Il mascherone piatto e quadrato di plasticazza lucida stiracchiata insieme al parruccone sintetico stoppaccioso e fonatissimo da barbie (finalmente! dopo ken, shelley, il cane toby la roulotte e l’amica negra: la nonna di barbie!), quella sua boccona rossa informe tipo medusa spiaggiata morente, il truccazzo orrorifico-ittiano, i vestiti appariscenti coattissimi da cubista in pensione e gli atteggiamenti prepotenti qualunquistici e subculturali da volgare e arrogante cafoncella arricchita: mi sembrava che il colpo d’occhio fosse già sufficiente a nominare così su due piedi Daniela Santanchè candidata premier non solo dei postpostfascisti furbetti e maneggioni alla storace, ma direi anche e soprattutto dell’universo malvestito nel suo insieme; poi però ho fatto un giretto sul sito ufficiale, qui (Daniela Santanchè Story, come nei video commemorativi di Uomini e Donne), e mi sono letta di come Daniela in persona racconta certi episodi della sua tumultuosa e interessantissima esistenza (vedrete: quale incredibile, meravigliosa odissea malvestita!) e dunque mi sono detta che questa cosa di cui parliamo oggi, se ce n’era bisogno (e non ce n’era), spazza via ogni più piccolo minimo dubbio: Daniela Santanchè candidata premier delle malvestite, accipicchia, se lo stramerita.
Già dai suoi primissimi ricordi d’infanzia si capisce che Daniela Santanchè era una predestinata, dimostrava delle eccezionali malva-potenzialità per niente comuni: sua sorella, che era una bimbetta dalle normali inclinazioni malvestitine, era felice di giochicchiare con la casuccia delle bambole e le piaceva tanto vestirle pettinarle fargli prendere il tè e via dicendo, le solite cose, mentre invece Daniela si scocciava con le bambole e preferiva fare (a cinque anni, ci pensate? che incredibile precocità!) “la parte di quella povera e abbandonata, lasciata dal marito, che viveva in una soffitta e aveva tre figli”; grazie ai suoi più lontani ricordi è anche possibile spiegare gli scempi scarpari tipici del suo malva-equipaggiamento adulto, che sono la diretta conseguenza di un penoso episodio di maltrattamento infantile, “Il castigo peggiore era quando venivo chiusa al buio nello sgabuzzino. Stavo lì, con tutti quegli scaffali pieni di scarpe, che non so più quante volte ho contato. Ero morta di paura, con il buio, le scarpe diventavano fantasmi“; e certo il suo basso quoziente d’intelligenza l’ha aiutata non poco a intraprendere senza timore la strada che porta al lato oscuro del malvestitismo, “Non ero brava a scuola. Alle elementari mia mamma andava a parlare con i professori dei miei fratelli e le dicevano: due ragazzi intelligentissimi, ma non hanno la volontà, non si applicano. Poi andava a parlare con i miei professori e le dicevano: Daniela ha una volontà, un’applicazione! Ce la mette tutta!”.
In fondo si capisce, non è che i genitori fossero precisamente dei modelli ad alta concentrazione di collegamenti sinaptici, al contrario. Quando Daniela adolescente ambiziosa ma con le idee un tantinello confuse (”A diciassette anni volevo fare il ministro del tesoro. Nella vita è molto importante non essere un numero. Io volevo essere io: Daniela Santanchè e non Brambilla Mario Rossi… cioè, è noto che uno che fa il ministro del tesoro non è un cretino”) un bel giorno dice al daddy che vuole iscriversi a scienze politiche e lui incavolatissimo sbotta “allora sei una brigatista!” e Daniela poverina in difficoltà non sapendo cosa e come obbiettare (ah ce l’ho presente, la testa piena di scimmiette ballerine!) “quando mi ha detto che ero una brigatista, allora lì mi è crollato il mondo”: eh ma Daniela era una giovane così libera e anticonformista, è comprensibile che il papi (riccastro industrialotto di cuneo) si facesse delle strane idee, “Ero una ribelle. Non accettavo le regole della famiglia, il conformismo. Volevo fare sempre il contrario di tutto: andavo sui pattini a rotelle, una cosa per cui mio padre diventava pazzo”, come anche a diciotto anni quando tutti i rampolli della famiglie bbene del vicinato avevano in regalo una “A112 Elegant”, lei invece con rivoluzionaria determinazione pretese la “Renault due cavalli, una macchina libera, la macchina dei figli dei fiori! Fu una tragedia!”.
