Vorrei commemorare l’estinzione dei residui teporini autunnali presentandovi questa malvestita numero tretreotto, che affronta stoicamente i primi freddi nella sua sbracciata divisa equatoriale; così possiamo anche già sentire la mancanza di certe fenomenali attrattive canottiero irsutistiche tipicamente estive (1 - il classico Franchinismo) che saremo costretti a scordarci per i prossimi cinque o sei mesi.
La canottiera come vedete è della Yell!, ennesima marcaccia Guru-style che campa vendendo a peso d’oro i pezzi di sopra del pigiama col brand bello grosso stampato sopra (ne avrete sicuramente visto qualche esemplare in giro: e non sapete che altro, fatevi un giro sul loro sito ufficiale, è da non crederci, brandizzano pure il seggiolone business class del capitano Kirk, la misteriosa cinturona dimagrante e l’inginocchiatoio massaggiatore), poi c’abbiamo i jeans coi grossi aloni bianchicci di scoloritura (2) e con le strane saldature nere longitudinali (3), gli stivaloni da cavallerizza di pelle lucida (4) e il borsone con la fantasia carta da parati anni sessanta (5) e poi le unghiazze (6), che si mordicchia ossessivamente, pigliando dal gel smaltato violetto chissà quali fondamentali nutrienti.
Tra tutti i camion che sfilavano in corteo il mio preferito era quello coi sexy ciccioni gay in déshabillé che si esibivano in elaborate coreografie che consistevano per lo più nell’agitarsi faticosamente roteando le braccine corte da tirannosauro (passo del ventilatore tascabile), tenendosi le tette nelle mani mimando sorpresa e pudicizia (passo del reggiseno a cui improvvisamente si rompono le spalline), facendosi schioccare le bretelle borchiate (1) sulla pancia (passo del tuffo a bomba sul materasso ad acqua), oscillando autisticamente il busto pachidermico col piercing capezzolare (2) che fa su e giù (passo di quello che bussa col batacchio), applaudendo al ritmo di musica con le braccine alte sopra la testa (passo del vicino che crolla stecchito come morto [*]), dando le spalle al pubblico e shakerando il didietro coi pantaloni (3) fissati a stento parecchio sotto il punto vita (passo del buco nero tritauniversi): un ipnotico spettacoloso rimestolìo di morbidume carnoso e peluria estrema (l’irsutismo pluviale fin su dalla punta dei capelli - appena potati ma già in ricrescita - la barbona incolta e poi giù lungo le spalle e la schiena e il mazzolino che gli spunta dall’ombelico e poi ancora giù giù fino all’utilissimo strato antiscivolo sulle piante dei piedi), non riuscivo a staccarci gli occhi di dosso.
E a parte le mutande rosa Tenerone di cui s’intravvede fortunosamente una microscopica strisciolina (4) tra l’ultimo rotolo in basso e i pantaloni, direi che vale la pena numerare il tatuaggio SPQR [**] ispirato ai tombini marciapiedari dell’Urbe (5) e quello da polpaccio col cuoricino incoronato e la scrittona Love (6 - la zona ben cerettata per non rischiare che sparisca per sempre nella boscaglia), il braccialozzo di pelle lucida sadomaso (7) il collanone vermiforme d’acciaio (8), tutto il necessario per spaventare in albergo nel cuore della notte quelle checche pappemolli dei gay trendini coi rumori dei fantasmi metallo-cingolanti (un paio di chili al polso e supercatenone carcere di massima sicurezza sul passante - 9) e infine spero apprezzerete la canotta finemente riposta nel tascone coll’ascella ancora visibilmente chiazzata d’umidore (10).
