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Silvio Berlusconi è L’uomo, con l’articolo determinativo

ovvero il Pericle blurato con la coperta afrodisiaca di cui narrano le antiche leggende Mondadori (in più: le tre candidate del Pdl, che sono ciarpame)(in più: Carlo Rossella, cioè Bogart ma senza interruttori della luce)

Per tutti quelli che non c’hanno vicino casa un supermercato coi giornalacci da leggere aggratis - comprarlo? ah! la morte, piuttosto! preferirei comprarmi l’XL diretto da Fabri Fibra, piuttosto (che cazz! dyo!) - nessun problema: ve le racconto io, che un supermercato coi giornalacci ce l’ho qua sotto casa, le salivose bassezze raggiunte da quest’ultimo numero di Chi, evidentemente supervisionato dallo staff dell’avvocato onorevole Ghedini, in gran parte dedicato al lagnoso spottone matrimonial-elettoral-giustificatorio “sono un marito onesto, leale e integerrimo, così come sono un politico onesto, leale e integerrimo - la sinistra falsa, malvagia e manipolatoria ne ha combinata un’altra delle sue” - a cominciare dall’editoriale del ciambellano Alfonso Signorini, che per andarci sul sicuro, senza dover rischiare qualcosa che suoni ambiguo e/o controproducente, si butta sul cauto (ma adorante) parallelismo storico-ateniese, parlandoci dell’amore di Pericle e Aspasia: Silvio Berlusconi diventa Pericle il fighissimo re der monno e Veronica Lario diventa la figona spasimante Aspasia

Il suo sguardo non si fermò su un uomo qualunque, ma sull’uomo. Il più affascinante, il più potente, padrone di (quasi) tutta l’Atene del tempo: Pericle. Le donne gli cadevano ai piedi, gli uomini lo amavano per la sua indubbia capacità di leader. Quando lui vide Aspasia non esitò. Sapeva di avere davanti a sé la donna della vita. Abbandonò la moglie per andare a vivere con lei e alla fine la sposò. I due erano ammirati da tutti: belli da fare invidia, vivevano in mezzo ai nemici

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Malvestito #27 - duemilatredici

Non mi piacerebbe per nulla essere così viscidamente corretta rispettosa gentile nedflanderina ptciùpctiù come walter veltroni, che è ovvio crede di essere il coprotagonista del finale enfaticissimo di un filmone spielberghiano (è così entusiasta, così soddisfatto così commosso dal proprio stesso ostentato fairplay, immagino che si aspetti che adesso silvio se lo metta nel cestino della bicicletta sotto una copertina e lo porti a svolazzare sullo sfondo di una intensa luna piena); non mi piacerebbe neanche essere uno di quegli astuti barbosi analisti salotto-realpoliticari che adesso “bisogna riflettere sui motivi profondi di malessere che hanno generato una tale netta affermazione del centrodestra e in particolare della lega nord”; vorrei invece proporre una drastica definitiva soluzione al problema, niente altro che un banale quizzuccio da stampare in cima alle future schede, una robina facile facile tipo collega questa figura geometrica ad un’altra con lo stesso numero di lati - e solo se lo risolvi ti validiamo il voto, sennò t’attacchi: non vi sembra brillante? per la lega non riuscirebbe a votare più nessuno, nemmeno i suoi dirigenti, e il pdl tutto avrebbe le percentuali del partito autonomista free poggibonsi.

malvestita col nonnetto votano legaLa figura geometrica magari disegnata piccolina, così funziona pure da esame della vista per i catorci pluricentenari che votano al seguito dei nipotazzi bburinoni in quota centodestra, tipo questo malvo qua numero ventisette, che al nonnetto (1) un po’ svanito in fila dietro di lui gli ripeteva di continuo “sta attento a non farla fuori” (che sì in effetti sembrava più che altro una raccomandazione di natura igienico-urologica, ma no si riferiva alla crocetta da fare sul simbolino della lega) e il nonnetto nel frattempo del tutto indifferente giocava a esaminare con la lente d’ingrandimento (2) le liste elettorali e i disegni dei bambini appesi al muro (”cos’è, il nuovo simbolo dei comunisti quello?” “no nonno è una lumaca”).

