Apocosplay now! (2 di 2)

6 novembre 2008 / , , ,

E poi dovete considerare che l’osservazione cosplayara ci permette di registrare un fenomeno malvestito tutto speciale che esula dai confini cazzeggioni del cosplay vero e proprio, del giocondo travestitismo fine a se stesso, un fenomeno per il quale le fiere del fumetto e il loro squinternato contorno carnevalesco sono soltanto una scusa, perché del resto coi fumetti manco c’entra niente: è lo sfogo serissimo delle represse aspirazioni fantasy-mondiste di quegli irriducibili uber nerd drogati di giochetti di ruolo coi mostriciattoli e i pupazzetti e le battaglie magico-mitologico-medievali che fosse per loro non ci penserebbero due volte, c’è solo da aspettare l’occasione giusta (che so, una bella apocalisse atomica!), loro coi vestitoni pelosi di pelle grezza (1) e le pettorine di ferro (2 – fatte coi pezzetti dello scolapasta) e gli spadoni di cartapesta riempiti con la Gazzetta (3) vorrebbero andarci a spasso tutti i giorni.

malvestiti cosplay fantasy

Si tratta perciò di un fenomeno dovuto ad una bizzarra forma di pudore malvestito (ingiustificato, direi: perché i perizoma glitterati che spuntano dai pantaloni sì, e i guanti borchiati di plastichetta finto-metallica – 4 – no?) che trova una sua piena realizzazione in queste occasioni di ritrovo intra-maniacale dove tutti ci si cala profondamente nella parte, ci si chiama coi nomi fantasyzzati (questi due ve li presento, sono Filippomir – quello coi pantaloni alla Groucho, 5, che le sta buscando: e se lo merita, s’è scordato di coprire le Superga blu da programmatore zitello, 6 – e Gianmariador, quello coll’accappatoio pieno di laccetti, 7, e la tuta Dimensione Danza della sorella, 8), si disquisisce di politica immaginaria (“pure gli elfi avrebbero votato Obama” dice Gianmariador, che si capisce dall’acconciatura, 9, è un ammiratore di quel gaypride permanente tutto balsamo per capelli e cascate di vasellina che è Elfolandia), si battagliano a colpi di spadone (è un paio d’anni che organizzano in giro tornei all’ultimo sangue – dovreste vederli: come saltellano e mulinano e studiano convintissimi l’avversario, uno spettacolo! – organizzano dei corsi persino, ho visto i volantini “scuola di maglio delle miniere di Moira” – perché l’insegnante spadara si chiamava così, Moira: sono acuti, eh, non si può dire che non siano acuti) e ci si fa i complimenti per l’incredibile abilità sartoriale dimostrata nel ricamare sulle bordature del vestitone peloso (10) il nome della propria fidanzata in alfabeto runico (lei, per corrispondere ad una tale prova d’amore, s’è fatta tatuare sopra le natiche uno gnometto che indica in basso e fa la faccia cogliona e il gesto di Jerry Calà quando diceva Libiiidine!).

Coppia malvestita #42 – il mestruo regna

malvestite mese lunareOh, mi raccomando: partecipate al malvapride d’interni, c’è tempo fino a domenica sera – e veniamo a ‘ste due disgraziate originalette sponda fricchettona (notate come sono entrambe maestre nell’abbinamento dei fondamentali, il mosciume rigato orizzontale – 1 e 2 – un classicone, il jeans trasandato con sneakers d’ordinanza – 3 e 4 – la borsona calata giù giù fino alle chiappe – 5 – una delle due ha persino voluto battere ogni record di calanza mettendosi il mega-marsupione da postino – 6 – e poi c’abbiamo la sciarpina ornamentale da una parte – 7 – l’altra no per via del tatuaggio – 8) , non più tanto giovani laureande di qualche deleterio sub-sub-indirizzo umanistico Vado-all’università-per-fumare-nei-corridoi (perché-a-casa-i-miei-genitori-non-lo-sanno: si comprano il tabacco sfuso – 9 – ma non sono tanto brave, rollano dei piselletti grinzosi – 10 – che dopo un po’ si sfaldano in mille piccoli meteoriti incandescenti a causa dei quali già due volte hanno quasi appiccato il fuoco all’aula del collettivo), stanno discutendo animatamente (cioè, dico, per i loro standard: da settimane non si scambiano insiemi intellegibili di tre o più parole; la frase che si rimpallano più spesso, il “c’hai d’accenne”, lo traducono con un economico rantolo “mmbbh-mmmbbh”, al massimo – nel caso dei niubbi – mimando il gesto del pollice opponibile – da rimanerci secchi per la sorpresa, ehi, c’hanno il pollice opponibile!); se c’è una cosa che esercita su questo genere di malva-creature un potere d’attrazione magnetica più forte del volantinismo dei (mitici, diciamolo) combattenti anti-sistema Giovani Trotzkisti, sono le fricchettonerie magiche pseudo-femministe del tipo di quel manifesto pubblicitario là (11 – la conferenza Ripristiniamo il mese lunare), che ha suscitato nelle nostre malvestite il suddetto inusuale exploit ciarliero: chissà poi se ci sono andate, boh, del resto io non lo so cos’è che sarebbe meglio, sorbirsi qualche ora di allucinate sincroniste galattiche con le t-shirt “Il mestruo regna” che auspicano l’abbattimento dell’universo patriarcale a colpi di energetici cicli mensili di ventotto giorni, oppure forse i deliri antagonisti di un gruppo di poveri bambocci che vogliono fare guerriglia comunista mettendo la forfora al posto dello zucchero a velo nelle confezioni del pandori – boh, quasi quasi forse conviene il mestruo regna, mi sa.