[*] anche detto “passo Franchino”
[**] ah no mi fa sapere stancotto nei commenti che ho visto male, non era una p, era una b: SBQR, il circolo romano degli orsetti del cuore - c’hanno pure un sito (e qui c’è il logo)
Però bisogna dire che adesso ci sarà più gusto a farsi quindici ore a/r in piedi appallottolati sulla retina portaborse di un intercity affollatissimo coi finestrini sprangati senza aria condizionata, e poi spiaccicati per terra in mezzo al lerciume e alla spazzatura di altri diecimila stipatissimi fricchettoni in canottiera; ci sarà più gusto a godersi quel mezzo metro quadrato di spazio sudaticcio, che emozione rollarsi un cannone intanto che dal palco esplodono rabbiose le grida rivoluzionarie di quello che fa il simpatico citofonando alla gente, dei settantenni hippy finto-anarchici coi pizzettoni flosci che da venticinque anni cantano le stesse canzoncine popolar-zingaresche, e poi i tamburi e i vestitini etnici e i cart cobbei der tufello e i bellaciao e le magliettine antagoniste e i liberalizziamola e i pugni al vento e le converse e le cravattine boho-originalone e le bandiere falce&martello e poi soprattutto quando ti scappa ti accucci con la gonna tirata su e pisci là sull’erbetta;

un copione perfettissimo che si ripete e si ripete sempre uguale, praticamente un pezzettino della solita ovvia stereotipata sceneggiatura virziniana (ragazza fricchettona io-sono-originale laureanda in filosofia c’ha gli ideali e si fa le canne, scopre che il mondo è una merda): che goduria però a interpretarla adesso, eh sì!, adesso che c’è il brividino del pericolo in agguato, adesso che la città è diventata nera e proprio là a due passi su via Merulana ci sono i tassisti ingrugniti col fascio dux mea lux tatuato sul bicipite, e il nuovo sindaco è questo buffo irritante omino con la croce celtica al collo e gli occhietti vuoti senza bianco, tutto pupilla come i piccioni, uno che si è sposato la figlia di Dracula, che vuole mettere un volgare bburinazzo matusalemme alla festa del cinema, che al Campidoglio gli facevano il saluto stranamore ma lui non se n’è accorto - per non parlare poi del governo nazionale, della superlega - il concertone fricchetton-antagonista del primo maggio finalmente redivivo! che forza! che emozione! che carica eversiva! sarebbe come fare una manifestazione antilacca sotto Palazzo Marino a Milano.
(Originale twin-set golfino color vinazza - 1 - canottiera della salute ingiallita - 2 - con pizzetto sangallo che le spunta dalla scollatura - 3 - bastoncino trovato per terra reggi-capelli - 4 - jeansacci sbrindelloni a campana - 5 - peep-toe grigiastra con zeppolona di sughero - 6 - strafottio di gioiellume bancarella trasteverina, orecchini fatti con lo stampino cuki da forno spiaccicato - 7 - collanona di caramelle - 8 - grande assortimento di braccialettume e anellume vario, tra cui la fascetta idraulica sul medio della destra - 9; piercing sovralabiale effetto neo alla Cindy Crawford - 10 - canottieraccia consunta slabbratissima - 11 - reggisenaccio morto privo di qualsiasi potere sostenitivo - 12 - farfallone tatuato sul piede simbolo di libertà e vita breve - 13 - copertone fantasia etnica - 14 - folto pelazzo ascellare trattieni umori - 15)
Quando uno è pischello gli piacciono i gruppi che da grande, poi, li usa come argomento per raccontare le storielle simpatiche agli amici in pizzeria [1]. Ma dai, pure tu c’avevi il poster dei backstreet boys! Oh Oh Oh, ma che buffo, che ingenuotti eravamo a farci piacere sti scemi ridicolissimi, Oh Oh, e tu pensa ce le bevevamo tutte!, a credere che quello coatto dei bb fosse la trasgressività personificata - e mica ci voleva tanto, bastavano un paio di tatuaggi, un due tre piercing e i vestiti strani - quello biondino invece era la tenerezza amorosa per sempre pucci-ci-cì - bastava il suo candido caschetto a scodella - quello mascellone con la faccia rettangolare, be’, lui era il lavavetri dell’est - bastava la faccia rettangolare.
Il tempo passa, uno cresce (bleah), e adesso non è che ci facciamo infinocchiare gratis, mo’ che siamo adulti e scafati le cose le vediamo per quelle che sono davvero, c’abbiamo l’occhio clinico. E invece, sarà che piace a tutti rimanere un po’ cretin.. uops, bambini, ma via via che si abbandona ufficialmente - e con gran fanfara di pizzerie - la robetta stile cuscino a forma di lavavetri fregola prepuberale, si finisce spesso per collezionare una sfilza di altra robetta che, di fatto, non è che ai tatuaggi impertinenti del backstreet boy coatto gli sia tanto lontana. Anzi.
