Domani 21/04/09 per l’Abruzzo: atomizzarli, che sogno

La prima cosa che m’è venuta in mente è stata: tutti e cinquantasei nello stesso posto nello stesso momento – tutti assieme pieni di trasporto a fare il coretto christian rock volemose bbene diretti da Jovanotti che si sbraccia ispiratissimo – che occasione d’oro! quando ci ricapita una occasione così?, a saperlo prima ci si poteva organizzare, si faceva una colletta e s’affittava un lanciarazzi, una bomba, qualcosa, della dinamite, qualcosa del genere – guardate qua sotto, ho preparato un piccolo video che sì, appunto, parla di questo mio triste rimpianto:

Nobile iniziativa, certo, perché tirar su quattrini per la ricostruzione è cosa buona e giusta, sembra, in qualunque modo lo si faccia, e allora non si può che parlarne bene (al limite benino) e bisogna pure abbozzare se c’è chi bieco (molto bieco – e un tantino ignorante, pure) s’approfitta strumentalmente del santissimo e intoccabile podio umanitario per lanciare strali contro il maledetto sciacallaggio peer to peer; io direi piuttosto che non è vero, un’iniziativa così non ha necessariamente alcunché di nobile, soprattutto là dove si vorrebbe sollecitare l’impegno e la partecipazione altrui attraverso uno spettacolino d’impegno e partecipazione di quart’ordine, mediocrissimo, che ha richiesto uno sforzo e un sacrificio pari a zero [*], nessun rilevante coinvolgimento ma soltanto il recupero lowcost di una brutta canzoncina b-side parecchio muffita, paraculamente ritoccata qua e là (alla Elton John cuore Lady Diana, per capirsi, solo che qui non c’abbiamo Elton John ma Caparezza), e quindi

il mare

diventa

i sassi

e poi c’è l’ovvia

aquila che vola

e l’imbarazzante (copyright Caparezza)

scrivo e non riesco forse perché il sisma m’ha scosso

Le cose belle, decenti, che richiedono un minimo di lavoro e cervello, quelle no, bisogna tenersele strette per i dischi commerciali, l’umanitarismo messianico fate-come-noi non prevede altro se non il riciclo istantaneo di piccole caghette penose, un qualsiasi accrocco di cliché musicali spremi-emozioni; e poi oh c’è anche da dire che bisogna fare in fretta! che cavolo, l’importante non è mica concentrare l’attenzione pubblica su quel problema là, l’importante è arrivare in tempo e riflettere il più possibile su se stessi l’attenzione pubblica già ben concentrata su quel problema (presto! presto! non dopo che la cosa abbia superato la terza pagina di un quotidiano nazionale – sennò a che serve?):

fai il meno possibile ma fallo come facciamo noi, sàziati di queste microscopiche caccoline di caritatevolezza ma mentre lo fai, mi raccomando, fai in modo che ci sia qualcuno che ti guarda, toh, ispirati al nostro gioioso teatrino dell’impegno microscopico, i sorrisoni di bontà e comprensione, gli abbracci commossi, i virtuosismi vocali incrinati dalla disperata emozione [**], è come una nauseante Telethon televisiva cogli sms da casa ma con la tipa cupa cupa dei Baustelle al posto di Milly Carlucci – e perché mai, ora che ci penso, insieme all’mp3 non ci danno una bella suoneria per il cellulare?, Domani cantata dal gattino virgola, sai allora che aiutoni all’Abruzzo, ehi!, Caterina Caselli: pensaci!

[*] non venite a dirmi che c’hanno rimesso in denaro, che ‘sta puzzetta l’hanno finanziata per conto proprio, che si sono pagati da soli l’Eurostar per Milano, insomma, su – di pubblicità non parliamone, dai, perché non è questo il punto: cioè, non solo – ma insomma, una campagna pubblicitaria tanto fruttuosa, in altre circostanze, è banale dirlo: gli sarebbe costata mille volte di più
[**] buffissimi: ognuno, in quei suoi due tre secondi di spazio, ha sfoderato tutto il suo repertorio di sopraffina vocalità, sembra quasi di sentire quegli imitatori che passano da un’imitazione all’altra in un secondo, cambiando smorfia e cappellino

Claudio Baglioni e il suo romanzo Questo Piccolo Grande Amore, cioè Assurancetourix che canta la storia d’amore di Belli Capelli, l’uomo con gli occhi senza retromarcia (alcune parole di questo post nascondo in codice il messaggio: Claudio is dead)

Il romanzo di Claudio Baglioni [1], che si chiama Q.P.G.A. [2], funziona un po’ come una specie di Necronomicon della musicaccia melodica italiana: è un buco della serratura interdimensionale che ci permette di dare una sbirciatina a una realtà parallela in cui esiste un mostruoso abominio disintegra-intelletto che per fortuna da noi, invece, ancora non esiste [3], e cioè una canzone di Claudio Baglioni che parla degli intimi travagli amorosi d’una coppia di poetici pischelletti in calore (lei scrittrice in erba “le parole sono profonde come l’oceano”, lui sognatore indefesso soprannominato “Belli Capelli”) – e fino qui, ok, più o meno ce l’abbiamo pure noi – una canzone così, però, lunghissima, qualche ora di Claudio Baglioni senza pause, una canzone sterminata tutta uguale, che rimbombi ininterrottamente di quei suoi caratteristici stucchevoli miagolii di sentimentalismo bigodinato: ecco, a leggere il romanzo di Claudio Baglioni, che è un romanzo che inizia, nella prima riga, con il rintocco demoniaco

sentiva che per racchiudere il senso della vita

ci si può fare una vaga idea dell’effetto spappolante che scatenerebbe una canzone di Claudio Baglioni così, godzilliana, abominevole, sul cervello di un qualsiasi essere umano: ci ridurrebbe tutti quanti nello stato disperato in cui è ridotto lui, Baglioni (cito dall’intervista su A)

Un giorno andai a mangiare con un discografico. Al ristorante un cameriere ci dice: oggi c’è dell’ottimo maialino al forno. Allora mangiamo questo maialino, paghiamo e usciamo. Salgo in macchina e comincio a piangere per due ore: avevo come qualcosa dentro, un terremoto interiore

Claudio Baglioni lo racconta compiaciuto, eccome, perché ha frainteso – confonde la pietà (“che tenerezza, povero anzianotto rimbambito con gli zigomi di Roberto Cavalli”) con la comprensione – ed è sicuro che oggi, da vecchio, a ruminare le stesse smancerie sceme sul The power of the Me sto a emoziona’, quelle stesse che rumina da quaranta anni, sia più legittimato di quanto non lo fosse da adolescentello emo [4]:

Certe cose solo da una certa età in poi si possono raccontare. Se lo racconti quando hai venti o trent’anni che ti sei messo a piangere perché hai mangiato un maialino, ti prendono per il culo per tre mesi di seguito. Sono cose che non puoi confessare.

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