Malvestita #308 – Punkabbestia love

8 febbraio 2008 /

Seguendo scrupolosamente da buona malva-documentarista le norme superquarkiane di non-interferenza ecologica (ero surgelata sottoforma di stalagmite in un angolo buio di strada), ho potuto ammirare dal vivo quel miracolo naturalistico che sono le fasi preliminari di un tenerissimo corteggiamento fricchetton-malvestito. Eccovene uno stringato resoconto.

La femmina di specie Arte Povera in ricognizione solitaria si avvicina con una certa decisione al maschio di specie Punkabbestia, dedito in quel mentre ad attività di tipo sostentario-igienico-intrattenitive, vale a dire che contemporaneamente elemosinava monetine (1) sorseggiando birra discount herrfritz (2) strizzando e arrotolandosi i cappelli sporchi intorno alle dita; la femmina intraprendente rompe il ghiaccio utilizzando la tattica tipicamente arspauperistica della carezzina sul cadavere dell’animaletto pulcioso (3): “che carino come si chiama?” – al che il maschio un po’ scocciato ferma l’arrotolamento capellaro si stropiccia l’occhio incisposito con l’unghia lercia di verde smeraldo e grugnisce “u-uh ganja”, al che la femmina “oooh ganja ciao ganja eh eh” ridacchia, fiera d’aver colto la dotta citazione.

malvestita punkabbestia love

Il tappetino etnico da doccia XL reingegnerizzato in poncho (4), come del resto l’ex strofinaccio per piatti (5) e i jeans godzilliani che le ricoprono integralmente gli arti inferiori (6) rendono palese il carattere anarchico-sballone-raggamuffa dell’attrattiva esercitata sulla femmina artepovera dal maschio punkabbestia. Il corteggiamento procede: il maschio ostentando una calcolata indifferenza aperitiveggia con alcune prelibate molliche di schifezze e ricciolini di polvere pescati dal marciapiede, e la femmina allora osservandolo affascinata domanda piena di curiosità: “ah, sei vegano anche tu?” – lui, che ormai ce l’ha in pugno, si concede un secco “u-uh”.

Siamo ormai nel cuore del balletto preliminar-corteggiatorio: è il momento di verificare il che-c’abbiamo-in-comune, di scambiarsi importanti piccoli aneddoti di vita privata e sagaci pensierini sull’universo e tutto. E’ la femmina, che si sente frivola sobria artificiosamente-artepovera e forse un tantino troppo mughettata in confronto al maschio, è lei che vuole dimostrarsi all’altezza e saltella incessantemente da un argomento all’altro cercando nell’occhietto crostoloso e spiritato di lui un qualche luccichio di approvazione: gli argomenti fricchetton-malvestiti vanno dall’amore per il barbonismo più estremo “che coraggio ci vuole se avessi anche io il coraggio ah! l’anno scorso ho fatto a mano delle collanine con le graffette che trovavo per terra” alla meraviglia per quell’acconciatura così audace “che belli i rastini (7) ma li hai fatti apposta o ti sono venuti su così per il lercio sai sembrano le antenne di un marziano” alle dritte da massaia biologica “io non uso i detersivi normali che inquinano solo bicarbonato e limone che sono naturali” alla rivelazione anti-calzolaio “quando non fa freddo io vado sempre in giro scalza anche per strada mi sento libera scalza” – ed è evidente il brividino gioioso della femmina quando il maschio le concede un molto interessato “u-uh”.