A me Beth Ditto sta indifferente, lei e il suo corpo, la musica e tutto il resto. Quello che mi sembra interessante piuttosto è il discorso che alcuni hanno appiccicato su Beth Ditto (e che lei, saggiamente, alimenta - ehm): che in Beth Ditto com’è fatta e quello che dice e come si comporta ci sia un messaggio femminist-anti-discriminatorio di una qualche rilevanza per noi altre casalinghe unite di tutto il mondo - c’è?
A parlare di femminismo nel caso di Beth Ditto, ovviamente, si parla di una cosa che - in quanto a spessore culturale - sta più o meno sullo stesso piano delle direttrici da rotocalco che si fanno fotografare nell’editoriale di prima pagina coi capelli sciolti, il vestitino da lavoro sobrio ma femminile, un filo di trucco appena e la smorfia sorridente ma ferma di una che è molto sicura di sé [2]. Una etichetta blandamente appariscente e niente altro, che stuzzica le primitive sinapsi della malvestita con minuscole pretese d’intellettualità “di genere”, tanto più che Beth Ditto risponde ad uno standard che, agli occhi della malvestita - soprattutto se orientata musicalmente verso il penultimo gradino dell’evoluzione della specie aka la scena indie-underground (e allora magari non legge Grazia, legge il Mucchio: fa differenza?) - gli dà quel qualcosina in più che lo rende eccezionale, un femminismo originalissimo, non solo è cicciona ma si tiene le ascelle nature, che dire, anfatti.
Beth Ditto non è colpa sua, fa il suo lavoro (la popstar): nasce nel solco della più sputtanata tradizione riot e là rimane [3], fa un po’ quel che cavolo che le pare, s’atteggia da sbroccata in regime di pressoché totale esibitissima punk decadente sozzeria e se qualcuno le chiede qualcosa lei con estrema noncuranza sturandosi l’orecchio col tampax gli spara tutta fiera il suo bel “femminista”, come da copione, e non credo sappia neanche bene cosa vuol dire, se tralasciamo - tralasciamoli - certi suoi vaghi rigurgiti da scuola media sul sapersi accettare e il non curarsi di quello che pensano gli altri e l’essere se stessi e blabla [4]. Sia mai del resto che si tira indietro, quando le viene offerta l’occasione, e ci risparmia quel meccanismo di auto-esegesi a fine auto-esaltativi che è tipico della starlette nullificante che vuole darsi arie di straordinarietà; da buona grrrl, come da copione, è tutto molto crudo ed esplicito (a proposito di un servizio fotografico):
“It was kind of a radical thing to do. I got my period just 10 minutes before we got there, and I was totally bleeding. I was doing it with my tranny boyfriend, who I’m in love with, and I was totally bleeding — how radical is that? — and I’m a fat person, and I’m a femme. It felt really good.”
Eh sì, un radicalismo femminista quello di Beth Ditto che è davvero un pugno nello stomaco di questo marcio mondo malato tutto sbrilluccicante di perfezione fisica e correttezza politica, e che risalta luminosissimo attraverso tre cose fondamentali, 1) che è grassa; e siccome si sa che le ragazzine ossessionate dal proprio corpo desiderano conformarsi al modello imperante dello showbiz che vuole la donna magrissima e finiscono così per slumare carotine e sedanini e diventano anoressiche - da cui quindi la facile equazione magre uguale conformismo - allora immaginate che dirompente portata anticonformista una cantante obesa che obesa dichiara di volerlo essere e si impegna per mantenercisi (”sometimes I’ll eat a whole bucket of chicken or two ice cream cartons, just to make sure I stay the way I am”) e si danna l’anima per farlo notare, caso mai non fosse chiaro che lei con la ciccia ci fa la rivoluzione (il prossimo album, dice, s’intitolerà Fat Bitch), parlandone ripetutamente ad ogni intervista e denudandosi ad ogni concerto, un vero schiaffo in faccia al conformismo di sto mondo bigotto ossessionato dalla forma fisica; 2) che sbandiera soddisfatta il suo lesbismo attivo e dice di essere fidanzata con una che si acchitta da uomo, e immagino pure questo fornisca un suo provocatorio contributo alla causa dell’anticonformismo io-sono-originalità liberamo-er-monno, anche se poi quando ne parla la cosa non è che sembra tanto più stuzzicante di una puntata del Bivio di Enrico Ruggeri (”e come mai, cara Betta, il comune di Canicattì non vuole permettervi di sposarvi?”); 3) che è una portabandiera assatanata del movimento antideodorante e le piace che rimaniamo tutti a bocca aperta per quanto è brutta sporca e non-me-ne-frega-niente-di-esserlo, si dimena sudatissima in mutande con la birra in una mano la sigaretta nell’altra e questo in effetti fa pensare, sì, al pericolo che corrono quelli nelle prime file.