Alla fine Daniela ci si iscrive lo stesso a scienze politiche, e però il papi cocciuto non vuole darle i soldi necessari ed è una cosa di cui lei va molto fiera, d’essere riuscita con le sue sole forze a mantenersi (farci la figura della frivola scemina viziatissima pare brutto, se vuoi capeggiare branchi di fascistoni moralizzatori che inneggiano al mutuo sociale boicottando il grande fratello): questa parte qui della sua vita da studentessa lavoratrice è davvero commovente, Daniela ha faticato e sudato moltissimo, “ho fatto la dog-sitter di tre cani di una vicina che portavo al parco tutte le mattine e tutte le sere alle otto”
e poi la notte quando non dormiva nel suo appartamento in centro (”mi ero rifiutata di fare come le altre mie amiche che si erano messe in due o tre nella stessa casa, io volevo stare da sola”: qui effettivamente sarebbe meglio se qualcuno le spiegasse che le studentesse si mettono assieme per risparmiare, mica altro - giusto per non far perdere veridicità alla storiella, sarebbe un peccato), di notte faceva “le collanine, che andavano tanto di moda in quel periodo. Quando non dormivo, perché avevo paura dei ladri, allora infilavo le palline e le perline”, ma non basta, Daniela era una vera lavoratrice instancabile, non si fermava mai, faceva anche il “door-to-door per portare le cose… [non si sa bene “cosa”: anche qui magari sarebbe meglio che qualcuno le suggerisca "cosa" portava] e la cameriera al bar, dove però lavoravo solo due ore: avevo il mio grembiulino e servivo ai tavoli” (ah il grembiulino! l’elemento irrilevante ma essenziale che serve a dare consistenza al racconto: brava), davvero una donna che si è fatta da sola Daniela, si pagava gli studi (e trovava il tempo per i libri: “all’Università ero pure brava, perché studiavo…”), l’affitto, i pasti (”Con i miei che non mi davano soldi mica potevo andare a fare la spesa e comprarmi quello che volevo: vivevo a cappuccini e brioche“) e dopo pochi mesi s’era pure comprata una seconda macchina, “la Mini Clubman, color panna con le righe marroncine, la macchina più di moda in assoluto a quei tempi”. Meno male che tutta sta gran faticaccia è andata avanti un anno appena (oh, intensissimo!): a ventanni infatti Daniela conosce il suo principe azzurro.
E’ il signor dottor Paolo Santanchè, chirurgo estetico ben impaccato di origini nobili, trentacinquenne, a cui Daniela si rivolge per dare una drastica ritoccata al nasone gobbo (operazione che s’è ovviamente finanziata in proprio facendo pure - tiè - “la modellina per Enrico Coveri che cercava ragazze da far sfilare nello show-room”); passa un po’ di tempo (quanto basta a togliersi le bende per sfoggiare l’insulso sgorbietto affilato con le narici a cuoricino) e Daniela porta dal dottor Santanchè “un’amica che si vuole rifare anche lei il naso, ed è lì che è scoppiato l’amore!”: pochi mesi e i due piccioncini decidono di sposarsi, ma Daniela all’ultimo momento si sente soffocare (che emozione, la parentesi Runaway bride! “Ma come faccio, ho ventanni e mi impegno per tutta la vita? Nella buona e nella cattiva sorte? E se magari, tra un po’, lui non mi piace più?”), un momento appena e le passa, tutto va alla grandissima, un matrimonio pomposamente bombonieristico come nelle migliori favolette bburine, “Mi ricordo l’ingresso in questa chiesa fantastica, il quartetto d’archi, l’Ave Maria di Schubert“.
Sono anni travolgenti quelli che aspettano Daniela, gli anni che l’hanno portata dov’è oggi, candidata premier: “conoscevo un sacco di gente, ero la più giovane di tutte, molto corteggiata da tutti, sempre in prima fila alle sfilate di moda”; il lavoro da cassiera per il marito era molto gratificante, “facevo il campionario, gestivo gli studi e le cliniche, tenevo la contabilità, incassavo i soldi”, Daniela è una donna così brillante e insostituibile che quando decide di confessare al marito il suo amore per un altro uomo (uno con dei “valori”: “Questo, mi sono detta, è un uomo che mi parla di cose [ancora delle non meglio identificate "cose", non mi ci raccapezzo], non di sala operatoria, venti milioni, trenta milioni, il giornale, le fotografie, la festa, Hollywood, Cannes”) Daniela è distrutta al solo pensiero della separazione, sa bene quanto possa valere una gran donna come lei nella vita di un uomo, “Come farà senza di me? E’ un chirurgo eccezionale, ma non ha idea di come si paghi una fattura, non sa neppure cos’è l’Iva…”, e com’era prevedibile il marito straziato dal dolore della perdita ha un’ultima drammatica richiesta da farle: “Ah, va bene. Però ti chiedo solo una cosa. Potresti, prima di andare via, organizzare la festa dell’undici di agosto in Sardegna?”.
E credo sia giusto terminare così, con questa splendida citazione del dottor Santanchè che insomma mi sembra dia un quadro così perfettamente sintetico del personaggio, non avrei saputo immaginare di meglio. Vorrei aggiungere una cosina soltanto, come facevo sempre alla fine dei miei temini a scuola, una nota di positività e speranza - perché ok sono molto contenta che al gruppone delle fascio-bburinone s’è aggiunta Paola Ferrari (o almeno ciò che resta del suo corpo imbalsamato, che il marito riccone continua a portarsi appresso ovunque in grande stile weekend con il morto) - è tutto molto squallido e malvestito, ok, però io sogno qualcosina di più forte ancora, uno scontro al vertice Santanchè vs Michela Vittoria Brambilla, ohoh sì che goduria sarebbe! e chissà se un giorno prima o poi, tra qualche anno magari, be’ incrociamo le dita.