Ho dovuto interrompere ahimé durante la fase subito successiva del “a proposito scusa non è che c’hai du spiccioli”, quando il maschio s’è voltato a guardarmi con una strana smorfia cattiva tipo diarrea fulminante che ho interpretato come Sospetto e allora ho temuto che la mia copertura fosse saltata, già mi vedevo fare la fine di Steve Irwin, poi per fortuna il maschio pacifico se n’è tornato a contare le righe sul poncho di lei, “u-uh” – io, in ogni caso, mi sono scongelata e sono filata via.

Eufemismo malvestito del millennio:
Carla Bruni Terminator

E’ buffo che tentino di sostituire quella parola là che in tivvì non si può dire con un altra che meglio s’adatta alla boccuccia virginale dei conduttori di questa o quella trasmissione pomerdiana [1]: “Carla Bruni nell’ambiente della moda era soprannominata Terminator” dicono, ridacchiando sotto i baffi – e ti viene il dubbio che in realtà sia una ingegnosa trovata criptico-enigmistica per fartelo capire: figurarsi se un branco di anoressiche ignorantelle e strafattone potrebbe mai raggiungere certi picchi di metaforica letterarietà [2], e poi la parola quella vera impronunciabile che pure lei comincia per T le sue altre quattro letterine dentro Terminator c’è l’ha tutte – provateci a indovinarla.

il salotto di carla bruni è proprio così vero veroNon voglio essere cattiva però ché a me Carla Bruni piace molto: mi piace che ad un certo punto quando s’è troppo anzianottizzata per sculettare in passerella ha avuto l’ideona di riciclarsi nell’unica maniera che conosce, posando per questo personaggio qui della cantautrice mollemente artistico-sofisticata che è rotondo pulito e perfettino come lo trovereste interpretato da una qualsiasi modella sul set fotografico di un giornaletto fashion-modaiolo, lo stilista che ha ordinato al fotografo un atmosfera poetico neoesistenzialista un po’ malinconico arruffata salotto buono parigino [3]. E a Carla le riesce così bene! Deve aver studiato e dev’essersi impegnata un sacco fin da piccina, perché questo suo dolce oscillar la testolina quadrata e gli occhietti cerbiattici che ammiccano di qua e di là ingenui e sognanti, questa sua fascinazione folk-afonica dalle melodie melenso-nostalgiche, le viene tutto benissimo accidenti – siamo al cospetto di una maestra malvestita di prima classe [4].

Mi piace molto vederla che performa scampoli del suo privato fatto d’artificiosa ovattata semplicità [5], con il sorrisone alla skeletor che si schiude quasi imbarazzato, il suo voler suggerire con ipocrita modestia una vita temprata da piaceri profondamente intellettuali. Questo video qui accanto per dire mi sembra esemplare, dateci un’occhiata: notate con quale suprema malva-abilità ha pendatizzato lo smalto delle unghie alla copertina del libricino; notate il negozietto vintage-chic con taaanti libri dappertutto e la Bruni in divisa baschettata che tra tutti quei libroni rarissimi contempla con grande attenzione un sussidiario di letteratura inglese da terza media (“ehi ma questo tizio calvo col caschetto era sull’insegna qua fuori!”); notate il calibratissimo disordine della scrivania e le foto rigorosamente b/n di grandi studiosi e artisti sulla parete (che poveretti sono come i soggetti dei quadri di Hogwarts, appena lei distoglie lo sguardo tentano di darsela a gambe); notate con quale folle convinzione intona il ferroviario Cic-Cicù-Cic-Cic-Cicù; notate il tour da cartolina lungo la Senna la torre Eiffel e la Citroën anni sessanta, la passeggiata sotto i ponti (“ammazza che puzza di piscio, ce n’abbiamo ancora per molto?”) e poi ancora la chitarrina bisbigliando con simulata timidezza quei tre quattro nomi che si ricorda dal sussidiario e così via carlabrunizzandosi fino ai mmmmh mmmmh finali delicatissimi con gli occhioni che ammiccano impazziti come radiofari.