Il bburinazzo qua presente non sarebbe neanche da fare entrare in cabina, a dire il vero: il quoziente d’intelligenza ce l’ha bello in vista stampato sulla coscia (3 - ma lui oh dev’essere una cima in paese, ne va fierissimo, l’ha fatto tutto infiorettare di fiamme esplosive), non che ce ne fosse bisogno, perché certi eccessi di bburinità malvestita sono sempre di per sé un certificato sicurissimo di mentecattaggine: il profluvio di insensate decorazioni, numeri simboli scritte toppe di ogni genere (4 - un grosso numero uno sul fegato, una specie di dragone da insegna medievale sul petto - 5), il tutone stile gangsta-casual col bavero sparato trucidissimo (6 - il collo aperto sulla maglietta della salute sotto) le zip fini a se stesse puramente ornamentali (7) e le tascone multiple macgyver (8), le strane scarpette borchiate con il simbolino creative commons (9 - uhm, in realtà credo siano una roba chiamata costume national); coi soldini del bollo auto - incrociamo le dita - ha già deciso, ci si compra le lucette al neon da mettere sopra il parafango anteriore come supercar, che fanno su e giù.

di Betty Moore, 15 aprile 2008

Categoria: maschioni, semo bburini

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Coppia malvestita #26 - endorsati da dio

Secondo me sperano che a un certo punto alla fine delle elezioni, come succede quando sei piccolino e metti qualcosa ai voti coi tuoi genitori - e perdono loro - sperano che arriva dio padre nostro (quello biblico serialkiller permalosissimo) che dice “col cazzo, il mio voto vale doppio” e gli manda alle camere qualche unto rappresentante - che ne so sicuramente il leader, quella molesta isterica sagomina ritagliata nel tetrapak (funziona tipo le lattine finte di cocacola che quando fai rumore ballano, lui al contrario gli metti un microfono davanti e fa rumore), o il filosofo papalino della anti-scienza o l’ex governatore cicciobello cogli amichetti mafiosi o sua altezza principessina del tennis club parioli col faccione da redattrice di mariadefilippi.

malvestiti ciellini distribuiscono volantini del partito di tetrapack

Secondo me quel dio là irragionevole egoista profittatore c’ha molto a cuore le sorti di gente così, e ci scommetto che gli darà una manona a superare lo sbarramento: è per questo che ha infuso sovrumane capacità di persuasione agli evangelizzatori stradali udiccini, simpatici ometti che ti vengono incontro col volantino scudocrociato, quel loro umile malvestitismo che è tipico della retta immacolata cristianità ciellina (annacquatissimo fighettismo bbene più fashion-arretratezza da cestone) - più sul versante grullo della facoltà d’economia università privata lui (col suo giacchettino casual lanaricca - 1 - il riportone precoce zacefroniano - 2 - la camicetta aperta sulla collanazza d’oro della comunione - 3 - le onitsuka tiger comprate ieri pulitissime - 4) più sulla ottava figlia di una medio-bassa famigliola di piccioni cattolici iper-riproducentesi lei (col suo giubbotto peloso informe - 5 - i pantaloni tasconati come andavano vent’anni fa tagliati a pescatore perché ne servivano di nuovi per la nona sorellina appena nata - 6 - gli ornamenti perlinacei fatti coi ricekrispies - 7 - l’immancabile crocifisso - 8) - e poi ovvio in primo piano il loro marchio di fabbrica numero uno, l’insopportabile ghignetto da consultorio (9), non un facile sorrisino qualsiasi ma una complicatissima impostazione maxillofacciale che richiede anni e anni di duro catechismo e di messe e di preghiere e di campeggi azionistici con la chitarrina intorno al fuoco cantando la gloria di dio e di rapporti sodomitici consumati in macchina col fidanzatino per preservare la verginità matrimoniale: solo allora forse se avrai vissuto nella verità del signore potrai modellare a piacimento la tua espressione vacuamente ebete su quel benevolo modesto patetico comprensivo commovente ghignetto con la stellina luminosa di speranza che “io capisco le tue sofferenze io sono con te io voglio la tua felicità” - ti farò passare le pene dell’inferno prima d’abortire - “pensaci bene, cara, vogliamo parlarne un po’ insieme?”.