E un’altra cosa che letteralmente fa impazzire i fan è che Beth Ditto va a spasso ed è amica di sua maestà della boho-anoressia Kate Moss, e non soltanto non si sente inferiore o invidiosa o che, non le passa nemmeno per la testa di voler essere come Kate Moss. Andarsene a spasso con la propria nemesi, ci pensate? Che coraggio, che faccia tosta, che tempra, che spirito adamantino: ecco una donna che sa quello che vuole, ecco una donna che sta bene con se stessa. Ma c’è un fraintendimento: ci credo io che Beth Ditto non vuole essere come Kate Moss, perché già lo è, come Kate Moss. Una femminella con un cervello molto piccolo che si crede una ganza supercoolissima e si dà un sacco di arie di io-sono-originalità cavalcando la tendenza dell’eccentrismo trasandato casaccio-made pazzerello e un po’ mentecatto. Beth Ditto è un’icona in questo senso, nel senso che sta surfando sul punto più all’alto della recente ondata malvestita - secondo il classico ruolo della snob fighetta boho, tra la Kate Moss e Sienna Miller, Beth Ditto ciancia di una qualità superiore al semplice sapersi vestire, che si chiama “Stile” con la esse maiuscola e ti permette di rendere fashion pure le sflanellature di tua nonna, il che è all’incirca il principio cardine del boho-chic (ed è in uscita appunto una sua “guida di Stile”, So Crazy) - Beth Ditto è la Moss incinta di venti gemelli, senza quel suo glamour da passerella (togliamoci anche il fidanzato tossico, che i musicisti tossici non ci vanno con le ciccione), un vocabolario un tantino più ampio e quell’essenziale pizzico di messianismo pseudo-femminista da copertina patinata.
E chissà quali splendide sorprese malvestite ci aspettano dal suo imminente sbarco nel (altrimenti nocivo) mondo del fashionismo discount. Ci sta provando da un pezzo a candidarsi come stilista qua e là, perché finalmente grazie a lei anche le donne in carne ci possano avere i vestitini sghici e irriverenti da sfoggiare senza che gli stiano larghi o mezzi storti: per Topshop ad esempio, poi per New Look (coi quali s’è capita male), e c’è da scommetterci che al più presto - considerando la presa mediatica che hanno ultimamente tutte queste tirate sulle modelle più grossine e quanto son belle le taglie forti - qualcuno fiuterà l’affarone.
Io nel frattempo preferisco riguardarmi il vecchio video di Leslie and the Ly’s, qua sotto. I’m like a fireball!