Mi sorprende del resto quanta gente ci caschi [6] e si dichiari ammaliata dall’eterea seduttività di Carla Bruni: possibile che il suo piccolo personaggino non risenta del macignoso background sentimental-sessuale che si porta appresso? Capirei si trattasse di un semplice orgiastico multi-intreccio di incestuosità senza controllo da soap sudamericana [7] – il che aggiungerebbe quel nonsoché di trasgressività ninfomaniacale antimonogamica JulesetJim che ci sta sempre bene – ma la Bruni va oltre molto oltre, c’ha un curriculum di conquiste groupistiche davvero da far venire i brividi, roba che quasi quasi fa mangiare la polvere alla Gregoraci (ah be’ in effetti questa forse è un tantino azzardata, ma insomma, avete colto). Voglio dire, Donald Trump ed Emily Dickinson? Ah! Siamo seri.

secondo me altro che scarface, somiglia allo stallone iperbburinissimo di cobraPer quanto riguarda invece la sua ultima fiamma che dire, comprensibile ok ma lo stesso m’ha dato una mezza delusione Sarkozy (oh dicono tutti Scarface, uhm, a me ricorda lo Stallone di Cobra): che cavolo, sembrava tanto il tipo che da pischello si metteva coi bastoni chiodati ad aspettare i fricchettoni basco-muniti che s’andavano a comprare i sottoascella di Marcuse nelle librerie dell’usato – e invece no va be’, una mezza delusione, ok che ormai è un vecchiarello sbrodoloso e una ex topmodel è pur sempre una ex topmodel (avete visto che corpo? sembra nuovo); e poi va be’, dai, in fondo è divertente vedere l’afona artistucola che fa la concubina del capetto bburinone nel bel mezzo di una egitto-settimana vacanziera di gran poesia stile alpitour [8]. Ma sì dai, è stato divertente – è una tipa buffa Carla Bruni.

[1] ah questa m’è venuta oggi mentre facevo la pupù – all rights reserved
[2] Terminator alla Bruni gliel’ha appiccicato Justine Lévy (che della foga terminizzatrice della Bruni è stata vittima) nel suo Niente di Grave
[3] la copertina di No Promises, che è quella foto là sopra, racconta la Bruni che è casa sua proprio così vera vera (clic per un jpg più grosso): “il fotografo m’ha detto di lasciare il salotto così com’è, di non toccare niente”
[4] c’è un video della Bruni che fuma che è un capolavoro malvestito, questo qui – ah e a proposito, della Bruni ne abbiamo parlato anche sul forum
[5] immagino si possa in qualche modo ricollegare, dal punto di vista della storia della filosofia occidentale, al classico concetto barbarapalombelliano “the eleganz is in the semplicity” (“but with profondity too”)
[6] qui invece trovate l’intervista che le ha fatto quell’eunuco di fabio fazio
[7] peccato che la Bruni non sia nata una decina d’anni prima, mi sarebbe piaciuto vederla limonare col Sartre settantenne
[8] incrociamo le dita che pare possa venirne fuori una tendenza malvestita di quelle toste: la topmodel bollitona che non sa più cosa inventarsi poveretta, che di menare le cameriere e sturarsi gli squallidoni s’è stufata, e allora passa ai capi di stato (ah sì, parlo di Naomi e Chavez)

Malvageddon #21 – Beth Ditto

Quando uno è pischello gli piacciono i gruppi che da grande, poi, li usa come argomento per raccontare le storielle simpatiche agli amici in pizzeria [1]. Ma dai, pure tu c’avevi il poster dei backstreet boys! Oh Oh Oh, ma che buffo, che ingenuotti eravamo a farci piacere sti scemi ridicolissimi, Oh Oh, e tu pensa ce le bevevamo tutte!, a credere che quello coatto dei bb fosse la trasgressività personificata – e mica ci voleva tanto, bastavano un paio di tatuaggi, un due tre piercing e i vestiti strani – quello biondino invece era la tenerezza amorosa per sempre pucci-ci-cì – bastava il suo candido caschetto a scodella – quello mascellone con la faccia rettangolare, be’, lui era il lavavetri dell’est – bastava la faccia rettangolare.

Il tempo passa, uno cresce (bleah), e adesso non è che ci facciamo infinocchiare gratis, mo’ che siamo adulti e scafati le cose le vediamo per quelle che sono davvero, c’abbiamo l’occhio clinico. E invece, sarà che piace a tutti rimanere un po’ cretin.. uops, bambini, ma via via che si abbandona ufficialmente – e con gran fanfara di pizzerie – la robetta stile cuscino a forma di lavavetri fregola prepuberale, si finisce spesso per collezionare una sfilza di altra robetta che, di fatto, non è che ai tatuaggi impertinenti del backstreet boy coatto gli sia tanto lontana. Anzi.