Malvestito #26 - Popolo della libertà

malvestito popolo della libertàAdesso che ci sono in giro le bandierine i banchetti e i camioncini della campagna elettorale il brutto è che come meno te l’aspetti puoi averci l’incontro ravvicinato con un esemplare in carne ed ossa a tre dimensioni di quella fauna subumana di entusiasti scimmioni caricati a molla che nei comizi berlusconiani stanno tutti in tiro nelle prime file ad applaudire commossi con l’impomatatura luccicante e la bavetta con le bollicine che gli cola giù sul nodo ciclopico del cravattone rosa.

Per esempio il malvo di oggi, che non è soltanto un virtuoso del molesto volantinaggio propagandistico - bravissimo! cambiava la frasuccia aizzante di incoraggiamento anticomunista ogni due tre passanti (noextracomunitari notasse sìfamiglia): a me appunto, siccome sono di quel genere con le uova, mi ha spiegato caritatevole che “se fai er figlio c’hai le detrazioni” - dovrebbero mettercene a presidiare ogni banchetto di malvi così, che sono molto meglio dei volantini (1): guardate qua che meraviglia, non riesco a immaginare una più completa aderenza vestiaria agli ideali pidiellari, come dire, è una specie di malvestito programmatico.

Toh: il faccione idiota strafottente col broncio carcerario, il nasone spiaccicato da pestaggio, l’occhialazzo da sceriffo e il capello mezzo rasato da sergente istruttore (2); la giaccozza nera gonfietta con le fibbione enormi e il bavero zerbinato (3); lo sciarpone burberry tarocco (4) il padellone di latta multicronometro-altimetro-barometro-acceleratorediparticelle (5) e le scarpette trendy con l’acca smaltata hogan (6 - tarocche pure loro); la cintura poi soprattutto, di questa malva-marcaccia gangsta-pop che non avevo mai sentito prima (ma ho controllato, non è stata un’allucinazione, esiste davvero), John Gotti Jeans, john gotti come john gotti sì; e insomma, un malvestito-manifesto che combina la greve analfabeta prepotente volgarità di purissimo stile bburino-neoclassico col patetico wannabismo minuscolo-imprenditoriale (negoziuccio ferramenta dei genitori) fiat barchetta deodorante axe africa sulla lingua e mutandone elasticizzato calvinklein.

di Betty Moore, 11 aprile 2008

Categoria: maschioni, semo bburini

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Malvageddon #26
Daniela Santanchè presidente delle malvestite

daniela santanchè mascheroneIl mascherone piatto e quadrato di plasticazza lucida stiracchiata insieme al parruccone sintetico stoppaccioso e fonatissimo da barbie (finalmente! dopo ken, shelley, il cane toby la roulotte e l’amica negra: la nonna di barbie!), quella sua boccona rossa informe tipo medusa spiaggiata morente, il truccazzo orrorifico-ittiano, i vestiti appariscenti coattissimi da cubista in pensione e gli atteggiamenti prepotenti qualunquistici e subculturali da volgare e arrogante cafoncella arricchita: mi sembrava che il colpo d’occhio fosse già sufficiente a nominare così su due piedi Daniela Santanchè candidata premier non solo dei postpostfascisti furbetti e maneggioni alla storace, ma direi anche e soprattutto dell’universo malvestito nel suo insieme; poi però ho fatto un giretto sul sito ufficiale, qui (Daniela Santanchè Story, come nei video commemorativi di Uomini e Donne), e mi sono letta di come Daniela in persona racconta certi episodi della sua tumultuosa e interessantissima esistenza (vedrete: quale incredibile, meravigliosa odissea malvestita!) e dunque mi sono detta che questa cosa di cui parliamo oggi, se ce n’era bisogno (e non ce n’era), spazza via ogni più piccolo minimo dubbio: Daniela Santanchè candidata premier delle malvestite, accipicchia, se lo stramerita.