[1] e di che volete parlare sennò? io le adoro le storielle nostalgiche dei miei amici sulla loro sciocca fanciullezza, non vedo l’ora di andare in pizzeria (tra una pizza e l’altra, mi rifaccio coi blog)
[2] “professionalità è anche femmina, anzi no è in particolar modo femmina, toh, ciappa qua come sto a mio agio, per trovare questa posizione così consiglio d’amministrazione in piedi accanto alla scrivania con le gambe lievemente accavallate c’ho messo due ore e mezza”
[3] una così poteva uscir fuori forse già qualche anno fa, ma i tempi che volete non erano maturi (ancora nessun trendissimo tatuaggio da scaricatore sulle copertine), e poi non dev’essere stato facile trovarne una che facesse musica orecchiabile, che avesse quel minimo di personsalità sufficiente a tenere su la baracca e che comunque, pur nella sua necessaria mostruosità, non fosse poi sto cessone colossale (ve la immaginate, una cantante che si vanta di averci l’acne perforante? e un porro peloso sul naso, come la vedete? eeeeh ma troppa provocazione, fantascientifiche frontiere del pop, in onda il decennio prossimo)
[4] lo so, lo so, sono delle verità all’apparenza banali ma verissime, “toccano corde dentro di noi che sono le più profonde” (cit. un biscotto della fortuna che ho aperto un minuto fa)
Accantoniamo le sacre celebrazioni del malvanatale e torniamo ad occuparci di altre (le solite) più prosaiche piccolezze. Cominciamo con questa simpatica coppietta di fidanzati (dice: come lo sai che erano fidanzati? dico: eh, non lo so, ma lui precisissimo ogni tot le mollava una sculacciata dietro - e tutto che le vibrava, vibrava, non immaginate quanto a lungo le vibrava, appena finiva di vibrare lui sciaff!, ricolpiva).
Lo so che sembra ma no, non sono due fidanzati qualsiasi. Durante il volo di un razzo sperimentale, a cui i due parteciparono in qualità di scimpanzè ammaestrati, vennero investiti da una tempesta di raggi cosmici che li cambiò radicalmente, donandogli speciali poteri: lei, che da quel momento venne ribattezzata donna lupo, scoprì di non poter fare a meno di coltivare lunghi arricciatissimi e bene in vista i pelazzi di ascelle e (ma solo nei periodi di luna piena) parti intime; lui, che oggi si fa chiamare uomo verme, provò da subito l’irresistibile desiderio di indossare costumini attillatissimi dai colori accesi su cui spiccasse distintamente l’osceno e disordinato arrotolio dell’organo quello lì, avete capito; e non è finita, come se non bastasse, hanno ricevuto entrambi il dono del malvestitismo assoluto, di un bburinismo superumano.
Li ho beccati in spiaggia l’altro ieri e siccome sono una grande fan del fumetto a loro dedicato (la donna lupo accoppa i nemici avvolgendoli e stritolandoli, mentre lui invece, be’, come dire, lui pure) mi ci sono avvicinata per un autografo - e così ho potuto guardarmeli per benino.
Lei indossava un bikini leopardato (1) piuttosto semplice, con una chiazza priva di maculatura in centro al seno (forse una trovata fashion, forse una lavatrice sbagliata, chissà); il pareo copri-culone (2), che è una specie di vello nero trasparente ricamato di bianchi sbriluccicanti arabeschi, fiori e farfalline, sistemato in modo che ci sia una appropriatissima finestra aperta proprio lì, sull’inguine - e ci sono anche delle lunghe frange nere scompigliate, forse dei rastini del suo stesso pelo rimasti impigliati nel tessuto; il gioiellume d’ordinanza consiste in due grossi cubi di plastica trasparente (3) che le penzolano dalle orecchie tipo arbre magique (dentro secondo me c’è qualcuno, spaventatissimo), un orologetto e un braccialettozzo tutti e due d’argento, niente di che (sul braccialettozzo, che è uno di quelli con le placchette componibili, c’è scritto “acquario” - disposizione alla paccottiglia oroscopica che risalta anche dal tatuaggio sulla caviglia - 8 - un sole con la luna e le stelline, boh).
Lui, oltre al già citato costume attillatissimo (4 - color rosa barbie - che è anche il color rosa malvestite, ora che ci penso - marca Freddd, con tre D, sì, un taroccone mostruoso della Freddy), ha una medaglietta militare (5) al collo, che credo gli serva per enfatizzare ulteriormente una sua qualche strana necessità di mascolina esibizione (a me, invece, mi veniva voglia di guardare se c’era scritto che marca di mangime per cani preferisce); un tatuaggiazzo tribale (6) sulla spalla, i peli rasati sul petto e sulle gambe in travolgente ricrescita (forse l’aveva fatto per la fidanzata, per non mettercisi in competizione), e sottobraccio un asciugamani raggrumato (7) che, se non ho visto male, aveva al centro un mega swoosh della Nice. Sì, con la C.