A me Beth Ditto sta indifferente, lei e il suo corpo, la musica e tutto il resto. Quello che mi sembra interessante piuttosto è il discorso che alcuni hanno appiccicato su Beth Ditto (e che lei, saggiamente, alimenta – ehm): che in Beth Ditto com’è fatta e quello che dice e come si comporta ci sia un messaggio femminist-anti-discriminatorio di una qualche rilevanza per noi altre casalinghe unite di tutto il mondo – c’è?

nme copertina beth dittoA parlare di femminismo nel caso di Beth Ditto, ovviamente, si parla di una cosa che – in quanto a spessore culturale – sta più o meno sullo stesso piano delle direttrici da rotocalco che si fanno fotografare nell’editoriale di prima pagina coi capelli sciolti, il vestitino da lavoro sobrio ma femminile, un filo di trucco appena e la smorfia sorridente ma ferma di una che è molto sicura di sé [2]. Una etichetta blandamente appariscente e niente altro, che stuzzica le primitive sinapsi della malvestita con minuscole pretese d’intellettualità “di genere”, tanto più che Beth Ditto risponde ad uno standard che, agli occhi della malvestita – soprattutto se orientata musicalmente verso il penultimo gradino dell’evoluzione della specie aka la scena indie-underground (e allora magari non legge Grazia, legge il Mucchio: fa differenza?) – gli dà quel qualcosina in più che lo rende eccezionale, un femminismo originalissimo, non solo è cicciona ma si tiene le ascelle nature, che dire, anfatti.

Beth Ditto non è colpa sua, fa il suo lavoro (la popstar): nasce nel solco della più sputtanata tradizione riot e là rimane [3], fa un po’ quel che cavolo che le pare, s’atteggia da sbroccata in regime di pressoché totale esibitissima punk decadente sozzeria e se qualcuno le chiede qualcosa lei con estrema noncuranza sturandosi l’orecchio col tampax gli spara tutta fiera il suo bel “femminista”, come da copione, e non credo sappia neanche bene cosa vuol dire, se tralasciamo – tralasciamoli – certi suoi vaghi rigurgiti da scuola media sul sapersi accettare e il non curarsi di quello che pensano gli altri e l’essere se stessi e blabla [4]. Sia mai del resto che si tira indietro, quando le viene offerta l’occasione, e ci risparmia quel meccanismo di auto-esegesi a fine auto-esaltativi che è tipico della starlette nullificante che vuole darsi arie di straordinarietà; da buona grrrl, come da copione, è tutto molto crudo ed esplicito (a proposito di un servizio fotografico):

“It was kind of a radical thing to do. I got my period just 10 minutes before we got there, and I was totally bleeding. I was doing it with my tranny boyfriend, who I’m in love with, and I was totally bleeding — how radical is that? — and I’m a fat person, and I’m a femme. It felt really good.”

beth ditto reggisenoEh sì, un radicalismo femminista quello di Beth Ditto che è davvero un pugno nello stomaco di questo marcio mondo malato tutto sbrilluccicante di perfezione fisica e correttezza politica, e che risalta luminosissimo attraverso tre cose fondamentali, 1) che è grassa; e siccome si sa che le ragazzine ossessionate dal proprio corpo desiderano conformarsi al modello imperante dello showbiz che vuole la donna magrissima e finiscono così per slumare carotine e sedanini e diventano anoressiche – da cui quindi la facile equazione magre uguale conformismo – allora immaginate che dirompente portata anticonformista una cantante obesa che obesa dichiara di volerlo essere e si impegna per mantenercisi (“sometimes I’ll eat a whole bucket of chicken or two ice cream cartons, just to make sure I stay the way I am”) e si danna l’anima per farlo notare, caso mai non fosse chiaro che lei con la ciccia ci fa la rivoluzione (il prossimo album, dice, s’intitolerà Fat Bitch), parlandone ripetutamente ad ogni intervista e denudandosi ad ogni concerto, un vero schiaffo in faccia al conformismo di sto mondo bigotto ossessionato dalla forma fisica; 2) che sbandiera soddisfatta il suo lesbismo attivo e dice di essere fidanzata con una che si acchitta da uomo, e immagino pure questo fornisca un suo provocatorio contributo alla causa dell’anticonformismo io-sono-originalità liberamo-er-monno, anche se poi quando ne parla la cosa non è che sembra tanto più stuzzicante di una puntata del Bivio di Enrico Ruggeri (“e come mai, cara Betta, il comune di Canicattì non vuole permettervi di sposarvi?”); 3) che è una portabandiera assatanata del movimento antideodorante e le piace che rimaniamo tutti a bocca aperta per quanto è brutta sporca e non-me-ne-frega-niente-di-esserlo, si dimena sudatissima in mutande con la birra in una mano la sigaretta nell’altra e questo in effetti fa pensare, sì, al pericolo che corrono quelli nelle prime file.

