo a Raz Degan - i camerieri tiravano a sorte per decidere chi andava a portargli la colazione in camera:
Camminavo, parlavo, pensavo come Alberto da Giussano. Andavo perfino a letto con la spada e, se qualcuno bussava alla porta della mia stanza d’albergo, saltavo in piedi brandendola.
Nel film - ora ve lo racconto - Raz/Alberto comanda una dozzina circa di arrabbiatissimi milanesi, comanda in pratica Milano tutta intera - perché il film lo chiamano kolossal, sì, venti milioni di euro, e infatti Milano è un unico minuscolo crocicchio di cartapesta abitato da una sparuta manciatina di fabbri wonderbear (a Bergamo è andata peggio, è un angolino polveroso con un pozzo e due muretti sbrecciati in croce e un paio di bergamaschi senza niente da fare che gironzolano intorno al pozzo); Raz/Alberto ha assistito impotente alla distruzione di Milano, o meglio, delle mura di cartapesta che stanno all’esterno del minuscolo crocicchio: i milanesi hanno tentato disperatamente di difendersi impiegando la bellezza di tre - dico tre! - balestre, ma le forze nemiche, i maledettissimi crucchi imperiali - che usavano pure loro le stesse tre balestre (facevano una inquadratura per uno) - potevano contare sulle magie della computer grafica, dannati!, e dalle loro tre balestre partivano a razzo nugoli fittissimi di freccette assassine;
a nulla è servita la raffinata scienza bellica dei soldati milanesi - no ma quali soldati, gli stessi fabbri wonderbear di prima - che nel bel mezzo della battaglia si scambiavano consigli strategici chiacchierando affacciati da una torre di cartapesta all’altra come sciure ai balconi di un cortile condominiale, “che facciamo, attacchiamo?”, “no no, aspetta un attimo!”, “sei sicuro?”, “un attimo solo che finisco di stendere le mutande!” - nulla hanno potuto contro i possenti macchinari di morte dei crucchi imperiali, le terribili catapulte lancia polpette infuocate (che bucano e trapassano letteralmente le sottilissime mura di cartapesta, micidiali - “la polpettaaaaARGH!”); a nulla sono servite le fosche premonizioni della visionaria pazza Kasia Smutniak (la cui visionarietà è stata generata dalla scarica di un fulmine), che non poteva starsene nella stessa stanza col pugnale di Raz/Alberto senza rimanere abbagliata dalla visione di polpette infuocate dappertutto; e a nulla è servito ritrovare proprio là alle porte di Milano, grazie al talento rabdomantico della visionaria pazza, il sepolcro sotterraneo che custodisce i resti santissimi dei Re Magi, dico: dei Re Magi - che cazzo, sembrava un buon auspicio.
E invece niente. I milanesi, sconfitti, sono costretti ad abbandonare il crocicchio di cartapesta: è la diaspora meneghina.
Ma Raz/Alberto non ne vuole sapere, forgia un anello di metallo che diventa il simbolo della resistenza e tenta di convincere le città lombarde a unirsi contro i crucchi imperiali; nel frattempo si rifugia nella foresta di Pontida coi suoi sgherri, assaltando i ricchi passanti imperiali con la faretra in spalla e il suo inseparabile amico ciccione Little John-Borghezio (perché il film è braveheartiano come dicono tutti, sì, ma c’hanno ficcato qualcosina pure da Robin Hood e qualcosina persino da Giovanna d’Arco - la storia della pazza visionaria che alla fine viene fatta prigioniera dall’imperatore crucco e accusata di eresia, e per un pelo non la abbrustoliscono).
Si prepara la battaglia finale: i crucchi sono preoccupati, Federico Primo aka Barbarossa s’aggira nervoso tra le minuscole salette del suo tetro castello - tutto fatto coi vecchi fondali di Totò contro Maciste; il problema dell’illuminazione medievale (torce alle pareti) che si risolve puntando sulla faccia dell’attore parlante la luce giallognola di una lampada da scrivania (a proposito: le notturne sono strepitose, l’hanno girate coi fari di un campo da calcio - che volete, è un kolossal da venti milioni di euro - e le scene di pioggia torrenziale, impareggiabili!, si vede il perimetro circoscritto dell’innaffiatura sull’omino al centro della scena e tutto attorno asciutto, qua e là sullo sfondo il sole che splende); ma stavo dicendo, giusto, la battaglia finale è alle porte: l’esercito dei crucchi è gigantesco, mostruoso, quello dei milanesi è piccolo ma incarognito - questa volta niente cazzate, hanno preparato una strategia coi fiocchi, c’hanno l’arma segreta, la V2 padana!, il trabocchetto dei falciatori.
I due eserciti si fronteggiano a distanza. Li separa una immensa pianura brulla e desolata, neanche un alberello o un cespuglietto per chilometri e chilometri. L’esercito di Barbarossa si dispone in formazione aperta, distesa, pronta all’attacco; l’esercito leghista si rattrappisce intorno a una strana macchia di vegetazione. I luogotenenti di Barbarossa fiutano il trappolone, c’è qualcosa che non va, io non me la ricordo quella macchia là di vegetazione, ieri ci scommetto che non c’era - ma Barbarossa taglia corto, non c’è da farsi paranoie, è che
“I milanesi sono stupidi, non ve ne preoccupate”
L’esercito crucco parte alla carica (bellissime le riprese a volo d’uccello con la “crowd replication” - Martinelli ne va molto fiero - quattro cavalli veri copiaincollati cento volte uno vicino all’altro, tutti che si muovono sincronicamente). L’esercito leghista se ne sta impalato, immobile fino all’ultimo momento: stanno lì lì per scontrarsi coi crucchi quando “Adessuuuooooo!” grida Raz/Alberto, e l’esercito leghista si apre in retromarcia scoprendo la strana macchia di vegetazione, Tadàn!, un mucchio di cespuglietti finti che celano il trabocchetto dei falciatori - dovete vederlo perché merita, è purissima arte mentecatta:
i carretti sghembi coi contadinotti cenciosi che falcettano qua e là migliaia e migliaia di soldati, gli effetti sonori di un taglio dal parrucchiere, una strage! - certo ok qualche crucco se la cava e c’è da sbrigarsela nel corpo a corpo, ma niente di che (massimo un tre quattro soldati contemporaneamente nella stessa scena, sennò la coreografia veniva troppo complicata - di tanto in tanto sullo sfondo c’è una comparsa che non sa che fare e gironzola inebetita con lo spadone floscio)(e a proposito di comparse - siccome è un kolossal da venti milioni di euro - volevo precisare che di comparse, di gente tutta assieme nella stessa scena, se ne vedrà forse al massimo un due tre dozzine in un paio di scene, non di più - alla faccia dello “zingarume a basso costo”).
Ma insomma - The end - Milano è riconquistata, giubilo padano!, e Raz/Alberto, siccome è un padano vero, uno stallone cogli spermatozoi padani, “ebbe numerosi figli” (cioè da quei dodici fabbri che c’erano, che in effetti erano un po’ pochini, l’ha popolata tutta lui da solo, Milano)
secondo me, deve essergli venuta fuori una cosa così, altro che Bastardi
(poi ne riparliamo meglio e più approfonditamente, del Barbarossa appena uscito - qualcosina l’abbiamo già detta)(e grazie a Nonsonougo per le traduzioni in grammelot quasi-milanese)