daniela santanchè crede nel suo parrucchiere

Già dai suoi primissimi ricordi d’infanzia si capisce che Daniela Santanchè era una predestinata, dimostrava delle eccezionali malva-potenzialità per niente comuni: sua sorella, che era una bimbetta dalle normali inclinazioni malvestitine, era felice di giochicchiare con la casuccia delle bambole e le piaceva tanto vestirle pettinarle fargli prendere il tè e via dicendo, le solite cose, mentre invece Daniela si scocciava con le bambole e preferiva fare (a cinque anni, ci pensate? che incredibile precocità!) “la parte di quella povera e abbandonata, lasciata dal marito, che viveva in una soffitta e aveva tre figli”; grazie ai suoi più lontani ricordi è anche possibile spiegare gli scempi scarpari tipici del suo malva-equipaggiamento adulto, che sono la diretta conseguenza di un penoso episodio di maltrattamento infantile, “Il castigo peggiore era quando venivo chiusa al buio nello sgabuzzino. Stavo lì, con tutti quegli scaffali pieni di scarpe, che non so più quante volte ho contato. Ero morta di paura, con il buio, le scarpe diventavano fantasmi“; e certo il suo basso quoziente d’intelligenza l’ha aiutata non poco a intraprendere senza timore la strada che porta al lato oscuro del malvestitismo, “Non ero brava a scuola. Alle elementari mia mamma andava a parlare con i professori dei miei fratelli e le dicevano: due ragazzi intelligentissimi, ma non hanno la volontà, non si applicano. Poi andava a parlare con i miei professori e le dicevano: Daniela ha una volontà, un’applicazione! Ce la mette tutta!”.

daniela santanchè saluta gli elettoriIn fondo si capisce, non è che i genitori fossero precisamente dei modelli ad alta concentrazione di collegamenti sinaptici, al contrario. Quando Daniela adolescente ambiziosa ma con le idee un tantinello confuse (”A diciassette anni volevo fare il ministro del tesoro. Nella vita è molto importante non essere un numero. Io volevo essere io: Daniela Santanchè e non Brambilla Mario Rossi… cioè, è noto che uno che fa il ministro del tesoro non è un cretino”) un bel giorno dice al daddy che vuole iscriversi a scienze politiche e lui incavolatissimo sbotta “allora sei una brigatista!” e Daniela poverina in difficoltà non sapendo cosa e come obbiettare (ah ce l’ho presente, la testa piena di scimmiette ballerine!) “quando mi ha detto che ero una brigatista, allora lì mi è crollato il mondo”: eh ma Daniela era una giovane così libera e anticonformista, è comprensibile che il papi (riccastro industrialotto di cuneo) si facesse delle strane idee, “Ero una ribelle. Non accettavo le regole della famiglia, il conformismo. Volevo fare sempre il contrario di tutto: andavo sui pattini a rotelle, una cosa per cui mio padre diventava pazzo”, come anche a diciotto anni quando tutti i rampolli della famiglie bbene del vicinato avevano in regalo una “A112 Elegant”, lei invece con rivoluzionaria determinazione pretese la “Renault due cavalli, una macchina libera, la macchina dei figli dei fiori! Fu una tragedia!”.

Alla fine Daniela ci si iscrive lo stesso a scienze politiche, e però il papi cocciuto non vuole darle i soldi necessari ed è una cosa di cui lei va molto fiera, d’essere riuscita con le sue sole forze a mantenersi (farci la figura della frivola scemina viziatissima pare brutto, se vuoi capeggiare branchi di fascistoni moralizzatori che inneggiano al mutuo sociale boicottando il grande fratello): questa parte qui della sua vita da studentessa lavoratrice è davvero commovente, Daniela ha faticato e sudato moltissimo, “ho fatto la dog-sitter di tre cani di una vicina che portavo al parco tutte le mattine e tutte le sere alle otto” daniela santanchè finge di fare un epocale discorso alle camere di sciampisti e parucchieri riunite e poi la notte quando non dormiva nel suo appartamento in centro (”mi ero rifiutata di fare come le altre mie amiche che si erano messe in due o tre nella stessa casa, io volevo stare da sola”: qui effettivamente sarebbe meglio se qualcuno le spiegasse che le studentesse si mettono assieme per risparmiare, mica altro - giusto per non far perdere veridicità alla storiella, sarebbe un peccato), di notte faceva “le collanine, che andavano tanto di moda in quel periodo. Quando non dormivo, perché avevo paura dei ladri, allora infilavo le palline e le perline”, ma non basta, Daniela era una vera lavoratrice instancabile, non si fermava mai, faceva anche il “door-to-door per portare le cose… [non si sa bene “cosa”: anche qui magari sarebbe meglio che qualcuno le suggerisca "cosa" portava] e la cameriera al bar, dove però lavoravo solo due ore: avevo il mio grembiulino e servivo ai tavoli” (ah il grembiulino! l’elemento irrilevante ma essenziale che serve a dare consistenza al racconto: brava), davvero una donna che si è fatta da sola Daniela, si pagava gli studi (e trovava il tempo per i libri: “all’Università ero pure brava, perché studiavo…”), l’affitto, i pasti (”Con i miei che non mi davano soldi mica potevo andare a fare la spesa e comprarmi quello che volevo: vivevo a cappuccini e brioche“) e dopo pochi mesi s’era pure comprata una seconda macchina, “la Mini Clubman, color panna con le righe marroncine, la macchina più di moda in assoluto a quei tempi”. Meno male che tutta sta gran faticaccia è andata avanti un anno appena (oh, intensissimo!): a ventanni infatti Daniela conosce il suo principe azzurro.