kate moss beth dittoE un’altra cosa che letteralmente fa impazzire i fan è che Beth Ditto va a spasso ed è amica di sua maestà della boho-anoressia Kate Moss, e non soltanto non si sente inferiore o invidiosa o che, non le passa nemmeno per la testa di voler essere come Kate Moss. Andarsene a spasso con la propria nemesi, ci pensate? Che coraggio, che faccia tosta, che tempra, che spirito adamantino: ecco una donna che sa quello che vuole, ecco una donna che sta bene con se stessa. Ma c’è un fraintendimento: ci credo io che Beth Ditto non vuole essere come Kate Moss, perché già lo è, come Kate Moss. Una femminella con un cervello molto piccolo che si crede una ganza supercoolissima e si dà un sacco di arie di io-sono-originalità cavalcando la tendenza dell’eccentrismo trasandato casaccio-made pazzerello e un po’ mentecatto. Beth Ditto è un’icona in questo senso, nel senso che sta surfando sul punto più all’alto della recente ondata malvestita – secondo il classico ruolo della snob fighetta boho, tra la Kate Moss e Sienna Miller, Beth Ditto ciancia di una qualità superiore al semplice sapersi vestire, che si chiama “Stile” con la esse maiuscola e ti permette di rendere fashion pure le sflanellature di tua nonna, il che è all’incirca il principio cardine del boho-chic (ed è in uscita appunto una sua “guida di Stile”, So Crazy) – Beth Ditto è la Moss incinta di venti gemelli, senza quel suo glamour da passerella (togliamoci anche il fidanzato tossico, che i musicisti tossici non ci vanno con le ciccione), un vocabolario un tantino più ampio e quell’essenziale pizzico di messianismo pseudo-femminista da copertina patinata.

E chissà quali splendide sorprese malvestite ci aspettano dal suo imminente sbarco nel (altrimenti nocivo) mondo del fashionismo discount. Ci sta provando da un pezzo a candidarsi come stilista qua e là, perché finalmente grazie a lei anche le donne in carne ci possano avere i vestitini sghici e irriverenti da sfoggiare senza che gli stiano larghi o mezzi storti: per Topshop ad esempio, poi per New Look (coi quali s’è capita male), e c’è da scommetterci che al più presto – considerando la presa mediatica che hanno ultimamente tutte queste tirate sulle modelle più grossine e quanto son belle le taglie forti – qualcuno fiuterà l’affarone.

Io nel frattempo preferisco riguardarmi il vecchio video di Leslie and the Ly’s, qua sotto. I’m like a fireball!

[1] e di che volete parlare sennò? io le adoro le storielle nostalgiche dei miei amici sulla loro sciocca fanciullezza, non vedo l’ora di andare in pizzeria (tra una pizza e l’altra, mi rifaccio coi blog)
[2] “professionalità è anche femmina, anzi no è in particolar modo femmina, toh, ciappa qua come sto a mio agio, per trovare questa posizione così consiglio d’amministrazione in piedi accanto alla scrivania con le gambe lievemente accavallate c’ho messo due ore e mezza”
[3] una così poteva uscir fuori forse già qualche anno fa, ma i tempi che volete non erano maturi (ancora nessun trendissimo tatuaggio da scaricatore sulle copertine), e poi non dev’essere stato facile trovarne una che facesse musica orecchiabile, che avesse quel minimo di personsalità sufficiente a tenere su la baracca e che comunque, pur nella sua necessaria mostruosità, non fosse poi sto cessone colossale (ve la immaginate, una cantante che si vanta di averci l’acne perforante? e un porro peloso sul naso, come la vedete? eeeeh ma troppa provocazione, fantascientifiche frontiere del pop, in onda il decennio prossimo)
[4] lo so, lo so, sono delle verità all’apparenza banali ma verissime, “toccano corde dentro di noi che sono le più profonde” (cit. un biscotto della fortuna che ho aperto un minuto fa)

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