E’ il signor dottor Paolo Santanchè, chirurgo estetico ben impaccato di origini nobili, trentacinquenne, a cui Daniela si rivolge per dare una drastica ritoccata al nasone gobbo (operazione che s’è ovviamente finanziata in proprio facendo pure - tiè - “la modellina per Enrico Coveri che cercava ragazze da far sfilare nello show-room”); passa un po’ di tempo (quanto basta a togliersi le bende per sfoggiare l’insulso sgorbietto affilato con le narici a cuoricino) e Daniela porta dal dottor Santanchè “un’amica che si vuole rifare anche lei il naso, ed è lì che è scoppiato l’amore!”: pochi mesi e i due piccioncini decidono di sposarsi, ma Daniela all’ultimo momento si sente soffocare (che emozione, la parentesi Runaway bride! “Ma come faccio, ho ventanni e mi impegno per tutta la vita? Nella buona e nella cattiva sorte? E se magari, tra un po’, lui non mi piace più?”), un momento appena e le passa, tutto va alla grandissima, un matrimonio pomposamente bombonieristico come nelle migliori favolette bburine, “Mi ricordo l’ingresso in questa chiesa fantastica, il quartetto d’archi, l’Ave Maria di Schubert“.

daniela santanchè fa una gran fatica a fingere di essere una che va in bicicletta con le scapette a punta col tacco a spilloSono anni travolgenti quelli che aspettano Daniela, gli anni che l’hanno portata dov’è oggi, candidata premier: “conoscevo un sacco di gente, ero la più giovane di tutte, molto corteggiata da tutti, sempre in prima fila alle sfilate di moda”; il lavoro da cassiera per il marito era molto gratificante, “facevo il campionario, gestivo gli studi e le cliniche, tenevo la contabilità, incassavo i soldi”, Daniela è una donna così brillante e insostituibile che quando decide di confessare al marito il suo amore per un altro uomo (uno con dei “valori”: “Questo, mi sono detta, è un uomo che mi parla di cose [ancora delle non meglio identificate "cose", non mi ci raccapezzo], non di sala operatoria, venti milioni, trenta milioni, il giornale, le fotografie, la festa, Hollywood, Cannes”) Daniela è distrutta al solo pensiero della separazione, sa bene quanto possa valere una gran donna come lei nella vita di un uomo, “Come farà senza di me? E’ un chirurgo eccezionale, ma non ha idea di come si paghi una fattura, non sa neppure cos’è l’Iva…”, e com’era prevedibile il marito straziato dal dolore della perdita ha un’ultima drammatica richiesta da farle: “Ah, va bene. Però ti chiedo solo una cosa. Potresti, prima di andare via, organizzare la festa dell’undici di agosto in Sardegna?”.

E credo sia giusto terminare così, con questa splendida citazione del dottor Santanchè che insomma mi sembra dia un quadro così perfettamente sintetico del personaggio, non avrei saputo immaginare di meglio. Vorrei aggiungere una cosina soltanto, come facevo sempre alla fine dei miei temini a scuola, una nota di positività e speranza - perché ok sono molto contenta che al gruppone delle fascio-bburinone s’è aggiunta Paola Ferrari (o almeno ciò che resta del suo corpo imbalsamato, che il marito riccone continua a portarsi appresso ovunque in grande stile weekend con il morto) - è tutto molto squallido e malvestito, ok, però io sogno qualcosina di più forte ancora, uno scontro al vertice Santanchè vs Michela Vittoria Brambilla, ohoh sì che goduria sarebbe! e chissà se un giorno prima o poi, tra qualche anno magari, be’ incrociamo le dita.